Il Training autogeno nel trattamento dell’attacco di panico

“E’ un gigante dai piedi di argilla, con molti punti deboli. Si dà delle arie, ma in realtà non è capace di far del male a una mosca.”
Così  lo psicoterapeuta Luciano Masi (1) usa dire ai suoi pazienti quando gli parlano del “mostro” che li ha portati da lui: il panico. E prosegue sempre con un’altra frase a effetto: “Non c’è mai stato il caso di una persona che sia morta durante un attacco di panico. E’ impossibile!”

Insorge all’improvviso e i sintomi sono drammatici: il cuore batte forte, il respiro diventa affannoso, compaiono vampate di caldo o brividi di freddo, tremori, nausea e disturbi addominali, accompagnati da depersonalizzazione o derealizzazione, sensazione di perdere il controllo, di impazzire, di morire. Si tratta di un’esperienza drammatica, difficile da comprendere per chi non l’ha provata.

Di fronte a un evento che provoca tanta angoscia, il primo passo è consultare il medico. Di norma, questi  prescrive  analisi strumentali e di laboratorio per escludere una causa organica del disturbo,  Nella maggior parte dei casi, i risultati delle indagini sono negativi e la sentenza del medico è disorientante: ” Si è trattato di un attacco di panico, il male  è solo nella sua testa”. Invece di rassicurare, questa affermazione  può dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti non sempre funzionali al ripristino del benessere.

  • C’è chi inizia a fare “il giro dei dottori”, per escludere una causa organica o più spesso nella speranza di trovarla. Per molte persone, infatti, è più accettabile avere un malanno “reale” che un disagio psicologico. E’ senz’altro corretto fare la diagnosi differenziale per escludere cause organiche, peraltro rare, ma, una volta escluse, il rischio è diventare farfalle impazzite che vagano da uno specialista all’altro confondendosi sempre di più.
  • Un altro atteggiamento che peggiora la situazione invece di risolverla è la tendenza a evitare la situazione o il luogo in cui si è verificato un attacco di panico, attribuendo alla circostanza la responsabilità di averlo provocato. Di solito si tratta di luoghi chiusi (claustrofobia), o affollati (agorafobia). Continuando a evitare tutto ciò che mette appresnsione, il mondo diventa sempre più piccolo e il problema non si risolve affatto.
  • Ancora una modalità disfunzionale di affrontare il problema è la scelta di un accompagnatore. Ciò che prima si faceva da soli senza alcun problema, adesso spaventa. Di conseguenza, una persona cara può assumere il ruolo di accompagnatore, per propria scelta, o perché le viene espressamente richiesto. Questa scelta è svantaggiosa: si crea un legame non sano con l’accompagnatore che diventa vittima (mi devo sacrificare per accompagnarti sempre)  e che fa diventare il malato sempre più dipendente, ma anche carnefice: non puoi fare a meno di me. Si perde a poco a poco la propria autonomia e  questo finisce per minare l’autostima e creare rapporti di dipendenza in un circolo vizioso difficile da spezzare.
  • Il tentativo di controllo è un altro degli atteggiamenti non funzionali. L’attacco d’ansia è di per sé una perdita di controllo, più cerchiamo di controllarlo e più ne siamo incapaci, disperandoci sempre di più. Si pensi a una persona che in acqua ha il terrore di annegare:  metterà in atto tutti i movimenti scomposti che la faranno annegare davvero. Calmandosi, galleggerebbe.

Che cosa si può fare in presenza dell’attacco di panico?

 

Una volta che il medico ha escluso malattie organiche alla base del sintomo, può essere di grande aiuto un percorso di Psicoterapia.

L’approccio più utilizzato è la Psicoterapia cognitivo-comportamentale, abbinata, nel casi più seri, a un iniziale supporto psicofarmacologico. In questo caso, lo Psicoterapeuta lavora in collaborazione con lo Psichiatra e quest’ultimo valuta la durata del trattamento e decide quando iniziare a diminuire la somministrazione dei farmaci, fino a sospenderla del tutto.

Il Training Autogeno può aiutare chi soffre di attacchi di panico?

Può essere molto utile in almeno tre fasi: nella prevenzione, nella possibilità di affrontare l’attacco acuto e nella ricerca delle cause profonde che determinano l’ansia e il panico.

Come agisce il TA:

 

Il TA nelle prevenzione: abbassamento del livello di ansia generalizzata

 

Con l’allenamento costante, il TA permette fin dalle prime sedute di tranquillizzarsi, abbassando così il livello di ansia generalizzata. A questa prima fase di sedazione emotiva, segue una successiva di normalizzazione neurovegetativa: migliorano tutte le funzioni dell’organismo. In tal modo vengono meno quelle condizioni di disagio emotivo che costituiscono il terreno adatto all’instaurarsi dell’attacco acuto di ansia.

Con l’aiuto del terapeuta, si apprende un esercizio per volta e ci si allena con regolarità a casa. È importante sottolineare che il TA premia la costanza e, come per qualsiasi allenamento, non si ottengono risultati se non ci si esercita. Talora le persone si rivolgono al Training con un atteggiamento magico e rimangono deluse, ma chi si impegna avvertirà giorno dopo giorno uno stato d’animo più sereno.

Affrontare l’attacco di panico con il TA

 

Una volta appresa correttamente la tecnica, si può utilizzare il Training Autogeno per interrompere il circolo vizioso della paura della paura.

Chi ha conosciuto l’attacco di panico, vive nell’attesa del prossimo attacco, alimentando così il meccanismo della paura che genera ancora paura: così si creano proprio le condizioni per l’avverarsi di ciò che si teme.  La persona allenata con il Training Autogeno, impara a entrare velocemente nello stato autogeno. Si tratta di un allenamento che si svolge nei momenti di calma, per poi utilizzare quanto appreso quando si presenta l’attacco acuto.

Un importante studioso del Training Autogeno (2),  osservava che “quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare”. Così come si impara a nuotare in un ambiente protetto per poi cimentarsi con le eventuali emergenze, allo stesso modo, si apprende il TA, per poi utilizzarlo quando occorre tranquillizzarsi in modo veloce ed efficace. Si procede così: dopo aver ben appreso il TA, con la guida del terapeuta, ci si allena a entrare rapidamente nello stato autogeno, in 2/3 secondi. Quando si manifesta l’attacco di panico, si mette in atto quanto appreso. Un rilassamento grazie al quale si può smorzare la risonanza emotiva della paura, impedendo di fatto le reazioni psicofisiche del panico, invece di irrigidirsi e tentare di constatare la paura con un corpo a corpo sempre perdente.

Desensibilizzazione autogena

 

Spesso accade che l’attacco l’ansia si presenti in situazioni particolari e che l’attesa di tali situazioni ne amplifichi il timore.  Ad esempio, la paura di parlare in pubblico, o di sostenere un esame, o un colloquio di lavoro, oppure la paura di prendere l’aereo. In questi casi, si può utilizzare con efficacia una tecnica denominata Desensibilizzazione autogena. Con questa tecnica, che utilizza in parte strumenti di terapia cognitivo comportamentale, il paziente viene guidato a immaginare la situazione che gli genera timore, mentre si trova in stato autogeno, e lo si stimola a produrre immagini mentali di intensità crescente di ansia. Ciascuna immagine, viene intercalata con formule verbali e immagini tranquillizzanti, sicché in tal modo il paziente si allena ad affrontare con calma la situazione quando realmente si presenterà.

Rimane da chiedersi quali possano essere le cause profonde del panico e delle sue manifestazioni: il sintomo, infatti, è sempre un messaggio che proviene dal profondo e che va decodificato.

Psicoterapia autogena

 

Per questo, è di grande aiuto un percorso di Psicoterapia autogena. Lo stato di coscienza che si realizza durante il Training Autogeno – autogenìa – permette una profonda immersione nelle proprie parti più profonde, e, con l’aiuto del Terapeuta, è possibile imparare ad auto-osservarsi e ad aumentare la consapevolezza di sé. In tal modo, si svelano le dinamiche più profonde che possono essere alla base del sintomo del panico.

Una cosa è certa: alla fine del percorso si scopre che l’aver affrontato e vinto il panico è di gran lunga meno importante della profonda conoscenza di sé e della conseguente autostima che si è potuta realizzare grazie all’esperienza del Training Autogeno e della Psicoterapia autogena.


1. Luciano Masi, Storia di una poltrona. Il Lettino dell’analista racconta, Roma, Edizioni Il Calamaio, 2009.

2. B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

Che cosa è il Training Autogeno

Da un po’ di tempo non riposo bene

Ho difficoltà a concentrarmi

Vivo in un continuo stato di ansia.

Vorrei tanto smettere di fumare

Non posso fare a meno di mangiare in maniera compulsiva

Digerisco male

Ho spesso mal di testa

Non riesco a godere le cose belle della vita

Ho difficoltà sessuali

L’elenco potrebbe continuare e si tratta spesso delle ragioni che portano i pazienti nello studio dello psicoterapeuta.

Fermiamoci

I nostri stili di vita troppo frenetici sono in parte responsabili di tanti disagi fisici e psicologici, ma come porre rimedio? Come chiedere a un professionista di ridimensionare la propria attività, o a una madre che lavora di dedicare più tempo a sé?

Non c’è la medicina “giusta” per ciascuno dei nostri disagi, e gli psicofarmaci – le cosiddette “pillole della felicità” – non sono adatti a tutti e spesso non mantengono ciò che promettono.

Che fare, allora? E’ davvero impossibile vivere meglio? Dobbiamo rassegnarci alle conseguenze dello stress, e convivere con l’ansia, l’insonnia, l’emicrania, la sofferenza?

La psicosomatica ci insegna che si può fare qualcosa e i rimedi sono tanti: dalle tecniche di rilassamento all’attività fisica, dalla meditazione alla psicoterapia, i modi per affrontare i problemi generati dallo stress sono tanti e probabilmente tutti efficaci. Ma allora perché a volte funzionano a volte no? E perché solo per alcune persone?

Credo che la risposta non dipenda tanto dalla tecnica che adoperiamo, quanto dalla effettiva volontà che abbiamo di prenderci cura di noi, di darci del tempo – non è necessario che sia tanto – per “curarci”, secondo l’etimologia latina: per prenderci cura di noi.

Il Training Autogeno è una delle possibili risposte. Non è la panacea, né la risposta giusta per qualsiasi malessere: è un metodo che da quasi un secolo funziona e dà sollievo in tante situazioni di disagio.

Che cosa è il Training Autogeno?

ll Training Autogeno è una tecnica di rilassamento, come tutti sanno. E’ in parte anche una tecnica meditativa, come vedremo in seguito, tanto che è che è conosciuto con il nome di yoga occidentale. Non tutti sanno che è anche alla base di una psicoterapia, la psicoterapia autogena o bionomica, che consente di utilizzare il TA come formidabile porta di accesso all’inconscio.

Il Training Autogeno è stato ideato negli anni tra il 1908 e il 1912 da Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen.

Negli anni la tecnica è stata sottoposta a numerosissime verifiche sperimentali e ha avuto un’enorme diffusione in tutto il mondo.

Il suo successo è dovuto alla relativa facilità con cui può essere appresa e ai grandi vantaggi di cui gode chi la pratica costantemente.

I benefici del Training Autogeno coinvolgono almeno tre aree: fisica, psicologica e comportamentale. Vediamo quali sono:

A livello fisico:

La possibilità di raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti.

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata

Il rapido recupero delle energie psico-fisiche,, come dopo un breve sonno

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di norma sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutte le funzioni, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto

La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche.

A livello psicologico:

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria

Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza

A livello comportamentale

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

Il Training Autogeno, è dunque a una disciplina in grado di ridurre l’ansia e prevenire le affezioni psicosomatiche che derivano dall’ansia stessa, regolando al tempo stesso le funzioni psicofisiche. Praticandola, è anche possibile rinforzare il processo che si intraprende nel raggiungimento degli obiettivi personali.

L’aspetto più importante è che il Training Autogeno può essere una vera e propria psicoterapia, dando la possibilità di accedere in via privilegiata alle parti più sane, ricche e profonde della persona. In questo caso rappresenta la base fondante della Psicoterapia Autogena. E’ evidente che l’aspetto psicoterapeutico può essere amministrato esclusivamente dallo psicoterapeuta e qualsiasi tentativo di autoterapia può rivelarsi inutile, se non addirittura pericoloso.

E’ possibile invece apprendere i sette esercizi del ciclo somatico per poi eseguirli in maniera autonoma:

Formulazione della Calma

Esercizio della Pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso solare

Esercizio della Fronte fresca

La storia del Training Autogeno

L’ideatore del Training Autogeno è Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, e morto a Berlino nel 1970.

Egli lavorò alla elaborazione del TA negli anni tra il 1908 e il 1912 ed è impressionante constatare che il metodo da lui ideato non ha affatto subito i segni del tempo, al contrario, oggi è più attuale ed efficace che mai.

La storia del TA ci aiuta a comprendere anche i suoi presupposti teorici, per questo la accenno brevemente.

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e la utilizzava nella sua pratica clinica, ma non ne era completamente soddisfatto. Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo,  riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica. 

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio  che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva, avendo conosciuto personalmente Sigmund Freud: la psicoanalisi.

Schulz – cosa inconsueta per l’epoca –  era anche un buon conoscitore dello yoga, che cita spesso nelle sue opere, tanto che egli stesso chiamò il suo metodo yoga occidentale. Il limite dello yoga era la difficoltà di adattare alla cultura europea del tempo un approccio dalle profonde radici orientali, con basi filosofiche e culturali difficili da integrare in quelle occidentali. Oggi, con l’ampia diffusione dello yoga nella nostra cultura, questo limite è in gran parte superato.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe all’ipnosi, alla psicoanalisi e allo yoga,ma che ne superasse i limiti.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica che fosse di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone. Studiò approfonditamente i lavori di un grande esperto di autoipnosi, Oskar Vogt (1893-1900), e quelli di altri Autori che negli Stati Uniti studiavano il fenomeno dell’autoipnosi.

In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in autonomia dal paziente, il quale avrebbe gradualmente fatto a meno dell’opera del terapeuta.

Elaborò  il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé(autogeno).

Lavorando con tanti pazienti sottoposti all’ipnosi,  Schultz aveva osservato che questi – una volta usciti dalla trance –  riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente. In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver sperimentato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore. Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere sperimentate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. 

Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi. Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

Come si esegue in pratica il Training Autogeno: gli esercizi

Partendo da queste premesse sono stati elaborati i sei esercizi del Ciclo Inferiore – detto anche Somatico – preceduti dalla Formulazione della Calma:

   Formulazione della Calma

   Esercizio della Pesantezza

   Esercizio del Calore

   Esercizio del Cuore

   Esercizio del Respiro

   Esercizio del Plesso Solare

   Esercizio della Fronte

Gli esercizi  del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascuno degli esercizi.

Tali formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

A questo primo Ciclo di Base, segue il cosiddetto Ciclo Superiore. Quest’ultimo è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Si tratta di una tecnica che risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione (questo secondo ciclo richiede la presenza del terapeuta).

Benefici

Alla fine del periodo di allenamento, che varia dai tre ai sei mesi, si incominciano ad apprezzare i benefici del Training. Questi sono sia di natura fisica che psicologica e comportamentale. Alcuni tra i più comuni sono:

A livello fisico:

La possibilità di raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere  durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno) La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc. La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche.

A livello psicologico:

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza.

A livello comportamentale:

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno. La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

Evoluzione

E’ interessante osservare che molti dei benefici a livello fisico sono stati ipotizzati da Schultz all’inizio del ‘900.

Nei decenni successivi le sue ipotesi sono state convalidate grazie all’introduzione di strumenti diagnostici sempre più sofisticati, tanto che oggi possiamo “monitorare” lo stato autogeno.

L’Elettroencefalogramma, la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) ci indicano i mutamenti cerebrali positivi durante l’esecuzione del TA, l’Elettrocardiogramma quelli cardiaci, e così via. Pertanto, allo stato attuale, si può affermare con il conforto delle prove scientifiche, che, durante lo stato autogeno, si realizzano effettivi mutamenti in tutto l’organismo; tale mutamento riguarda tutti gli organi e apparati e tende alla normalizzazione delle funzioni. Quanto detto ci fa ben comprendere l’utilità del TA nella medicina psicosomatica.

Un’altra osservazione degna di nota è che il TA è forse la tecnica di rilassamento che più è stata sottoposta a verifiche e sperimentazioni. Questo anche grazie al fatto che il suo fondatore ha dato vita ad un Comitato internazionale di cultori del TA per promuovere la ricerca e studiare sempre nuove applicazioni (nella sua emanazione italiana ICSAT, Italian Committee for the Study of Autogenic Training). Ad esso afferiscono operatori del Training, medici e psicologi, che devono affrontare prove severe per potervi accedere. Chi ne fa parte deve mostrare una presenza attiva all’interno dell’organizzazione, cosicché è stato possibile raccogliere una quantità sterminata di articoli, descrizioni di casi clinici, sperimentazioni riguardo l’applicazione del TA, in una vastissima gamma di situazioni cliniche e non. Tale comitato è attivo ancora oggi (a più di 30 anni dalla morte di Schultz), e rappresenta una garanzia per l’utente che vuole essere sicuro della preparazione del suo terapeuta.

Curiosità. Il Ta nello sport: la Valanga Azzurra

Il TA è stato utilizzato per la prima volta in Italia a livello non clinico con la preparazione psicofisica della squadra italiana di sci, erano gli anni di Thoeni e Gros. Il 7 gennaio 1974 cinque italiani occupano i primi cinque posti del gigante: fu la famosa “valanga azzurra”!

L’ideatore del progetto era il prof. Luigi Peresson, esperto di Training Autogeno, autore di numerosi libri e articoli sull’argomento.

Oggi il TA è assai diffuso nella preparazione atletica di moltissime discipline sportive.

Concetti fondamentali del Training Autogeno

Ideolpasia e Concentrazione passiva

Ideoplasia

L’ideoplasia è un fenomeno naturale, messo in rilievo da Schultz. Egli ipotizzava che pensare di compiere un movimento generasse, dal punto di vista neurofisiologico, delle modificazioni elettriche a livello di neuroni, in corrispondenza del centro cerebrale interessato al movimento stesso.

Tale fenomeno avviene, parzialmente anche a livello delle fibre nervose motorie dell’organo coinvolto.

Analogamente, immaginare e rappresentarsi mentalmente stati di calma, di pesantezza, di calore, induce realmente, con opportuno allenamento, i suddetti stati.

Proprio in virtù di questo principio, con l’esecuzione del TA è possibile apportare modifiche sostanziali e significative a livello di tutti gli organi e apparati.

Curiosità. La prova del pendolo

La prova del pendolo Per far comprendere questo concetto, Schultz usava eseguire la cosiddetta “prova del pendolo”. Chiedeva ai suoi pazienti di prendere tra due dita l’estremo di un filo di circa 15 cm. alla fine del quale era appeso un pendolo, proprio quello strumento che alcuni “veggenti” utilizzano ancor oggi per predire il futuro o indovinare il sesso del nascituro. Li invitava quindi a rimanere immobili con il braccio rilassato e il gomito piegato. Quindi, chiedeva loro di immaginare un certo movimento. Ad esempio, potevano immaginare un movimento circolare, o da destra verso sinistra, o a croce. Dopo pochi istanti, il pendolo iniziava a muoversi proprio secondo il movimento immaginato, nonostante tutti i presenti constatassero che il braccio fosse fermo. Questa “magia” ha una spiegazione: se immaginiamo un movimento senza eseguirlo, dalla corteccia cerebrale partono micro impulsi motori (riscontrabili solo con gli strumenti) che vengono amplificati dalla lunghezza del filo.

Concentrazione passiva: lasciar accadere

La concentrazione passiva è il particolare atteggiamento mentale che permettere di accedere allo stato autogeno. E’ un concetto vicino allo yoga e all’ipnosi. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza (l’emisfero razionale del cervello) si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio può sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, quando lo si sperimenta, si scopre quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Heinrich Wallnöfer, autorevole studioso del TA, così descrive la concentrazione passiva:

Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)

Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.

Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla. (Heinrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17)

Il concetto di Concentrazione passiva richiama alla mente la leggenda del Ju Jitzu:

Narra la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si flettevano, lasciando scivolar via la neve non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli.

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju flessibile, cedevole; jutzu arte), l’arte della cedevolezza, da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti.

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere. Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile, spesso doloroso, “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo.

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

Se vogliamo sintetizzare in due parole l’atteggiamento mentale per descrivere come ci si accosta al TA, credo che non ci sia di meglio che: “lasciar accadere”. Chi si accosta al TA senza volere nulla, senza aspettarsi nulla, senza fare nulla, probabilmente avrà delle piacevolissime sorprese!

Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

Il Training Autogeno è un metodo semplice da imparare e accessibile a tutti. Nonostante ciò, alcune persone lo abbandonano prima di averne completato il percorso di apprendimento, pur avendolo intrapreso con entusiasmo.

Che cosa occorre per apprendere il TA? Nulla di speciale, soltanto quello che serve per accostarsi a qualsiasi metodo.

Averne un’idea permette di evitare delusioni, magari screditando il metodo con un semplicistico “con me non funziona”.

Vediamo quali sono i requisiti necessari per imparare a praticare il Training Autogeno con soddisfazione e soprattutto per godere di tutti i vantaggi che questo metodo offre.

Motivazione: vogliamo davvero imparare a praticare il Training Autogeno?

La motivazione è alla base di qualsiasi apprendimento. Non possiamo imparare qualcosa che non ci interessa davvero. Prima di accostarsi al Training Autogeno è dunque indispensabile domandarsi: è quello che voglio in questo momento della mia vita? E perché proprio il TA?
Nella mia pratica professionale, scoraggio chi mi chiede di iniziare un percorso solo “per provare”: partirebbe già in svantaggio.

Perseveranza: non cedere alla lusinga del tutto e subito

Uno dei errori più comuni di chi inizia a praticare il TA è pensare che basti poco tempo e poco impegno per raggiungere subito l’obiettivo.
Non è così. Per imparare il TA è necessario essere disposti a dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla pratica, con regolarità e costanza. E’ evidente che questo vale per qualsiasi metodo che si voglia apprendere seriamente: dalla Meditazione, alla Mindfulness, solo per fare qualche esempio.

Disciplina: semplice non vuol dire facile

Non si può pensare di imparare a nuotare andando in piscina una volta ogni tanto, quando si ha voglia. Occorre programmare allenamenti regolari e non scoraggiarsi quando non si raggiungono subito gli obiettivi prefissati.
Per imparare il Training Autogeno dovrai allenarti ogni giorno con orari il più possibile regolari, senza lasciarti scoraggiare quando durante l’esercitazione “non accade nulla”: prima o poi qualcosa accadrà di sicuro.

Concentrazione passiva: un nuovo approccio mentale

L’approccio al TA richiede una mentalità nuova che si può riassumere in una frase: “Lasciar accadere”. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé

All’inizio può sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, quando lo si sperimenta, si scopre quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Per realizzare la concentrazione passiva è necessario abbandonare alcuni atteggiamenti tipici del nostro abituale approccio alle nuove attività: cercare la performance. “Mi è venuto bene?” non è la domanda da porsi alla fine di un esercizio, ma “che cosa ho sperimentato?”

Lasciar accadere: allentare il controllo

Essere troppo razionali non giova all’apprendimento del TA. E’ utile una certa disciplina nell’allenamento quotidiano, ma, durante l’esercitazione si deve evitare l’eccesso di controllo: ad esempio preoccuparsi del numero esatto delle ripetizioni delle formule, o chiedersi “Avrò fatto bene?”. L’esercitazione del TA non richiede di ottenere risultati, ma è semplicemente un’esperienza da vivere.

Training Autogeno vuol dire “che si realizza da sé”: evitare i supporti sonori

Il web è pieno di guide sonore che con voci suadenti invitano al rilassamento, magari con un sottofondo di suoni della natura o di musica new age: non è Training Autogeno!

Proprio perché si tratta di raggiungere uno stato mentale che si genera da sé, è necessario che non vi siano interferenze di sorta e che l’esercitazione possa avvenire nel silenzio. Molti terapeuti, in studio, suggeriscono le parole delle formule mentre il paziente si esercita, ma si tratta di una dimostrazione didattica, solo per mostrare come si procede, poi l’allievo a casa proseguirà per proprio conto ad allenarsi in silenzio.

Chi inizia la pratica abituandosi al supporto sonoro, difficilmente riesce poi a realizzare il vero stato autogeno.

Ambiente adatto: non ci si può allenare dappertutto

E’ necessario scegliere con cura l’ambiente dove allenarsi. Deve essere silenzioso, in penombra e il più possibile privo di elementi disturbanti.
Questa raccomandazione vale solo per il periodo dell’apprendimento: una volta che si è esperti, si potrà ricorrere al TA anche nelle circostanze difficili, si pensi alla sala parto.

Scegliere il momento adatto

E’ consigliabile iniziare l’apprendimento del TA in un momento relativamente tranquillo della propria vita. E’ molto difficile imparare a rilassarsi – in generale – quando si sta vivendo una situazione di ansia acuta.

Trovare un maestro: evitare il fai da te

Esistono molti ottimi libri che indicano la strada da seguire per imparare il TA. Tuttavia, la presenza di un maestro che segue passo passo il percorso presenta dei vantaggi da non sottovalutare:

• Segnala per tempo errori da cui poi è difficile liberarsi;
• Rispetta i tempi dell’allievo e suggerisce la progressione degli esercizi in base a tali tempi;
• Personalizza il percorso sulla base delle esigenze individuali.

Come agisce il Training Autogeno

“Penso che sia possibile, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale”.

Così rispose Iohannes Heinrich Schultz, l’ideatore del Training Autogeno, a Sigmund Freud che gli chiedeva se pensasse di poter guarire con il suo metodo.1

Con la felice metafora del giardiniere, Schultz delinea il campo di azione del Training Autogeno inteso come psicoterapia e non soltanto come un metodo di rilassamento tra i più efficaci.

La Piccola psicoterapia: così lo definisce Schultz, mentre il Training Autogeno Superiore è la Grande psicoterapia.2

Meccanismi di azione

Grazie alla pratica costante si possono alleviare con ottimi risultati i disagi generati dallo stress: gli stati ansiosi, l’insonnia, i disturbi digestivi, la difficoltà di concentrazione, le difficoltà sessuali, i comportamenti inadeguati, come mangiare o fumare troppo, e l’elenco potrebbe continuare, come ben sanno le persone che soffrono per le conseguenze dell’ansia.

Il meccanismo di azione consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Per comprendere come agisce il TA in pratica, analizziamo per ciascun esercizio gli effetti e i significati simbolici. 3

La Formulazione della Calma

Il primo approccio con il TA consiste nella Formulazione della Calma, una preparazione ai veri e propri esercizi che seguiranno.

In questa fase l’allievo inizia a sperimentare quella che Schultz ha definito concentrazione passiva.

La concentrazione passiva è il particolare stato mentale che si sperimenta con la commutazione autogena. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

Uno dei massimi studiosi viventi del TA, Heinrich Wallnöfer, la descrive così:

“Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)
Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.
Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla.(pag. 17).”4

E’ ancora presto per cogliere miglioramenti apprezzabili, tuttavia molte persone manifestano già uno stato d’animo più positivo.

L’allievo sa di avere un metodo a sua disposizione e si rende conto che dipende da lui apprenderlo e utilizzarlo correttamente. Sente di poter gestire in proprio il suo percorso di guarigione, senza necessità di ricorrere agli psicofarmaci, spesso sbrigativamente prescritti dal medico di base.

L’Esercizio della Pesantezza

Dopo alcuni giorni di allenamento, l’allievo è pronto per il primo vero esercizio, la Pesantezza.

Gradualmente sperimenta il rilasciamento muscolare, e fa una scoperta straordinaria: l’abbandono delle tensioni muscolari permette anche una distensione psichica, la morsa dell’ansia si allenta e diminuiscono le tensioni.

Inizia a migliorare la qualità del sonno.

L’entusiasmo iniziale aumenta la motivazione proseguire il percorso.

E’ la “luna di miele” con il TA, si vorrebbe ripetere più volte gli esercizi, oppure di farli durare più a lungo del previsto: il terapeuta spiegherà che ci si deve limitare ad allenarsi con costanza e regolarità, come prescritto.

Dopo un periodo di allenamento variabile da persona a persona, il vissuto della pesantezza diventa un automatismo: è giunto il momento di sperimentare il calore.

L’Esercizio del Calore

L’esercizio del Calore comporta un rilasciamento dei vasi sanguigni e la conseguente vasodilatazione: da qui la percezione di calore diffuso in tutto il corpo. La sensazione del corpo caldo aumenta il benessere generale.

Una conseguenza è la sedazione emotiva, che comporta la possibilità di bloccare il circolo vizioso delle emozioni negative: la paura che genera paura.

Sul piano psichico, l’esperienza del calore libera l’energia vitale e scioglie i blocchi emotivi e affettivi. Spesso le persone parlano di un senso di “rinascita”.

Una ricaduta positiva assai frequente è il miglioramento nei rapporti sociali, che l’ansioso tende di solito a evitare.

L’Esercizio del Cuore

Il cuore nell’immaginario di tutti è fortemente legato all’affettività, ai sentimenti.

Il battito del cuore materno accompagna e rassicura il feto per tutta la durata della gestazione e probabilmente questa sensazione rimane fissata nella memoria corporea di ciascuno.

Per molti il battito del cuore è fonte di angoscia, a causa della tachicardia che spesso accompagna gli stati ansiosi. Adesso avviene una “riconciliazione” con il proprio cuore: la contemplazione del battito favorisce il rilassamento e, procedendo con l’allenamento, è anche possibile ricondurre il ritmo alla normalità.

C’è un elemento in più per tranquillizzarsi: in caso di accenno di tachicardia, è possibile imparare a interrompere il circolo vizioso dell’ansia che genera altra ansia, riconducendo il ritmo cardiaco alla regolarità.

In questa fase, il risultato evidente è la tranquillizzazione neurovegetativa.

Migliora ancor di più la qualità del sonno.

Si manifesta un recupero delle energie: dormendo meglio e soprattutto non “sprecando” energie con l’ansia e il rimuginio che ne è il correlato, ci si sente più energici e ben disposti al risveglio. Di conseguenza migliora il tono dell’umore durante il giorno.

Scompaiono la tachicardia, il senso di oppressione e soffocamento degli attacchi di ansia, di conseguenza riprendono le relazioni sociali.

L’Esercizio del Respiro

Con l’esperienza del Respiro autogeno si sperimenta ancora più profondamente la passività.

L’allievo impara a immedesimarsi nel proprio respiro con un atteggiamento non giudicante: comprende che non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” di respirare, ma semplicemente si lascia trasportare dal suo respiro.

Di conseguenza e senza che vi sia alcuna intenzione, il respiro tende a trasformarsi, fino a diventare “respiro autogeno”, caratterizzato da un andamento simile, seppure non identico, al respiro di sonno. Nel TA è interessante notare che il respiro autogeno è una conseguenza dello stato autogeno e nello stesso tempo lo approfondisce.

In questa fase dell’allenamento i progressi sono molto evidenti. Il raggiungimento del distacco emotivo consente di vedere i problemi personali nella giusta dimensione e di conseguenza è più facile individuarne le soluzioni.

L’Esercizio del Plesso Solare

Si tratta dell’esercizio più complesso di tutto il percorso.

E’ un’esperienza di calore, di vasodilatazione dunque, e consiste, per usare le parole di Schultz, nel “realizzare una sensazione di calore diffusa nella regione dell’addome” fino a raggiungere “un effetto generalizzato di sopore e di distensione”. La vasodilatazione in questo caso interesserà i vasi che irradiano gli organi viscerali, e provocherà sensazioni di profondo benessere.

Molte sono le implicazioni psicologiche legate agli organi interessati all’esperienza del Plesso Solare (o Ganglio celiaco).

Durante l’esercizio del Plesso Solare, la mente si rivolge alla regione pubica, coinvolgendo dunque gli organi deputati a funzioni contrastanti: il nutrimento, l’eliminazione delle scorie, la sessualità.

Si tratta di zone corporee dove si fondono vissuti legati al desiderio e alla repulsione, e ai numerosi tabù che vi si correlano.

La sensazione avvertita più di frequente è un’ondata di calore nella regione addominale, come conseguenza della vasodilatazione.

Viene anche riferito come: “qualcosa che pulsa nell’addome”, “un altro cuore che batte”, “un nodo che si scioglie”. Sono vissuti molto intensi, spesso legati a blocchi antichi che adesso si sciolgono.

Con il plesso solare si assiste spesso a un notevole miglioramento della funzione digestiva e la scomparsa delle contrazioni dolorose al colon.

Migliora anche l’attività sessuale, sia in termini di desiderio che di performance.

L’Esercizio della Fronte Fresca

E’ l’ultimo esercizio del ciclo di base. E’ un esercizio di confine tra il ciclo somatico e i vissuti superiori e per molte persone rappresenta un’esperienza meditativa con notevoli implicazioni spirituali.

La sensazione della fronte fresca (dovuta alla vasocostrizione) determina un senso di benessere generalizzato.

Dal punto di vista psicologico è possibile sperimentare un distacco emotivo e la sensazione di poter vedere i propri problemi dall’esterno, con più lucidità e chiarezza.

Aumenta la fiducia in se stessi, e si sperimenta una capacità di introspezione nuova.

La formulazione dei proponimenti

Il Training Autogeno prevede la possibilità di personalizzare il percorso, elaborando formule specifiche per situazioni particolari, sia per quanto riguarda aspetti somatici che comportamenti indesiderati. Ciò significa disporre di un metodo che permette vere e proprie modificazioni comportamentali.

A questo punto è possibile – dopo un congruo periodo di allenamento – proseguire con le Tecniche autogene superiori, esperienze di profonda introspezione, un vero e proprio viaggio all’interno di sé.

Ci si può anche fermare qui, accontentandosi di aver lasciato alle spalle le sensazioni negative legate agli stati di ansia.

Una volta che si padroneggia il metodo lo si potrà utilizzare in chiave preventiva e anche come “pronto soccorso”, qualora dovessero presentarsi situazioni di pericolo.

Si può anche personalizzare il percorso, elaborando formule ad hoc per situazioni specifiche, sia per quanto riguarda aspetti fisici che comportamenti indesiderati.

Adesso l’allievo, ormai esperto, può andare avanti da solo.

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1. Einrich Wallnöfer, Anima senz’ansia, Torino, Gli Archi, 1989.

2. Johannes Heinrich Schultz, Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1 Edizione tedesca 1932).

3. Luciano Masi, autorevole studioso del Training Autogeno, illustra l’utilizzo del TA come psicoterapia psicosomatica in un bel libro purtroppo con più in catalogo. Il questo articolo faccio riferimento al libro di Masi e alla esperienza di tanti anni di lavoro con i miei pazienti.

Luciano Masi, Il Training Autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.

4. Einrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17.

Indicazioni del Training Autogeno

Il Training Autogeno è per tutti?

Il Training Autogeno di I. H. Schultz è una tecnica di autodistensione assai duttile, dalla ampia applicabilità. 

Scorrendo la vasta bibliografia, sia scientifica sia divulgativa, si rimane impressionati dalle moltissime aree di applicazione del TA, e ciò può colpire positivamente, ma anche lasciare interdetti. Tante indicazioni, infatti, potrebbero far pensare al TA come a una panacea, una di quelle metodiche che, poiché sono buone per tutto, finiscono per non essere utili ad alcunché di specifico.

In realtà non è così, e lo spiega molto bene Wallnöfer con un arguto parallelismo:

Quando le cure Kneipp vengono utilizzate con successo sia per i reumatismi, sia per i dolori cardiaci, sia per la gastrite, la cosa ad un primo sguardo sembra un po’ taumaturgica. In realtà lo stimolo dell’acqua calda o fredda sulla pelle aumenta l’irrorazione sanguigna e regola, quando viene adoperato sistematicamente, il lavoro del sistema nervoso vegetativo. Poiché questo è implicato sia nella sintomatologia gastrica sia in quella dell’angina pectoris, si spiega perché con tale metodo si può migliorare o addirittura guarire una tale gamma di disturbi diversi.
La stessa cosa vale – nell’ambito somatico – per il Training Autogeno, poiché l’attenuazione della risonanza emotiva, dell’area dei sentimenti, va di pari passo con l’attenuazione della risonanza dell’area del sistema nervoso vegetativo, che svolge i suoi effetti sia nel paziente gastrico, sia nel paziente con l’infiammazione cronica della prostata o della vescica, o, ancora nella donna che soffre della cosiddetta ‘infiammazione delle ovaie’ (…). (Wallnöfer, 2008, p. 79).

Nelle pagine che seguono, esaminerò le indicazioni del TA, attenendomi a quanto scrivono sull’argomento gli Autori più qualificati.

Nella disamina segnalerò di volta in volta in casi in cui il TA non è indicato, cioè quelle situazioni in cui, pur non essendo di per sé dannoso, non risulta utile. Analogamente, segnalerò anche i casi in cui è controindicato, sia in senso assoluto, sia parziale.

Schultz, nelle sue opere, ha riportato numerose situazioni in cui si può impiegare il TA con buone probabilità di successo, sia in ambito psicologico che medico.

Assieme a W. Luthe, il suo più stretto collaboratore, inviava ogni anno ai cultori della tecnica in tutto il mondo un minuzioso questionario in cui si richiedevano testimonianze e arricchimenti sul lavoro clinico condotto da ciascun destinatario. L’archiviazione delle numerosissime risposte costituiva un aggiornamento costante circa i nuovi campi di applicabilità del metodo.

I risultati di questo paziente e accurato lavoro di archiviazione di dati e di casistica clinica vennero pubblicati dagli Autori nel 1969, in due volumi: Autogenic Therapy. Applications e Psychotherapy e Autogenic Therapy .Medical Applications.

Un excursus delle indicazioni di Luthe si può trovare in lingua italiana nell’articolo di Pilla (1977).

Nell’elencare le applicazioni del TA terrò presenti principalmente l’opera di Schultz e Luthe citata sopra, e i più recenti contributi di Hoffman, Peresson, Bazzi, Giorda, Masi, Wallnöfer e De Rivera Y Revuelta.

Il Training Autogeno in situazioni non patologiche

Schultz riteneva il Training Autogeno una pratica di igiene mentale utile nella prevenzione di numerosi disturbi provocati dallo stress.
Nei soggetti non patologici, il TA è indicato nei seguenti casi:

  • Autosedazione;
  • Recupero di energie;
  • Modificazioni del vissuto cenestesico;
  • Regolazione vasomotoria;
  • Potenziamento delle capacità mnemoniche;
  • Introspezione e presa di coscienza di sé;
  • Formulazione di proponimenti.

Autosedazione

La possibilità di realizzare in pochi istanti lo stato della calma, prima importante acquisizione di chi accede all’apprendimento del TA, porta allo smorzamento della risonanza emotiva attraverso l’autosedazione. 
Schultz spiega che:

Le stimolazioni emotive non determinano soltanto astratte ripercussioni localizzate nella corteccia, ma provocano onde di eccitamento che coinvolgono l’organismo nella sua totalità, in ogni sistema (…). Una tecnica che permetta, a colui che ad essa si allena, di raggiungere per mezzo di una momentanea concentrazione psichica una messa a riposo di così importanti sistemi di espressione, come i muscoli, i vasi, il cuore, il respiro e persino entro certi limiti gli organi addominali, è facilmente comprensibile che possa smorzare in modo rilevante la componente somatica delle reazioni affettive” (Schultz, 1972, 188-189).

Queste possibilità rivestono grande importanza in un numero elevato di situazioni della vita quotidiana, per far fronte agli effetti dello stress e per prevenirli.

Un altro vantaggio consiste nella possibilità di prendere le distanze da se stessi e dai problemi personali: “l’autosedazione ci permette di cogliere i nostri problemi nella loro reale dimensione (…) staccarci da essi, osservarli con distacco, facendo una specie di passo indietro quasi per ammirare un ideale quadro d’autore nella sua più vera e autentica prospettiva grafica” (Peresson, 1980, pag. 145).

Recupero di energie

L’esperienza clinica ha dimostrato che un periodo anche breve in cui si sperimenta la concentrazione passiva, atteggiamento mentale caratteristico del TA, porta come conseguenza un aumento oggettivabile della capacità lavorativa. Secondo Schultz, ciò è spiegabile con la diminuzione della tensione. 
Peresson cita a questo proposito i lavori di scienziati sovietici e americani sull’addestramento degli astronauti al TA, proprio nella direzione di un rapido recupero delle energie. (Peresson, op. cit.).

Modificazioni del vissuto cenestesico

Si tratta di ciò che Schultz denomina “intensificazione del vissuto sensoriale” (Schultz, op. cit., pag. 156). In pratica, la profonda presa di coscienza del soma, attraverso l’esperienza del TA, può provocare una amplificazione delle sensazioni cenestesiche: queste diventano più precise e più vivaci, permettendo un miglioramento delle prestazioni e intensificando la percezione delle sensazioni esterne. Schultz, ad esempio, riporta il caso di una cantante che descrisse una modificazione positiva dell’udito, non solo relativamente alla percezione del mondo esterno, ma anche alla propria voce mentre cantava. (Schultz, op. cit.).

Analgesia

L’altra utilizzazione de TA nella modificazione del vissuto cenestesico avviene con la analgesia. Tale possibilità è stata studiata e impiegata in campo medico in svariate situazioni, dagli interventi odontoiatrici alla profilassi al parto.
I meccanismi attraverso i quali agisce sono di natura psicosomatica. Con il TA, infatti, non è tanto il dolore in sé che si attenua, ma la reazione emotiva ad esso, allentando la morsa del circolo vizioso paura-tensione-dolore.

Regolazione vasomotoria

Per mezzo degli esercizi specifici del TA, si può indurre la percezione del calore e del fresco, provocando rispettivamente vasodilatazione e vasocostrizione.
Nel primo caso (calore) si può intervenire con successo per sedare sensazioni dolorose, ad esempio spasmi degli organi addominali. Il calore, inoltre, aumenta il rilassamento generale, diminuendo la risposta emotiva di tensione al dolore.

Schultz riporta casi in cui la pratica dell’esercizio del calore ha protetto dai rigori del clima molto freddo. Molto conosciuto è il caso di un suo paziente che, smarritosi in montagna, si salvò dal congelamento delle estremità, praticando l’esercizio del calore, mentre attendeva i soccorsi. Al contrario i suoi compagni di sventura subirono il congelamento e l’amputazione di alcune dita.

Analogamente, ci si può difendere dal clima troppo caldo praticando esercizi atti a provocare la vasocostrizione.

Anche il fresco può essere impiegato per scopi terapeutici, ad esempio in caso di pruriti persistenti: in questi casi, si indirizza la vasocostrizione nell’area disturbata.

In odontoiatria, il paziente esperto di TA, può prepararsi a interventi chirurgici – ad esempio di implantologia – allenandosi a convogliare il fresco (vasocostrizione) nell’area della bocca soggetta all’intervento: in tal modo, si riduce significativamente il sanguinamento durante l’intervento.

Potenziamento delle capacità mnemoniche

Con l’allenamento autogeno le capacità mnemoniche sono rafforzate. Schultz afferma che, analogamente a ciò che avviene con il fenomeno dell’ipermnesia ipnotica, le persone allenate con il TA possono richiamare alla memoria eventi dimenticati da molto tempo.
Con il Training, inoltre, si possono migliorare le capacità di fissazione del materiale da memorizzare.

Introspezione e presa di coscienza di sé

Si tratta della possibilità di autoconoscenza e scoperta dei propri vissuti profondi offerta dal Training Autogeno Superiore e impiegata nel corso della Psicoterapia autogena.
Anche durante l’allenamento con il ciclo inferiore, tuttavia, può accadere che soggetti particolarmente sensibili e dotati di capacità meditative sperimentino vissuti di profondo contatto con se stessi e acquisiscano più lucida consapevolezza delle problematiche profonde.

Formulazione di proponimenti

Durante lo stato di concentrazione passiva, il paziente già ben allenato viene addestrato a rappresentarsi mentalmente delle formule personali rivolte ad organi specifici, oppure a comportamenti che egli desidera modificare.

Nel primo caso si intende agire su un determinato organo per migliorarne le condizioni o le prestazioni, ovvero per curarne eventuali affezioni.

Nel secondo caso si agisce con un procedimento analogo a quella che in ipnosi è chiamata suggestione postipnotica (Schultz, op. cit. pag. 163) ossia quegli “ordini” che si impartiscono alla persona in stato ipnotico affinché li esegua al risveglio. In questo caso, a differenza dell’ipnosi, è il paziente stesso, e non il terapeuta, a impartire gli ordini.

Dal punto di vista psicologico si può affermare che tale procedimento comporta un vero e proprio decondizionamento e si avvicina pertanto – in parte identificandovisi – alle tecniche di terapia comportamentale.

Il ricorso alle formule di proponimento può rivelarsi efficace nel trattamento delle paure e anche delle fobie con substrato ansioso: ad esempio, timore di parlare in pubblico, o di non essere all’altezza di sostenere alcune situazioni nei rapporti interpersonali. Sono applicabili con buona aspettativa di successo anche nell’insonnia, in alcune sindromi ossessive lievi (in questo caso il terapeuta deve evitare accuratamente che l’esercitazione dl TA diventi essa stessa un rituale ossessivo), e come coadiuvante nella terapia del tabagismo, dell’alcolismo e di altri tipi di dipendenza.

Il Training Autogeno in patologia

In medicina

Va tenuto presente che l’utilizzo del TA in medicina avviene all’interno di approccio globale alla persona, nella sua unità psicosomatica. 
In ambito medico, con il TA si ottengono in generale buoni risultati quando alla base di una affezione vi è l’alterazione dell’equilibrio del sistema nervoso vegetativo. 
Gli apparati che meglio rispondono al trattamento con il TA e che vengono pertanto comunemente trattati con esso sono:

  • Apparato digerente;
  • Apparato cardiocircolatorio;
  • Apparato respiratorio;
  • Apparato genitale.

Apparato digerente

E’ comunemente accettato da parte della Comunità scientifica il ruolo determinante dei fattori psichici e dello stress nella genesi dei disturbi dell’apparato digerente. Tali disturbi ormai sono talmente frequenti da essere considerati il tributo da pagare allo stile di vita della società odierna. Si parla di disturbi cronici, come la gastrite, il colon irritabile, i disturbi funzionali della cistifellea e dei dotti biliari, la nausea, il vomito e la diarrea a eziologia psicogena.

L’evidenza clinica mostra un miglioramento o una remissione dei sintomi. Al riscontro strumentale se ne ha la conferma: ad esempio è possibile rilevare la riduzione della motilità gastrica in eccesso durante la gastroscopia, non appena il paziente inizia la sua esercitazione autogena. Ovviamente, si tratta di esprimenti condotti con soggetti così ben allenati con il TA, da poter svolgere il proprio esercizio durante un esame sgradevole come la gastroscopia.

Vale la pena di citare anche successi ottenuti in casi di obesità, laddove le cause di questa avevano chiara origine psicogena: conflitti sessuali, regressione difensiva allo stadio di gratificazione orale, ecc. (Peresson, op. cit.).

Apparato cardiocircolatorio

Si tratta di un campo di applicazione assai delicato, dove le precauzioni da tener presenti sono evidenti. Nei soggetti portatori di disturbi cardiocircolatori, l’intervento con i Training Autogeno deve essere accuratamente vagliato e programmato, e condotto in collaborazione con un cardiologo.

Particolare circospezione deve essere messa in atto nelle cardiopatie per evitare reazioni paradosse parossistiche, soprattutto quando si fa eseguire l’esercizio del controllo del ritmo cardiaco (Esercizio del Cuore). E’ doveroso rimarcare che tale esercizio rappresenta una delle rare controindicazioni del TA, precisamente – e limitatamente – alla fase acuta dell’infarto miocardico.

Va tuttavia tenuto presente che, una volta risolta la fase acuta, l’autosedazione procurata per mezzo del TA può essere molto efficace per interrompere la catena della paura che genera tensione, evenienza che frequentemente affligge questi pazienti quando temono una ricaduta.

Nella sua ultima pubblicazione, Wallnöfer dichiara che “oggi non c’è clinica di riabilitazione per pazienti cardiaci in cui il “programma standard” non preveda il TA o esercizi simili. Proprio nel gruppo dei ‘manager’, particolarmente esposto a infarti, abbiamo potuto constatare che coloro che si allenano con regolarità, anche dopo un primo infarto, hanno buone chances di guarigione” (2008, p. 82). L’Autore si riferisce alla realtà austriaca: c’è da augurarsi che l’esempio abbia seguito anche in Italia.

Risultati positivi relativamente all’apparato circolatorio si ottengono anche in alcuni casi di ipertensione arteriosa, quando i valori della pressione sistolica si normalizzano significativamente dopo alcune settimane di allenamento autogeno.

Più consistenti, infine, sono i risultati a livello di circolazione periferica, grazie alla possibilità di apportare benefiche modificazioni sulla regolazione vasomotoria.

Apparato respiratorio

I casi più citati di affezioni respiratorie in cui il TA può rivelarsi utile sono la rinite vasomotoria e l’asma.
Va comunque tenuto presente, qui come nel trattamento di qualunque altra classe di disturbi, l’inscindibilità dell’unità bio-psichica della persona sana. Così, ad esempio, trattando l’asma, va tenuto in considerazione che spesso ne sono portatori pazienti ansiosi, che approdano al TA dopo aver tentato una serie di terapie rivelatesi inefficaci e sono pertanto scoraggiati. Spesso la frustrazione rende il sintomo più penoso e addirittura lo peggiora.

All’opposto, può capitare, come annota Peresson parlando della propria esperienza clinica (Peresson, op. cit.), che pazienti che intraprendono il TA per curare un’affezione principale, scoprono con sorpresa che scompaiono altri sintomi, che non avevano considerato di importanza preponderante, molti tra questi riguardano proprio l’apparato respiratorio.

Apparato genitale

Sono trattabili con buone prospettive terapeutiche problemi dell’apparato genitale femminile, quali ladismenorrea e la dispareunia (sempre che la causa non sia organica, bensì psicogena).
Notevole successo si riscontra nella psicoprofilassi al parto, soprattutto con il Metodo RAT(Training Autogeno Respiratorio) messo a punto da Umberto Piscicelli.

Per quanto concerne l’apparato genitale maschile, sono riconosciute ottime prospettive nella terapia dell’impotenza psicogena.

In psicoterapia

Il Training Autogeno può essere considerato a buon diritto un metodo psicoterapeutico, se utilizzato da uno psicoterapeuta formato nella psicoterapia autogena.

Non si tratta dunque di un metodo di per sé psicoterapeutico, ma di una modalità di impiego che diventa psicoterapeutica se amministrata da persona preparata e nell’ambito di un progetto specifico.

Così si esprime Masi: “…la psicoterapia è un metodo di cura rivolto all’unità psicosomatica, mirante cioè a sanare sia i disturbi psichici, sia quelli somatofunzionali, ai primi strettamente connessi. Se ciò è esatto, possiamo dire senza incertezze che il TA possiede in massimo grado questi requisiti.” (Masi, 1987, pag. 107).
La psicoterapia autogena è breve, non comporta legami di dipendenza nei confronti del terapeuta, in circostanze selezionate è combinabile con altri approcci terapeutici e, all’occorrenza, anche con la psicofarmacoterapia (Giorda – Bazzi, 1980).

Una volta appresa la tecnica del Training Autogeno, il paziente può adattarla alle proprie esigenze personali e proseguire a utilizzarla, come stile di vita e nell’ottica della prevenzione, anche dopo la fine del rapporto con il terapeuta.

Nel suo livello Somatico (non si può dire altrettanto per il Training Autogeno Superiore) è indicata anche per le persone di non elevato livello intellettuale e culturale (Bazzi-Giorda, 1979).

Semplificando molto, si può affermare che il TA, nel suo ciclo inferiore, può essere inserito in un approccio terapeutico di smorzamento del sintomo, o di “copertura”, dando così al paziente sollievo immediato e migliore disposizione alla fase successiva, quando lo si guiderà alla ricerca delle ragioni profonde del sintomo.

Proprio la peculiarità e la duttilità delle Tecniche Autogene Superiori ha fatto sì che la ricerca e l’esperienza terapeutica con tale metodo si sia estesa nell’ambito di diversi approcci teorici.

Abbiamo ad esempio esperienze autorevoli di TAS ad orientamento analitico, a cominciare dai lavori di Wallnöfer, già allievo di Schultz.

Il Training Autogeno è utilizzato di frequente dagli psicoterapeuti ad orientamento umanistico-esistenziale. Ad esempio, è un metodo che si integra armoniosamente con la logoterapia di V. Frankl.

Per quanto riguarda le indicazioni in psicoterapia, in discorso non è né semplice né univoco. E’ indiscusso quanto detto sopra a proposito delle indicazioni in situazioni non patologiche: queste, prese nel loro insieme, dimostrano che il TA rappresenta un valido presidio di prevenzione nei confronti degli effetti deleteri dello stress, nonché una pratica di igiene mentale quasi sempre gradita a chi la sperimenta.

In ambito psicoterapeutico, l’ansia è senza dubbio l’indicazione elettiva del TA , che è pertanto indicato e utile nelle turbe nevrotiche la cui genesi è ansiosa. In particolare, tendono a scomparire o a migliorare sensibilmente:

  • I sintomi somatici di derivazione ansiosa;
  • L’eccessivo peso (talora ossessivo) che il paziente ansioso tende ad attribuire a tali sintomi;
  • Le reazioni fobiche; L’alterazione del ritmo sonno-veglia;
  • La sfiducia in se stessi e il pessimismo relativamente al futuro.

Il trattamento delle nevrosi d’ansia mediante il TA può essere vantaggiosamente integrato con l’introduzione di formule specifiche con obiettivo della modificazione comportamentale di cui si è detto precedentemente. Per fare qualche esempio, la modificazione comportamentale tramite il TA è particolarmente efficace:

  • Nel timore di parlare in pubblico;
  • Nel blocco emotivo in occasione di esami o prove impegnative che mettano in discussione la stima di sé;
  • Nelle reazioni ansiose esagerate degli sportivi in occasione di competizioni (Peresson, op. cit.).

Rientrano nei disturbi a genesi ansiosa trattabili con il TA le cosiddette nevrosi d’attesa, reazioni nevrotiche a causa delle quali i pazienti sono ansiosi perché temono l’ansia stessa o gli effetti che questa può provocar loro. Tipiche sintomatologie che esitano nelle modalità comportamentali dell’ansia da attesa sono quelle che investono la sfera sessuale: eiaculactio praecox, impotenza, dispareunia. Anche i casi di ansia da attesa sono vantaggiosamente trattabili con il TA.

Diverso è il discorso se si prendono in considerazione le vere e proprie nevrosi d’angoscia: in questi casi i risultati terapeutici del TA sono abbastanza deludenti, mentre sembra più indicato il trattamento psicoanalitico, Lo stesso Schultz così si esprime: “E’ ben difficile poter realizzare una buona tranquillizzazione autogena nelle nevrosi d’angoscia specifiche: l’esperienza mi ha infatti dimostrato che in tali forme, come in tutte le nevrosi gravi, è opportuno far precedere una rielaborazione della personalità per mezzo di un trattamento analitico in profondità” (op. cit. pag. 233).

In altre forme di nevrosi grave non vi sono prove dell’utilità del TA che, pertanto, si considera non indicato nelle reazioni isteriche e nelle reazioni dissociative. Sia nel primo caso, soprattutto quando sono presenti i sintomi di isteria grave, o reazioni compulsive coatte, sia nelle reazioni dissociative, il TA, ancorché non indicato, può rivelarsi addirittura contro indicato. La concentrazione sul soma, infatti, può provocare, in taluni pazienti gravemente disturbati, sensazioni di estraneità nei confronti del corpo stesso. La regolarità propria dell’allenamento autogeno, infine, può condurre il paziente ossessivo a fare dell’esercitazione del TA un rituale ossessivo.

In conclusione, in questi casi, la gravità della situazione può rendere l’eventuale trattamento con il Training Autogeno da non indicato, ossia inutile ai fini terapeutici, a contro indicato, cioè potenzialmente in grado di peggiorare il quadro clinico.

Per quanto riguarda invece le reazioni fobiche, il trattamento con il Training Autogeno è sempre indicato. Di norma, viene associato con tecniche di decondizionamento, sia la classica terapia comportamentale, sia le tecniche di desensibilizzazione autogena.

Anche le nevrosi ipocondriache, infine, possono essere trattate con successo mediante il TA, nonostante l’apparente preoccupazione, rilevata anche da Schultz, che la concentrazione sul soma possa aggravare il peso dell’attenzione nevrotica sullo stesso. I risultati clinici sembrano dimostrare il contrario: la miglior consapevolezza del vissuto somatico ha spesso come conseguenza un miglior autocontrollo funzionale del corpo.

Per quanto riguarda, infine, le psicosi, generalmente parlando, queste non sono trattabili con il TA. Infatti, il contatto troppo labile con la realtà, caratteristico dei pazienti affetti da turbe psicotiche, impedisce il corretto apprendimento degli esercizi e la gestione in proprio degli stessi.

Questa generica premessa, tuttavia, è in parte contraddetta dalla segnalazione di alcuni casi, ad esempio di schizofrenia non grave, trattati da Peresson (op. cit.), con qualche successo. Tuttavia non mi sembrano significativi, sia per l’esiguo numero dei casi riportati, sia perché il trattamento con il TA nei casi di psicosi è sempre associato a terapia psicofarmacologica, ed è pertanto impossibile isolare gli eventuali successi ascrivibili al TA.

Si può dunque affermare che il TA è una tecnica dalle molte indicazioni e che solo raramente è necessario sconsigliarla o, addirittura, vietarla.

In una recentissima pubblicazione, G. De Rivera (2009) riporta una lista di non indicazioni e contro indicazioni assolute e contro indicazioni relative, elaborata dall’ICAT, il Comitato Internazionale per i Coordinamento dell’insegnamento e dell’Applicazione clinica della Psicoterapia Autogena.

Si tratta di casi e situazioni particolari, spesso legate all’esecuzione di un singolo esercizio in una situazione patologica delimitata.

Conclusioni e note critiche

Da quanto detto fin qui, si può senza dubbio affermare che il TA è molto indicato come pratica di igiene mentale e di prevenzione degli effetti dello stress.E’ altresì indicato in medicina psicosomatica e in psicoterapia, per i disordini comportamentali a sfondo ansioso, con o senza somatizzazioni, purché non vi siano turbe di personalità che coinvolgano dinamiche troppo profonde. In queste ultime situazioni può essere, a seconda dei casi: indicato in combinazione con altre tecniche, non indicato, o, addirittura contro indicato.

Le molte indicazioni riportate dai manuali di TA vanno lette con spirito critico, alla luce di alcune riflessioni. Tra queste le più costruttive ed equilibrate mi sembrano quelle di Bazzi (1980).

Bazzi, la voce italiana più autorevole sul Training Autogeno, fa notare che l’adesione acriticamente entusiastica a questo come a qualsiasi altro metodo terapeutico, delude e danneggia il paziente, discreditando la terapia stessa.

A proposito delle indicazioni pressoché infinite riportate da alcuni Autori, egli ne ridimensiona la portata, facendo notare che nella terminologia anglosassone clinical application ha un significato assai vasto, perché comprende sia le indicazioni possibili che quelle preferenziali. In altre parole, non è sufficiente che in un determinato soggetto o in una determinata affezione il TA sia attuabile; possiamo parlare di indicazione vera e propria quando il metodo in questione, oltre che attuabile sia preferibile ad altri approcci terapeutici. Naturalmente, se nel primo caso le applicazioni possono essere moltissime, nel secondo caso il campo si restringe di molto. Inoltre, sempre secondo Bazzi, nella monumentale mole di pubblicazioni (difficilmente quantificabile, ma si pensi che nel 1967 Schultz e Luthe ne catalogarono più di 1000) scarseggiano notizie attendibili circa la casistica clinica dei soggetti trattati con il TA e la situazione non può dirsi diversa allo stato attuale.

Ancora, soprattutto in campo medico, i risultati della terapia sono talora di difficile interpretazione, dato l’uso frequente, e spesso irrinunciabile, di associare al TA la farmacoterapia.
Infine, Bazzi fa notare come i terapeuti di TA – seguendo del resto un costume diffuso – pubblichino volentieri e tendano ad enfatizzare i propri successi terapeutici, dando scarso rilievo o tralasciando il resoconto degli insuccessi. Sarebbe, al contrario, assai utile disporre di materiale su cui studiare i casi di insuccesso per trarne insegnamento.

Bazzi, basandosi sulla personale esperienza clinica, così riassume l’argomento delle indicazioni, dei successi e insuccessi e di una loro corretta interpretazione:

I.Se si tiene conto delle indicazioni ristrette cioè i casi in cui il TA non solo è possibile, ma anche preferibile ad altre tecniche, la percentuale degli insuccessi supera il 10%. Al contrario, attendendosi alle indicazioni allargate, cioè alla semplice applicabilità dl TA, la stessa percentuale sale moltissimo.

II. Si può parlare di successo quando si assiste alla totale remissione della sintomatologia, o quanto meno ad una “marcata riduzione delle sofferenze nevrotiche” (op. cit. pag. 58), obiettivamente constatabili dal ripristino delle abituali attività dei soggetti. Più difficile è la valutazione del miglioramento dei tratti di personalità: apprensività, insicurezza, ecc.

III. Il successo o l’insuccesso vengono valutati alla fine del trattamento. Sarebbero tuttavia interessanti anche della catamnesi a distanza di anni. Per ragioni pratiche, purtroppo, ciò non avviene, se non in un numero ristretto (dunque poco significativo) di casi.

IV. Le caratteristiche del TA renderebbero necessario un criterio di valutazione del successo terapeutico non solo basato sull’effettiva scomparsa dei sintomi, ma anche sulla “presa di posizione ” del paziente riguardo i sintomi stessi. In altre parole, il soggetto dovrebbe anche acquisire un’indipendenza nei confronti del terapeuta, avendo appreso a gestire da sé il proprio trattamento con il TA e anche i propri sintomi.

V. Infine, va sottolineata la difficoltà, comune a tutte le psicoterapie, di distinguere gli effettivi benefici della terapia dai miglioramenti spontanei o dai benefici ascrivibili al rapporto positivo tra terapeuta e paziente.
In conclusione, lungi dal considerare il Training Autogeno come un facile rimedio a tutti i mali del corpo e della psiche, mi sembra di poter condividere l’affermazione di Bazzi: “il TA non deve essere sopravalutato né sottovalutato; in esso, come ovunque in psicoterapia (…) se chiedete poco avrete molto; se chiedete molto non vi sembrerà mai abbastanza” (Bazzi – Giorda, op. cit. pag 105).

Bibliografia essenziale

Bazzi T.- R.Giorda, Il training autogeno, teoria e pratica, Roma, Città Nuova, 1979.
De Rivera Y Revuelta J.L.G., Psicoterapia Autogena. I parte. Training Autogeno di Base, Torino, Cortina, 2009. Traduzione italiana a cura del Centro Divenire.
Giorda R. – T.Bazzi, I nuovi orizzonti del training autogeno, Roma, Città Nuova, 1980.
Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Medical Applications II , New York, Grune and Stratton, 1969.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Application in Psychotherapy III, New York, Grune and Stratton, 1969.
Masi L., Training autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.
Masi L., Le tecniche autogene superiori. Verso la sintesi mente-corpo, Roma, Il Ventaglio, 1989.
Masi L., L’analisi tematica: un viaggio nel mondo iponoico-ipobulico, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 1993.
Peresson L., Psicoterapia autogena, Faenza, Faenza Editrice, 1985. 
Pilla A, Inconvenienti – difficoltà, contro indicazioni in psicoterapia autogena, in “Training Autogeno. Nuovi contributi ed esperienze cliniche, 1° Seminario Nazionale ICSAT, Jesolo (Venezia), 8 maggio 1977, CISSPAT Edizioni, pp. 53-66.
Schultz J.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Schultz J.H., Il training autogeno. II. Esercizi superiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Wallnöfer H., Anima senz’ansia. Training Autogeno. Ipnosi. Le vie del rilassamento, Roma, E.U.R., 1993 
Wallnöfer H., Sani con il Training Autgeno e la psicoterapia autogena, Roma, Armando (AIRDA), 2008.

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno può essere di aiuto in situazioni estreme?

Sembra di sì, anche se può risultare davvero efficace solo per chi è già esperto della tecnica. In questo caso, vale l’osservazione di Hoffmann: quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare.

Già Schultz riporta due casi esemplificativi:

Quanto detto a proposito dei farmaci vasodilatatori può essere ottenuto, in soggetti ben allenati al TA, con lo svolgimento dell’esercizio del calore. Ricordo, ad esempio, il caso di un noto atleta che ormai da tre anni praticava la mia tecnica allo scopo di migliorare le proprie prestazioni; accadde che, in montagna, fu un giorno, con alcuni compagni, travolto da una slavina; furono tutti costretti a permanere per molte ore sotto la neve, a circa 30 gradi sotto zero; egli, ad intervalli distanziati di pochi minuti, praticava l’esercizio di concentrazione psichica cercando di indurre calore alle orecchie, al naso, alle dita della mani e dei piedi; di tutto quel gruppo di escursionisti fu l’unico a poter così difendersi dalle conseguenze del freddo e fu l’unico a non riportare lesioni da congelamento.
Numerosi casi simili ci vennero riferiti da ex-prigionieri di guerra che passarono lunghi anni di cattività; tra essi un ingegnere, di circa sessant’anni,che dal 1937 al 1940 aveva praticato gli esercizi del T.A.; egli mi scrisse: “II training mi fu sempre di immenso aiuto; durante due anni di prigionia trascorsi in Russia riuscii grazie ad esso a sopravvivere e potei evitare qualsiasi lesione da congelamento. (Schultz, I vol, p. 159).

Ancora Schultz:

Sotto il regime di Hitler, a causa della persecuzione razziale, dovetti sopportare ore terribili di angoscia. Ogni volta, passato il pericolo, la distensione mi permetteva di ritrovare la mia tranquillità e di ritrovare le mie energie. Per evitare di essere deportata e uccisa, nel 1942, abbandonai la mia casa e mi rifugiai da dei conoscenti. Da allora e per due anni e mezzo vissi nell’illegalità tra angosce e privazioni: dovevo affrontare i bombardamenti restando in casa da sola al buio. In tali circostanze il T.A. mi si dimostrò in tutta la sua efficacia: penso che senza questa tecnica, non sarei riuscita a superare quelle ore di angoscioso terrore. Non era che temessi di venir colpita da una bomba, ma temevo invece di poter essere ferita in conseguenza di ciò, di coinvolgere nella mia tragedia le persone che mi ospitavano per salvarmi dalla Gestapo. Al segnale di allarme, iniziava per me, ogni volta, un’orribile paura che però riuscivo rapidamente a contenere e ad allontanare, grazie agli esercizi; ero così in grado, per mezzo del T.A., di restare tranquilla ed aspettare senza paura l’imminente pericolo; quando l’attacco aereo si scatenava la distensione non poteva servirmi più a nulla. Passata l’incursione, per mezzo di una breve concentrazione potevo riacquistare la mia tranquillità. (p.141).

Assai interessante è l’esperienza di Hannes Lindemann, medico e buon conoscitore del TA.
Lindemann era un appassionato velista, amante delle avventure che oggi chiamiamo “estreme”. Nel 1955, quando aveva 33 anni, attraversò l’Atlantico in una piccola imbarcazione, senza riserve di cibo né di acqua. Si era ripromesso di fare un’esperienza da “naufrago volontario”, essendosi posto l’obiettivo di studiare le capacità di sopravvivenza umane in caso di naufragio, sia dal punto di vista fisico che psicologico. In particolare, voleva confutare, da medico, un’idea infondata e pericolosa, che circolava in quel periodo: che in caso di necessità si potesse sopravvivere bevendo l’acqua del mare.

Scelse per il suo esperimento una piroga dell’Africa occidentale, un kru-kanu, un vero e proprio guscio di noce, con il quale, partendo dalla Liberia, giunse ad Haiti, attraversando l’Atlantico con una navigazione solitaria di 65 giorni.

Giunto sano e salvo a destinazione, dopo aver superato prove molto dure, si rese conto che l’ottima preparazione fisica con cui aveva affrontato la prova, non lo aveva messo al riparo da problemi psicologici talmente gravi da mettere a repentaglio la sua stessa vita. Lindemann era consapevole che in casi estremi la mente può cedere prima del corpo, e che l’angoscia, il panico e la disperazione possono in questi casi risultare fatali. Pertanto, iniziò a chiedersi quale fosse l’”arma segreta” per superare quello che, secondo lui era stato il fallimento della sua impresa: il cedimento psicologico.

Si ripromise che sarebbe stato Training Autogeno, di cui lui era esperto.

Questa volta decise di riprovare, con un canotto smontabile, di sicuro inadatto alla navigazione dell’Oceano. Avrebbe avuto con sé anche l’arma segreta: il TA.

Lindemann organizzò l’impresa con la solita dura preparazione fisica, e dedicò molto tempo anche alla preparazione psicologica.

Si rivolse innanzi tutto alla fede, attribuendole un duplice significato: la fede religiosa con la forza della preghiera, ma non solo. Egli aveva “fede” anche nel senso della ferma convinzione della riuscita della sua impresa. Questo per lui rappresentava una condizione irrinunciabile per riuscire davvero.

Sei mesi prima della partenza, elaborò la sua prima formula di proponimento: “Ci riesco”. Si dedicava a questa frase durante l’esecuzione del TA, e la ripeteva e vi si concentrava spesso in vari momenti della giornata, finché il proponimento diventò motto di vita.

Dopo circa tre settimane di intenso lavoro con il proponimento “ci riesco”, Lindemann avvertì all’improvviso un profondo senso di sicurezza, e “seppe” che sarebbe tornato sano e salvo dall’impresa. Ecco le sue parole:

Avevo più volte cercato di attivare il mio inconscio, al fine di ricevere in sogno, o come “voce interiore”, una risposta alla domanda: questo viaggio è giustificato dal punto di vista morale? Arriverò sano e salvo? La risposta fu un “senso di sicurezza cosmico”, un senso cosmico di protezione, molto simile a un sentimento di tipo religioso, se non identico a esso. Solo quando mi sentii pervaso e sostenuto da questa sensazione decisi definitivamente di intraprendere la traversata.

Durante la navigazione il proponimento emerse sempre automaticamente ogni qual volta dovetti superare momenti critici. Al primo capovolgimento, soprattutto, mi commossi dolorosamente, quando il proponimento “Ci riesco” emerse improvvisamente dal buio, mi guidò, mi sostenne e quasi mi inebriò. (Lindemann, 2003, pag. 6).

E’ evidente che si tratta di casi eccezionali e di persone eccezionali. E’ altresì fuori discussione che solo una persona già molto esperta di TA può giovarsene in situazioni estreme.
A noi persone “normali” basti pensare che il TA ci può essere di aiuto in tante situazioni difficili della nostra vita quotidiana, purché abbiamo avuto la pazienza e la costanza di apprenderlo correttamente.

Opere citate

Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Lindemann H., Training autogeno – Il più diffuso metodo di rilassamento, Milano, Tecniche Nuove,
2003.
Schultz I.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1. ed tedesca 1932).

 

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Il Training Autogeno è ampiamente diffuso e praticato nel mondo ed è impiegato in molti settori: medico, psicoterapeutico, psicopedagogico, sportivo, aziendale, artistico. Tuttavia, perché sia veramente efficace, è indispensabile apprenderlo da professionisti esperti.

Chi insegna il Training Autogeno?

In mancanza di una normativa, chiunque può insegnarlo. Si possono trovare corsi di Training Autogeno offerti dalle palestre, o dai centri benessere, o da professionisti che si improvvisano operatori di TA per aver letto qualche libro. Spesso si tratta anche di corsi di discreto livello, che insegnano la tecnica e permettono di ottenere ragionevoli benefici in termini di rilassamento.

In questo modo, però, si perdono moltissime potenzialità del TA.  Infatti, non è solo una tecnica di rilassamento, ma anche un metodo per entrare in contatto profondo con noi stessi, affrontare le nostre problematiche e le nostre paure, modificare comportamenti dannosi o disfunzionali che ci impediscono di raggiungere il benessere.

Per ottenere il meglio dal Training Autogeno, dunque, è bene apprenderlo da un professionista che ne conosca i fondamenti acquisiti attraverso una formazione adeguata. Si potrà così trarre beneficio dal Training Autogeno, nelle sue forme Somatica e Superiore, come un metodo psicoterapeutico valido ed efficace.

Come si diventa operatori di Training Autogeno?

In Italia ci sono diverse strutture qualificate che formano operatori di Training Autogeno. Benché alcune di queste abbiano offerte formative aperte a professionisti di diversa formazione (pedagogisti, counselor, ecc.), ritengo che lo psicologo, meglio se psicoterapeuta, sia la persona più adatta a utilizzare al meglio il TA.

In Italia l’attività di studio e di ricerca è svolta dall’ICSAT. (Italian Committee for the Study of Autogenic Training). Si tratta della emanazione italiana dell’ICAT, creata da H.I. Schultz, il creatore del TA, e portata avanti alla sua morte dal suo più stretto collaboratore, W. Luthe.

I didatti dell’ICSAT possono insegnare personalmente il TA e  tenere corsi presso le strutture riconosciute.

Centri riconosciuti dall’ICSAT

AIRDA

Associazione Interdisciplinare di Ricerca e Didattica Autogenicità

Direttore dr. Giovanni Gastaldo

DIVENIRE

Centro di Formazione in Training Autogeno, Meditazione e Psicoterapia Autogena

Direttore dr. Luciano Palladino

CENTRO PSICOTERAPIA DINAMICA

Direttore: dr. Carmine Grimaldi

CISSPAT

Centro Italiano Studio Sviluppo Psicoterapie e Autogenes Training

Direttore dott.ssa Marilla Malugani

FORMIST

Istituto di Formazione Psicoterapica e Professionale

Scuola Superiore di Psicoterapia Bionomica

Direttore: dr. Walter Orrù

SINAPSI

Società Italiana Non Analitica di Psicoterapia

Direttore: dr. Luciano Masi

Nota importante

Nell’elencare i Centri autorizzati alla formazione al Training Autogeno e alla Psicoterapia Autogeno, ho fatto riferimento alle Strutture autorizzate dall’ICSAT poiché si tratta di una realtà che conosco personalmente.  

Chi desidera segnalare altre Strutture di prestigio può farlo scrivendomi: info@patriziabelleri.it. Sarà mia cura inserire nel sito i nominativi e gli indirizzi segnalati.

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno può rivelarsi molto utile per chi soffre di insonnia.

Praticando il TA con costanza ci si addormenta con facilità, si prevengono i risvegli notturni e la qualità del sonno tende a migliorare. 

L’insonnia può essere occasionale: a chi non è capitato, qualche volta, di non riuscire ad addormentarsi, oppure di svegliarsi in piena notte senza poter riprendere sonno? Può verificarsi in situazioni particolari come l’eccesso di stanchezza o in presenza di emozioni forti, o di malesseri fisici. 

Si parla invece di insonnia abituale quando la difficoltà si ripete notte dopo notte, per un lungo periodo.

In entrambi i casi – occasionale o abituale – può presentarsi con difficoltà ad addormentarsi, e si chiama insonnia primaria, oppure, con risvegli notturni, e si tratta di insonnia secondaria.

Tra le cause dell’insonnia possiamo distinguere quelle organiche (malattia, dolore cronico, difficoltà di respirazione, ecc.) e quelle psicologiche. Queste ultime sono di varia origine, pensiamo allo stress, al superlavoro, all’ansia, alla depressione, solo per citare le più frequenti. La psicosomatica ci insegna comunque che le cause organiche e quelle psichiche non sono nettamente distinguibili e la suddivisione spesso è utilizzata soprattutto per fini descrittivi. 

Nella realtà, la sofferenza fisica e quella psichica si accompagnano e l’una può rafforzare l’altra. Va pertanto preso in considerazione un percorso di individuazione delle cause, per rimuoverle, quando è possibile. Il medico di fiducia può aiutare a identificare eventuali patologie e i rimedi per affrontarle, mentre un colloquio con lo psicologo può essere utile a capire se l’insonnia costituisce un sintomo di un disagio più profondo.

Rivolgersi al medico e allo psicologo ė particolarmente consigliabile quando l’insonnia compare all’improvviso in persone che non ne avevano sofferto in precedenza.

Fra i rimedi naturali per far fronte alle difficoltà del sonno, vengono quasi sempre consigliate le tecniche di rilassamento, il Training Autogeno in particolare viene considerato una tecnica ideale per favorire il recupero di un sano ritmo sonno veglia.

Nella pratica, come si può curare l’insonnia con il Training Autogeno?

Innanzi tutto, va adottato un atteggiamento mentale corretto. 

Non dormire può diventare un cruccio e si instaura il circolo vizioso: timore di non dormire – insonnia.

Hoffmann, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno, descrive ‘l’ipocondricao del sonno’: quella persona che, nel timore di non dormire, diventa eccessivamente attenta al sonno, privandolo della necessaria spontaneità. Si instaura così il circolo vizioso dell’insonne: dorme male e durante il giorno accusa pesantemente gli effetti della carenza di sonno, talora ingigantendoli. La sera, cerca attivamente di addormentarsi, ottenendo di rimanere ancora più sveglio.

Secondo Hoffmann, per vincere l’insonnia con il TA sono necessarie alcune condizioni:

Non aspettarsi di risolvere il problema in tempi brevi. I tempi dipendono da tre fattori: la durata del disturbo, la quantità e la composizione dei farmaci usati per combatterlo e l’atteggiamento nei confronti del sonno.

Durante l’esercizio il sonno non deve essere ricercato attivamente: si esegue il TA concentrandosi sui vissuti somatici, il sonno si realizza naturalmente. 

Conviene, dunque,  adottare il “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno. E’ vero che chi deve svegliarsi la mattina molto presto e sa di avere una giornata impegnativa, trova quasi impossibile non preoccuparsi. D’altra parte il circolo vizioso nasce proprio dal timore di non farcela. Meglio entrare nell’ordine di idee che “se dormo tanto meglio, se non dormo affronterò ugualmente la mia giornata – certo con qualche difficoltà in più, ma ce la farò”. Sembrerà banale, ma funziona: provare per credere.

Una volta entrati in questo ordine di idee e acquisito il corretto atteggiamento, si può iniziare a praticare il TA.

Che cosa bisogna sapere prima di iniziare.

Come già detto, è necessario un certo tempo per l’apprendimento.

Condizione necessaria per apprendere il TA è la costanza: è indispensabile allenarsi tutti i giorni con regolarità. Il TA non è una soluzione magica, né immediata.

L’apprendimento degli esercizi di base del TA richiede dai due ai sei mesi, ma già dalle prime settimane è possibile apprezzare i primi benefici: senso di calma e smorzamento dell’ansia generalizzata. Già questo può creare un substrato psico-fisico adatto a favorire il sonno, sia nella fase dell’addormentamento, sia nella riduzione dei risvegli precoci.

Per apprendere correttamente il Training Autogeno è indispensabile rivolgersi a un professionista esperto nella tecnica. Sono da sconsigliare gli improvvisatori, o chi non possiede adeguate competenze psicologiche, e i “fai da te”, magari con qualche lettura divulgativa.

Se si stanno assumendo psicofarmaci, non si deve interrompere bruscamente il trattamento in concomitanza con l’inizio dell’apprendimento del TA. Prima si impara il TA e poi, gradualmente e con l’assistenza del medico, si inizia a diminuire giorno dopo giorno la dose del farmaco, fino a smettere del tutto.

Come agiscono gli esercizi del TA per favorire il sonno

L’intero ciclo di TA è utile nella predisposizione al sonno. La pratica stessa del TA indica un restringimento del campo di coscienza, vale a dire che ci si concentra su un elemento specifico, lasciando sullo sfondo tutti gli altri.

Nel caso specifico, con i due esercizi fondamentali (della Pesantezza e del Calore) ci si concentra sul rilasciamento muscolare e sul calore distraendo l’attenzione dal consueto rimuginìo sull’aspettativa di addormentarsi e sul timore che ciò non avvenga, e – inaspettatamente e spontaneamente – ci si addormenta.

In più, l’esercizio del Calore, provocando una vasodilatazione superficiale dei vasi sanguigni delle gambe e delle braccia, alleggerisce l’irrorazione sanguigna della testa, deviando il sangue verso gli arti e ciò provoca un effetto soporifero.

Anche l’esercizio del Plesso Solare – dato che i suoi effetti corrispondono a quelli della digestione – ha un effetto soporifero.

L’esercizio della Fronte, infine, completa gli effetti di quello del Calore: ‘alleggerisce’ la testa, lasciando che il calore fluisca nel resto del corpo Hoffmann * (pp. 333-337).

Una volta terminato l’apprendimento del TA di base, di sicuro si dormirà meglio, e magari già a questo punto non saranno necessari ulteriori interventi. Si può comunque approfondire e personalizzare il percorso attraverso l’uso di formule specifiche.

Le formule vanno elaborate con l’aiuto del terapeuta che ha seguito l’apprendimento del TA, poiché devono seguire alcune regole ben precise.

Le formule che secondo la mia esperienza funzionano meglio sono quelle che fanno riferimento ai ritmi immutabili della natura. Ad esempio, si possono elaborare formule che associno il ritmo sonno veglia all’avvicendarsi della notte e del giorno. 

E’ anche possibile utilizzare l’orologio interno, elaborato da I.H. Schultz , il creatore del Training Autogeno:

Si tratta della possibilità di predeterminare un risveglio ad ora prefissata, dopo il normale sonno notturno; questo fenomeno veniva definito nella vecchia letteratura sull’ipnosi: orologio mentale inconscio. (Schultz**, pag.167).

Nei casi di risveglio prematuro si raccomanda l’uso di formule specificamente elaborate; se, ad esempio, il risveglio si verifica regolarmente dopo 5 ore di sonno, si cercherà di condizionarsi ad un risveglio progressivamente ritardato di mezz’ora in mezz’ora. Nei disturbi del sonno giocano un ruolo determinante le cattive abitudini. Rinvio ai precedenti protocolli nei quali avevo riferito dei buoni risultati che si possono ottenere con la rieducazione di abitudini di sonno anormali. (p.254).

Altrettanto come in questo caso e come nelle già riferite esperienze del “risveglio a comando,” è possibile ottenere con formulazioni particolari il condizionamento di uno stato di benessere al risveglio. (p.255).

In conclusione, il Training Autogeno, migliorando lo stato generale dell’organismo e abbassando il livello di ansia generalizzata, è in grado di dare giovamento nei casi di insonnia.

Può essere utilizzato da solo o, a seconda dei casi, in combinazione con un percorso di psicoterapia, o in associazione con gli psicofarmaci, che il medico eliminerà gradualmente, man mano che il paziente procede con l’apprendimento del TA.

* Hoffmann B.H. Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

** Schultz, I.H., Il Training Autogeno, I, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, 1972. (ed. originale 1932).

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

Narra  la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali,  ma non  rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.  

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si  flettevano, lasciando scivolar via la neve: non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju: flessibile, cedevole; jutzu: arte), l’arte della cedevolezza,  da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti. 

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere. Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile, spesso doloroso,  “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo. 

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

Preparazione alla nascita

Perché può essere utile un corso di preparazione al parto?

Secondo la mia esperienza, è utile seguire un percorso per affrontare con consapevolezza un momento vitale nella storia di una coppia.

Si partorisce comunque, anche senza aver seguito un corso, e nel passato non si dedicava tanta attenzione alla preparazione a un evento naturale.

Oggi si decide con sempre maggiore consapevolezza di avere un figlio, e il momento per averlo, e anche la accoglienza del nuovo nato può avvenire tramite un percorso di conoscenza.

Un corso di preparazione al parto è utile per affrontare al meglio il travaglio e il parto, e per questo vengono insegnate delle tecniche per ridurre al minimo la sofferenza.

Ma il valore che desidero aggiungere all’insegnamento delle tecniche è una riflessione su che cosa significhi diventare genitori.

Non è dunque soltanto un corso per aiutare la donna a partorire, ma anche per affiancare i futuri genitori nella progettazione del nuovo ruolo che li attende.
L’angolazione di questo corso è psicologica: sono psicoterapeuta e affronterò gli argomenti prevalentemente dalla mia ottica.

Quello che non si conosce fa paura

Quello che non si conosce fa paura. La paura fa aumentare l’ansia e l’ansia ingenera tensione, anche muscolare. La tensione muscolare aumenta il dolore. In altre parole, l’ansia è considerato il primo anello di un circolo vizioso che si articola su tre elementi: paura – tensione – dolore.
Partendo da questo presupposto, gli incontri prevedono alcune nozioni sulla fisiologia della gravidanza e del parto e sui meccanismi neurofisiologici del dolore di parto. Dobbiamo anche sapere come si svolge il travaglio, che cosa accade durante tutto il periodo e che cosa accede durante il parto. In questo modo è possibile smorzare la componente emotiva che può moltiplicare la percezione del dolore.

Non soltanto per partorire

Molti corsi di preparazione al parto seguono la gestante in tutte le fasi della gravidanza, fino al travaglio e alla nascita del bambino, dedicando poi poco spazio al ‘dopo’.
La stessa sproporzione si nota anche nei libri sull’argomento: anche i più accreditati e ben fatti si limitano a poche pagine piuttosto generiche sul ritorno a casa. Secondo la mia esperienza, invece, si tratta di un momento assai delicato, sia per la neo mamma, che per il marito e per la tenuta della coppia. A mio avviso, molte situazioni, sbrigativamente liquidate come ‘depressioni da parto’, potrebbero essere evitate con una buona prevenzione. E, ancora una volta, ribadisco che per prevenire è necessario anzitutto conoscere ciò che sta avvenendo.
Per questa ragione, il corso dedica spazio al ritorno a casa e alle dinamiche psicologiche che si determinano dopo la nascita del bambino.
Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.
Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).
Il metodo che utilizzo è il RAT (Training Autogeno Respiratorio).
Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Sempre in questa prima parte di ciascuna seduta viene dedicato spazio alla discussione delle dinamiche psicologiche – personali e di coppia -dei futuri genitori.
Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza. Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso. E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata. Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Contenuto dei sette incontri

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.
Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni). Il metodo che utilizzo è il RAT (Training Autogeno Respiratorio).

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza. Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso. E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata. Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Prima seduta

Conosciamoci. Storia personale della gestante e della coppia.
Presentazione del metodo
Tecniche di preparazione al parto
Presentazione per grandi linee del TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO (RAT) di Umberto Piscicelli, dei suoi presupposti teorici e degli obiettivi del metodo.
Gli esercizi RAT
L’atteggiamento psicologico
L’ambiente
Le posizioni
Svolgimento pratico del primo esercizio: Esercizio di rilassamento attivo e progressivo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Seconda seduta

Psicologia della gravidanza e del parto
Il corpo che cambia: problemi psicologici per la donna e per la coppia.
Un fantasma tra noi
La sessualità in gravidanza
Svolgimento pratico del secondo esercizio: Esercizio dell’immaginazione e della immedesimazione unitaria del corpo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Terza seduta

La vita quotidiana in gravidanza, tra paure e false convinzioni
I disturbi più comuni in gravidanza
Svolgimento pratico del terzo esercizio: Esercizio della commutazione autogena. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Quarta seduta

Il trauma della nascita
Il dolore di parto: aspetti neurofisiologico e aspetti psicosomatici
La medicalizzazione del parto
Il padre in sala parto
Svolgimento pratico del quarto esercizio: Esercizio del respiro autogeno. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Quinta seduta

Da coppia a triade
La figlia diventa madre, la madre diventa nonna: problematiche aperte nel conflitto generazionale
Ritorno a casa: aiuto, e adesso?
Se non ho latte non sono una brava mamma?
Svolgimento pratico del quinto esercizio: Esercizio delle risposte paradossali e dell’abitudine. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Sesta seduta

La depressione dopo il parto: un male necessario?
La ripresa della “normalità” dopo il parto
Separarsi dal bambino
Permettere al padre di vivere il proprio ruolo
Il post partum e il puerperio
Lasciarlo andare
Svolgimento pratico del sesto esercizio: Esercizio del condizionamento semantico. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Settima seduta

Ripasso delle fasi del travaglio.
Ripetizione – con esercitazione pratica – dei comportamenti da tenere durante le contrazioni e tra una contrazione e l’altra.
Simulazione della fase espulsiva e di come utilizzare il respiro e la spinta. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Letture utili
Nel web

Il metodo RAT per la preparazione al parto

Per secoli l’assistenza al parto è stata appannaggio delle donne, che si aiutavano tra di loro attingendo al sapere della tradizione e alla propria esperienza personale: esperte per il solo fatto di aver partorito esse stesse.

La medicina si è occupata del parto fin dall’antichità, ma la preoccupazione di trovare dei metodi per lenire il dolore di parto e soprattutto per smorzarne la componente ansiogena è relativamente recente.
La “capostipite” è stata Madame Le Boursier Du Coudray, che nel 1777 tenne nella provincia francese dei corsi gratuiti dedicati alle donne che si preparavano a diventare madri. Ebbe un notevole successo, ma restò un caso pressoché isolato.

Solo molti anni più tardi, nel 1933, il medico inglese Grantly Dick Read, pubblica un libro divenuto poi famoso: Il parto naturale. Il lavoro di Read costituisce il primo approccio moderno alla psicoprofilassi e alla assistenza al parto.

Read riconosce alla medicina moderna il merito di salvare molte vite, delle madri e dei nascituri, avendo sgomberato il campo da approcci empirici e superstiziosi, a volte inutili, molte altre addirittura pericolosi. Egli riflette tuttavia sull’importanza di non medicalizzare eccessivamente il parto stesso e di ridare la giusta importanza agli aspetti psicologici, emotivi e affettivi della nascita.

Secondo Read, la sofferenza durante il parto aumenta in presenza della triade: paura – tensione – dolore. Questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca dolore; il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. Read dunque enuncia lo slogan “parto senza dolore”, che può realizzarsi spezzando il circolo vizioso paura – tensione – dolore.
La paura può essere vinta grazie all’informazione di ciò che avviene durante la gravidanza e il parto, partendo dall’assunto che ciò che non si conosce fa più paura.

La tensione può essere smorzata con l’esercizio fisico e con il rilassamento e l’approccio umano empatico, infine, aiuta a rassicurare e a disporre positivamente.

Ecco dunque le direttive del metodo di Read:

L’assunto di Read è che nella triade paura tensione dolore va ricercata la causa prima della sofferenza nel parto: questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca due il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. È necessario dunque spezzare il circolo vizioso paura, tensione, dolore.

Con lo slogan: parto senza paura, Read enuncia tre direttive per preparare adeguatamente la donna al parto:

• Informare la donna circa l’anatomia e la fisiologia dell’apparato sessuale, sulla gravidanza e sul parto.

• Insegnare esercizi fisici di ginnastica medica, da eseguire nel corso della gravidanza, e in particolare esercizi di respirazione.

• Insegnare il rilassamento neuromuscolare, secondo la tecnica del rilassamento attivo progressivo di Jacobson .

• Instaurare un rapporto personale – empatico e rassicurante – fra l’ostetrico e la gestante, rapporto che deve iniziare, già durante la gravidanza, ma che deve intensificarsi durante il travaglio del parto.

Questi ultimi due elementi del metodo, il rilassamento neuromuscolare e la continua presenza personale dell’ostetrico con la sua influenza psichica, agiscono sinergicamente secondo Read nel determinare l’attenuazione e anche la reale abolizione del dolore.

Read enfatizza anche il fattore suggestione nel rapporto medico paziente e ritiene che l’abilità di ogni medico consista anche nelle suggestionare i pazienti per fini di curarli meglio e questo atteggiamento deve essere presente anche nella assistenza al parto.

Il metodo di Read inizia ad avere successo in Europa e diventa molto popolare tra il 1950 il 1954.Anche in Unione Sovietica si elaborano negli stessi anni dei metodi per l’assistenza al parto e per la psicoprofilassi dei dolori di parto.

Si tratta prevalentemente di metodi cosiddetti ipno suggestivi, tendenti a condizionare la paziente e ad insegnarle un corretto modo di reagire e di comportarsi durante il parto. La scuola sovietica ebbe successo e il suo metodo si diffuse in tutte le maternità e i consultori per le gestanti nell’Unione Sovietica, mentre parallelamente il metodo veniva largamente adottato su scala sociale nella Repubblica Popolare Cinese.In Europa il metodo psicoprofilattico fu introdotto nel 1952 dall’ostetrico francese Fernand Lamaze che lo diffuse a Parigi e ben presto il metodo venne conosciuto in tutta Europa.

 

IL RAT – TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO 


A metà degli anni 70, Umberto Piscicelli, Medico esperto di Psicosomatica del Policlinico Gemelli di Roma, ha messo a punto un metodo che prende le mosse dal Training Autogeno di Schultz, adattandolo alle specifiche esigenze della gestante. 

Il metodo ebbe subito molto successo in Italia e ben presto sostituì gli altri, diventando il metodo di elezione in tutti i consultori e nei reparti di ostetricia degli ospedali.

Il RAT consiste in una rielaborazione del Training Autogeno, ma non solo.

Tenendo anche conto dei principi già espressi da Read rispetto alla triade paura tensione dolore, Piscicelli raccomanda di inserire anche una parte teorica nei corsi di psicoprofilassi ostetrica, durante la quale le gestanti vengono istruite sugli elementi principali della gravidanza e del parto, al fine di affrontare l’evento con consapevolezza e senza paura.

Oggi il RAT di Piscicelli è scelto dalla maggior parte dei consultori per la sua facilità di apprendimento, per l’efficacia confermata da anni di utilizzo e per i buoni risultati che sempre ottiene.

Rispetto al TA di Schultz, può essere appreso in tempi più brevi, e questo è un vantaggio, considerato che molte gestanti iniziano il corso di preparazione al parto nell’ultimo trimestre di gravidanza.

E’ indispensabile tuttavia sottolineare che, così come per il Training Autogeno, il RAT può essere appreso solo grazie alla pratica costante e regolare degli esercizi proposti.

In che cosa consistono gli esercizi RAT

Attraverso il graduale apprendimento di una serie di esercizi, le gestanti impareranno a rilassarsi, sia dal punto di vista fisico che psichico e tale rilassamento le aiuterà anche durante la gravidanza.

I disturbi tipici della gravidanza possono essere attenuati grazie al rilassamento autogeno: la nausea, il vomito, l’insonnia, l’irritabilità, ad esempio, tendono a diminuire significativamente con la pratica costante e quotidiana degli esercizi RAT.

Le gestante utilizzeranno poi i loro esercizi durante l travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, permette alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Come si esegue l’esercizio

In pratica – ad esclusione del primo esercizio che prevede dei movimenti volontari – tutti gli altri esercizi richiedono la rappresentazione mentale dei vissuti delle varie parti del corpo (ad esempio la mano destra è pesante), secondo uno schema strutturato, suggerito dalla terapeuta. La gestante deve ripetere mentalmente una serie di frasi che le verranno insegnate durante il corso.

Le frasi da ripetere per ciascun esercizio sono riportate negli articoli successivi. Si tratta ovviamente di indicazioni di massima che possono essere modificarle all’occorrenza, tenendo conto delle esigenze di ciascuna.

Durante gli incontri, la terapeuta ripeterà la verbalizzazione degli esercizi, e in tal caso realizzerà una eterosuggestione, utile ai fini didattici per far comprendere come agisce il rilassamento. Le gestanti potranno rileggere a casa il contenuto delle verbalizzazioni, ma devono essere incoraggiate a ripetersele mentalmente, senza supporti esterni (file audio, o persone che leggono per loro il testo).

Non importa se non riprodurranno fedelmente le parole del testo, quello che è importante è che realizzino in autonomia i vissuti proposti da ogni esercizio.

L’unico aiuto esterno previsto – da parte del partner o di una persona che si presta – riguarda il sesto e il settimo esercizio, dove è necessario che qualcuno batta le mani simulando una sensazione di disturbo, come avverrà durante le contrazioni (vedi la verbalizzazione del sesto e del settimo esercizio).

Le posizioni


Nel primo esercizio si eseguiranno delle figure da sedute e che tutti gli esercizi successivi verranno eseguiti in posizione distesa. 

E’ consigliabile anche la posizione su un fianco, da utilizzare quando l’addome sarà troppo grande per poter stare supine.

Per il primo esercizio è necessaria dunque una sedia, oppure uno sgabello.Per i successivi, che si eseguono da supine, oppure su un fianco, occorrerà un materassino.

In conclusione, per eseguire correttamente gli esercizi RAT occorre:

L’atteggiamento psicologico di “lasciar accadere”.

L’atteggiamento psicologico da tenere durante gli esercizi RAT è un atteggiamento di passività, di contemplazione del proprio corpo che si rilassa, di abbandono del corpo e dei pensieri. La frase che meglio descrive l’atteggiamento del Training Autogeno è “lasciar accadere”.

La motivazione

Come per ciascun apprendimento, impariamo più facilmente quello che ci interessa e che ha un significato per noi.

L’ambiente adatto

E’  necessario che l’ambiente sia silenzioso, la temperatura deve essere adeguata, non si deve soffrire il caldo né il freddo, e l’illuminazione deve essere buona durante la parte teorica del corso e attenuata durante l’esecuzione degli esercizi RAT.

E’ da sottolineare che l’ambiente “protetto” è necessario solo per favorire l’apprendimento. Quando si diventa esperte, è possibile realizzare lo stato autogeno in qualsiasi ambiente. Le gestanti ben preparate saranno in grado di rilassarsi anche in ospedale, nonostante la luce e i rumori dell’ambiente circostante.

Il lavoro a casa

Come già detto, il RAT può essere appreso solo con l’allenamento costante e regolare, eseguendo ogni giorno l’esercizio a casa per tre volte al giorno.

Chi pensa di imparare il RAT solo frequentando le sedute senza poi allenarsi a casa incorre in una delusione, con il rischio che in seguito screditi anche il metodo e chi glielo ha insegnato.

E’ meglio rivolgersi ad altri metodi meno impegnativi se non si ha la disposizione o la possibilità di impegnarsi negli allenamenti quotidiani, piuttosto che incorrere in frustrazioni.

Corso online di Training Autogeno di base

Training Autogeno online

Da molti anni conduco un Percorso on line di Training Autogeno di Base.

L’idea di insegnare il Training Autogeno a distanza nasce dalla mia esperienza più che trentennale con questo metodo di rilassamento e dalla convinzione che grazie a Internet sia possibile offrire un valido aiuto anche a distanza

 

 

 

 

Il percorso on line può essere utile a chi:

 

° abita in centri isolati e ha difficoltà a raggiungere lo Psicoterapeuta;

° è affetto da difficoltà o patologie che rendono difficili gli spostamenti;

° ha orari di lavoro tali da impedire la regolare frequentazione dello studio di un professionista;

° vive all’estero e preferisce affrontare un percorso di apprendimento e di auto-conoscenza nella propria lingua madre;

° non può assentarsi da casa per motivi familiari: bambini piccoli o anziani da accudire, ad esempio;

° per ritrosia o timidezza, preferisce incontrare il Professionista virtualmente.

 

Dove trovarlo

 

Il Percorso si trova sul sito www.trainingautogeno.info

Chi desidera iniziare a praticare il Training Autogeno può trovare in questa pagina il materiale necessario, disponibile gratuitamente.

Tuttavia, per un corretto apprendimento è necessaria una guida esperta.

La guida del terapeuta serve a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Il punto di forza del percorso è l’interattività: l’allievo viene guidato nell’esecuzione degli esercizi e può ottenere un feedback per tutta la durata dell’apprendimento.

In che cosa consiste

Una volta letto e ben compreso il materiale gratuito, chi ritiene che il Training Autogeno faccia al caso suo, può usufruire di un percorso guidato da me.

Sono disponibili due modalità di assistenza all’apprendimento del Training Autogeno: la supervisione del protocollo tramite scambio di e-mail e gli Incontri in audio-video su Skype.

Supervisione del protocollo tramite scambio di e-mail

 

La supervisione online inizia con la compilazione di un questionario di presentazione e un successivo scambio di e-mail per valutare come impostare il percorso.

Poi si procede un esercizio per volta. Ogni giorno, oppure ogni settimana, l’allievo invia il protocollo di tutte le esercitazioni e riceve un feedback sul proprio lavoro.

Dopo ogni esercitazione, l’allievo annota sul Protocollo le sensazioni fisiche avvertite e i vissuti emotivi e psicologici che sono emersi. Il Protocollo con le auto-valutazioni di tutte le esercitazioni settimanali va consegnato al terapeuta per discuterne assieme.

Attraverso il Protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso con questo è un ottimo presupposto per apprendere al meglio del TA e imparare ad utilizzarlo efficacemente nelle situazioni reali della vita di tutti i giorni.

Incontri in audio-video su Skype

 

Si programma un incontro per ciascun esercizio. La prima parte dell’incontro serve per conoscere la situazione personale dell’allievo e le eventuali problematiche da affrontare. La seconda parte è incentrata sul commento del protocollo dell’esercizio e sulla presentazione dell’esercizio successivo.

La durata dell’incontro è di un’ora.

Indice degli argomenti

 

  • Introduzione
  • Condizioni preliminari
  • Protocollo
  • Formulazione della Calma
  • Esercizio della Pesantezza
  • Esercizio del Calore
  • Esercizio del Cuore
  • Esercizio del Respiro
  • Esercizio del Plesso Solare
  • Esercizio della Fronte
  • Personalizzazione del Training Autogeno. Le formule specifiche

    Quanto costa

L’assistenza tramite scambio di e-mail costa 140,00 euro, indipendentemente dalla durata del percorso (che di norma va da tre a sei mesi) e dal numero di e-mail scambiate.

L’onorario per gli incontri su Skype è di 70 euro a seduta.

Entrambi i percorsi sono fatturato come “prestazioni sanitarie”, pertanto deducibili fiscalmente.