Che cosa è il Training Autogeno

Che cosa è il Training Autogeno

A chi e a che cosa serve il Training Autogeno? Come agisce? Ha controindicazioni? Perché sceglierlo? Come si impara a praticarlo?

Sono solo alcune delle molte domande che mi vengono rivolte da chi vorrebbe accostarsi alla pratica del TA.

Questo articolo è una mappa per orientarsi tra gli argomenti principali con i link per approfondire quelli che interessano.

 

 

 

 

Training Autogeno: di che si tratta

 

ll Training Autogeno è un  metodo di rilassamento e di autodistensione fisica e psichica.

E’ una tecnica meditativa,in particolare nella sua fase Superiore, tanto che è conosciuto anche con il nome di yoga occidentale.

Non tutti sanno che è alla base di una psicoterapia, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Consta di due cicli di esercizio: il Training Autogeno di Base o Somatico e il Training Autogeno Superiore. 

Per la preparazione al parto si utilizza il Training Autogeno Respiratorio.

 

Training Autogeno di base o Somatico

 

E’ un percorso di sei esercizi, da sperimentare in successione, preceduti dalla Formulazione della calma:

 

Formulazione della Calma

Esercizio della pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso Solare

Esercizio della Fronte Fresca

 

L’apprendimento richiede un periodo di tempo variabile dai tre ai sei mesi.

Per una descrizione dettagliata degli esercizi e le indicazioni per eseguirli: Training Autogeno di base

Training Autogeno Superiore

 

Chi ha completato il percorso di base, può accedere al Training Autogeno Superiore, che consta a sua volta di sette esperienze:

 

L’esperienza del colore personale

L’esperienza dello spettro dei colori

L’esperienza degli oggetti

L’esperienza dei concetti astratti

L’esperienza del vissuto personale

L’esperienza delle persone

Il dialogo con l’inconscio

 

Per una descrizione dettagliata delle esperienze: Training Autogeno Superiore

La preparazione al parto con il RAT – Training Autogeno Respiratorio

 

Una emanazione molto interessante del TA è il RAT – Training Autogeno Respiratorio – ideato da Umberto Piscicelli presso il Policlinico Gemelli di Roma, tra il 1965 e il 1977.

Si tratta di un metodo che aiuta le gestanti a spezzare il circolo vizioso paura-tensione-dolore attraverso l’allenamento autogeno.

E’ utilizzato nei migliori corsi di preparazione alla nascita e la sua efficacia è ampiamente comprovata.

 

Leggi di che si tratta: Preparazione alla nascita

Vedi gli  Esercizi RAT

La storia

 

Per accostarsi al metodo, è utile sapere da dove viene, chi lo ha ideato, avere un’idea della sua storia.

Il Training Autogeno è stato ideato negli anni tra il 1908 e il 1912 da Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen.

Nel tempo la tecnica è stata sottoposta a numerosissime verifiche sperimentali e ha avuto un’enorme diffusione in tutto il mondo.

Il suo successo è dovuto alla relativa facilità con cui può essere appresa e ai grandi benefici di cui gode chi la pratica con regolarità.

Nasce dalla profonda esperienza di Schultz con l’ipnosi e supera alcuni limiti dell’ipnosi stessa, primo fra tutti la dipendenza del paziente nei confronti dell’ipnotista.

Il Training, in quanto Autogeno – che si genera da sé – permette una completa indipendenza nei confronti del terapeuta. Una volta appresa, la tecnica può essere amministrata in proprio, in qualsiasi circostanza, in piena autonomia.

 

Per approfondire, leggi La storia del Training Autogeno

A che cosa serve

 

Il Training Autogeno è conosciuto come un metodo per controllare l’ansia e gli effetti dello stress.

Ha un ventaglio enorme di indicazioni, sia di natura psicologica e psichiatrica che medica.

Con la pratica del TA si possono curare le fobie, gli attacchi di panico, l’ansia generalizzata.

Può coadiuvare il trattamento delle dipendenze: molte persone smettono di fumare con l’aiuto del Training.

E’ utile per trattare e per prevenire numerosi disturbi psicofisici di tutti gli organi e apparati: dalla gastrite alla colite, a molte forme di cefalea, all’ipertensione, solo per fare alcuni esempi.

Funziona bene anche per curare i disturbi sessuali, quando la causa è di natura psicogena.

Si può utilizzare il metodo anche in contesti non clinici, per il miglioramento delle prestazioni sportive, dello studio e artistiche.

Le controindicazioni sono veramente poche. Si può parlare piuttosto di non indicazioni o controindicazioni parziali.

Per una disamina molto dettagliata sulle indicazioni del TA, sulle controindicazioni, e sulle non indicazioni, leggi: Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

 

A chi serve

 

In linea di massima, il TA è utile alla maggior parte delle persone, in tutte le fasce di età.

Esistono numerose ricerche che ne testimoniano l’utilità nell’età evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza.

Può essere appreso senza difficoltà anche dagli anziani.

Alcune persone sono più recettive di altre. Di solito lo apprende meglio chi è fortemente motivato e dotato di una certa disciplina nell’allenamento.

Sono facilitate le persone che hanno fantasia, creatività, sensibilità artistica.

Hanno più difficoltà, invece, le persone ipercritiche, eccessivamente pragmatiche, poco fantasiose.

 

Come agisce

 

Il meccanismo di azione del Training Autogeno consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Ciascun esercizio ha effetti sull’organismo e nel contempo riveste forti contenuti simbolici.

Così, l’esperienza del TA di base costituisce di per sé una terapia di riequilibrio personale, la “piccola psicoterapia” come la definì Schultz.

Per una disamina dei meccanismi di azione di ciascun esercizio, leggi: Come agisce il Training Autogeno

Training Autogeno: che cosa occorre per apprenderlo

 

Qualunque contenuto vogliamo imparare, da una poesia a memoria al programma di un esame universitario, da cucinare a guidare l’auto, è sempre necessario obbedire alle leggi dell’apprendimento, valide in qualsiasi situazione.

Ecco le principali:

Motivazione

Occorre voler apprendere a praticare il TA, perché convinti che ci possa fare bene.

Ripetizione

Come già detto, ci vuole la pratica: ci si deve allenare ogni giorno con regolarità e costanza

Significatività

E’ necessario che imparare a praticare il TA abbia un senso per noi, perché già abbiamo letto o sentito dire che funziona e ha una certa affinità con il nostro modo di pensare e il nostro universo culturale.

Per approfondire, leggi:  Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

In pratica: come imparare il TA?

I libri 

 

Dai libri c’è sempre tanto da imparare. Per una panoramica dei più utili e interessanti vai allo Scaffale virtuale

I tutorial 

 

In Rete si possono trovare svariati tutorial online che lo insegnano, ma nessuno è davvero consigliabile.

Qualunque percorso guidato produce una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno

Inoltre, la voce è standard e non tiene conto del tempo – diverso da persona a persona – necessario per sperimentare ciascun esercizio, né del ritmo del respiro e di tutta la vasta gamma delle reazioni individuali.

Il vero Training è “autogeno”, si genera da sé, senza interferenze esterne.

Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).

 

 

Il Maestro

 

E’ assai consigliabile avere un Maestro.

Questi segue il percorso di apprendimento, aiuta a evitare errori di esecuzione che potrebbero pregiudicare i benefici del metodo, guida nella personalizzazione di quanto appreso.

Purtroppo, in mancanza di una normativa in materia, chiunque può insegnare il TA. Il risultato è che molti si improvvisano insegnanti senza averne la preparazione e magari propongono metodi che – pur essendo denominati Training Autogeno – nulla hanno a che vedere con la tecnica di Schultz.

Il modo migliore per tutelarsi è cercare un insegnante che abbia una competenza psicologica: uno psicologo o psicoterapeuta iscritto all’albo o un medico psicoterapeuta.

In Italia, l’albo più accreditato è l’ICSAT, una emanazione della fondazione a cui ha dato vita lo stesso Schultz.

Qui si può trovare l’elenco degli operatori di TA di base e di Tecniche autogene superiori (che possono insegnare il TA di base e Training Autogeno Superiore): ICSAT

Il Training Autogeno si può imparare online?

 

Sì, Il Training Autogeno si presta molto bene a essere appreso a distanza.

Proprio perché ‘Autogeno’ (che si genera da sé) non necessita della presenza fisica del terapeuta.

L’esperienza di ciascun esercizio, infatti, va vissuta in proprio, senza interferenze esterne.

Tuttavia, per un corretto apprendimento è necessaria una guida esperta.

La guida del terapeuta serve, come già detto, a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. 

Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Da molti anni conduco corsi online di Training Autogeno e l’esperienza è stata positiva per le tante persone che lo hanno appreso con soddisfazione.

Per approfondire e per accedere ai miei corsi online: Corsi online di Training Autogeno

E per essere seguiti di persona?

 

Insegno il Training Autogeno nel mio studio di Roma.

Il percorso prevede dalle otto alle dieci sedute.

Per scelta, conduco corsi individuali, in coppia, o in gruppi molto ristretti (massimo cinque persone).

Ritengo molto importante che ciascuno possa esprimersi in completa libertà e un gruppo troppo numeroso non lo consentirebbe.

Inoltre, nel percorso individuale, o in gruppi ristretti, posso rispettare i tempi di apprendimento, che sono diversi per ciascuna persona.

Per eventuali domande, informazioni e costi scrivere a info@patriziabelleri.it

 

 

 

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Come agisce il Training Autogeno

Come agisce il Training Autogeno

 

 

 

“Penso che sia possibile, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale”.

Così rispose Iohannes Heinrich Schultz, l’ideatore del Training Autogeno, a Sigmund Freud che gli chiedeva se pensasse di poter guarire con il suo metodo.1

 

Con la felice metafora del giardiniere, Schultz delinea il campo di azione del Training Autogeno inteso come psicoterapia e non soltanto come un metodo di rilassamento tra i più efficaci.

 

La Piccola psicoterapia: così lo definisce Schultz, mentre il Training Autogeno Superiore è la Grande psicoterapia.2

Meccanismi di azione

 

  

Grazie alla pratica costante si possono alleviare con ottimi risultati i disagi generati dallo stress: gli stati ansiosi, l’insonnia, i disturbi digestivi, la difficoltà di concentrazione, le difficoltà sessuali, i comportamenti inadeguati, come mangiare o fumare troppo, e l’elenco potrebbe continuare, come ben sanno le persone che soffrono per le conseguenze dell’ansia.

Il meccanismo di azione consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Per comprendere come agisce il TA in pratica, analizziamo per ciascun esercizio gli effetti e i significati simbolici. 3

 

La Formulazione della Calma

 

 

Il primo approccio con il TA consiste nella Formulazione della Calma, una preparazione ai veri e propri esercizi che seguiranno.

In questa fase l’allievo inizia a sperimentare quella che Schultz ha definito concentrazione passiva.

La concentrazione passiva è il particolare stato mentale che si sperimenta con la commutazione autogena. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

Uno dei massimi studiosi viventi del TA, Heinrich Wallnöfer, la descrive così:

“Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)
Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.
Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla.(pag. 17).”4

E’ ancora presto per cogliere miglioramenti apprezzabili, tuttavia molte persone manifestano già uno stato d’animo più positivo.

L’allievo sa di avere un metodo a sua disposizione e si rende conto che dipende da lui apprenderlo e utilizzarlo correttamente. Sente di poter gestire in proprio il suo percorso di guarigione, senza necessità di ricorrere agli psicofarmaci, spesso sbrigativamente prescritti dal medico di base.

 

L’Esercizio della Pesantezza

 

Dopo alcuni giorni di allenamento, l’allievo è pronto per il primo vero esercizio, la Pesantezza.

Gradualmente sperimenta il rilasciamento muscolare, e fa una scoperta straordinaria: l’abbandono delle tensioni muscolari permette anche una distensione psichica, la morsa dell’ansia si allenta e diminuiscono le tensioni.

Inizia a migliorare la qualità del sonno.

L’entusiasmo iniziale aumenta la motivazione proseguire il percorso.

E’ la “luna di miele” con il TA, si vorrebbe ripetere più volte gli esercizi, oppure di farli durare più a lungo del previsto: il terapeuta spiegherà che ci si deve limitare ad allenarsi con costanza e regolarità, come prescritto.

Dopo un periodo di allenamento variabile da persona a persona, il vissuto della pesantezza diventa un automatismo: è giunto il momento di sperimentare il calore.

 

L’Esercizio del Calore

 

L’esercizio del Calore comporta un rilasciamento dei vasi sanguigni e la conseguente vasodilatazione: da qui la percezione di calore diffuso in tutto il corpo. La sensazione del corpo caldo aumenta il benessere generale.

Una conseguenza è la sedazione emotiva, che comporta la possibilità di bloccare il circolo vizioso delle emozioni negative: la paura che genera paura.

Sul piano psichico, l’esperienza del calore libera l’energia vitale e scioglie i blocchi emotivi e affettivi. Spesso le persone parlano di un senso di “rinascita”.

Una ricaduta positiva assai frequente è il miglioramento nei rapporti sociali, che l’ansioso tende di solito a evitare.

 

L’Esercizio del Cuore

 

Il cuore nell’immaginario di tutti è fortemente legato all’affettività, ai sentimenti.

Il battito del cuore materno accompagna e rassicura il feto per tutta la durata della gestazione e probabilmente questa sensazione rimane fissata nella memoria corporea di ciascuno.

Per molti il battito del cuore è fonte di angoscia, a causa della tachicardia che spesso accompagna gli stati ansiosi. Adesso avviene una “riconciliazione” con il proprio cuore: la contemplazione del battito favorisce il rilassamento e, procedendo con l’allenamento, è anche possibile ricondurre il ritmo alla normalità.

C’è un elemento in più per tranquillizzarsi: in caso di accenno di tachicardia, è possibile imparare a interrompere il circolo vizioso dell’ansia che genera altra ansia, riconducendo il ritmo cardiaco alla regolarità.

In questa fase, il risultato evidente è la tranquillizzazione neurovegetativa.

Migliora ancor di più la qualità del sonno.

Si manifesta un recupero delle energie: dormendo meglio e soprattutto non “sprecando” energie con l’ansia e il rimuginio che ne è il correlato, ci si sente più energici e ben disposti al risveglio. Di conseguenza migliora il tono dell’umore durante il giorno.

Scompaiono la tachicardia, il senso di oppressione e soffocamento degli attacchi di ansia, di conseguenza riprendono le relazioni sociali.

 

L’Esercizio del Respiro

 

Con l’esperienza del Respiro autogeno si sperimenta ancora più profondamente la passività.

L’allievo impara a immedesimarsi nel proprio respiro con un atteggiamento non giudicante: comprende che non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” di respirare, ma semplicemente si lascia trasportare dal suo respiro.

Di conseguenza e senza che vi sia alcuna intenzione, il respiro tende a trasformarsi, fino a diventare “respiro autogeno”, caratterizzato da un andamento simile, seppure non identico, al respiro di sonno.

Nel TA è interessante notare che il respiro autogeno è una conseguenza dello stato autogeno e nello stesso tempo lo approfondisce.

In questa fase dell’allenamento i progressi sono molto evidenti. Il raggiungimento del distacco emotivo consente di vedere i problemi personali nella giusta dimensione e di conseguenza è più facile individuarne le soluzioni.

 

L’Esercizio del Plesso Solare

 

Si tratta dell’esercizio più complesso di tutto il percorso.

E’ un’esperienza di calore, di vasodilatazione dunque, e consiste, per usare le parole di Schultz, nel “realizzare una sensazione di calore diffusa nella regione dell’addome” fino a raggiungere “un effetto generalizzato di sopore e di distensione”. La vasodilatazione in questo caso interesserà i vasi che irradiano gli organi viscerali, e provocherà sensazioni di profondo benessere.

Molte sono le implicazioni psicologiche legate agli organi interessati all’esperienza del Plesso Solare (o Ganglio celiaco).

Durante l’esercizio del Plesso Solare, la mente si rivolge alla regione pubica, coinvolgendo dunque gli organi deputati a funzioni contrastanti: il nutrimento, l’eliminazione delle scorie, la sessualità.

Si tratta di zone corporee dove si fondono vissuti legati al desiderio e alla repulsione, e ai numerosi tabù che vi si correlano.

La sensazione avvertita più di frequente è un’ondata di calore nella regione addominale, come conseguenza della vasodilatazione.

Viene anche riferito come: “qualcosa che pulsa nell’addome”, “un altro cuore che batte”, “un nodo che si scioglie”. Sono vissuti molto intensi, spesso legati a blocchi antichi che adesso si sciolgono.

Con il plesso solare si assiste spesso a un notevole miglioramento della funzione digestiva e la scomparsa delle contrazioni dolorose al colon.

Migliora anche l’attività sessuale, sia in termini di desiderio che di performance.

 

L’Esercizio della Fronte Fresca

 

E’ l’ultimo esercizio del ciclo di base. E’ un esercizio di confine tra il ciclo somatico e i vissuti superiori e per molte persone rappresenta un’esperienza meditativa con notevoli implicazioni spirituali.

La sensazione della fronte fresca (dovuta alla vasocostrizione) determina un senso di benessere generalizzato.

Dal punto di vista psicologico è possibile sperimentare un distacco emotivo e la sensazione di poter vedere i propri problemi dall’esterno, con più lucidità e chiarezza.

Aumenta la fiducia in se stessi, e si sperimenta una capacità di introspezione nuova.

 

La formulazione dei proponimenti

 

Il Training Autogeno prevede la possibilità di personalizzare il percorso, elaborando formule specifiche per situazioni particolari, sia per quanto riguarda aspetti somatici che comportamenti indesiderati.

Ciò significa disporre di un metodo che permette vere e proprie modificazioni comportamentali.

A questo punto è possibile – dopo un congruo periodo di allenamento – proseguire con le Tecniche autogene superiori, esperienze di profonda introspezione, un vero e proprio viaggio all’interno di sé.

Ci si può anche fermare qui, accontentandosi di aver lasciato alle spalle le sensazioni negative legate agli stati di ansia.

Una volta che si padroneggia il metodo lo si potrà utilizzare in chiave preventiva e anche come “pronto soccorso”, qualora dovessero presentarsi situazioni di pericolo.

Si può anche personalizzare il percorso, elaborando formule ad hoc per situazioni specifiche, sia per quanto riguarda aspetti fisici che comportamenti indesiderati.

Adesso l’allievo, ormai esperto, può andare avanti da solo.

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1. Einrich Wallnöfer, Anima senz’ansia, Torino, Gli Archi, 1989.

2. Johannes Heinrich Schultz, Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1 Edizione tedesca 1932).

3. Luciano Masi, autorevole studioso del Training Autogeno, illustra l’utilizzo del TA come psicoterapia psicosomatica in un bel libro purtroppo con più in catalogo. Il questo articolo faccio riferimento al libro di Masi e alla esperienza di tanti anni di lavoro con i miei pazienti.

Luciano Masi, Il Training Autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.

4. Einrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17.

 

Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

Il Training Autogeno è per tutti?

Il Training Autogeno di I. H. Schultz è una tecnica di autodistensione assai duttile, dalla ampia applicabilità. 

Scorrendo la vasta bibliografia, sia scientifica sia divulgativa, si rimane impressionati dalle moltissime aree di applicazione del TA, e ciò può colpire positivamente, ma anche lasciare interdetti.

Tante indicazioni, infatti, potrebbero far pensare al TA come a una panacea, una di quelle metodiche che, poiché sono buone per tutto, finiscono per non essere utili ad alcunché di specifico.

In realtà non è così, e lo spiega molto bene Wallnöfer con un arguto parallelismo:

Quando le cure Kneipp vengono utilizzate con successo sia per i reumatismi, sia per i dolori cardiaci, sia per la gastrite, la cosa ad un primo sguardo sembra un po’ taumaturgica. In realtà lo stimolo dell’acqua calda o fredda sulla pelle aumenta l’irrorazione sanguigna e regola, quando viene adoperato sistematicamente, il lavoro del sistema nervoso vegetativo. Poiché questo è implicato sia nella sintomatologia gastrica sia in quella dell’angina pectoris, si spiega perché con tale metodo si può migliorare o addirittura guarire una tale gamma di disturbi diversi.
La stessa cosa vale – nell’ambito somatico – per il Training Autogeno, poiché l’attenuazione della risonanza emotiva, dell’area dei sentimenti, va di pari passo con l’attenuazione della risonanza dell’area del sistema nervoso vegetativo, che svolge i suoi effetti sia nel paziente gastrico, sia nel paziente con l’infiammazione cronica della prostata o della vescica, o, ancora nella donna che soffre della cosiddetta ‘infiammazione delle ovaie’ (…). (Wallnöfer, 2008, p. 79).

Nelle pagine che seguono, esaminerò le indicazioni del TA, attenendomi a quanto scrivono sull’argomento gli Autori più qualificati.

Nella disamina segnalerò di volta in volta in casi in cui il TA non è indicato, cioè quelle situazioni in cui, pur non essendo di per sé dannoso, non risulta utile.

Analogamente, segnalerò anche i casi in cui è controindicato, sia in senso assoluto, sia parziale.

Schultz, nelle sue opere, ha riportato numerose situazioni in cui si può impiegare il TA con buone probabilità di successo, sia in ambito psicologico che medico.

Assieme a W. Luthe, il suo più stretto collaboratore, inviava ogni anno ai cultori della tecnica in tutto il mondo un minuzioso questionario in cui si richiedevano testimonianze e arricchimenti sul lavoro clinico condotto da ciascun destinatario.

L’archiviazione delle numerosissime risposte costituiva un aggiornamento costante circa i nuovi campi di applicabilità del metodo.

I risultati di questo paziente e accurato lavoro di archiviazione di dati e di casistica clinica vennero pubblicati dagli Autori nel 1969, in due volumi: Autogenic Therapy. Applications e Psychotherapy e Autogenic Therapy. Medical Applications.

Un excursus delle indicazioni di Luthe si può trovare in lingua italiana nell’articolo di Pilla (1977).

Nell’elencare le applicazioni del TA terrò presenti principalmente l’opera di Schultz e Luthe citata sopra, e i più recenti contributi di Hoffman, Peresson, Bazzi, Giorda, Masi, Wallnöfer e De Rivera Y Revuelta.

Il Training Autogeno in situazioni non patologiche

Schultz riteneva il Training Autogeno una pratica di igiene mentale utile nella prevenzione di numerosi disturbi provocati dallo stress.

Nei soggetti non patologici, il TA è indicato nei seguenti casi:

  • Autosedazione;
  • Recupero di energie;
  • Modificazioni del vissuto cenestesico;
  • Regolazione vasomotoria;
  • Potenziamento delle capacità mnemoniche;
  • Introspezione e presa di coscienza di sé;
  • Formulazione di proponimenti.

 

Esaminiamo le indicazioni una per una.

Autosedazione

La possibilità di realizzare in pochi istanti lo stato della calma, prima importante acquisizione di chi accede all’apprendimento del TA, porta allo smorzamento della risonanza emotiva attraverso l’autosedazione

Schultz spiega che:

Le stimolazioni emotive non determinano soltanto astratte ripercussioni localizzate nella corteccia, ma provocano onde di eccitamento che coinvolgono l’organismo nella sua totalità, in ogni sistema (…). Una tecnica che permetta, a colui che ad essa si allena, di raggiungere per mezzo di una momentanea concentrazione psichica una messa a riposo di così importanti sistemi di espressione, come i muscoli, i vasi, il cuore, il respiro e persino entro certi limiti gli organi addominali, è facilmente comprensibile che possa smorzare in modo rilevante la componente somatica delle reazioni affettive” (Schultz, 1972, 188-189).

Queste possibilità rivestono grande importanza in un numero elevato di situazioni della vita quotidiana, per far fronte agli effetti dello stress e per prevenirli.

Un altro vantaggio consiste nella possibilità di prendere le distanze da se stessi e dai problemi personali:

L’autosedazione ci permette di cogliere i nostri problemi nella loro reale dimensione (…) staccarci da essi, osservarli con distacco, facendo una specie di passo indietro quasi per ammirare un ideale quadro d’autore nella sua più vera e autentica prospettiva grafica (Peresson, 1980, pag. 145).

 

Recupero di energie

L’esperienza clinica ha dimostrato che un periodo anche breve in cui si sperimenta la concentrazione passiva, atteggiamento mentale caratteristico del TA, porta come conseguenza un aumento oggettivabile della capacità lavorativa.

Secondo Schultz, ciò è spiegabile con la diminuzione della tensione. 

Peresson cita a questo proposito i lavori di scienziati sovietici e americani sull’addestramento degli astronauti al TA, proprio nella direzione di un rapido recupero delle energie. (Peresson, op. cit.).

 

Modificazioni del vissuto cenestesico

Si tratta di ciò che Schultz denomina “intensificazione del vissuto sensoriale” (Schultz, op. cit., pag. 156).

In pratica, la profonda presa di coscienza del soma, attraverso l’esperienza del TA, può provocare una amplificazione delle sensazioni cenestesiche: queste diventano più precise e più vivaci, permettendo un miglioramento delle prestazioni e intensificando la percezione delle sensazioni esterne.

Schultz, ad esempio, riporta il caso di una cantante che descrisse una modificazione positiva dell’udito, non solo relativamente alla percezione del mondo esterno, ma anche alla propria voce mentre cantava. (Schultz, op. cit.).

Analgesia

L’altra utilizzazione de TA nella modificazione del vissuto cenestesico avviene con la analgesia. Tale possibilità è stata studiata e impiegata in campo medico in svariate situazioni, dagli interventi odontoiatrici alla profilassi al parto.

I meccanismi attraverso i quali agisce sono di natura psicosomatica. Con il TA, infatti, non è tanto il dolore in sé che si attenua, ma la reazione emotiva ad esso, allentando la morsa del circolo vizioso paura-tensione-dolore.

 

Regolazione vasomotoria

Per mezzo degli esercizi specifici del TA, si può indurre la percezione del calore e del fresco, provocando rispettivamente vasodilatazione e vasocostrizione.

Nel primo caso (calore) si può intervenire con successo per sedare sensazioni dolorose, ad esempio spasmi degli organi addominali. Il calore, inoltre, aumenta il rilassamento generale, diminuendo la risposta emotiva di tensione al dolore.

Schultz riporta casi in cui la pratica dell’esercizio del calore ha protetto dai rigori del clima molto freddo. Molto conosciuto è il caso di un suo paziente che, smarritosi in montagna, si salvò dal congelamento delle estremità, praticando l’esercizio del calore, mentre attendeva i soccorsi. Al contrario i suoi compagni di sventura subirono il congelamento e l’amputazione di alcune dita.

Analogamente, ci si può difendere dal clima troppo caldo praticando esercizi atti a provocare la vasocostrizione.

Anche il fresco può essere impiegato per scopi terapeutici, ad esempio in caso di pruriti persistenti: in questi casi, si indirizza la vasocostrizione nell’area disturbata.

In odontoiatria, il paziente esperto di TA, può prepararsi a interventi chirurgici – ad esempio di implantologia – allenandosi a convogliare il fresco (vasocostrizione) nell’area della bocca soggetta all’intervento: in tal modo, si riduce significativamente il sanguinamento durante l’intervento.

 

Potenziamento delle capacità mnemoniche

Con l’allenamento autogeno le capacità mnemoniche sono rafforzate. Schultz afferma che, analogamente a ciò che avviene con il fenomeno dell’ipermnesia ipnotica, le persone allenate con il TA possono richiamare alla memoria eventi dimenticati da molto tempo.

Con il Training, inoltre, si possono migliorare le capacità di fissazione del materiale da memorizzare.

 

Introspezione e presa di coscienza di sé

Si tratta della possibilità di autoconoscenza e scoperta dei propri vissuti profondi offerta dal Training Autogeno Superiore e impiegata nel corso della Psicoterapia autogena.

Anche durante l’allenamento con il ciclo inferiore, tuttavia, può accadere che soggetti particolarmente sensibili e dotati di capacità meditative sperimentino vissuti di profondo contatto con se stessi e acquisiscano più lucida consapevolezza delle problematiche profonde.

Formulazione di proponimenti

Durante lo stato di concentrazione passiva, il paziente già ben allenato viene addestrato a rappresentarsi mentalmente delle formule personali rivolte ad organi specifici, oppure a comportamenti che egli desidera modificare.

Nel primo caso si intende agire su un determinato organo per migliorarne le condizioni o le prestazioni, ovvero per curarne eventuali affezioni.

Nel secondo caso si agisce con un procedimento analogo a quella che in ipnosi è chiamata suggestione postipnotica (Schultz, op. cit. pag. 163) ossia quegli “ordini” che si impartiscono alla persona in stato ipnotico affinché li esegua al risveglio.

In questo caso, a differenza dell’ipnosi, è il paziente stesso, e non il terapeuta, a impartire gli ordini.

Dal punto di vista psicologico si può affermare che tale procedimento comporta un vero e proprio decondizionamento e si avvicina pertanto – in parte identificandovisi – alle tecniche di terapia comportamentale.

Il ricorso alle formule di proponimento può rivelarsi efficace nel trattamento delle paure e anche delle fobie con substrato ansioso: ad esempio, timore di parlare in pubblico, o di non essere all’altezza di sostenere alcune situazioni nei rapporti interpersonali.

Sono applicabili con buona aspettativa di successo anche nell’insonnia, in alcune sindromi ossessive lievi (in questo caso il terapeuta deve evitare accuratamente che l’esercitazione dl TA diventi essa stessa un rituale ossessivo), e come coadiuvante nella terapia del tabagismo, dell’alcolismo e di altri tipi di dipendenza.

 

Il Training Autogeno in patologia

In medicina

Va tenuto presente che l’utilizzo del TA in medicina avviene all’interno di approccio globale alla persona, nella sua unità psicosomatica. 

  • In ambito medico, con il TA si ottengono in generale buoni risultati quando alla base di una affezione vi è l’alterazione dell’equilibrio del sistema nervoso vegetativo.

    Gli apparati che meglio rispondono al trattamento con il TA e che vengono pertanto comunemente trattati con esso sono:
    • Apparato digerente;
    • Apparato cardiocircolatorio;
    • Apparato respiratorio;
    • Apparato genitale.

 

Apparato digerente

E’ comunemente accettato da parte della Comunità scientifica il ruolo determinante dei fattori psichici e dello stress nella genesi dei disturbi dell’apparato digerente. Tali disturbi ormai sono talmente frequenti da essere considerati il tributo da pagare allo stile di vita della società odierna.

Si parla di disturbi cronici, come la gastrite, il colon irritabile, i disturbi funzionali della cistifellea e dei dotti biliari, la nausea, il vomito e la diarrea a eziologia psicogena.

L’evidenza clinica mostra un miglioramento o una remissione dei sintomi. Al riscontro strumentale se ne ha la conferma: ad esempio è possibile rilevare la riduzione della motilità gastrica in eccesso durante la gastroscopia, non appena il paziente inizia la sua esercitazione autogena.

Ovviamente, si tratta di esprimenti condotti con soggetti così ben allenati con il TA, da poter svolgere il proprio esercizio durante un esame sgradevole come la gastroscopia.

Vale la pena di citare anche successi ottenuti in casi di obesità, laddove le cause di questa avevano chiara origine psicogena: conflitti sessuali, regressione difensiva allo stadio di gratificazione orale, ecc. (Peresson, op. cit.).

 

Apparato cardiocircolatorio

Si tratta di un campo di applicazione assai delicato, dove le precauzioni da tener presenti sono evidenti. Nei soggetti portatori di disturbi cardiocircolatori, l’intervento con i Training Autogeno deve essere accuratamente vagliato e programmato, e condotto in collaborazione con un cardiologo.

Particolare circospezione deve essere messa in atto nelle cardiopatie per evitare reazioni paradosse parossistiche, soprattutto quando si fa eseguire l’esercizio del controllo del ritmo cardiaco (Esercizio del Cuore). E’ doveroso rimarcare che tale esercizio rappresenta una delle rare controindicazioni del TA, precisamente – e limitatamente – alla fase acuta dell’infarto miocardico.

Va tuttavia tenuto presente che, una volta risolta la fase acuta, l’autosedazione procurata per mezzo del TA può essere molto efficace per interrompere la catena della paura che genera tensione, evenienza che frequentemente affligge questi pazienti quando temono una ricaduta.

Nella sua ultima pubblicazione, Wallnöfer dichiara che “oggi non c’è clinica di riabilitazione per pazienti cardiaci in cui il “programma standard” non preveda il TA o esercizi simili. Proprio nel gruppo dei ‘manager’, particolarmente esposto a infarti, abbiamo potuto constatare che coloro che si allenano con regolarità, anche dopo un primo infarto, hanno buone chances di guarigione” (2008, p. 82). L’Autore si riferisce alla realtà austriaca: c’è da augurarsi che l’esempio abbia seguito anche in Italia.

Risultati positivi relativamente all’apparato circolatorio si ottengono anche in alcuni casi di ipertensione arteriosa, quando i valori della pressione sistolica si normalizzano significativamente dopo alcune settimane di allenamento autogeno.

Più consistenti, infine, sono i risultati a livello di circolazione periferica, grazie alla possibilità di apportare benefiche modificazioni sulla regolazione vasomotoria.

Apparato respiratorio

I casi più citati di affezioni respiratorie in cui il TA può rivelarsi utile sono la rinite vasomotoria e l’asma.
Va comunque tenuto presente, qui come nel trattamento di qualunque altra classe di disturbi, l’inscindibilità dell’unità bio-psichica della persona sana. Così, ad esempio, trattando l’asma, va tenuto in considerazione che spesso ne sono portatori pazienti ansiosi, che approdano al TA dopo aver tentato una serie di terapie rivelatesi inefficaci e sono pertanto scoraggiati. Spesso la frustrazione rende il sintomo più penoso e addirittura lo peggiora.

All’opposto, può capitare, come annota Peresson parlando della propria esperienza clinica (Peresson, op. cit.), che pazienti che intraprendono il TA per curare un’affezione principale, scoprono con sorpresa che scompaiono altri sintomi, che non avevano considerato di importanza preponderante, molti tra questi riguardano proprio l’apparato respiratorio.

Apparato genitale

Sono trattabili con buone prospettive terapeutiche problemi dell’apparato genitale femminile, quali ladismenorrea e la dispareunia (sempre che la causa non sia organica, bensì psicogena).

Notevole successo si riscontra nella psicoprofilassi al parto, soprattutto con il Metodo RAT(Training Autogeno Respiratorio) messo a punto da Umberto Piscicelli.

Per quanto concerne l’apparato genitale maschile, sono riconosciute ottime prospettive nella terapia dell’impotenza psicogena.

In psicoterapia

Il Training Autogeno può essere considerato a buon diritto un metodo psicoterapeutico, se utilizzato da uno psicoterapeuta formato nella psicoterapia autogena.

Non si tratta dunque di un metodo di per sé psicoterapeutico, ma di una modalità di impiego che diventa psicoterapeutica se amministrata da persona preparata e nell’ambito di un progetto specifico.

Così si esprime Masi: “…la psicoterapia è un metodo di cura rivolto all’unità psicosomatica, mirante cioè a sanare sia i disturbi psichici, sia quelli somatofunzionali, ai primi strettamente connessi. Se ciò è esatto, possiamo dire senza incertezze che il TA possiede in massimo grado questi requisiti.” (Masi, 1987, pag. 107).

La psicoterapia autogena è breve, non comporta legami di dipendenza nei confronti del terapeuta, in circostanze selezionate è combinabile con altri approcci terapeutici e, all’occorrenza, anche con la psicofarmacoterapia (Giorda – Bazzi, 1980).

Una volta appresa la tecnica del Training Autogeno, il paziente può adattarla alle proprie esigenze personali e proseguire a utilizzarla, come stile di vita e nell’ottica della prevenzione, anche dopo la fine del rapporto con il terapeuta.

Nel suo livello Somatico (non si può dire altrettanto per il Training Autogeno Superiore) è indicata anche per le persone di non elevato livello intellettuale e culturale (Bazzi-Giorda, 1979).

Semplificando molto, si può affermare che il TA, nel suo ciclo inferiore, può essere inserito in un approccio terapeutico di smorzamento del sintomo, o di “copertura”, dando così al paziente sollievo immediato e migliore disposizione alla fase successiva, quando lo si guiderà alla ricerca delle ragioni profonde del sintomo.

Proprio la peculiarità e la duttilità delle Tecniche Autogene Superiori ha fatto sì che la ricerca e l’esperienza terapeutica con tale metodo si sia estesa nell’ambito di diversi approcci teorici.

Abbiamo ad esempio esperienze autorevoli di TAS ad orientamento analitico, a cominciare dai lavori di Wallnöfer, già allievo di Schultz.

Il Training Autogeno è utilizzato di frequente dagli psicoterapeuti ad orientamento umanistico-esistenziale. Ad esempio, è un metodo che si integra armoniosamente con la logoterapia di V. Frankl.

Per quanto riguarda le indicazioni in psicoterapia, in discorso non è né semplice né univoco. E’ indiscusso quanto detto sopra a proposito delle indicazioni in situazioni non patologiche: queste, prese nel loro insieme, dimostrano che il TA rappresenta un valido presidio di prevenzione nei confronti degli effetti deleteri dello stress, nonché una pratica di igiene mentale quasi sempre gradita a chi la sperimenta.

In ambito psicoterapeutico, l’ansia è senza dubbio l’indicazione elettiva del TA , che è pertanto indicato e utile nelle turbe nevrotiche la cui genesi è ansiosa. In particolare, tendono a scomparire o a migliorare sensibilmente:

    • I sintomi somatici di derivazione ansiosa;
    • L’eccessivo peso (talora ossessivo) che il paziente ansioso tende ad attribuire a tali sintomi;
    • Le reazioni fobiche;
    • L’alterazione del ritmo sonno-veglia
  • La sfiducia in se stessi e il pessimismo relativamente al futuro.

Il trattamento delle nevrosi d’ansia mediante il TA può essere vantaggiosamente integrato con l’introduzione di formule specifiche con obiettivo della modificazione comportamentale di cui si è detto precedentemente.

Per fare qualche esempio, la modificazione comportamentale tramite il TA è particolarmente efficace:

  • Nel timore di parlare in pubblico;
  • Nel blocco emotivo in occasione di esami o prove impegnative che mettano in discussione la stima di sé;
  • Nelle reazioni ansiose esagerate degli sportivi in occasione di competizioni (Peresson, op. cit.).

Rientrano nei disturbi a genesi ansiosa trattabili con il TA le cosiddette nevrosi d’attesa, reazioni nevrotiche a causa delle quali i pazienti sono ansiosi perché temono l’ansia stessa o gli effetti che questa può provocar loro. Tipiche sintomatologie che esitano nelle modalità comportamentali dell’ansia da attesa sono quelle che investono la sfera sessuale: eiaculactio praecox, impotenza, dispareunia. Anche i casi di ansia da attesa sono vantaggiosamente trattabili con il TA.

Diverso è il discorso se si prendono in considerazione le vere e proprie nevrosi d’angoscia: in questi casi i risultati terapeutici del TA sono abbastanza deludenti, mentre sembra più indicato il trattamento psicoanalitico, Lo stesso Schultz così si esprime: “E’ ben difficile poter realizzare una buona tranquillizzazione autogena nelle nevrosi d’angoscia specifiche: l’esperienza mi ha infatti dimostrato che in tali forme, come in tutte le nevrosi gravi, è opportuno far precedere una rielaborazione della personalità per mezzo di un trattamento analitico in profondità” (op. cit. pag. 233).

In altre forme di nevrosi grave non vi sono prove dell’utilità del TA che, pertanto, si considera non indicato nelle reazioni isteriche e nelle reazioni dissociative.

Sia nel primo caso, soprattutto quando sono presenti i sintomi di isteria grave, o reazioni compulsive coatte, sia nelle reazioni dissociative, il TA, ancorché non indicato, può rivelarsi addirittura contro indicato. La concentrazione sul soma, infatti, può provocare, in taluni pazienti gravemente disturbati, sensazioni di estraneità nei confronti del corpo stesso.

La regolarità propria dell’allenamento autogeno, infine, può condurre il paziente ossessivo a fare dell’esercitazione del TA un rituale ossessivo.

In conclusione, in questi casi, la gravità della situazione può rendere l’eventuale trattamento con il Training Autogeno da non indicato, ossia inutile ai fini terapeutici, a contro indicato, cioè potenzialmente in grado di peggiorare il quadro clinico.

Per quanto riguarda invece le reazioni fobiche, il trattamento con il Training Autogeno è sempre indicato. Di norma, viene associato con tecniche di decondizionamento, sia la classica terapia comportamentale, sia le tecniche di desensibilizzazione autogena.

Anche le nevrosi ipocondriache, infine, possono essere trattate con successo mediante il TA, nonostante l’apparente preoccupazione, rilevata anche da Schultz, che la concentrazione sul soma possa aggravare il peso dell’attenzione nevrotica sullo stesso.

I risultati clinici sembrano dimostrare il contrario: la miglior consapevolezza del vissuto somatico ha spesso come conseguenza un miglior autocontrollo funzionale del corpo.

Per quanto riguarda, infine, le psicosi, generalmente parlando, queste non sono trattabili con il TA. Infatti, il contatto troppo labile con la realtà, caratteristico dei pazienti affetti da turbe psicotiche, impedisce il corretto apprendimento degli esercizi e la gestione in proprio degli stessi.

Questa generica premessa, tuttavia, è in parte contraddetta dalla segnalazione di alcuni casi, ad esempio di schizofrenia non grave, trattati da Peresson (op. cit.), con qualche successo. Tuttavia non mi sembrano significativi, sia per l’esiguo numero dei casi riportati, sia perché il trattamento con il TA nei casi di psicosi è sempre associato a terapia psicofarmacologica, ed è pertanto impossibile isolare gli eventuali successi ascrivibili al TA.

Si può dunque affermare che il TA è una tecnica dalle molte indicazioni e che solo raramente è necessario sconsigliarla o, addirittura, vietarla.

In una recentissima pubblicazione, G. De Rivera (2009) riporta una lista di non indicazioni e contro indicazioni assolute e contro indicazioni relative, elaborata dall’ICAT, il Comitato Internazionale per i Coordinamento dell’insegnamento e dell’Applicazione clinica della Psicoterapia Autogena.

Si tratta di casi e situazioni particolari, spesso legate all’esecuzione di un singolo esercizio in una situazione patologica delimitata.

Conclusioni e note critiche

Da quanto detto fin qui, si può senza dubbio affermare che il TA è molto indicato come pratica di igiene mentale e di prevenzione degli effetti dello stress.

E’ altresì indicato in medicina psicosomatica e in psicoterapia, per i disordini comportamentali a sfondo ansioso, con o senza somatizzazioni, purché non vi siano turbe di personalità che coinvolgano dinamiche troppo profonde.

In queste ultime situazioni può essere, a seconda dei casi: indicato in combinazione con altre tecniche, non indicato, o, addirittura contro indicato.

Le molte indicazioni riportate dai manuali di TA vanno lette con spirito critico, alla luce di alcune riflessioni. Tra queste le più costruttive ed equilibrate mi sembrano quelle di Bazzi (1980).

Bazzi, la voce italiana più autorevole sul Training Autogeno, fa notare che l’adesione acriticamente entusiastica a questo come a qualsiasi altro metodo terapeutico, delude e danneggia il paziente, discreditando la terapia stessa.

A proposito delle indicazioni pressoché infinite riportate da alcuni Autori, egli ne ridimensiona la portata, facendo notare che nella terminologia anglosassone clinical application ha un significato assai vasto, perché comprende sia le indicazioni possibili che quelle preferenziali.

In altre parole, non è sufficiente che in un determinato soggetto o in una determinata affezione il TA sia attuabile; possiamo parlare di indicazione vera e propria quando il metodo in questione, oltre che attuabile sia preferibile ad altri approcci terapeutici.

Naturalmente, se nel primo caso le applicazioni possono essere moltissime, nel secondo caso il campo si restringe di molto. Inoltre, sempre secondo Bazzi, nella monumentale mole di pubblicazioni (difficilmente quantificabile, ma si pensi che nel 1967 Schultz e Luthe ne catalogarono più di 1000) scarseggiano notizie attendibili circa la casistica clinica dei soggetti trattati con il TA e la situazione non può dirsi diversa allo stato attuale.

Ancora, soprattutto in campo medico, i risultati della terapia sono talora di difficile interpretazione, dato l’uso frequente, e spesso irrinunciabile, di associare al TA la farmacoterapia.

Infine, Bazzi fa notare come i terapeuti di TA – seguendo del resto un costume diffuso – pubblichino volentieri e tendano ad enfatizzare i propri successi terapeutici, dando scarso rilievo o tralasciando il resoconto degli insuccessi.

Sarebbe, al contrario, assai utile disporre di materiale su cui studiare i casi di insuccesso per trarne insegnamento.

Bazzi, basandosi sulla personale esperienza clinica, così riassume l’argomento delle indicazioni, dei successi e insuccessi e di una loro corretta interpretazione:

I.Se si tiene conto delle indicazioni ristrette cioè i casi in cui il TA non solo è possibile, ma anche preferibile ad altre tecniche, la percentuale degli insuccessi supera il 10%. Al contrario, attendendosi alle indicazioni allargate, cioè alla semplice applicabilità dl TA, la stessa percentuale sale moltissimo.

II. Si può parlare di successo quando si assiste alla totale remissione della sintomatologia, o quanto meno ad una “marcata riduzione delle sofferenze nevrotiche” (op. cit. pag. 58), obiettivamente constatabili dal ripristino delle abituali attività dei soggetti. Più difficile è la valutazione del miglioramento dei tratti di personalità: apprensività, insicurezza, ecc.

III. Il successo o l’insuccesso vengono valutati alla fine del trattamento. Sarebbero tuttavia interessanti anche della catamnesi a distanza di anni. Per ragioni pratiche, purtroppo, ciò non avviene, se non in un numero ristretto (dunque poco significativo) di casi.

IV. Le caratteristiche del TA renderebbero necessario un criterio di valutazione del successo terapeutico non solo basato sull’effettiva scomparsa dei sintomi, ma anche sulla “presa di posizione ” del paziente riguardo i sintomi stessi. In altre parole, il soggetto dovrebbe anche acquisire un’indipendenza nei confronti del terapeuta, avendo appreso a gestire da sé il proprio trattamento con il TA e anche i propri sintomi.

V. Infine, va sottolineata la difficoltà, comune a tutte le psicoterapie, di distinguere gli effettivi benefici della terapia dai miglioramenti spontanei o dai benefici ascrivibili al rapporto positivo tra terapeuta e paziente.

In conclusione, lungi dal considerare il Training Autogeno come un facile rimedio a tutti i mali del corpo e della psiche, mi sembra di poter condividere l’affermazione di Bazzi:

Il TA non deve essere sopravalutato né sottovalutato; in esso, come ovunque in psicoterapia (…) se chiedete poco avrete molto; se chiedete molto non vi sembrerà mai abbastanza (Bazzi – Giorda, op. cit. pag 105).

 

Bibliografia essenziale

Bazzi T.- R.Giorda, Il training autogeno, teoria e pratica, Roma, Città Nuova, 1979.
De Rivera Y Revuelta J.L.G., Psicoterapia Autogena. I parte. Training Autogeno di Base, Torino, Cortina, 2009. Traduzione italiana a cura del Centro Divenire.
Giorda R. – T.Bazzi, I nuovi orizzonti del training autogeno, Roma, Città Nuova, 1980.
Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Medical Applications II , New York, Grune and Stratton, 1969.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Application in Psychotherapy III, New York, Grune and Stratton, 1969.
Masi L., Training autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.
Masi L., Le tecniche autogene superiori. Verso la sintesi mente-corpo, Roma, Il Ventaglio, 1989.
Masi L., L’analisi tematica: un viaggio nel mondo iponoico-ipobulico, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 1993.
Peresson L., Psicoterapia autogena, Faenza, Faenza Editrice, 1985. 
Pilla A, Inconvenienti – difficoltà, contro indicazioni in psicoterapia autogena, in “Training Autogeno. Nuovi contributi ed esperienze cliniche, 1° Seminario Nazionale ICSAT, Jesolo (Venezia), 8 maggio 1977, CISSPAT Edizioni, pp. 53-66.
Schultz J.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Schultz J.H., Il training autogeno. II. Esercizi superiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Wallnöfer H., Anima senz’ansia. Training Autogeno. Ipnosi. Le vie del rilassamento, Roma, E.U.R., 1993 
Wallnöfer H., Sani con il Training Autgeno e la psicoterapia autogena, Roma, Armando (AIRDA), 2008.

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

E’ il 24 marzo quando Teddy Sciurti, fisioterapista alla Clinica ad Alta Specializzazione Riabilitativa di Ceglie Messapica, avverte i primi sintomi del virus Covid 19.

In breve tempo la malattia si manifesta in forma molto violenta: febbre, brividi, mal di testa, dolori diffusi e soprattutto difficoltà respiratoria: è la polmonite.

Teddy è uno sportivo: istruttore di apnea e di respirazione consapevole, pratica e insegna il Training Autogeno. Prima di ammalarsi si stava allenando per due maratone.

Il fisico allenato e l’amore per la vita lo sostengono nel lungo percorso dall’abisso della malattia alla lenta ripresa.

Ho letto la sua storia in alcune toccanti interviste rilasciate appena ha iniziato a sentirsi meglio.

Egli afferma che in questo momento così difficile gli è di grande aiuto il Training Autogeno: per questa ragione ho voluto conoscerlo.

Teddy è una persona gentile e disponibile e ha accettato di buon grado di parlare con me dall’ospedale in cui si sta sottoponendo alla riabilitazione.

Nonostante una leggera fatica appena percettibile nella voce, mi ha parlato di come ha praticato il TA nelle ultime settimane.

I principi che lo ispirano sono quelli che caratterizzano la filosofia di fondo del Training Autogeno. Vediamoli.

 

La disposizione mentale

 

Mi ha colpito innanzitutto la sua disposizione mentale.

Lasciar accadere è l’atteggiamento tipico del Training e Teddy lo vive appieno nel suo approccio alla malattia.

Non spreca energie in inutili lamentele o in atteggiamenti di sfida “muro contro muro”.

Non a caso, parlando della malattia, preferisce utilizzare termini come “opportunità”, piuttosto che “lotta”.

Appena le sue condizioni glielo hanno permesso, ha chiesto di avere dei libri e adesso sta studiando la fisiologia dell’apparato respiratorio.

Ma soprattutto, si sta chiedendo come la sua esperienza possa essere utile ad altre persone.

 

La motivazione

 

Uno degli elementi indispensabili per chi desidera avvicinarsi al TA è la motivazione 

Per Teddy, la motivazione  è data dall’aver già sperimentato gli effetti positivi del Training nella quotidianità e anche in prove eccezionali.

Leggo in uno degli articoli che nuotava e correva quattro giorni a settimana e ha battuto il suo record personale di nuoto continuato, percorrendo 19,770 chilometri in poco più di 5 ore .

 

La pratica

 

Nella pratica, Pesantezza e il Respiro sono i due esercizi che Teddy esegue ogni giorno, preceduti dalla Formulazione della Calma.

Nei giorni in cui la febbre era molto alta e i brividi lo squassavano, riusciva a calmarsi grazie al vissuto della Pesantezza, che evocava in graduale successione in tutti i distretti muscolari.

Si lasciava sprofondare e riusciva a calmarsi, mentre tutto il corpo diventava pesante e rilassato.

In una situazione clinica in cui la funzionalità respiratoria  era gravemente compromessa, l’esercizio del Respiro, la Respirazione consapevole, fondamentale nella sua esperienza da sub, ha contribuito al recupero.

Così  ha potuto riprendere ad alimentarsi, dopo che la gastroenterite gli aveva fatto perdere molto peso.

L’effetto più sorprendente è quello che Teddy ha chiamato “cupola”. Attorno a lui, i “rumori di morte”, prodotti dai respiratori dei suoi compagni di stanza erano incessanti, ma lui riusciva, man mano che sprofondava dentro di sé, a estraniarsi, dentro alla sua cupola protettiva e a dormire almeno un poco. Ma soprattutto, la cupola lo proteggeva dall’angoscia che quel rumore gli evocava.

Ecco che cosa scrive il 14 aprile sul suo profilo Facebook:

 

È un inferno … due persone che nella stanza combattono con la vita è un inferno…
I ventilatori che cercano di aiutarli a respirare, emettendo suoni di guerra, riempiono i loro polmoni d’aria affinché la funzione primaria per la vita continui, è un inferno…
L’aria cerca di entrare nei polmoni con spasmodica fatica è un inferno…
La lotta incessante per sopravvivere, così come lo svilimento dei nostri Amici, la senti presente nella stanza, è un inferno…
Ogni loro flebile movimento, ogni accenno di reazione, dove la loro anima è persa chissà dove, ti stringe il cuore. Ora più che mai bisogna, con pensieri di speranza e solidarietà, cercare il modo di aiutarli ad uscire da quest’inferno per tornare a vivere.
Scrivo queste parole alle 2.30 di notte del 14 aprile in una stanza di un reparto COVID-19 dove tanti operatori sanitari, carichi di grinta e professionalità, ci stanno aiutando a vincere questa battaglia infernale contro questo mostro.

 

La regolarità e la costanza

 

Condizioni indispensabili perché il Training sia davvero efficace sono la regolarità e la costanza negli allenamenti, soprattutto nella fase iniziale dell’apprendimento.

Teddy Sciurti ha trovato utile darsi dei ritmi che scandiscano il tempo in ospedale.

La sua giornata inizia alle 4 con gli esercizi di Traning Autogeno e di stretching.

 

Il tempo come opportunità

 

Come tanti di noi, anche Sciurti prima di ammalarsi rincorreva il tempo, impegnato con la sua famiglia, la professione, lo sport e l’attività sociale e politica.

In ospedale, nelle giornate sempre uguali, decide di “fermare il tempo”.

Ecco le sue riflessioni, dal profilo Facebook:

COVID19 ti trasformeremo in una opportunità.
Ognuno di noi attraverso una ponderata riflessione, se lo vorrà, potrà fermare il tempo e far girare le lancette dell’orologio a ritroso, a proprio favore.
Siamo sempre stati a rincorrere il tempo, affannati e tormentati dallo stesso che passa, dal “non ho tempo”, “il tempo fugge via…”
Oggi, in una anomalia dove tutto è stato cementato, dove ognuno di noi sta vivendo degli attacchi alle esigenze universali, il tempo che passa può viverlo non come angoscia ma come conquista.
Seppur attanagliati da una realtà dove la sofferenza si mastica, possiamo essere fruitori di un nostro intimo riscatto. Fermiamo il tempo e imponiamo a noi stessi un ritmo dove si possa respirare a pieni polmoni, saziamo il corpo e l’anima attraverso UN RESPIRO LUNGO LENTO E PROFONDO.
Le mie considerazioni nascono dal non voler essere un individuo passivo e vittima di questo attacco alla vita e a tutto ciò che di fermo e sacro c’è in essa. Teniamo ferma la volontà per poter essere padroni di decidere che in qualsiasi situazione essa è un dono e come tale va esaltata.
Comodamente fermiamoci a meditare e attraverso ogni molecola di ossigeno entreranno in noi propositi felici. Ovunque siamo, stesi su di un letto d’ospedale o sul divano della nostra casa, asseconderemo il battito del nostro cuore al mantice del nostro respiro che, con ferma decisione, porterà in noi tutto ciò che è positivo ed espellerà ogni pensiero negativo.

Con occhi chiusi il corpo comincerà a cedere, esso abbandonerà piacevolmente le sue tensioni e attraverso un lungo respiro matureremo la consapevolezza di aver fermato il tempo e vissuto un’esperienza che ci sta fortificando, con la soddisfazione di aver ricongiunto anima e corpo in un piacere unico e di aver fatto ripartire IL GIUSTO TEMPO .
Ce la faremo!

 

Dare un senso alla sofferenza

 

Ciò che più mi ha commosso del colloquio con Teddy è il desiderio che la sua sofferenza serva a qualcuno:

È doveroso, partendo dalla mia situazione clinica in costante miglioramento, così come di tutte le persone che stanno bene, aiutare con le nostre energie positive,queste anime ad uscire da questo inferno dove ora sono prigioniere.
Quanto siamo fortunati.

Grazie Teddy per la testimonianza e l’esempio.

Ti auguro di gran cuore di tornare presto ai tuoi affetti, allo sport e agli impegni professionali e sociali che riprenderai con rinnovata energia.

La storia del Training Autogeno

La storia del Training Autogeno

 

L’ideatore del Training Autogeno è Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, e morto a Berlino nel 1970.

Egli lavorò alla elaborazione del TA negli anni tra il 1908 e il 1912 ed è impressionante constatare che il metodo da lui ideato non ha affatto subito i segni del tempo, al contrario, oggi è più attuale ed efficace che mai.

La storia del TA ci aiuta a comprendere anche i suoi presupposti teorici, per questo la accenno brevemente.

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e la utilizzava nella sua pratica clinica, ma non ne era completamente soddisfatto.

Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo,  riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica. 

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio  che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva, avendo conosciuto personalmente Sigmund Freud: la psicoanalisi.

Schulz – cosa inconsueta per l’epoca –  era anche un buon conoscitore dello yoga, che cita spesso nelle sue opere, tanto che egli stesso chiamò il suo metodo yoga occidentale. Il limite dello yoga era la difficoltà di adattare alla cultura europea del tempo un approccio dalle profonde radici orientali, con basi filosofiche e culturali difficili da integrare in quelle occidentali.

Oggi, con l’ampia diffusione dello yoga nella nostra cultura, questo limite è in gran parte superato.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe all’ipnosi, alla psicoanalisi e allo yoga,ma che ne superasse i limiti.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica che fosse di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone.

Studiò approfonditamente i lavori di un grande esperto di autoipnosi, Oskar Vogt (1893-1900), e quelli di altri Autori che negli Stati Uniti studiavano il fenomeno dell’autoipnosi.

In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in autonomia dal paziente, il quale avrebbe gradualmente fatto a meno dell’opera del terapeuta.

Elaborò  il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé (autogeno).

Lavorando con tanti pazienti sottoposti all’ipnosi,  Schultz aveva osservato che questi – una volta usciti dalla trance –  riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente.

In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver sperimentato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore. Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere sperimentate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. 

Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi. Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

Come si esegue in pratica il Training Autogeno: gli esercizi

 

 

Partendo da queste premesse sono stati elaborati i sei esercizi del Ciclo Inferiore – detto anche Somatico – preceduti dalla Formulazione della Calma:

   Formulazione della Calma

   Esercizio della Pesantezza

   Esercizio del Calore

   Esercizio del Cuore

   Esercizio del Respiro

   Esercizio del Plesso Solare

   Esercizio della Fronte

Gli esercizi  del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascuno degli esercizi.

Tali formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

A questo primo Ciclo di Base, segue il cosiddetto Ciclo Superiore. Quest’ultimo è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Si tratta di una tecnica che risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione (questo secondo ciclo richiede la presenza del terapeuta).

Benefici

 

Alla fine del periodo di allenamento, che varia dai tre ai sei mesi, si incominciano ad apprezzare i benefici del Training. Questi sono sia di natura fisica che psicologica e comportamentale. Alcuni tra i più comuni sono:

A livello fisico:

 

La possibilità di raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere  durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno).

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche.

A livello psicologico:

 

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza.

A livello comportamentale:

 

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

Per una dettagliata panoramica delle indicazioni del metodo, delle controindicazioni e delle non indicazioni, vedi: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

 

Evoluzione

 

E’ interessante osservare che molti dei benefici a livello fisico sono stati ipotizzati da Schultz all’inizio del ‘900.

Nei decenni successivi le sue ipotesi sono state convalidate grazie all’introduzione di strumenti diagnostici sempre più sofisticati, tanto che oggi possiamo “monitorare” lo stato autogeno.

L’Elettroencefalogramma, la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) ci indicano i mutamenti cerebrali positivi durante l’esecuzione del TA, l’Elettrocardiogramma quelli cardiaci, e così via.

Pertanto, allo stato attuale, si può affermare con il conforto delle prove scientifiche, che, durante lo stato autogeno, si realizzano effettivi mutamenti in tutto l’organismo; tale mutamento riguarda tutti gli organi e apparati e tende alla normalizzazione delle funzioni.

Quanto detto ci fa ben comprendere l’utilità del TA nella medicina psicosomatica.

Un’altra osservazione degna di nota è che il TA è forse la tecnica di rilassamento che più è stata sottoposta a verifiche e sperimentazioni.

Questo anche grazie al fatto che il suo fondatore ha dato vita ad un Comitato internazionale di cultori del TA per promuovere la ricerca e studiare sempre nuove applicazioni (nella sua emanazione italiana ICSAT, Italian Committee for the Study of Autogenic Training).

Ad esso afferiscono operatori del Training, medici e psicologi, che devono affrontare prove severe per potervi accedere.

Chi ne fa parte deve mostrare una presenza attiva all’interno dell’organizzazione, cosicché è stato possibile raccogliere una quantità sterminata di articoli, descrizioni di casi clinici, sperimentazioni riguardo l’applicazione del TA, in una vastissima gamma di situazioni cliniche e non.

Tale comitato è attivo ancora oggi (a più di 30 anni dalla morte di Schultz), e rappresenta una garanzia per l’utente che vuole essere sicuro della preparazione del suo terapeuta.

Curiosità. Il Ta nello sport: la Valanga Azzurra

 

Il TA è stato utilizzato per la prima volta in Italia a livello non clinico con la preparazione psicofisica della squadra italiana di sci, erano gli anni di Thoeni e Gros. Il 7 gennaio 1974 cinque italiani occupano i primi cinque posti del gigante: fu la famosa “valanga azzurra”!

L’ideatore del progetto era il prof. Luigi Peresson, esperto di Training Autogeno, autore di numerosi libri e articoli sull’argomento.

Oggi il TA è assai diffuso nella preparazione atletica di moltissime discipline sportive.

 

 

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

 

 

 

Per comprendere i meccanismi di azione del Training Autogeno e valutarne l’efficacia, è necessario conoscere i due concetti fondamentali che sono alla base del metodo: Ideoplasia e Concentrazione passiva.

Vediamo di che si tratta

 

Ideoplasia

 

L’ideoplasia è un fenomeno naturale, messo in rilievo da Schultz.

Egli ipotizzava che pensare di compiere un movimento generasse, dal punto di vista neurofisiologico, delle modificazioni elettriche a livello di neuroni, in corrispondenza del centro cerebrale interessato al movimento stesso.

Tale fenomeno avviene, parzialmente anche a livello delle fibre nervose motorie dell’organo coinvolto.

Analogamente, immaginare e rappresentarsi mentalmente stati di calma, di pesantezza, di calore, induce realmente, con opportuno allenamento, i suddetti stati.

Proprio in virtù di questo principio, con l’esecuzione del TA è possibile apportare modifiche sostanziali e significative a livello di tutti gli organi e apparati.

 

Curiosità. La prova del pendolo

 

Per far comprendere questo concetto, Schultz usava eseguire la cosiddetta “prova del pendolo”.

Chiedeva ai suoi pazienti di prendere tra due dita l’estremo di un filo di circa 15 cm. alla fine del quale era appeso un pendolo, proprio quello strumento che alcuni “veggenti” utilizzano ancor oggi per predire il futuro o indovinare il sesso del nascituro.

Li invitava quindi a rimanere immobili con il braccio rilassato e il gomito piegato. Quindi, chiedeva loro di immaginare un certo movimento. Ad esempio, potevano immaginare un movimento circolare, o da destra verso sinistra, o a croce.

Dopo pochi istanti, il pendolo iniziava a muoversi proprio secondo il movimento immaginato, nonostante tutti i presenti constatassero che il braccio fosse fermo.

Questa “magia” ha una spiegazione: se immaginiamo un movimento senza eseguirlo, dalla corteccia cerebrale partono micro impulsi motori (riscontrabili solo con gli strumenti) che vengono amplificati dalla lunghezza del filo.

 

Concentrazione passiva: lasciar accadere

 

La concentrazione passiva è il particolare atteggiamento mentale che permettere di accedere allo stato autogeno. E’ un concetto vicino allo yoga e all’ipnosi. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza (l’emisfero razionale del cervello) si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio può sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, quando lo si sperimenta, si scopre quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Heinrich Wallnöfer, autorevole studioso del TA, così descrive la concentrazione passiva:

Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)

Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.

Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla. (Heinrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17)

Il concetto di Concentrazione passiva richiama alla mente la leggenda del Ju Jitzu:

Narra la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si flettevano, lasciando scivolar via la neve non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli.

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju flessibile, cedevole; jutzu arte), l’arte della cedevolezza, da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti.

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere. Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile, spesso doloroso, “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo.

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

Se vogliamo sintetizzare in due parole l’atteggiamento mentale per descrivere come ci si accosta al TA, credo che non ci sia di meglio che: “lasciar accadere”. Chi si accosta al TA senza volere nulla, senza aspettarsi nulla, senza fare nulla, probabilmente avrà delle piacevolissime sorprese!

Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare grazie al Training Autogeno: è possibile?

 

Esistono molti metodi efficaci per liberarsi dalla dipendenza dal fumo e il Training Autogeno è uno di questi.

Tuttavia, va tenuto presente che non ci sono soluzioni “magiche”, ma è sempre necessaria una reale motivazione, e questo vale per qualsiasi dipendenza.

Chi fuma o ha fumato sa bene che è difficile trovare motivazioni valide al di là del generico “il fumo fa male”.

Può accadere che un evento improvviso renda necessario interrompere bruscamente l’abitudine al fumo.

In questi casi, che si tratti di una malattia, o di una circostanza felice come l’insorgere della gravidanza, la spinta a smettere è più forte, per paura o per amore.

Quale che sia il motivo che spinge alla decisione di smettere di fumare, è necessario fare alcune riflessioni.

Alla base della dipendenza dal fumo – come da ogni dipendenza del resto – possono esserci bisogni psichici profondi che vanno indagati.
Per fare un esempio, il fumo della sigaretta può colmare – illusoriamente – bisogni di intimità e sicurezza legati all’esperienza del seno materno.

Inoltre, accendere la sigaretta è ormai un rituale consolidato, una dipendenza psicologica a volte più resistente della dipendenza chimica dalla nicotina.

 

In che modo il Training Autogeno può essere di aiuto?

 

Se non si ha alcuna conoscenza del metodo, occorre apprenderlo. Per questo occorre un tempo variabile dai tre ai sei mesi.

In tal caso, si può decidere di dedicarsi del tempo per imparare il TA e successivamente personalizzare quanto appreso per smettere di fumare.

Leggi anche: La personalizzazione del percorso

 

La formula comportamentale

 

Se invece si è già padroni del metodo, si può elaborare una formula comportamentale.

La formula deve essere sempre la stessa. La sua funzione è quella di innescare una reazione stimolo-risposta, secondo i più classici postulati delle leggi dell’apprendimento.

Per questo è importante che una volta scelta non venga modificata.

 

La formula deve essere:

 

breve per ricordarla senza sforzo e per ripeterla in poco tempo.

positiva o neutra, mai negativa. Questo nel rispetto del “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

La sigaretta è indifferente”, pertanto, va senz’altro preferita a “Fumare fa male”, oppure “Non devo più fumare”.

 

Si può scegliere tra tre tipi di formula:

 

Una sola parola che sintetizza il comportamento che si vuole realizzare: ad esempio costanza, perseveranza, impegno, vittoria.

Una frase con lo stesso significato, ad esempio: sono costante, perseverante, ecc..

L’immagine mentale di una scena in cui tale comportamento viene messo in atto: ad esempio la sigaretta spenta tra le mani, oppure la scena di altri che fumano senza che ciò crei desiderio.

 

Le resistenze

 

Durante l’esecuzione del Training, possono insorgere delle difficoltà: attacchi di prurito, dimenticare di fare l’esercizio, abbandonare il TA.

Si tratta di resistenze. Può voler dire che le motivazioni a smettere di fumare non sono state ben analizzate e i bisogni profondi e le paure impediscono di abbandonare la dipendenza.

In questi casi, con il sostegno del terapeuta, non ci si deve arrendere, ma è necessario continuare a lavorare con perseveranza e fiducia.

Un percorso ben effettuato permette di riattivare tante potenzialità apparentemente sopite.

Si può ridurre l’ansia, ritrovare fiducia nelle proprie possibilità, rinforzare la motivazione a smettere, migliorare le proprie funzioni organiche disturbate, riassestare il sonno alterato.

Quando poi il percorso viene effettuato in gruppo, il gruppo stesso può offrire sostegno reciproco ai partecipanti.

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno può essere di aiuto in situazioni estreme?

Sembra di sì, anche se può risultare davvero efficace solo per chi è già esperto della tecnica. In questo caso, vale l’osservazione di Hoffmann: quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare.

Già Schultz riporta due casi esemplificativi:

Quanto detto a proposito dei farmaci vasodilatatori può essere ottenuto, in soggetti ben allenati al TA, con lo svolgimento dell’esercizio del calore. Ricordo, ad esempio, il caso di un noto atleta che ormai da tre anni praticava la mia tecnica allo scopo di migliorare le proprie prestazioni; accadde che, in montagna, fu un giorno, con alcuni compagni, travolto da una slavina; furono tutti costretti a permanere per molte ore sotto la neve, a circa 30 gradi sotto zero; egli, ad intervalli distanziati di pochi minuti, praticava l’esercizio di concentrazione psichica cercando di indurre calore alle orecchie, al naso, alle dita della mani e dei piedi; di tutto quel gruppo di escursionisti fu l’unico a poter così difendersi dalle conseguenze del freddo e fu l’unico a non riportare lesioni da congelamento.
Numerosi casi simili ci vennero riferiti da ex-prigionieri di guerra che passarono lunghi anni di cattività; tra essi un ingegnere, di circa sessant’anni,che dal 1937 al 1940 aveva praticato gli esercizi del T.A.; egli mi scrisse: “II training mi fu sempre di immenso aiuto; durante due anni di prigionia trascorsi in Russia riuscii grazie ad esso a sopravvivere e potei evitare qualsiasi lesione da congelamento. (Schultz, I vol, p. 159).

Ancora Schultz:

Sotto il regime di Hitler, a causa della persecuzione razziale, dovetti sopportare ore terribili di angoscia. Ogni volta, passato il pericolo, la distensione mi permetteva di ritrovare la mia tranquillità e di ritrovare le mie energie. Per evitare di essere deportata e uccisa, nel 1942, abbandonai la mia casa e mi rifugiai da dei conoscenti. Da allora e per due anni e mezzo vissi nell’illegalità tra angosce e privazioni: dovevo affrontare i bombardamenti restando in casa da sola al buio. In tali circostanze il T.A. mi si dimostrò in tutta la sua efficacia: penso che senza questa tecnica, non sarei riuscita a superare quelle ore di angoscioso terrore. Non era che temessi di venir colpita da una bomba, ma temevo invece di poter essere ferita in conseguenza di ciò, di coinvolgere nella mia tragedia le persone che mi ospitavano per salvarmi dalla Gestapo. Al segnale di allarme, iniziava per me, ogni volta, un’orribile paura che però riuscivo rapidamente a contenere e ad allontanare, grazie agli esercizi; ero così in grado, per mezzo del T.A., di restare tranquilla ed aspettare senza paura l’imminente pericolo; quando l’attacco aereo si scatenava la distensione non poteva servirmi più a nulla. Passata l’incursione, per mezzo di una breve concentrazione potevo riacquistare la mia tranquillità. (p.141).

Assai interessante è l’esperienza di Hannes Lindemann, medico e buon conoscitore del TA.

Lindemann era un appassionato velista, amante delle avventure che oggi chiamiamo “estreme”. Nel 1955, quando aveva 33 anni, attraversò l’Atlantico in una piccola imbarcazione, senza riserve di cibo né di acqua.

Si era ripromesso di fare un’esperienza da “naufrago volontario”, essendosi posto l’obiettivo di studiare le capacità di sopravvivenza umane in caso di naufragio, sia dal punto di vista fisico che psicologico. In particolare, voleva confutare, da medico, un’idea infondata e pericolosa, che circolava in quel periodo: che in caso di necessità si potesse sopravvivere bevendo l’acqua del mare.

Scelse per il suo esperimento una piroga dell’Africa occidentale, un kru-kanu, un vero e proprio guscio di noce, con il quale, partendo dalla Liberia, giunse ad Haiti, attraversando l’Atlantico con una navigazione solitaria di 65 giorni.

Giunto sano e salvo a destinazione, dopo aver superato prove molto dure, si rese conto che l’ottima preparazione fisica con cui aveva affrontato la prova, non lo aveva messo al riparo da problemi psicologici talmente gravi da mettere a repentaglio la sua stessa vita.

Lindemann era consapevole che in casi estremi la mente può cedere prima del corpo, e che l’angoscia, il panico e la disperazione possono in questi casi risultare fatali. Pertanto, iniziò a chiedersi quale fosse l’”arma segreta” per superare quello che, secondo lui era stato il fallimento della sua impresa: il cedimento psicologico.

Si ripromise che sarebbe stato Training Autogeno, di cui lui era esperto.

Questa volta decise di riprovare, con un canotto smontabile, di sicuro inadatto alla navigazione dell’Oceano. Avrebbe avuto con sé anche l’arma segreta: il TA.

Lindemann organizzò l’impresa con la solita dura preparazione fisica, e dedicò molto tempo anche alla preparazione psicologica.

Si rivolse innanzi tutto alla fede, attribuendole un duplice significato: la fede religiosa con la forza della preghiera, ma non solo. Egli aveva “fede” anche nel senso della ferma convinzione della riuscita della sua impresa. Questo per lui rappresentava una condizione irrinunciabile per riuscire davvero.

Sei mesi prima della partenza, elaborò la sua prima formula di proponimento: “Ci riesco”. Si dedicava a questa frase durante l’esecuzione del TA, e la ripeteva e vi si concentrava spesso in vari momenti della giornata, finché il proponimento diventò motto di vita.

Dopo circa tre settimane di intenso lavoro con il proponimento “ci riesco”, Lindemann avvertì all’improvviso un profondo senso di sicurezza, e “seppe” che sarebbe tornato sano e salvo dall’impresa. Ecco le sue parole:

Avevo più volte cercato di attivare il mio inconscio, al fine di ricevere in sogno, o come “voce interiore”, una risposta alla domanda: questo viaggio è giustificato dal punto di vista morale? Arriverò sano e salvo? La risposta fu un “senso di sicurezza cosmico”, un senso cosmico di protezione, molto simile a un sentimento di tipo religioso, se non identico a esso. Solo quando mi sentii pervaso e sostenuto da questa sensazione decisi definitivamente di intraprendere la traversata.

Durante la navigazione il proponimento emerse sempre automaticamente ogni qual volta dovetti superare momenti critici. Al primo capovolgimento, soprattutto, mi commossi dolorosamente, quando il proponimento “Ci riesco” emerse improvvisamente dal buio, mi guidò, mi sostenne e quasi mi inebriò. (Lindemann, 2003, pag. 6).

E’ evidente che si tratta di casi eccezionali e di persone eccezionali. E’ altresì fuori discussione che solo una persona già molto esperta di TA può giovarsene in situazioni estreme.
A noi persone “normali” basti pensare che il TA ci può essere di aiuto in tante situazioni difficili della nostra vita quotidiana, purché abbiamo avuto la pazienza e la costanza di apprenderlo correttamente.

Opere citate

Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Lindemann H., Training autogeno – Il più diffuso metodo di rilassamento, Milano, Tecniche Nuove,
2003.
Schultz I.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1. ed tedesca 1932).

 

Il Training Autogeno in menopausa

Il Training Autogeno in menopausa

La menopausa ieri e oggi

Una ventina di anni fa, le prime femministe arrivate alla soglia dei loro cinquanta anni incominciarono a sfatare i pregiudizi sulla menopausa, loro che ne avevano già sfatati tanti sulla sessualità, sulla contraccezione e – in generale – sulla femminilità.

Anche grazie a loro, oggi non abbiamo più in mente lo stereotipo della cinquantenne in procinto di entrare nel tunnel della vecchiaia, della inefficienza fisica, dei rimpianti.

Molto è cambiato da quando le donne – ma anche la scienza medica – confondevano la fine della fertilità con la fine della femminilità, e pensavano che la menopausa cancellasse entrambe. Oggi siamo propense a considerare questo evento una normale fase di passaggio, e nemmeno la peggiore. Ha i suoi vantaggi e spesso coincide con momenti della vita ricchi di progetti, produttivi e creativi nel lavoro come nella vita privata.

La cinquantenne di oggi è attraente, si prende cura di sé, vuole vivere bene e dare significato alla propria vita. E’ oggetto di attrazione sessuale, anche da parte di uomini più giovani, e le cronache rosa ce ne danno puntualmente conferma.

Ciò nonostante, alcuni disturbi legati ai mutati equilibri ormonali possono risultare fastidiosi.

La terapia ormonale sostitutiva

 

 

La terapia ormonale sostitutiva – che ha molto arricchito le case farmaceutiche – non è più vista come la panacea per tutti i piccoli o grandi disturbi della menopausa.

Per anni le terapie ormonali sono state sopravvalutate e prescritte a tutte, quasi la menopausa fosse una malattia da curare, o un difetto da eliminare.

Oggi se ne valutano i rischi e vengono prescritte quando proprio non se ne può fare a meno. In tutti gli altri casi, i disturbi più o meno fastidiosi possono essere affrontati con un sano stile di vita, con le terapie naturali, e con un atteggiamento psicologico positivo nei confronti del climaterio e della vita in generale.

Comportamenti virtusi

 

Negli anni della menopausa, spesso ci si decide a mettere in atto quei comportamenti virtuosi che negli anni precedenti venivano sottovalutati, per mancanza di tempo e di disposizione mentale.

Tra questi, la pratica regolare del Training Autogeno è a buon diritto uno tra gli strumenti più efficaci.

I disturbi della menopausa


I disturbi più comuni in menopausa sono l‘irritabilità, l’insonnia, le vampate di calore, l’aumento di peso, la tendenza all’umore depresso e agli sbalzi di umore. Vediamo come il TA può essere di aiuto.

Irritabilità

Il TA, in quanto tecnica di autodistensione, promuove uno stato di benessere psicofisico e può diventare una piacevole abitudine quotidiana per mantenere uno stato di tranquillità e per rispondere in maniera adeguata agli eventi stressanti.

L’ allenamento regolare con il TA abbassa il livello degli ormoni dello stress e aumenta la produzione delle endorfine, contribuendo in tal modo a mantenere stabile l’umore.

Può anche potenziare gli effetti di altre pratiche di igiene psicofisica, quali la meditazione, il movimento fisico, la dieta equilibrata.

Insonnia

La pratica regolare e costante del Training Autogeno aiuta a prevenire e curare l’insonnia che sovente si presenta in menopausa.

L’esercizio di Training Autogeno eseguito la sera favorisce la qualità del sonno e riduce i risvegli notturni. Quando questi si verificano, è possibile riaddormentarsi con facilità praticando brevemente il TA per qualche minuto.

Si possono elaborare delle formule comportamentali specifiche per favorire l’addormentamento e anche per prevenire i risvegli precoci.

Si può utilizzare anche la tecnica dell’orologio interno, programmandosi, tramite una formula specifica, a svegliarsi a una certa ora e non prima.

Vampate

Le famigerate vampate sono tra gli effetti più fastidiosi, sia perché disturbano il sonno, sia perché hanno fastidiose implicazioni sociali. Spesso si ha la sensazione che tutti si accorgano dell’improvviso rossore e del disagio che ne consegue, anche se non è quasi mai così.

Per ridurle, si può agire con il TA in due modi:

Indirettamente: il fatto stesso di praticare quotidianamente un metodo di autodistensione genera uno stato mentale di serenità rendendo la donna meno soggetta alle vampate. Queste, infatti, hanno in parte una origine psicosomatica, sebbene vi sia alla base una componente ormonale. Molte donne riferiscono che, quando sono tranquille hanno meno vampate, mentre tendono a soffrirne di più nei momenti di agitazione o di stress.

Direttamente, le vampate possono essere affrontate attraverso la personalizzazione dell’ultimo esercizio del ciclo somatico, la Fronte fresca. Si tratta di un esercizio che provoca vasocostrizione. La donna allenata può personalizzare l’esercizio, imparando a trasferire la vasocostrizione (sensazione di fresco) sul volto e sul tronco.

Un’altra possibilità è quella di imparare a convogliare il calore verso una parte del corpo non visibile, ad esempio i piedi. Con apposite formule personalizzate, la donna fa defluire il calore della vampata dal volto ai piedi, eliminando così non solo il disturbo in sé, ma anche l’ansia sociale ad esso correlata.

Aumento di peso

Alla menopausa e ai mutamenti ormonali ad essa correlati si attribuisce l’aumento di peso, ma oggi si tende a pensare che gli squilibri ormonali siano in minima parte “colpevoli” dell’aumento di peso. Vanno presi anche in considerazione i fattori psicologici e le abitudini di vita.

La donna serena, motivata, attiva professionalmente è più propensa a prendersi cura di sé, ad alimentarsi correttamente e a dedicare del tempo al movimento fisico. Queste buone abitudini sono più facili da acquisire e da mantenere se sostenute da un allenamento costante con il TA. La tecnica, infatti, è utilizzata con successo quando è necessario sostenere la motivazione, la concentrazione e l’impegno in vista di un obiettivo, ad esempio nello studio, o nello sport.

La dieta, dunque, così come il movimento fisico quotidiano, possono rappresentare un obiettivo, proprio come affrontare un esame o una gara sportiva, e come per questi, ci si può aiutare con il TA.

Inoltre, poiché spesso di mangia per noia, o per riempire dei vuoti emotivi o affettivi, è possibile colmare tali vuoti con il piacevole appuntamento con se stese costituito dalla esercitazione con il Training Autogeno.

Infine, abbassando il livello di ansia generalizzata, il TA tende a impedire l’instaurarsi del circolo vizioso: tensione – cibo – senso di colpa – aumento della tensione.

Umore depresso

Sarebbe riduttivo pensare che lo squilibrio ormonale sia l’unico responsabile delle alterazioni dell’umore che affliggono alcune donne nel periodo della menopausa.

Accade di frequente che l’età del climaterio coincida con l’insorgere di problematiche esistenziali dovuti ai fattori più diversi: insoddisfazione sentimentale o professionale, sindrome del nido vuoto, difficoltà relazionali, sensazione di non sentirsi più a proprio agio in un certo ruolo e difficoltà di ridefinirlo, solo per fare alcuni esempi. Si tratta magari di problemi a lungo latenti o ignorati, che si presentano solo apparentemente all’improvviso e che possono causare disagi di vario tipo, dalla malattia psicosomatica all’umore depresso, finanche alla depressione vera e propria.

Sarebbe altrettanto riduttivo aspettarsi che la pratica del TA – o anche della Meditazione o dello Yoga – possano di per sé guarire uno stato depressivo, seppur lieve.

La psicologia ritiene che il sintomo sia sempre una risposta a un disagio profondo, e tale disagio va scoperto, interpretato, elaborato: solo in questo modo, attraverso il lavoro che fanno assieme paziente e terapeuta, si arriva alla soluzione del problema.

In contesti del genere, il TA può essere di grande aiuto, ma solo se inserito nel più vasto progetto di una psicoterapia autogena.

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno può rivelarsi un valido aiuto per chi soffre di insonnia.

Praticando il TA con costanza ci si addormenta con facilità, si prevengono i risvegli notturni e la qualità del sonno tende a migliorare. 

L’insonnia non si presenta sempre allo stesso modo

L’insonnia può essere occasionale: a chi non è capitato, qualche volta, di non riuscire ad addormentarsi, oppure di svegliarsi in piena notte senza poter riprendere sonno? Può verificarsi in situazioni particolari come l’eccesso di stanchezza o in presenza di emozioni forti, o di malesseri fisici. 

Si parla invece di insonnia abituale quando la difficoltà si ripete notte dopo notte, per un lungo periodo.

In entrambi i casi – occasionale o abituale – può presentarsi con difficoltà ad addormentarsi, e si chiama insonnia primaria, oppure, con risvegli notturni, e si tratta di insonnia secondaria.

Cause

Le cause dell’insonnia sono le più svariate. Distinguiamo tra:

Cause organiche

  • malattia,
  • dolore cronico,
  • difficoltà di respirazione

 

Cause psicologiche

 

  • Stress,
  • Superlavoro,
  • Ansia,
  • Depressione

 La psicosomatica ci insegna comunque che le cause organiche e quelle psichiche non sono nettamente distinguibili e la suddivisione spesso è utilizzata soprattutto per fini descrittivi. 

Nella realtà, la sofferenza fisica e quella psichica si accompagnano e l’una può rafforzare l’altra.

Va pertanto preso in considerazione un percorso di individuazione delle cause, per rimuoverle, quando è possibile.

l medico di fiducia può aiutare a identificare eventuali patologie e i rimedi per affrontarle, mentre un colloquio con lo psicologo può essere utile a capire se l’insonnia costituisce un sintomo di un disagio più profondo.

Rivolgersi al medico e allo psicologo ė particolarmente consigliabile quando l’insonnia compare all’improvviso in persone che non ne avevano sofferto in precedenza.

Fra i rimedi naturali per far fronte alle difficoltà del sonno, vengono quasi sempre consigliate le tecniche di rilassamento, il Training Autogeno in particolare viene considerato una tecnica ideale per favorire il recupero di un sano ritmo sonno veglia.

Nella pratica, come si può curare l’insonnia con il Training Autogeno?

Innanzi tutto, va adottato un atteggiamento mentale corretto. 

Non dormire può diventare un cruccio e si instaura il circolo vizioso:

 

ll timore di non dormire genera ciò che temiamo: l’insonnia

 

B.H. Hoffmann, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno, descrive ‘l’ipocondricao del sonno’: quella persona che, nel timore di non dormire, diventa eccessivamente attenta al sonno, privandolo della necessaria spontaneità.

Si instaura così il circolo vizioso dell’insonne: dorme male e durante il giorno accusa pesantemente gli effetti della carenza di sonno, talora ingigantendoli.

La sera, cerca attivamente di addormentarsi, ottenendo di rimanere ancora più sveglio.

Secondo Hoffmann, per vincere l’insonnia con il TA è necessario:

Non aspettarsi di risolvere il problema in tempi brevi. I tempi dipendono da tre fattori:

  • la durata del disturbo, 
  • la quantità e la  composizione dei farmaci usati per combatterlo,
  • l’atteggiamento nei confronti del sonno.

Durante l’esercizio il sonno non deve essere ricercato attivamente: si esegue il TA concentrandosi sui vissuti somatici, il sonno si realizza naturalmente. 

Conviene, dunque,  adottare il “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

E’ vero che chi deve svegliarsi la mattina molto presto e sa di avere una giornata impegnativa, trova quasi impossibile non preoccuparsi.

D’altra parte il circolo vizioso nasce proprio dal timore di non farcela.

Meglio entrare nell’ordine di idee che “se dormo tanto meglio, se non dormo affronterò ugualmente la mia giornata – certo con qualche difficoltà in più, ma ce la farò”.

Sembrerà banale, ma funziona: provare per credere.

Una volta entrati in questo ordine di idee e acquisito il corretto atteggiamento, si può iniziare a praticare il TA.

Che cosa bisogna sapere prima di iniziare a praticare il Training Autogeno

 

Come già detto, è necessario un certo tempo da dedicare all’apprendimento.

Condizione necessaria per apprendere il TA è la costanza: è indispensabile allenarsi tutti i giorni con regolarità. Il TA non è una soluzione magica, né immediata.

 

Vedi anche:

Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

e:

15 domande sul training Autogeno

L’apprendimento degli esercizi di base del TA richiede dai due ai sei mesi, ma già dalle prime settimane è possibile apprezzare i primi benefici: senso di calma e smorzamento dell’ansia generalizzata. 

Già questo può creare un substrato psico-fisico adatto a favorire il sonno, sia nella fase dell’addormentamento, sia nella riduzione dei risvegli precoci.

Per apprendere correttamente il Training Autogeno è indispensabile rivolgersi a un professionista esperto nella tecnica. Sono da sconsigliare gli improvvisatori, o chi non possiede adeguate competenze psicologiche, e i “fai da te”, magari con qualche lettura divulgativa.

Se si stanno assumendo psicofarmaci, non si deve interrompere bruscamente il trattamento in concomitanza con l’inizio dell’apprendimento del TA. Prima si impara il TA e poi, gradualmente e con l’assistenza del medico, si inizia a diminuire giorno dopo giorno la dose del farmaco, fino a smettere del tutto.

Come agiscono gli esercizi del TA per favorire il sonno

L’intero ciclo di TA è utile nella predisposizione al sonno. La pratica stessa del TA indica un restringimento del campo di coscienza, vale a dire che ci si concentra su un elemento specifico, lasciando sullo sfondo tutti gli altri.

Nel caso specifico, con i due esercizi fondamentali (della Pesantezza e del Calore) ci si concentra sul rilasciamento muscolare e sul calore distraendo l’attenzione dal consueto rimuginìo sull’aspettativa di addormentarsi e sul timore che ciò non avvenga, e – inaspettatamente e spontaneamente – ci si addormenta.

In più, l’esercizio del Calore, provocando una vasodilatazione superficiale dei vasi sanguigni delle gambe e delle braccia, alleggerisce l’irrorazione sanguigna della testa, deviando il sangue verso gli arti e ciò provoca un effetto soporifero.

Anche l’esercizio del Plesso Solare – dato che i suoi effetti corrispondono a quelli della digestione – ha un effetto soporifero.

L’esercizio della Fronte, infine, completa gli effetti di quello del Calore: ‘alleggerisce’ la testa, lasciando che il calore fluisca nel resto del corpo Hoffmann * (pp. 333-337).

Una volta terminato l’apprendimento del TA di base, di sicuro si dormirà meglio, e magari già a questo punto non saranno necessari ulteriori interventi. Si può comunque approfondire e personalizzare il percorso attraverso l’uso di formule specifiche.

Le formule vanno elaborate con l’aiuto del terapeuta che ha seguito l’apprendimento del TA, poiché devono seguire alcune regole ben precise.

Le formule che secondo la mia esperienza funzionano meglio sono quelle che fanno riferimento ai ritmi immutabili della natura. Ad esempio, si possono elaborare formule che associno il ritmo sonno veglia all’avvicendarsi della notte e del giorno. 

E’ anche possibile utilizzare l’orologio interno, elaborato da I.H. Schultz , il creatore del Training Autogeno:

Si tratta della possibilità di predeterminare un risveglio ad ora prefissata, dopo il normale sonno notturno; questo fenomeno veniva definito nella vecchia letteratura sull’ipnosi: orologio mentale inconscio. (Schultz**, pag.167).

Nei casi di risveglio prematuro si raccomanda l’uso di formule specificamente elaborate; se, ad esempio, il risveglio si verifica regolarmente dopo 5 ore di sonno, si cercherà di condizionarsi ad un risveglio progressivamente ritardato di mezz’ora in mezz’ora. Nei disturbi del sonno giocano un ruolo determinante le cattive abitudini. Rinvio ai precedenti protocolli nei quali avevo riferito dei buoni risultati che si possono ottenere con la rieducazione di abitudini di sonno anormali. (p.254).

Altrettanto come in questo caso e come nelle già riferite esperienze del “risveglio a comando,” è possibile ottenere con formulazioni particolari il condizionamento di uno stato di benessere al risveglio. (p.255).

In conclusione, il Training Autogeno, migliorando lo stato generale dell’organismo e abbassando il livello di ansia generalizzata, è in grado di dare giovamento nei casi di insonnia.

Può essere utilizzato da solo o, a seconda dei casi, in combinazione con un percorso di psicoterapia, o in associazione con gli psicofarmaci, che il medico eliminerà gradualmente, man mano che il paziente procede con l’apprendimento del TA.

* Hoffmann B.H. Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

** Schultz, I.H., Il Training Autogeno, I, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, 1972. (ed. originale 1932).

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

Narra  la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non  rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.  

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si  flettevano, lasciando scivolar via la neve: non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju: flessibile, cedevole; jutzu: arte), l’arte della cedevolezza,  da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti. 

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere.

Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile,  doloroso,  “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo. 

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

 

 

 

Per saperne di più

 

 

Per avere informazioni approfondite sul Training Autogeno, su tutte le consulenze e i corsi disponibili – in studio e online – sulla bibliografia, o semplicemente per uno scambio di esperienze, scrivi, oppure telefona

 

 

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Training Autogeno Respiratorio RAT

Training Autogeno Respiratorio RAT

Il metodo RAT

 

Con il Training Autogeno Respiratorio si vivono meglio i mesi della gravidanza e si partorisce serenamente e con meno dolore.

La nascita di un bambino è un evento fisiologico da vivere con serenità, ed è anche una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Il metodo che utilizzo  è il Training Autogeno Respiratorio (RAT), una emanazione del Training classico, appositamente modificato per la preparazione alla nascita.

Nei miei corsi mi rivolgo alla coppia,  chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma anche la  l’inserimento del bambino nella famiglia siano momenti molto delicati.

Se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

 

Come si svolge

 

Il metodo  RAT si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT.

Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Dove si svolgono i corsi

 

I corsi si svolgono nel mio studio a Roma, oppure online.

 

Quanto costa

 

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro: Scrivere a info@patriziabelleri.it oppure Telefonare al 339.1480.554

In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

Corso di Training Autogeno di base in studio

Corso di Training Autogeno di base in studio

Insegno il Training Autogeno nel mio studio di Roma.

Per scelta, conduco solo corsi individuali o in coppia e non in gruppo. In questo modo, ciascuno può esprimersi in completa libertà, senza il timore del confronto con il gruppo. Inoltre, nel percorso individuale, è possibile rispettare i tempi di apprendimento, che sono diversi per ciascuna persona.

Il TA può essere appreso per conoscenza personale, per prevenire gli effetti dello stress e anche per affrontare difficoltà specifiche, come l’ansia, le malattie psicosomatiche, le fobie.

Può anche essere utilizzato in contesti non clinici, per il miglioramento delle prestazioni sportive, dello studio e artistiche.

Quando serve, il Training Autogeno può essere inserito in un percorso di psicoterapia che si chiama appunto Psicoterapia autogena o bionomica.

Il percorso

Di norma, quando non ci sono particolari problemi e non è indicato un percorso di psicoterapia, dedico nove/dieci incontri all’apprendimento del TA, distribuiti nell’arco temporale di 3/6 mesi, a seconda delle risposte personali.

Il percorso di apprendimento del Training Autogeno richiede all’incirca 9/10 sedute, distribuite nell’arco temporale di 3/6 mesi, a seconda delle risposte personali.

Contenuti di ciascuna seduta

Prima seduta: Anamnesi, illustrazione del metodo, definizione degli obiettivi del percorso.

Seconda seduta: approfondimento della conoscenza e eventuale perfezionamento dell’anamnesi.
Illustrazione di come vanno eseguiti in pratoca gli esercizi. Come redigere il protocollo.

La Formulazione della Calma: illustrazione ed esecuzione in studio, commenti su come è stata vissuta l’esperienza della calma.

Terza seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio della Pesantezza: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.
Illustrazione del Rilassamento progressivo di Jacobson, in combinazione con il TA, quando si presentano delle difficoltà iniziali nell’apprendimento.

Quarta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Calore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Quinta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Cuore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Quinta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Cuore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Sesta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Respiro: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza. Illustrazione e sperimentazione in studio dell’ingresso rapido nel TA attraverso il respiro.

Settima seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Plesso solare: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Ottava seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio della Fronte: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Nona seduta: Lettura e commento del protocollo. Riflessioni sull’esperienza del TA in generale. Personalizzazione del percorso: le formule specifiche, la desensibilizzazione autogena. Prospettive futuro sull’uso del TA.

Come già detto, per apprendere correttamente il TA occorrono dai tre ai sei mesi di allenamento costante. Il tempo tra un incontro e l’altro varia in base al ritmo individuale di apprendimento. Tra un incontro e l’altro visiono il Protocollo online tramite scambio di email e garantisco così un feedback costante dell’apprendimento.

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale per recuperare energia e forza interiore

 

Questo Manuale è il  dono* che gli psicologi Sara de Maria e Gionatan Mandice offrono ai loro lettori.

Si tratta di una agile guida pensata per chi ha intenzione di accostarsi al Training Autogeno e necessita di informazioni preliminari per orientarsi.

L’enorme diffusione del Training Autogeno ha fatto sì che talvolta se ne parli a sproposito, con messaggi privi di fondamento, fuorvianti, che ingenerano aspettative non realistiche.

Con l’autorevolezza derivata da anni di esperienza, gli Autori lo presentano per quello che è: un metodo dalle enormi potenzialità, purché vi si accosti con costanza e disciplina e con la guida di professionisti esperti.

Solo a queste condizioni si può ottenere ciò che il TA promette:

Raggiungere uno stato di rilassamento e di calma interiore (…) per arrivare ad una maggiore lucidità e avere più padronanza di noi stessi, così da sentirci più equilibrati, meno allarmati e più forti per raggiungere i nostri obiettivi.

 

In che cosa consiste il Training Autogeno? Come si fa ad apprenderlo? Quale sono le sue applicazioni?

 

Queste sono le domande cui rispondono gli Autori, in maniera chiara ed esaustiva, sgombrando il campo da pregiudizi e errate convinzioni.

Partono dalle origini, narrando il percorso di studio e di ricerca del neurologo berlinese I.H.Schulz.

Dall’ipnosi – di cui era profondo conoscitore – egli è arrivato alla ideazione di un metodo che può essere gestito in autonomia, una volta appreso correttamente.

Spiegano dunque le componenti psichiche e neurofisiologiche del TA, facendo ricorso, quando serve, anche ad esempi tratti dalla vita di tutti i giorni

Illustrano le applicazioni del metodo dalla clinica allo sport, soffermandosi anche sulle rare evenienze in cui non è indicato.

Una bibliografia essenziale completa il testo.

Il piccolo manuale non promette certo di esaurire in poche pagine una materia così ampia.

Riesce però a incuriosire, e offre una base solida da cui partire per una esplorazione più profonda del metodo.

 

Gli Autori

 

Sara De Maria

 

Psicologa clinica, psicoterapeuta della coppia e della famiglia, esperta di psicologia perinatale, operatrice di Training Autogeno.

Insegna il TA nel suo studio di Rivoli e lo integra nei percorsi di psicoterapia.

Se ne avvale anche nel sostegno in situazioni di disagio emotivo perinatale: depressioni e ansie perinatali, disturbi dell’attaccamento.

 

Gionatan Mandice

 

Psicologo del lavoro e delle organizzazioni, esperto in psicologia dello sport e della prestazione.

Utilizza il TA nell’ottica del miglioramento delle prestazioni sportive, integrandolo con altre tecniche e discipline, quali la Mindfulness, la Meditazione, l’Imagery, il Biofeedback, l’Apnea e lo Yoga.

 

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*Per ottenere il Manuale in omaggio occorre iscriversi alla Mailing list della dottoressa De Maria, seguendo uno dei link:

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Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

 

Il panico si manifesta all’improvviso e i sintomi sono drammatici: il cuore batte forte, il respiro diventa affannoso, compaiono vampate di caldo o brividi di freddo, tremori, nausea e disturbi addominali, accompagnati dalla sensazione di perdere il controllo, di impazzire, di morire.

Chi ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico tende a vivere nell’angoscia che l’esperienza si ripeta.

Leggi anche: Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

E’ un evento spaventoso, chi non lo ha mai provato stenta a comprenderlo.

Secondo la mia esperienza, il Training Autogeno (TA) è molto efficace nel trattamento degli attacchi di panico.

 

 

Il Training Autogeno può aiutare in tre modi

 

 

° A prevenire gli attacchi

 

° A calmarsi se insorgono

 

° A scoprirne le cause profonde

 

La prima cosa da fare è imparare il Training Autogeno

 

Occorre essere disponibili a dedicare un po’ di tempo al percorso di apprendimento.

Ci si allena ogni giorno – due, volte, meglio tre – svolgendo dei brevi esercizi. Il tempo necessario è davvero poco: solo alcuni minuti ogni volta. Quello che serve è la regolarità e la costanza.

In tal modo si può utilizzare il TA in maniera efficace, per liberarsi degli attacchi di panico, ma anche per migliorare la qualità della propria vita.

Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

La prevenzione

 

Già dalle prime settimane di allenamento, si realizza una sedazione emotiva che provoca sollievo, poiché diminuisce l’ansia generalizzata.

In un tempo variabile dai tre ai sei mesi si potrà prevenire la maggior parte degli attacchi di panico e utilizzare il TA per calmarsi se si manifestano.

Può sembrare un periodo lungo – soprattutto se il panico influisce pesantemente nella quotidianità – ma non bisogna scoraggiarsi.

Si lavora per impedire che si realizzi il circolo vizioso della paura che genera paura.

Dopo aver conosciuto l’attacco di panico, infatti, si tende a vivere nell’attesa del prossimo attacco, alimentando così il meccanismo della paura che cresce sempre di più.

In questo modo si creano proprio le condizioni per l’avverarsi di ciò che temiamo: il panico.

Possiamo spezzare questo circolo vizioso, innanzi tutto proprio in virtù dell’abbassamento del livello di ansia generalizzata, poiché, quando si vive in una condizione generale di tranquillità, non si creano le condizioni per l’instaurarsi dell’attacco: diminuisce la paura della paura.

A questa prima fase di sedazione emotiva, seguirà una successiva di normalizzazione neurovegetativa: miglioreranno tutte le funzioni dell’organismo.

Verranno meno quelle condizioni di disagio emotivo che costituiscono il terreno adatto all’instaurarsi dell’attacco acuto di ansia.

 

Calmarsi durante un attacco

 

E se, anche praticando il Training con regolarità, comparisse un attacco di panico?

Una cosa è certa: l’intensità delle sensazioni sarà più lieve e soprattutto ci sarà la consapevolezza di saperle affrontare.

Un importante studioso del Training Autogeno*, osservava che “quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare”.

In altre parole, è consigliabile allenarsi con il TA in ambiente protetto – a casa propria e nei momenti di calma – e in seguito si potrà utilizzarlo nelle emergenze, per tranquillizzarsi in maniera veloce ed efficace, entrando nello stato autogeno in 2/3 secondi.

Si potrà dunque utilizzare il Training Autogeno per calmarsi in brevissimo tempo, alle prime avvisaglie.

Una volta appreso il Training Autogeno è possibile entrare in pochi secondi nello stato autogeno, smorzando così la risonanza emotiva della paura.

Non capiterà più, come in passato, di irrigidirsi aumentando la tensione, ma la risposta al panico sarà il rilassamento: come spegnere il fuoco gettandoci sopra dell’acqua!

 

Le cause profonde

 

 

Molto spesso il disagio psicologico, di qualsiasi natura, è un campanello di allarme che ci ricorda che qualcosa non va a livello profondo.

In questo caso viene in aiuto la psicoterapia.
Ci sono molti approcci utili nel trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico.

La psicoterapia autogena si avvale dell’esperienza del Training per accompagnare il paziente in un viaggio all’interno di sé, alla scoperta delle dinamiche più profonde.

Gli strumenti a disposizione del terapeuta partono dal TA, per proseguire attraverso la desensibilizzazione autogena, le tecniche autogene superiori, le visualizzazioni guidate.

Si tratta di una esperienza che non si limita ad affrontare il panico e le sua cause profonde, ma permette un approfondimento della conoscenza di sé, un viaggio che non può che arricchire chi lo intraprende.

E così si può arrivare a scoprire che il panico:

“E’ un gigante dai piedi di argilla, con molti punti deboli. Si dà delle arie, ma in realtà non è capace di far del male a una mosca.”

Così lo psicoterapeuta Luciano Masi** usa dire ai suoi pazienti quando gli parlano del “mostro” che li ha portati da lui: il panico.

E prosegue con un’altra frase a effetto:

“Non c’è mai stato il caso di una persona che sia morta durante un attacco di panico. E’ impossibile!”

NOTE

* B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980. *

*Luciano Masi, Storia di una poltrona. Il Lettino dell’analista racconta, Roma, Edizioni Il Calamaio, 2009.

 

Storia di una poltrona

Storia di una poltrona

 

 

 

Il lettino dell’analista racconta

 

Polax è la poltrona-relax che il dottor H utilizza da tanti anni nelle sue sedute di Psicoterapia autogena.

Il dottor H. è Luciano Masi, con lui ho approfondito le tecniche autogene immaginative. Conosco bene Polax, la poltrona foderata di tessuto a fiori, tante volte mi ci sono stesa durante gli incontri di supervisione con il dottor Masi, per sperimentare su di me le esperienze che avrei in seguito proposto ai miei pazienti.

Adesso Polax è addirittura protagonista di un libro.

E’ tipico di Masi armonizzare sapientemente il rigore scientifico, la finzione, l’ironia, e – perché no? – un pizzico di follia.

Forse solo lui avrebbe potuto far parlare la sua vecchia poltrona per raccontare la fatica, il dolore, e la vittoria finale di tanti percorsi di psicoterapia autogena.

Steso sulla poltrona, durante i vissuti autogeni immaginativi il paziente suda, piange, i suoi muscoli si irrigidiscono, e poi si distendono, e Polax registra la fisicità del vissuto terapeutico, che passa per il corpo, che si fa sofferenza, e poi esperienza di rinascita.

Così, leggendo il libro, partecipiamo alle piccole e grandi vittorie dell’alleanza terapeuta tra Masi e i suoi pazienti, e scopriamo che il rapporto difficile con il cibo, la paura, il panico, l’angoscia possono essere esperienze dolorose, sì, ma da cui si può riemergere.

Un momento doloroso della vita, infatti, può rappresentare l’occasione per iniziare un percorso di conoscenza di sé, che ci porta alla guarigione, o, per dirla con Masi, alla riscoperta del senso della vita.

Luciano Masi. Storia di una poltrona. Il lettino dell’analista racconta, Edizioni Il Calamaio, 2009.

Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

 

All’inizio dell’allenamento con il Training Autogeno sorgono molte domande su come debbano essere effettuati gli esercizi.

Ho elencato quelle che mi vengono poste più di frequente, cercando di dare una risposta chiara per ciascuna.

Chi desidera  pormi altre domande, non comprese in questo elenco, può scrivermi.

C’è una posizione da preferire rispetto alle altre?

La posizione distesa a letto è di norma la più comoda.

E’ molto consigliabile anche la posizione in poltrona, purché si disponga di una poltrona adeguata, in grado di garantire un sostegno lungo tutta la colonna, la testa ben appoggiata, la colonna cervicale sostenuta, le gambe sostenute fino ai piedi. 

Le cosiddette poltrone relax, con possibilità di allungare le gambe sono l’ideale. Non è molto comoda, invece la posizione “del cocchiere a cassetta”. Per gli ipotesi è decisamente sconsigliata.

C’è un modo per capire se la posizione che ho assunto è corretta?

Quando non si avvertono tensioni al collo, alla nuca, alle spalle, alla parte cervicale della colonna, la posizione è corretta.

Che cosa posso fare se pensieri disturbanti mi distraggono durante l’esecuzione dell’esercizio?

Non si deve fare nulla. Nel pieno spirito dell’autogenìa, è il caso di lasciar fluire i pensieri e attendere passivamente che se ne vadano da sé.

Man mano che si procede nell’allenamento, il fenomeno tenderà a scomparire.

Ci sono orari più indicati di altri per eseguire gli esercizi?

L’ideale sarebbe eseguire gli esercizi la mattina al risveglio, dopo pranzo e la sera, prima di dormire.

Mentre ripeto mentalmente le formule, temo di perdere il conteggio delle ripetizioni, come posso fare per non sbagliarmi?

Il numero delle ripetizioni è puramente indicativo.

E’ bene lasciar andare la mente e non concentrarsi sul conteggio delle ripetizioni.

Non ha alcuna importanza se la formula viene ripetuta qualche volta in più o in meno.

Come faccio a sapere quando è il momento di passare all’esercizio successivo?

Conviene concordare con il terapeuta tale decisione.

Di norma, si suggerisce di passare all’esercizio successivo quando i vissuti dell’esercizio su cui ci si sta esercitando vengono sperimentati con un certo automatismo.

Ad esempio, quando – al solo evocare parola ‘pesante’ – si avverte la sensazione di pesantezza, è il momento giusto per passare all’esercizio del Calore.

Devo sempre eseguire tutti gli esercizi ogni volta?

Sì, ad ogni esercitazione si esegue l’intera sequenza degli esercizi appresi fino a quel momento.

Si inizia con la Calma, poi con Calma + Pesantezza, poi Calma + Pesantezza + Calore e così via, fino alla fine.

Dopo la fine dell’esercizio, mi “dispiace” smettere. Posso prolungarlo?

No. L’esercizio deve concludersi alla fine delle ripetizioni delle formule. Cercare di prolungarlo sarebbe inutile ai fini dell’apprendimento e porterebbe a “diluire” lo stato di concentrazione passiva.  Inevitabilmente, pensieri di vario genere inizierebbero a occupare la mente, distogliendo dallo stato autogeno.

Se se ne ha la possibilità, si può eseguire  la ripresa e rimanere comodamente distesi nel letto per un po’ di tempo ancora, prima di alzarsi.

Esiste il pericolo di non “risvegliarsi” dall’esercizio, o di perdere il controllo di sé?

Né l’uno né l’altro timore sono fondati.

Ci si può addormentare durante l’esercizio e poi risvegliarsi regolarmente.

Non vi è alcuna possibilità, nemmeno remota, di perdere il controllo.

In qualsiasi momento l’esercizio può essere interrotto volontariamente.

E’ necessario esercitarsi sempre tre volte al giorno?

E’ il percorso di apprendimento ideale e più proficuo.

Se non è possibile, si può procedere con due esercitazioni giornaliere e magari portarle a tre nel fine settimana, quando si ha più tempo a disposizione.

E’ utile che le esercitazioni avvengano sempre alla stessa ora?

Sì. Il Training Autogeno, infatti, segue le leggi dell’apprendimento e la ripetizione puntuale dell’esercitazione favorisce l’apprendimento.

La mattina vado al lavoro in automobile: rischio di avere sonnolenza mentre guido se eseguo l’esercizio prima di uscire?

No. Una delle peculiarità del Training Autogeno è quella di provocare rilassamento quando serve, ma anche migliorare il tono generale.

La mattina bisogna curare particolarmente la ripresa, con movimenti energici delle braccia e delle gambe per dare tono.

Lavoro lontano da casa e non torno per il pranzo. Come posso eseguire ugualmente l’esercizio di metà giornata?

Se si dispone di un ambiente tranquillo, si può provare al fare il Training nella posizione del cocchiere a cassetta, magari in ufficio se non c’è nessuno.

Vale quanto detto sopra per questa posizione: è sconsigliata agli ipotesi.

Non sarebbe meglio se la voce del terapeuta – anche registrata – ripetesse le formule durante l’esecuzione del TA?

No. La voce del terapeuta crea una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno.

Lo stesso vale per la propria stessa voce registrata. Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).    

Alcuni terapeuti usano ripetere al paziente le formule a scopo didattico, per indicare  come procedere, con la raccomandazione di proseguire in proprio.

La registrazione audio ha uno svantaggio in più rispetto alla voce del terapeuta in studio.

E’ standard, mentre dal vivo il terapeuta modula le sue parole a seconda del ritmo del respiro e di altri segnali da parte dell’allievo.

Quanto tempo deve durare una esercitazione?

All’incirca tre minuti all’inizio, con la Formulazione della Calma.

La durata dell’esercitazione aumenta man mano che si aggiungono gli esercizi successivi, per arrivare a dieci/venti minuti, circa.

Se eseguo l’esercizio la mattina al risveglio, ho la tendenza a riaddormentarmi, con il rischio di far tardi al lavoro. Come mi conviene procedere?

Conviene alzarsi, lavarsi, fare colazione e tornare momentaneamente a letto per eseguire l’esercizio.

Se eseguo l’esercizio la sera prima di addormentarmi, devo eseguire la ripresa alla fine?

No, finito l’esercizio ci si lascia scivolare nel sonno.

Naturalmente, se lo si desidera, si può cambiare posizione, assumendo quella preferita per dormire.

Se invece si desidera rialzarsi, oppure trascorrere un po’ di tempo a leggere, si deve eseguire la ripresa.

Sarebbe comunque meglio che l’esercizio della sera precedesse direttamente il sonno.

C’è un cuscino particolarmente indicato per eseguire gli esercizi di TA?

l cuscino migliore è quello con cui abitualmente si dorme.

Si possono inserire due piccoli cuscini sotto i gomiti se si avvertono tensioni alle braccia. Vanno bene anche asciugamani arrotolati.

Eseguo l’esercizio a letto. Devo coprirmi?

Durante l’esecuzione del Training non si deve avvertire né caldo né freddo.

Una coperta d’inverno è consigliata, facendo attenzione che non pesi sulla punta dei piedi impedendo il rilasciamento degli stessi.

Quando l’ambiente esterno è molto caldo, devo eseguire ugualmente l’esercizio del calore?

No, quando l’ambiente esterno è molto caldo è bene sospendere l’esercizio del Calore.

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Il metodo RAT

Il metodo RAT

La storia dell’assistenza al parto

Per secoli l’assistenza al parto è stata appannaggio delle donne, che si aiutavano tra di loro attingendo al sapere della tradizione e alla propria esperienza personale: esperte per il solo fatto di aver partorito esse stesse.

La medicina si è occupata del parto fin dall’antichità, ma la preoccupazione di trovare dei metodi per lenire il dolore di parto e soprattutto per smorzarne la componente ansiogena è relativamente recente.
La “capostipite” è stata Madame Le Boursier Du Coudray, che nel 1777 tenne nella provincia francese dei corsi gratuiti dedicati alle donne che si preparavano a diventare madri. Ebbe un notevole successo, ma restò un caso pressoché isolato.

Il metodo di Grantly Dick Read

Solo molti anni più tardi, nel 1933, il medico inglese Grantly Dick Read, pubblica un libro divenuto poi famoso: Il parto naturale. Il lavoro di Read costituisce il primo approccio moderno alla psicoprofilassi e alla assistenza al parto.

Read riconosce alla medicina moderna il merito di salvare molte vite, delle madri e dei nascituri, avendo sgomberato il campo da approcci empirici e superstiziosi, a volte inutili, molte altre addirittura pericolosi. Egli riflette tuttavia sull’importanza di non medicalizzare eccessivamente il parto stesso e di ridare la giusta importanza agli aspetti psicologici, emotivi e affettivi della nascita.

Secondo Read, la sofferenza durante il parto aumenta in presenza della triade: paura – tensione – dolore. Questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca dolore; il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. Read dunque enuncia lo slogan “parto senza dolore”, che può realizzarsi spezzando il circolo vizioso paura – tensione – dolore.
La paura può essere vinta grazie all’informazione di ciò che avviene durante la gravidanza e il parto, partendo dall’assunto che ciò che non si conosce fa più paura.

La tensione può essere smorzata con l’esercizio fisico e con il rilassamento e l’approccio umano empatico, infine, aiuta a rassicurare e a disporre positivamente.

Ecco dunque le direttive del metodo di Read:

L’assunto di Read è che nella triade paura tensione dolore va ricercata la causa prima della sofferenza nel parto: questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca due il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. È necessario dunque spezzare il circolo vizioso paura, tensione, dolore.

Con lo slogan: parto senza paura, Read enuncia tre direttive per preparare adeguatamente la donna al parto:

• Informare la donna circa l’anatomia e la fisiologia dell’apparato sessuale, sulla gravidanza e sul parto.

• Insegnare esercizi fisici di ginnastica medica, da eseguire nel corso della gravidanza, e in particolare esercizi di respirazione.

• Insegnare il rilassamento neuromuscolare, secondo la tecnica del rilassamento attivo progressivo di Jacobson .

• Instaurare un rapporto personale – empatico e rassicurante – fra l’ostetrico e la gestante, rapporto che deve iniziare, già durante la gravidanza, ma che deve intensificarsi durante il travaglio del parto.

Questi ultimi due elementi del metodo, il rilassamento neuromuscolare e la continua presenza personale dell’ostetrico con la sua influenza psichica, agiscono sinergicamente secondo Read nel determinare l’attenuazione e anche la reale abolizione del dolore.

Read enfatizza anche il fattore suggestione nel rapporto medico paziente e ritiene che l’abilità di ogni medico consista anche nelle suggestionare i pazienti per fini di curarli meglio e questo atteggiamento deve essere presente anche nella assistenza al parto.

Il metodo di Read inizia ad avere successo in Europa e diventa molto popolare tra il 1950 il 1954.Anche in Unione Sovietica si elaborano negli stessi anni dei metodi per l’assistenza al parto e per la psicoprofilassi dei dolori di parto.

Si tratta prevalentemente di metodi cosiddetti ipno suggestivi, tendenti a condizionare la paziente e ad insegnarle un corretto modo di reagire e di comportarsi durante il parto. La scuola sovietica ebbe successo e il suo metodo si diffuse in tutte le maternità e i consultori per le gestanti nell’Unione Sovietica, mentre parallelamente il metodo veniva largamente adottato su scala sociale nella Repubblica Popolare Cinese.In Europa il metodo psicoprofilattico fu introdotto nel 1952 dall’ostetrico francese Fernand Lamaze che lo diffuse a Parigi e ben presto il metodo venne conosciuto in tutta Europa.

 

IL RAT – Training Autogeno Respiratorio


A metà degli anni 70, Umberto Piscicelli, Medico esperto di Psicosomatica del Policlinico Gemelli di Roma, ha messo a punto un metodo che prende le mosse dal Training Autogeno di Schultz, adattandolo alle specifiche esigenze della gestante. 

Il metodo ebbe subito molto successo in Italia e ben presto sostituì gli altri, diventando il metodo di elezione in tutti i consultori e nei reparti di ostetricia degli ospedali.

Il RAT consiste in una rielaborazione del Training Autogeno, ma non solo.

Tenendo anche conto dei principi già espressi da Read rispetto alla triade paura tensione dolore, Piscicelli raccomanda di inserire anche una parte teorica nei corsi di psicoprofilassi ostetrica, durante la quale le gestanti vengono istruite sugli elementi principali della gravidanza e del parto, al fine di affrontare l’evento con consapevolezza e senza paura.

Oggi il RAT di Piscicelli è scelto dalla maggior parte dei consultori per la sua facilità di apprendimento, per l’efficacia confermata da anni di utilizzo e per i buoni risultati che sempre ottiene.

Rispetto al TA di Schultz, può essere appreso in tempi più brevi, e questo è un vantaggio, considerato che molte gestanti iniziano il corso di preparazione al parto nell’ultimo trimestre di gravidanza.

E’ indispensabile tuttavia sottolineare che, così come per il Training Autogeno, il RAT può essere appreso solo grazie alla pratica costante e regolare degli esercizi proposti.

In che cosa consistono gli esercizi RAT

Attraverso il graduale apprendimento di una serie di esercizi, le gestanti impareranno a rilassarsi, sia dal punto di vista fisico che psichico e tale rilassamento le aiuterà anche durante la gravidanza.

I disturbi tipici della gravidanza possono essere attenuati grazie al rilassamento autogeno: la nausea, il vomito, l’insonnia, l’irritabilità, ad esempio, tendono a diminuire significativamente con la pratica costante e quotidiana degli esercizi RAT.

Le gestante utilizzeranno poi i loro esercizi durante l travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, permette alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Come si esegue l’esercizio

In pratica – ad esclusione del primo esercizio che prevede dei movimenti volontari – tutti gli altri esercizi richiedono la rappresentazione mentale dei vissuti delle varie parti del corpo (ad esempio la mano destra è pesante), secondo uno schema strutturato, suggerito dalla terapeuta. La gestante deve ripetere mentalmente una serie di frasi che le verranno insegnate durante il corso.

Le frasi da ripetere per ciascun esercizio sono riportate negli articoli successivi. Si tratta ovviamente di indicazioni di massima che possono essere modificarle all’occorrenza, tenendo conto delle esigenze di ciascuna.

Durante gli incontri, la terapeuta ripeterà la verbalizzazione degli esercizi, e in tal caso realizzerà una eterosuggestione, utile ai fini didattici per far comprendere come agisce il rilassamento. Le gestanti potranno rileggere a casa il contenuto delle verbalizzazioni, ma devono essere incoraggiate a ripetersele mentalmente, senza supporti esterni (file audio, o persone che leggono per loro il testo).

Non importa se non riprodurranno fedelmente le parole del testo, quello che è importante è che realizzino in autonomia i vissuti proposti da ogni esercizio.

L’unico aiuto esterno previsto – da parte del partner o di una persona che si presta – riguarda il sesto e il settimo esercizio, dove è necessario che qualcuno batta le mani simulando una sensazione di disturbo, come avverrà durante le contrazioni (vedi la verbalizzazione del sesto e del settimo esercizio).

Le posizioni


Nel primo esercizio si eseguiranno delle figure da sedute e che tutti gli esercizi successivi verranno eseguiti in posizione distesa. 

E’ consigliabile anche la posizione su un fianco, da utilizzare quando l’addome sarà troppo grande per poter stare supine.

Per il primo esercizio è necessaria dunque una sedia, oppure uno sgabello.Per i successivi, che si eseguono da supine, oppure su un fianco, occorrerà un materassino.

In conclusione, per eseguire correttamente gli esercizi RAT occorre:

L’atteggiamento psicologico di “lasciar accadere”.

L’atteggiamento psicologico da tenere durante gli esercizi RAT è un atteggiamento di passività, di contemplazione del proprio corpo che si rilassa, di abbandono del corpo e dei pensieri. La frase che meglio descrive l’atteggiamento del Training Autogeno è “lasciar accadere”.

La motivazione

Come per ciascun apprendimento, impariamo più facilmente quello che ci interessa e che ha un significato per noi.

L’ambiente adatto

E’  necessario che l’ambiente sia silenzioso, la temperatura deve essere adeguata, non si deve soffrire il caldo né il freddo, e l’illuminazione deve essere buona durante la parte teorica del corso e attenuata durante l’esecuzione degli esercizi RAT.

E’ da sottolineare che l’ambiente “protetto” è necessario solo per favorire l’apprendimento. Quando si diventa esperte, è possibile realizzare lo stato autogeno in qualsiasi ambiente. Le gestanti ben preparate saranno in grado di rilassarsi anche in ospedale, nonostante la luce e i rumori dell’ambiente circostante.

Il lavoro a casa

Come già detto, il RAT può essere appreso solo con l’allenamento costante e regolare, eseguendo ogni giorno l’esercizio a casa per tre volte al giorno.

Chi pensa di imparare il RAT solo frequentando le sedute senza poi allenarsi a casa incorre in una delusione, con il rischio che in seguito screditi anche il metodo e chi glielo ha insegnato.

E’ meglio rivolgersi ad altri metodi meno impegnativi se non si ha la disposizione o la possibilità di impegnarsi negli allenamenti quotidiani, piuttosto che incorrere in frustrazioni.

 

Preparazione alla nascita

Preparazione alla nascita

Perché può essere utile un corso di preparazione al parto?

 

Secondo la mia esperienza, è utile seguire un percorso per affrontare con consapevolezza un momento vitale nella storia di una coppia.

Si partorisce comunque, anche senza aver seguito un corso, e nel passato non si dedicava tanta attenzione alla preparazione a un evento naturale.

Oggi si decide con sempre maggiore consapevolezza di avere un figlio, e il momento per averlo, e anche la accoglienza del nuovo nato può avvenire tramite un percorso di conoscenza.

Un corso di preparazione al parto è utile per affrontare al meglio il travaglio e il parto, e per questo vengono insegnate delle tecniche per ridurre al minimo la sofferenza.

Ma il valore che desidero aggiungere all’insegnamento delle tecniche è una riflessione su che cosa significhi diventare genitori.

Non è dunque soltanto un corso per aiutare la donna a partorire, ma anche per affiancare i futuri genitori nella progettazione del nuovo ruolo che li attende.

L’angolazione di questo corso è psicologica: sono psicoterapeuta e affronterò gli argomenti prevalentemente dalla mia ottica.

Quello che non si conosce fa paura

 

Quello che non si conosce fa paura. La paura fa aumentare l’ansia e l’ansia ingenera tensione, anche muscolare. La tensione muscolare aumenta il dolore. In altre parole, l’ansia è considerato il primo anello di un circolo vizioso che si articola su tre elementi: paura – tensione – dolore.

Partendo da questo presupposto, gli incontri prevedono alcune nozioni sulla fisiologia della gravidanza e del parto e sui meccanismi neurofisiologici del dolore di parto.

Dobbiamo anche sapere come si svolge il travaglio, che cosa accade durante tutto il periodo e che cosa accede durante il parto. In questo modo è possibile smorzare la componente emotiva che può moltiplicare la percezione del dolore.

Non soltanto per partorire

 

Molti corsi di preparazione al parto seguono la gestante in tutte le fasi della gravidanza, fino al travaglio e alla nascita del bambino, dedicando poi poco spazio al ‘dopo’.

La stessa sproporzione si nota anche nei libri sull’argomento: anche i più accreditati e ben fatti si limitano a poche pagine piuttosto generiche sul ritorno a casa. Secondo la mia esperienza, invece, si tratta di un momento assai delicato, sia per la neo mamma, che per il marito e per la tenuta della coppia.

A mio avviso, molte situazioni, sbrigativamente liquidate come ‘depressioni da parto’, potrebbero essere evitate con una buona prevenzione. E, ancora una volta, ribadisco che per prevenire è necessario anzitutto conoscere ciò che sta avvenendo.

Per questa ragione, il corso dedica spazio al ritorno a casa e alle dinamiche psicologiche che si determinano dopo la nascita del bambino.

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Il metodo RAT (Training Autogeno Respiratorio)

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Sempre in questa prima parte di ciascuna seduta viene dedicato spazio alla discussione delle dinamiche psicologiche – personali e di coppia -dei futuri genitori.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Contenuto dei sette incontri

 

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

La la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Tutto questo è possibile con il RAT.

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti.

Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT.

Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Prima seduta

 

 

Conosciamoci. Storia personale della gestante e della coppia.
Presentazione del metodo
Tecniche di preparazione al parto
Presentazione per grandi linee del TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO (RAT) di Umberto Piscicelli, dei suoi presupposti teorici e degli obiettivi del metodo.
Gli esercizi RAT
L’atteggiamento psicologico
L’ambiente
Le posizioni
Svolgimento pratico del primo esercizio: Esercizio di rilassamento attivo e progressivo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Seconda seduta

 

 

Psicologia della gravidanza e del parto
Il corpo che cambia: problemi psicologici per la donna e per la coppia.
Un fantasma tra noi
La sessualità in gravidanza
Svolgimento pratico del secondo esercizio: Esercizio dell’immaginazione e della immedesimazione unitaria del corpo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Terza seduta

La vita quotidiana in gravidanza, tra paure e false convinzioni

I disturbi più comuni in gravidanza
Svolgimento pratico del terzo esercizio: Esercizio della commutazione autogena. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quarta seduta

Il trauma della nascita

Il dolore di parto: aspetti neurofisiologico e aspetti psicosomatici
La medicalizzazione del parto
Il padre in sala parto
Svolgimento pratico del quarto esercizio: Esercizio del respiro autogeno. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quinta seduta

 

Da coppia a triade
La figlia diventa madre, la madre diventa nonna: problematiche aperte nel conflitto generazionale
Ritorno a casa: aiuto, e adesso?
Se non ho latte non sono una brava mamma?
Svolgimento pratico del quinto esercizio: Esercizio delle risposte paradossali e dell’abitudine. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Sesta seduta

 

La depressione dopo il parto: un male necessario?
La ripresa della “normalità” dopo il parto
Separarsi dal bambino
Permettere al padre di vivere il proprio ruolo
Il post partum e il puerperio
Lasciarlo andare
Svolgimento pratico del sesto esercizio: Esercizio del condizionamento semantico. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Settima seduta

 

Ripasso delle fasi del travaglio.
Ripetizione – con esercitazione pratica – dei comportamenti da tenere durante le contrazioni e tra una contrazione e l’altra.
Simulazione della fase espulsiva e di come utilizzare il respiro e la spinta. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Letture utili
Nel web

Tecniche Autogene Superiori.

Tecniche Autogene Superiori.

Una volta che padroneggiamo il Training Autogeno di base e lo si pratichiamo regolarmente, possiamo approfondire il percorso con le tecniche autogene superiori.

Sono tecniche che consentono un approfondimento dell’autoconoscenza e della realizzazione personale.

Vediamo di che si tratta

La Desensibilizzazione autogena

Grazie alla  Desensibilizzazione autogena, possiamo intervenire su problemi specifici, ad esempio le fobie.

La base teorica del procedimento è assai simile a quel che avviene durante la trance ipnotica

Il terapeuta invita il paziente – in stato autogeno – a immaginare la situazione che teme, ad esempio parlare in pubblico o salire sull’aeroplano.

Mentre gli parla, lo stimola a produrre immagini mentali di intensità crescente di ansia.

Nello stesso tempo, pronuncia parole che aiutano ad abbassare il livello di ansia.

In questo modo si può ottenere una modificazione comportamentale duratura ed efficace.

Ogni volta che si verificherà la situazione temuta, il paziente ricorderà quanto vissuto in terapia: una sorta di ordine post ipnotico che gli permette di affrontare l’evento con calma e tranquillità. 

Il procedimento richiede alcune sedute e va proposto nell’ambito di una psicoterapia.

Il Training Autogeno Superiore (TAS)

E’ stato ideato da Schultz per approfondire il mondo interiore ed esplorare le parti più intime della persona.

Consta di sette Esperienze:

  • Il Colore personale
  • Il Prisma o lo Spettro
  • Gli Oggetti
  • I Concetti Astratti
  • Il Vissuto Personale
  • Le Persone
  • Il Dialogo con l’Inconscio

 

Il Percorso Autogeno Immaginativo

Anche questo percorso può essere proposto solo a chi ha già approfondito  il Training Autogeno di base e solo nell’ambito della psicoterapia, cioè con la supervisione di un terapeuta esperto.

La tecnica è stata ideata da L. Masi e consiste nel chiedere alla persona – in stato autogeno – di lasciar apparire agli occhi della mente una determinata immagine.

Il materiale immaginativo che emerge viene interpretato assieme al terapeuta e ha un alto valore sia diagnostico che terapeutico.

Come si svolge un percorso con le tecniche autogene superiori

Assieme al terapeuta, si personalizza il percorso in base alle esigenze personali e al grado di conoscenza del Training Autogeno di base. 

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro:

Scrivere a info@patriziabelleri.it

oppure

Telefonare al 339.1480.554 In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

Domande sul Percorso di apprendimento del TA

Domande sul Percorso di apprendimento del TA

Che cosa posso aspettarmi dal percorso di apprendimento del Training Autogeno?

E’ possibile acquisire una conoscenza generale della teoria del Training Autogeno.
Se si vuole approfondire tale conoscenza teorica, è possibile accedere alla bibliografia del corso.
E’ anche possibile apprendere ad eseguire correttamente i sette esercizi del ciclo Somatico.
Per questo è necessario attenersi al programma e ai suggerimenti dati, nonché inviare regolarmente il protocollo per avere un monitoraggio del proprio apprendimento.
Alla fine del Percorso di apprendimento, si può personalizzare il TA adattandolo alle proprie esigenze personali.
In tutte le fasi del Percorso di può interagire con la Terapeuta attraverso varie modalità.

Ci sono persone che apprendono il Training Autogeno meglio di altre?

Le persone veramente motivate apprendono con più facilità: la motivazione, come per qualsiasi apprendimento, è la condizione indispensabile per ottenere risultati.
E’ necessaria anche la regolarità nell’allenamento: solo praticando costantemente ogni giorni si può apprendere il TA.
Detto questo, va da sé che le persone che hanno una certa disciplina sono candidate ad avere maggiori soddisfazioni con il TA.
Infine, è di aiuto avere una mente fantasiosa, creativa, sensibile ai colori, alla musica, all’arte.

Ci sono persone per le quali il TA non è indicato?

Il TA non ha contro-indicazioni, ma qualche non indicazione. In altre parole, non può essere nocivo, ma in alcuni casi non è di aiuto. Ad esempio nei casi di psicosi, nelle depressioni molto gravi, nelle nevrosi ossessive. In quest’ultimo caso, è meglio non proporlo per evitare che l’esercitazione stessa diventi un rituale nevrotico.
A chi richiede di partecipare al corso viene richiesta la compilazione di un questionario, proprio per valutare se ci sono ostacoli a un buon apprendimento della tecnica.

Ci sono tecniche più semplici da imparare?

Sì, certamente.
E’ possibile contrastare efficacemente lo stress in molti modi, anche con la regolare attività fisica. Il TA richiede una certa motivazione, e agisce più profondamente anche sugli aspetti psicologici della persona.

Durante il percorso di apprendimento, è consigliabile leggere libri sul TA?

No. Sarebbe meglio vivere l’esperienza affidandosi al proprio sentire, senza interferenze di natura razionale.
In seguito, naturalmente, è utile approfondire, leggendo i numerosi testi disponibili sul TA
L’elenco dei libri più diffusi è consultabile in questo sito.
Possono anche essere richiesti ulteriori approfondimenti e percorsi di bibliografia ragionata.

Ho problemi di natura psicologica, posso risolverli seguendo questo corso?

No. Questo corso non può in alcun modo essere considerato un’esperienza di counseling psicologico, né di psicoterapia. In presenza di problemi è necessario rivolgersi a uno psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi e abilitato all’esercizio della Psicoterapia.

Non ho particolari problemi: perché dovrei apprendere il Training Autogeno?

Perché è un metodo assai efficace per la prevenzione degli effetti negativi dello stress.
Tutti, chi più chi meno, conduciamo una vita poco regolare, con ritmi troppo veloci rispetto alle nostre esigenze naturali.
La pratica regolare del TA può normalizzare tutte le funzioni corporee, che spesso sono disturbate dallo stress, dalla tensione, dalla stanchezza eccessiva.

Quando avrò finito il corso, dovrò continuare ad allenarmi regolarmente?

E’ utile, ma non strettamente necessario.
Si può paragonare l’allenamento al TA all’allenamento di una disciplina sportiva. Per imparare a nuotare, ad esempio, è necessario applicarsi con metodo per un certo periodo. In seguito si può nuotare per diletto o per necessità, ma è senz’altro utile nuotare regolarmente.

Quanto dura, complessivamente, l'apprendimento dell'intero ciclo di esercizi di base?

Non è possibile dare una risposta univoca. Dipende dalla disposizione personale e dal tempo che si dedica all’allenamento.
Di norma, si possono riscontrare i primi benefici dalla tecnica in tre o quattro mesi e padroneggiarla perfettamente in sei mesi.

Tutti possono apprendere il TA?

Sì, l’apprendimento del TA è accessibile a tutti.
Ci sono tuttavia alcune caratteristiche personali che rendono l’apprendimento più facile. Tra queste, la fantasia, il senso artistico, la capacità di immaginare.
E’ inoltre indispensabile una certa disciplina, per eseguire con costanza e regolarità le esercitazioni.

Sono uno psicologo. Seguendo questo corso posso applicare il metodo con i miei pazienti?

Come per tutti i metodi, è indispensabile aver sperimentato il TA su di sé prima di proporlo ai pazienti.
Una volta padroneggiato, si può utilizzare nei propri percorsi professionali, tenendo presenti le norme deontologiche e tecniche che regolano il rapporto con il paziente.
Va comunque precisato che questo non è un corso di formazione, né si rilasciano attestati.
Il Training Autogeno a ottant’anni e più

Il Training Autogeno a ottant’anni e più

 

 

Il Training Autogeno è efficace anche per le persone di ottant’anni e più: i Grandi Senior

 

L’utilità del metodo è ampiamente dimostrata nelle diverse stagioni della vita, dall’infanzia all’età matura, ma per quanto riguarda l’utilizzo con le persone anziane, la letteratura a disposizione non è molto ampia.

Gli anziani giungono di rado nello studio dello psicoterapeuta, per mentalità e cultura, ma anche perché il medico di base, loro primo interlocutore, liquida spesso le loro apprensioni con la prescrizione di psicofarmaci.

In realtà, se opportunamente presentato e con una adeguata personalizzazione caso per caso, il Training è efficace anche nell’ultima parte della vita, sia per prevenire che per curare molti problemi legati all’invecchiamento.

Insonnia, ansia, limitazioni funzionali dovute a malattie degenerative, dolore cronico: sono solo alcuni dei disagi che possono essere alleviati con successo grazie al Training Autogeno.

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA ad alcune condizioni

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA, ad alcune condizioni.

La prima è l’assenza di deficit cognitivi. E’ necessario comprendere le istruzioni del terapeuta ed essere in grado di eseguire a casa gli esercizi.

Sono necessarie anche apertura mentale e curiosità verso le nuove esperienze, caratteristiche presenti in molti anziani dalla vita attiva.

La motivazione e la costanza nell’allenamento sono condizioni irrinunciabili, indipendentemente dall’età. Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno.

 

 

Come si procede in pratica

 

Con chi si presenta nel mio studio, programmo un minimo di 9/10 sedute a frequenza da concordare assieme.

Il primo incontro è dedicato alla conoscenza della persona e alla presentazione del metodo, le sette sedute successive agli esercizi – una per ciascun esercizio – e una o due sedute conclusive servono per la personalizzazione del metodo.

Dedico alla persona il tempo necessario per farsi conoscere ed esporre le ragioni per cui chiede aiuto.

È in questa fase che si consolida la motivazione, sottolineando l’importanza di un vantaggio rilevante del Training Autogeno: l’autonomia.

E’ davvero un valore poter utilizzare la tecnica nella propria casa, con i propri tempi e compatibilmente con le proprie abitudini.

Con la pratica giornaliera si ottiene un miglioramento del benessere psicofisico in generale e all’occorrenza si possono affrontare le singole difficoltà.

Dopo aver spiegato in che cosa consiste la tecnica e in che modo può essere di aiuto, presento gli esercizi, iniziando con la Formulazione della Calma.

Ciascun esercizio viene eseguito in studio, con la mia supervisione. Di solito mi limito a controllare che la posizione sia quella giusta e che tutte le condizioni siano soddisfatte, quindi lascio che il paziente esegua l’esercizio per proprio conto.

Qualche volta può essere utile una lieve etero-suggestione: inizio a pronunciare le parole della formula, poi invito il paziente a proseguire da solo, mentre io rimango in silenzio. Procediamo poi alla Ripresa. le prime volte guidata da me, poi gestita in autonomia.

Dopo una settimana o più di esercitazioni a casa con la Formulazione della Calma, suggerisco di passare all’Esercizio della Pesantezza.

In questa fase come nelle successive, la particolare attenzione che gli anziani prestano al proprio corpo e alle sue funzioni può essere sfruttata per promuovere l’abitudine a sentire il corpo e riconoscerne i vissuti.

 

 

I supporti per il lavoro a casa

 

 

Come farò a ricordarmi le parole delle formule? Questa è la domanda che molti anziani mi pongono, timorosi che la loro memoria li tradisca.

Come promemoria di quanto detto in studio, li indirizzo verso una pagina del mio sito, dove sono riportati tutti gli esercizi.

Si tratta del supporto per coloro che partecipano al corso online, ma è un utile supporto anche per i pazienti in studio.

Per coloro che non hanno dimestichezza con il computer, predispongo lo stesso materiale in formato cartaceo.

 

Il Protocollo

 

Propongo anche di compilare ogni giorno il Protocollo.

Si tratta di un diario quotidiano delle esercitazioni a casa, molto utile per monitorare il percorso.

Da parte mia, leggendolo, posso accorgermi per tempo di errori di esecuzione e intervenire per correggerli.

Per le persone anziane serve anche come ulteriore rassicurazione riguardo la memoria: la stesura quotidiana del protocollo è infatti un utile esercizio per rafforzarla.

La frequenza degli incontri e la scelta di introdurre l’esercizio successivo varia caso per caso e dipende da diversi fattori.

In linea di massima, occorrono dai tre ai sei mesi per completare l’apprendimento del ciclo di base.

 

Si può apprendere anche online?

 

Molte persone anziane ormai utilizzano regolarmente il computer per informarsi, comunicare e sbrigare le loro pratiche online.

Coloro che hanno dimestichezza con il mezzo non hanno alcuna difficoltà a seguire un percorso online.

Una generazione abituata a leggere, si trova a proprio agio con il mio corso che non propone stimoli audiovisivi, ma un lavoro personale sulla base di quanto è spiegato sul sito e dello scambio di email legato al commento del Protocollo.

 

La personalizzazione del percorso

 

Quando il paziente ha appreso il metodo ed è in grado di eseguire in autonomia tutti gli esercizi, propongo la personalizzazione di quanto appreso.

Insegno a elaborare le formule relative sugli organi che necessitano di cure (formule d’organo). oppure indirizzare il lavoro a specifici comportamenti (formule di comportamento).

Di solito, l’applicazione pratica più richiesta – e quella dove il TA dà ottimi risultati – riguarda il disturbi del sonno.

Le persone più sensibili possono anche utilizzare il TA come aiuto in un percorso di approfondimento esistenziale.

C’è chi durante il TA produce immagini mentali spontanee, che, opportunamente interpretate con l’aiuto del terapeuta, rappresentano dei veri e propri messaggi dal profondo.

Per chi ha vissuto gran parte della vita, lasciar riaffiorare i ricordi, perdonare, perdonarsi aiuta a dare un senso al proprio passato e a vivere più serenamente il presente.

 

In conclusione

 

Sulla base della mia esperienza, posso confermare che i pazienti anziani, aperti a nuove esperienze e opportunamente motivati possono apprendere con soddisfazione il Training Autogeno e migliorare, grazie alla pratica quotidiana, il loro benessere psicofisico.

 

Note

 

B.H. Hoffman, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno afferma che “non vi sono limiti verso l’alto” e che anche i pazienti in età avanzata possono apprendere con soddisfazione il metodo.

B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio Ubaldini 1980.

Peirone e E. Girardi, psicologi sensibili ai temi dell’invecchiamento, hanno trattato con la psicoterapia autogena circa 3600 anziani (60/90 anni) in un arco di tempo che va dal dal 1977 al 2016.

Il Training Autogeno ha dimostrato di agire efficacemente quale:

terapia modificante il “non saper invecchiare”;
preparazione al “saper invecchiare”;
potenziamento del “saper invecchiare”;
accompagnamento della Persona durante il suo invecchiamento.
L.Peirone – E. Girardi, Il Training Autogeno. Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute, Edizioni Ferrari Sinibaldi, 2016.

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Libri sul Trainining Autogeno

Libri sul Trainining Autogeno

I libri sul Training Autogeno

 

 

Ci sono due modi per accostarsi al Training Autogeno: trovare un maestro e iniziare a praticarlo, oppure leggere dei libri sull’argomento.

A mio avviso, il primo è preferibile. Consente di mettere da parte il pensiero logico e di abbandonarsi all’esperienza; si entra in contatto con il proprio corpo, e si inizia da subito l’immersione dentro di sé. Successivamente, una volta che la tecnica è ben appresa, è assai consigliabile conoscerne la storia, le basi teoriche, le applicazioni pratiche: per questo servono i libri.

La seconda possibilità è partire dalla conoscenza e poi, una volta convinti della bontà del metodo, iniziare a praticarlo.

Nell’uno e nell’altro caso, dunque, servono dei buoni libri.

Ecco un elenco dei libri che sono stati negli anni una guida per me e per i miei pazienti.

 

 

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 1

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il primo volume dell’Opera di Schultz, descrive il Training Autogeno di base, i fondamenti teorici, le basi neurofisiologiche, la descrizione dettagliata degli esercizi, la casistica, le indicazioni e le contro indicazioni.

Tecniche Autogene Superiori

Luciano Masi – Antonio Galli

CISU 2017

Le tecniche autogene “superiori” sono la naturale prosecuzione degli esercizi di base. Esse garantiscono un ulteriore approfondimento della “commutazione” e un ulteriore equilibrio psicofisico (dall’equilibrio neurovegetativo a quello tra i due emisferi). Dal punto di vista psicoterapeutico sono di fondamentale importanza perché aprono la vita alla dimensione analitica.

Psicoterapia autogena vol.1 Training autogeno di base

G.L. Gonzales de Rivera y Revuelta

Cortina 2010

Lo stress è sempre esistito, si potrebbe quasi sostenere che nasca con l’uomo e che l uomo nasca con esso. Il volume presenta il metodo di base del training autogeno, come primo passo per affrontare un percorso psicologico e psicoterapeutico. L’autore sottolinea la capacità generativa della risposta di rilassamento che si realizza attraverso una regolare e continua pratica, pone l’accento sui processi omeostatici e di autoregolazione che scaturiscono dall’esperienza. Il testo vuole essere sia uno strumento di conoscenza didattica sia un testo chiaro e completo sulle possibili evoluzioni del training autogeno.

Sani con il training autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l'armonia

H. Wallnöfer

Armando 2008

Heinrich Wallnöfer, medico e psicoterapeuta viennese, è uno dei più autorevoli studiosi del TA. In questo libro si può trovare una ottima introduzione al metodo. Vengono illustrate le basi teoriche e i presupposti neurofisiologici e descritti in maniera dettagliata gli esercizi somatici.
L’Autore offre anche una panoramica delle Indicazioni del TA, cioè di tutte quelle situazioni, patologiche e non, in cui il metodo può essere utilizzato con successo.
Si tratta in sostanza di un ottimo manuale, dalla lettura scorrevole pur nel rispetto del rigore scientifico.

Manuale di training autogeno e tecniche di psicoterapia bionomica

C. Widmann

Edizioni del Girasole 2011

Questo volume (accuratamente aggiornato e accresciuto di oltre quaranta pagine e dell’indice dei nomi rispetto alla prima edizione del 1980) ripropone il training autogeno nella forma più fedele agli insegnamenti di Schultz e nella sua impostazione squisitamente analitica, tramandata da Henrich Wallnöfer.
Esso costituisce un riferimento solido per una corretta conoscenza delle tecniche autogene. Si tratta di uno strumento operativo, che prospetta le modalità di applicazione del training autogeno sia inferiore, sia superiore e che traccia le linee guida di una psicoterapia analitica, che Schultz chiamava psicoterapia autogena o bionomica.

Il Training Autogeno: Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute

L. Peirone – E. Gerardi

Edizioni FS 2016

Il TA viene qui presentato in una veste ampliata e creativa nei “significati”, sfruttando le sue intrinseche potenzialità suggestive e la sua collocazione nell’ambito della psicologia immaginativa: ne deriva una chiave di lettura per cui la tecnica classica medico-psicologica viene valorizzata da un largo contesto filosofico-culturale e da feconde aperture di stampo eclettico-integrato.

Storia di una poltrona

L. Masi

Edizioni Il Calamaio 2009

Polax è la poltrona-relax che il dottor H utilizza da tanti anni nelle sue sedute di Psicoterapia autogena.
Il dottor H. è Luciano Masi, e la sua vecchia poltrona racconta la fatica, il dolore, e la vittoria finale di tanti percorsi di psicoterapia autogena.
Steso sulla poltrona, durante i vissuti autogeni immaginativi il paziente suda, piange, i suoi muscoli si irrigidiscono, e poi si distendono, e Polax registra la fisicità del vissuto terapeutico, che passa per il corpo, che si fa sofferenza, e poi esperienza di rinascita.

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 2

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il secondo volume dell’opera di Schultz tratta del Training Autogeno e delle tecniche autogene superiori. E’ un testo molto impegnativo, che richiede la lettura del primo volume.

Manuale di Training Autogeno

 

 

B.H. Hoffmann

Astrolabio Ubaldini 1980

E’ un ottimo manuale sia per i terapeuti che utilizzano il Training Autogeno, sia per coloro che lo praticano e che desiderano conoscere più a fondo il metodo. Una trattazione completa e sistematica degli aspetti teorici e pratici del training autogeno, con numerosi esempi di indicazioni terapeutiche e di casi clinici.

Metodologie Autogene: Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

L. Palladino

Edizioni ETImpresa 2016

Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

 

 

 

 

Il training autogeno in diretta. Si aprono nuovi orizzonti

G. Gastaldo M. Ottobre

Armando Editore (Collana AIRDA) 2008

Esperienze, esempi concreti e metodi terapeutici: questo testo, in modo semplice e chiaro, è volto a insegnare il Training Autogeno, il silenzio dell’ascolto, consentendo di comprendere ciò che si genera in sé, in particolare il proprio dialogo interno.

 

 

 

 

Sui sentieri dell’interiorità: Ritrovarsi con il training autogeno e la spiritualità cristiana (Vivere in pienezza)

A. D’Auria

Effatà Editrice 2013

Incamminarsi lungo i sentieri dell’interiorità significa ritrovare le energie per vivere consapevolmente la nostra quotidianità e per esprimere noi stessi attraverso gesti, parole e atteggiamenti autentici. Queste pagine mostrano come, attraverso il training autogeno, ognuno possa imparare l’arte dell’ascolto del suo corpo e della sua interiorità, cioè di quel mondo spirituale dove ogni persona vive la propria libertà, la propria unicità, le più profonde inclinazioni e l’amore per qualcuno o per qualcosa per cui spendere la propria vita.

 

 

Training autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento

H. Lindemann

Tecniche Nuove 2003

L’autore del libro è un medic. Hha compiuto la traversata dell’oceano Atlantico a bordo di una fragile imbarcazione. Il Training Autogeno  di cui è esperto, lo ha sostenuto e gli ha permesso di portare a termine l’impresa.
Ottima la descrizione del metodo, utile sia per il principiante che per chi già conosce il TA.

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Il Training Autogeno è ampiamente diffuso e praticato nel mondo ed è impiegato in molti settori: medico, psicoterapeutico, psicopedagogico, sportivo, aziendale, artistico. Tuttavia, perché sia veramente efficace, è indispensabile apprenderlo da professionisti esperti.

Chi insegna il Training Autogeno?

In mancanza di una normativa, chiunque può insegnarlo.

Si possono trovare corsi di Training Autogeno offerti dalle palestre, o dai centri benessere, o da professionisti che si improvvisano operatori di TA per aver letto qualche libro.

Spesso si tratta anche di corsi di discreto livello, che insegnano la tecnica e permettono di ottenere ragionevoli benefici in termini di rilassamento.

In questo modo, però, si perdono moltissime potenzialità del TA.

Infatti, non è solo una tecnica di rilassamento, ma anche un metodo per entrare in contatto profondo con noi stessi, affrontare le nostre problematiche e le nostre paure, modificare comportamenti dannosi o disfunzionali che ci impediscono di raggiungere il benessere.

Per ottenere il meglio dal Training Autogeno, dunque, è bene apprenderlo da un professionista che ne conosca i fondamenti acquisiti attraverso una formazione adeguata.

Si potrà così trarre beneficio dal Training Autogeno, nelle sue forme Somatica e Superiore, come un metodo psicoterapeutico valido ed efficace.

Come si diventa operatori di Training Autogeno?

In Italia esistono diverse strutture qualificate che formano operatori di Training Autogeno. Benché alcune di queste abbiano offerte formative aperte a professionisti di diversa formazione (pedagogisti, counselor, ecc.),.

Personalmente, ritengo che lo psicologo, meglio se psicoterapeuta, sia la persona più adatta a utilizzare al meglio il TA.

L’attività di studio e di ricerca più prestigiosa e accreditata in Italia è svolta dall’ICSAT. (Italian Committee for the Study of Autogenic Training)

tratta della emanazione italiana dell’ICAT, creata da H.I. Schultz, il creatore del TA, e portata avanti dopo la sua morte dal suo più stretto collaboratore, W. Luthe.

I didatti dell’ICSAT possono insegnare il TA e  tenere corsi presso le strutture riconosciute.

Centri riconosciuti dall’ICSAT

AIRDA

Associazione Interdisciplinare di Ricerca e Didattica Autogenicità

Direttore dr. Giovanni Gastaldo

DIVENIRE

Centro di Formazione in Training Autogeno, Meditazione e Psicoterapia Autogena

Direttore dr. Luciano Palladino

CENTRO PSICOTERAPIA DINAMICA

Direttore: dr. Carmine Grimaldi

CISSPAT

Centro Italiano Studio Sviluppo Psicoterapie e Autogenes Training

Direttore dott.ssa Marilla Malugani

FORMIST

Istituto di Formazione Psicoterapica e Professionale

Scuola Superiore di Psicoterapia Bionomica

Direttore: dr. Walter Orrù

SINAPSI

Società Italiana Non Analitica di Psicoterapia

Direttore: dr. Luciano Masi

Nota importante

Nell’elencare i Centri autorizzati alla formazione al Training Autogeno e alla Psicoterapia Autogeno, ho fatto riferimento alle Strutture autorizzate dall’ICSAT poiché si tratta di una realtà che conosco personalmente.  

Chi desidera segnalare altre Strutture serie di cui ha conoscenza può farlo scrivendomi: info@patriziabelleri.it. Sarà mia cura inserire nel sito i nominativi e gli indirizzi segnalati.

Che cosa occorre per apprendere il TA

Che cosa occorre per apprendere il TA

Per apprendere il Training Autogeno non occorrono requisiti speciali: soltanto ciò che serve per accostarsi a qualsiasi metodo.

 

Il Training Autogeno è un metodo semplice da imparare e accessibile a tutti. Nonostante ciò, alcune persone lo abbandonano prima di averne completato il percorso di apprendimento, pur avendolo intrapreso con entusiasmo.

 

Per evitare delusioni, è bene cavere fin dall’inizio un’idea dei requisiti necessari perché l’apprendimento sia efficace.

Mi è capitato più volte di veder screditare il metodo con un semplicistico “con me non funziona”, quando in realtà non era stato accostato nel modo corretto.

Vediamo quali sono i requisiti necessari per imparare a praticare il Training Autogeno con soddisfazione e soprattutto per godere di tutti i vantaggi che questo metodo offre.


Motivazione: voglio davvero imparare a praticare il Training Autogeno?

 

La motivazione è alla base di qualsiasi apprendimento. Non possiamo imparare qualcosa che non ci interessa davvero.

Prima di accostarci al Training Autogeno è dunque indispensabile domandarci: è quello che voglio in questo momento della mia vita? E perché proprio il TA?

Nella mia pratica professionale, scoraggio chi mi chiede di iniziare un percorso solo “per provare”: partirebbe già in svantaggio.


Costanza e perseveranza: non cedere alla lusinga del tutto e subito

 


Uno dei errori più comuni di chi inizia a praticare il TA è pensare che basti poco tempo e poco impegno per raggiungere subito l’obiettivo.

Non è così. Per imparare il TA è necessario essere disponibili a dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla pratica, con regolarità e costanza.

E’ evidente che questo vale per qualsiasi metodo si voglia apprendere seriamente: dalla Meditazione, alla Mindfulness, solo per fare qualche esempio.


Disciplina: semplice non vuol dire facile

 

Non è possibile imparare a nuotare andando in piscina una volta ogni tanto, quando se ne ha voglia. Occorre programmare allenamenti regolari e non scoraggiarsi se i risultati prefissati non arrivano subito.

Per imparare il Training Autogeno occorre allenarsi ogni giorno con orari il più possibile regolari, senza lasciarsi scoraggiare quando durante l’esercitazione “non accade nulla”: prima o poi qualcosa accadrà di sicuro.


Concentrazion
e passiva: un nuovo approccio mentale

 

L’approccio al TA richiede una mentalità nuova che si può riassumere in una frase: “Lascia accadere”. 

Si impara ad abbandonare qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre  si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio tpotrà sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, sperimentandolo, si scoprirà quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Per realizzare la concentrazione passiva è necessario abbandonare alcuni atteggiamenti tipici del nostro abituale approccio alle nuove attività: cercare la performance. “Mi è venuto bene?” non è la domanda da porsi alla fine di un esercizio, ma “che cosa ho sperimentato?”


Lasciar accadere: allentare il controllo
 

Essere troppo razionali non giova all’apprendimento del TA.

E’ utile una certa disciplina nell’allenamento quotidiano, ma, durante l’esercitazione devi evitare l’eccesso di controllo: ad esempio preoccuparsi del numero esatto delle ripetizioni delle formule, o chiederti “Avrò fatto bene?”.

L’esercitazione del TA non richiede di ottenere risultati, ma è semplicemente un’esperienza da vivere.


Evitare i supporti sonori:  il 
Training Autogeno  “si realizza da sé”

 

Il web è pieno di guide sonore che con voci suadenti invitano al rilassamento, magari con un sottofondo di suoni della natura o di musica new age: non è Training Autogeno!

Proprio perché si tratta di raggiungere uno stato mentale che si genera da sé, è necessario che non vi siano interferenze di sorta e che l’esercitazione possa avvenire nel silenzio.

Molti terapeuti, in studio, suggeriscono le parole delle formule mentre il paziente si esercita, ma si tratta di una dimostrazione didattica, solo per mostrare come si procede, poi l’allievo a casa proseguirà per proprio conto ad allenarsi in silenzio.

Chi inizia la pratica abituandosi al supporto sonoro, difficilmente riuscirà poi a realizzare il vero stato autogeno.


Ambiente appropriato: non ci si può allenare dappertutto

 

E’ necessario scegliere con cura l’ambiente dove allenarsi. Deve essere silenzioso, in penombra e il più possibile privo di elementi disturbanti.

Questa raccomandazione vale solo per il periodo dell’apprendimento: chi è ormai esperto può ricorrere al TA anche nelle circostanze difficili, basta pensare alla sala parto.

 

Scegliere il momento adatto

 

E’ consigliabile iniziare l’apprendimento del TA in un momento relativamente tranquillo della propria vita.

E’ molto difficile imparare a rilassarsi – in generale – quando si sta vivendo una situazione di ansia acuta.


Trovare un maestro: meglio evitare il fai da te

 

Esistono molti ottimi libri che indicano la strada da seguire per imparare il TA. Tuttavia, la presenza di un maestro che segue passo passo il percorso presenta dei vantaggi da non sottovalutare:

 

• Segnala per tempo errori da cui poi è difficile liberarsi;

 

• Rispetta i tempi dell’allievo e suggerisce la progressione degli esercizi in base a tali tempi;

 

• Personalizza il percorso sulla base delle esigenze individuali.


In conclusione

 

Accostiamoci al Training Autogeno con curiosità, ma seriamente.

 

Non ci sono formule magiche per imparare qualcosa di nuovo, e questo vale anche per il TA. 

 

Dedichiamo tempo e impegno all’allenamento e ne trarremo grandi soddisfazioni.

 

 

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

L’attacco di panico arriva all’improvviso e da quel momento niente è più come prima.

Chi lo ha sperimentato in prima persona – o ha assistito qualcuno  – ha di sicuro notato che l’esperienza del panico mette in moto una serie di tentativi di soluzione, non tutti utili, alcuni decisamente controproducenti.

Vediamo quali tentate soluzioni mette in atto chi cerca di affrontare il panico.

 

 

Di fronte a un evento che provoca tanta angoscia, il primo passo la ricerca di una causa.

Si tratta di una decisione corretta: è giusto poter disporre di una diagnosi differenziale per escludere che alla base del disturbo vi sia una causa organica.

Di norma, il medico prescrive gli accertamenti per escludere le patologie che potrebbero dar luogo a sintomi assimilabili all’attacco di panico.

Nella maggior parte dei casi, i risultati delle indagini sono negativi e la sentenza del medico è disorientante:

 

 

 

 

 

 

“Si è trattato di un attacco di panico, il male è solo nella sua testa”. 

 

Invece di rassicurare, questa affermazione può dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti non sempre funzionali al ripristino del benessere.

Per molte persone, infatti, è più accettabile avere un malanno “reale” che un disagio psicologico.

Che fare dunque?

 

Il giro dei dottori

 

Dopo una prima rassicurazione, sorge un dubbio: “il medico di base può aver sbagliato, occorre sentire uno specialista!”

Inizia così il giro dei dottori, per escludere una causa “vera”, più spesso nella speranza di trovarla.

Più volte i miei pazienti mi hanno detto: “Questo male misterioso mi disorienta e mi spaventa. Vorrei poter avere una malattia reale, con una terapia ben definita”.

Si chiede dunque il parere del cardiologo, del gastroenterologo, del neurologo e l’elenco può continuare.

Ogni specialista dirà la sua, rassicurerà per un po’, ma il prossimo attacco rimetterà tutto in discussione e il girotondo ricomincerà…

 

La condotta di evitamento

 

EvitamentoLa prima volta è successo in metropolitana? Forse la “colpa” è di quel mezzo. Meglio evitare, posso usare l’auto.

E se la volta successiva accade in banca? O all’ufficio postale?

Attribuire al luogo o alla circostanza la responsabilità di aver provocato il panico avrà come conseguenza di rendere il mondo sempre più piccolo, perché tanti, troppi, saranno i luoghi e le circostanze interdetti.

Di solito si evitano i luoghi chiusi (claustrofobia), o affollati (agorafobia).

Sarà sempre più una vita costellata di “vorrei, ma non posso”, ma il problema non si risolverà.

L’atteggiamento evitante peggiora la situazione invece di risolverla.

 

Trovare un accompagnatore

 

Trovare un accompagnatoreUna presenza amica rassicura ed è tanto più vero se sei in preda all’ansia.

C’è sempre qualcuno che, in perfetta buona fede, per affetto, ti può accompagnare nei luoghi che temi e sostenere in quelle circostanze che prima affrontavi in piena autonomia e oggi ti mettono apprensione.

La persona cara assumere il ruolo di accompagnatore, per propria scelta, o perché le viene espressamente richiesto.

E’ un vero aiuto? No, non lo è.

Si crea un legame non sano con l’accompagnatore che diventa vittima “mi devo sacrificare per accompagnarti”, ma anche carnefice dal momento che impedisce a chi gli si affida di evolvere verso la guarigione.

Questo legame disfunzionale ha come conseguenza la perdita dell’autonomia, il calo dell’autostima, un rapporto di dipendenza che genera un circolo vizioso difficile da spezzare.

 

Il controllo

 

L’attacco d’ansia è di per sé una perdita di controllo: più cerchiamo di controllarci e più ci rendiamo Controlloconto che è impossibile, sicché la paura e l’ansia aumentano sempre iù.

Il tentativo di controllo è un altro degli atteggiamenti non funzionali.

Basti pensare a una persona che in acqua ha il terrore di annegare: metterà in atto tutti i movimenti scomposti che la faranno annegare davvero.

Calmandosi, galleggerebbe.

La stessa cosa avviene con il panico. Ci sono tante tecniche e strategie per calmarsi durante un attacco e imparare a prevenire il panico.

Il Training Autogeno ti può aiutare in tre modi

15 domande sul Training Autogeno

15 domande sul Training Autogeno

Che cosa posso aspettarmi dal Training Autogeno? Come si svolge il percorso di apprendimento? E, soprattutto, sarà adatto per me?

 

Queste sono solo alcune delle domande che mi pongono le persone che mi scrivono o che incontro nel mio studio.

Ho cercato di dare una risposta alle più frequenti.

Leggi anche le Domande sull’esecuzione degli esercizi

 

Per tutte le domande che non si trovano nell’elenco, rispondo volentieri a chi mi scrive: info@patriziabelleri.it

 

1. Che cosa è il Training Autogeno?

 

Il Training Autogeno è una tecnica di autodistensione, ideata tra il 1908 e il 1912  da Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, morto a Berlino nel 1970.

L’elaborazione del Training Autogeno prende le mosse dal desiderio, da parte di Schultz, di trovare un’alternativa terapeutica all’ipnosi.

Infatti, Schultz, profondo conoscitore dell’ipnosi, non ne era completamente soddisfatto.

Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo, riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica.

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio psicoterapeutico che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva: la psicoanalisi.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe sia all’ipnosi che alla psicoanalisi, ma che superasse i limiti di entrambe.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica di autoipnosi che potesse essere di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone. In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in proprio dal paziente senza che fosse più necessaria l’opera del terapeuta.

Elaborò il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé (autogeno).

Il presupposto fondamentale che sta alla base del TA nasce da un’osservazione del suo autore.

Schultz aveva notato che tutti i pazienti sottoposti ad ipnosi, una volta usciti dalla trance, riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente. In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver provato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore.

Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere provate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi.

Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

 

2. Che cosa comporta un percorso di apprendimento di Training Autogeno?

 

Comporta due cicli: il Training Autogeno di Base (o Somatico) e il Training Autogeno Superiore. Nella maggior parte dei casi ci si ferma al solo apprendimento del ciclo inferiore, già di per sé sufficiente per affrontare moltissime problematiche psicofisiche.

 

3. In che  cosa consiste un percorso il Training Autogeno di base?

 

Il Training Autogeno (TA), nel livello di Base o Somatico, è composto da sei esercizi, preceduti dalla Formulazione della Calma:

Formulazione della Calma

Esercizio della Pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso Solare

Esercizio della Fronte

 

4. Come si svolge il percorso?

 

L’allievo – seguito dal terapeuta – impara un esercizio e poi lo esegue regolarmente a casa, ogni giorno. Quando l’esercizio è ben appreso, si passa a quello successivo.

L’allievo prende nota dei vissuti delle sue esercitazioni trascrivendoli in un Protocollo che serve al terapeuta per monitorare l’apprendimento.

 

5. Come si eseguono gli esercizi?

 

Gli esercizi del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascun esercizio con lo scopo di realizzare stati mentali e vissuti psicosomatici specifici.

Le formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

 

6. E’ necessario un ambiente particolare per allenarsi?

 

Sì.

E’ necessario potersi allenare in un ambiente tranquillo, senza disturbi esterni, in posizione comoda.

Successivamente, una volta ben appresa la tecnica, la si potrà praticare, in caso di necessità, anche in ambienti non tranquilli.

 

7. In che cosa consiste il Training Autogeno Superiore (TAS)?

 

Il TAS è un vero e proprio metodo psicoterapeutico, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione. Per praticarlo è necessaria la presenza del terapeuta.

Questo secondo ciclo è composto da sette esperienze:

 

L’esperienza del Colore personale

L’esperienza del Prisma o dello Spettro

L’esperienza degli Oggetti

L’esperienza dei Concetti Astratti

L’esperienza del Vissuto Personale

L’esperienza delle Persone

L’esperienza del Dialogo con l’Inconscio

 

8. Quando e come ci si può accostare al TAS?

 

Solo dopo essersi allenati per almeno sei mesi con il TA, e solo con l’assistenza di uno  psicoterapeuta specificatamente formato in questo metodo.

 

9. A che cosa serve il Training Autogeno?

 

Serve per rilassarsi, per distendersi, per ristabilire un equilibrio psicosomatico.

Praticando il TA si impara a raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti.

Serve anche per vincere le fobie, contrastare gli attacchi di panico, sconfiggere cattive abitudini come il fumo, migliorare la concentrazione e tanto altro.

In pratica, è utile in tutte le situazioni in cui l’ansia ostacola il normale fluire della vita.

 

A livello fisico si ottiene:

 

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata

Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno)

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto

La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche

 

A livello psicologico si ottiene:

 

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria

Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza

 

A livello comportamentale si ottiene:

 

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

 

10. In quali situazioni non cliniche può essere utile il TA?

 

In tutte le situazioni in cui è necessario ridurre gli effetti dello stress.

Solo per fare tre esempi (ma potrebbero essere molti di più), è utile nello sport, per aumentare la concentrazione e migliorare le prestazioni.

Viene utilizzato abitualmente nella preparazione al parto per ridurre il dolore delle contrazioni: in questo caso si utilizza una forma di Training specifica, il RAT (Training Autogeno Respiratorio).

Molti artisti lo utilizzano per ampliare la consapevolezza e migliorare le capacità creative.

 

11. Chi può apprendere il Training Autogeno?

 

Praticamente tutti. Solo in rari casi non è consigliabile l’apprendimento del TA.

Ad esempio non è possibile insegnarlo quando la persona non è in grado di comprendere le istruzioni, o in casi di psicosi.

Si tratta comunque di valutazioni  che devono essere fatte di volta in volta dal terapeuta.

Si sconsiglia l’apprendimento del TA anche quando non sussistono le condizioni ambientali per allenarsi: mancanza del tempo o del luogo adatto per allenarsi, ad esempio.

 

12. Ci sono persone che lo apprendono meglio di altre?

 

Sì. Per apprendere bene il TA sono necessarie questi condizioni:

Motivazione

Regolarità e costanza negli allenamenti

Disciplina

Inoltre, è di aiuto avere una mente fantasiosa, creativa, sensibile ai colori, alla musica, all’arte.

 

13. Quanto tempo ci vuole per apprenderlo in modo da trarne beneficio?

 

Dai tre ai sei mesi, allenandosi regolarmente ogni giorno.

 

14. E’ possibile apprendere il TA da soli?

 

Non è consigliabile. Con il “Fai da te” si possono creare abitudini sbagliate, poi difficili da cambiare, che potrebbero rendere il TA inefficace.

Inoltre, poiché il TA altera lo stato di coscienza, è sempre bene che un terapeuta esperto segua la situazione e intervenga se emergono vissuti conflittuali che vanno elaborati.

 

15. A chi ci si può rivolgere per imparare a praticare il TA?

 

E’ bene rivolgersi a un terapeuta – psicologo o medico – che abbia seguito una formazione specifica come Operatore di TA.

L’ICSAT (Italian Committee for the Study of Autogenic Training) è una Associazione di studio sul Training Autogeno e un Albo nazionale al quale si iscrivono, tramite esame di idoneità, gli psicoterapeuti, i medici, gli psicologi, formatisi in varie scuole e da vari didatti da essa riconosciuti.

Nell’Albo Nazionale ICSAT si possono trovare i nominativi degli Operatori di Primo Livello (Training Autogeno di Base) e di Secondo Livello (Training Autogeno di Base e Training Autogeno Superiore).

Corso online di Training Autogeno di base

Corso online di Training Autogeno di base

Da molti anni conduco un Percorso on line di Training Autogeno di Base.

L’idea di insegnare il Training Autogeno a distanza nasce dalla mia esperienza più che trentennale con questo metodo di rilassamento e dalla convinzione che grazie a Internet sia possibile offrire un valido aiuto anche a distanza

A chi può essere utile un percorso on line

° a chi abita in centri isolati e ha difficoltà a raggiungere lo Psicoterapeuta;

° a chi è affetto da difficoltà o patologie che rendono difficili gli spostamenti;

° a chi ha orari di lavoro tali da impedire la regolare frequentazione dello studio di un professionista;

° a chi vive all’estero e preferisce affrontare un percorso di apprendimento e di auto-conoscenza nella propria lingua madre;

° a chi non può assentarsi da casa per motivi familiari: bambini piccoli o anziani da accudire, ad esempio;

° a chi per ritrosia o timidezza, preferisce incontrare il Professionista virtualmente;

° a chi semplicemente si trova più a proprio agio online.

 

Dove trovarlo

 

Il Percorso si trova sul sito Corsi online di Training Autogeno

Il Training Autogeno può essere appreso a distanza, ma è bene che l’apprendimento avvenga con una guida esperta.

La guida del terapeuta serve a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Il punto di forza del percorso è l’interattività: l’allievo viene guidato nell’esecuzione degli esercizi e può ottenere un feedback per tutta la durata dell’apprendimento.

In che cosa consiste

Supervisione del protocollo tramite scambio di e-mail

La supervisione online inizia con la compilazione di un questionario di presentazione e un successivo scambio di e-mail per valutare come impostare il percorso.

Poi si procede un esercizio per volta. Ogni giorno, oppure ogni settimana, l’allievo invia il protocollo di tutte le esercitazioni e riceve un feedback sul proprio lavoro.

Dopo ogni esercitazione, l’allievo annota sul Protocollo le sensazioni fisiche avvertite e i vissuti emotivi e psicologici che sono emersi. Il Protocollo con le auto-valutazioni di tutte le esercitazioni settimanali va consegnato al terapeuta per discuterne assieme.

Attraverso il Protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso con questo è un ottimo presupposto per apprendere al meglio del TA e imparare ad utilizzarlo efficacemente nelle situazioni reali della vita di tutti i giorni.

Incontri in audio-video su Skype

Per chi preferisce essere assistito personalmente, è possibile programmare una serie di incontri online.

Si programma un incontro per ciascun esercizio. La prima parte dell’incontro serve per conoscere la situazione personale dell’allievo e le eventuali problematiche da affrontare. La seconda parte è incentrata sul commento del protocollo dell’esercizio e sulla presentazione dell’esercizio successivo.

La durata dell’incontro è di un’ora.

Indice degli argomenti

 

  • Introduzione
  • Condizioni preliminari
  • Protocollo
  • Formulazione della Calma
  • Esercizio della Pesantezza
  • Esercizio del Calore
  • Esercizio del Cuore
  • Esercizio del Respiro
  • Esercizio del Plesso Solare
  • Esercizio della Fronte
  • Personalizzazione del Training Autogeno. Le formule specifiche

    Quanto costa

L’assistenza tramite scambio di e-mail costa 140,00 euro, indipendentemente dalla durata del percorso (che di norma va da tre a sei mesi) e dal numero di e-mail scambiate.

L’onorario per gli incontri su Skype è di 70 euro a seduta.

Entrambi i percorsi sono fatturato come “prestazioni sanitarie”, pertanto deducibili fiscalmente.

Metodologie autogene

Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

 

Luciano Palladino propone una riflessione matura sul Training Autogeno nelle sue diverse declinazioni, da metodo di rilassamento a formidabile accesso alle istanze più sane, più ricche, più profonde della persona.

L’Autore non indica punti di arrivo, ma l’apertura a nuove esplorazioni, e il sottotitolo è una promessa.

Con l’autorevolezza conquistata in anni di studio e di confronto con i pazienti e con i professionisti che ha formato, Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla  luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

La chiave di lettura è la collocazione del TA nell’ambito della scienza della complessità.

Palladino ha avuto per Maestri i padri del TA e il loro influsso si avverte, e suona tributo affettuoso a ciascuno di loro.

Metodologie Autogene ci conferma che il TA può dare grandi soddisfazioni quando il terapeuta e il paziente assieme investono tempo, dedizione, apertura all’ascolto, ma anche umiltà, perché, come scrive Tullio Bazzi, un grande Maestro del Training Autogeno:

Se chiedete poco, avrete molto, se chiedete molto, non vi sembrerà mai abbastanza.

Luciano Palladino, Metodologie autogene. Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa, Torino, Etimpresa Edizioni, 2016.