Che cosa è il Training Autogeno

Che cosa è il Training Autogeno

A chi e a che cosa serve il Training Autogeno? Come agisce? Ha controindicazioni? Perché sceglierlo? Come si impara a praticarlo?

Sono solo alcune delle molte domande che mi vengono rivolte da chi vorrebbe accostarsi alla pratica del TA.

Questo articolo è una mappa per orientarsi tra gli argomenti principali con i link per approfondire quelli che interessano.

 

 

 

 

Training Autogeno: di che si tratta

 

ll Training Autogeno è un  metodo di rilassamento e di autodistensione fisica e psichica.

E’ una tecnica meditativa,in particolare nella sua fase Superiore, tanto che è conosciuto anche con il nome di yoga occidentale.

Non tutti sanno che è alla base di una psicoterapia, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Consta di due cicli di esercizio: il Training Autogeno di Base o Somatico e il Training Autogeno Superiore. 

Per la preparazione al parto si utilizza il Training Autogeno Respiratorio.

 

Training Autogeno di base o Somatico

 

E’ un percorso di sei esercizi, da sperimentare in successione, preceduti dalla Formulazione della calma:

 

Formulazione della Calma

Esercizio della pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso Solare

Esercizio della Fronte Fresca

 

L’apprendimento richiede un periodo di tempo variabile dai tre ai sei mesi.

Per una descrizione dettagliata degli esercizi e le indicazioni per eseguirli: Training Autogeno di base

Training Autogeno Superiore

 

Chi ha completato il percorso di base, può accedere al Training Autogeno Superiore, che consta a sua volta di sette esperienze:

 

L’esperienza del colore personale

L’esperienza dello spettro dei colori

L’esperienza degli oggetti

L’esperienza dei concetti astratti

L’esperienza del vissuto personale

L’esperienza delle persone

Il dialogo con l’inconscio

 

Per una descrizione dettagliata delle esperienze: Training Autogeno Superiore

La preparazione al parto con il RAT – Training Autogeno Respiratorio

 

Una emanazione molto interessante del TA è il RAT – Training Autogeno Respiratorio – ideato da Umberto Piscicelli presso il Policlinico Gemelli di Roma, tra il 1965 e il 1977.

Si tratta di un metodo che aiuta le gestanti a spezzare il circolo vizioso paura-tensione-dolore attraverso l’allenamento autogeno.

E’ utilizzato nei migliori corsi di preparazione alla nascita e la sua efficacia è ampiamente comprovata.

 

Leggi di che si tratta: Preparazione alla nascita

Vedi gli  Esercizi RAT

La storia

 

Per accostarsi al metodo, è utile sapere da dove viene, chi lo ha ideato, avere un’idea della sua storia.

Il Training Autogeno è stato ideato negli anni tra il 1908 e il 1912 da Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen.

Nel tempo la tecnica è stata sottoposta a numerosissime verifiche sperimentali e ha avuto un’enorme diffusione in tutto il mondo.

Il suo successo è dovuto alla relativa facilità con cui può essere appresa e ai grandi benefici di cui gode chi la pratica con regolarità.

Nasce dalla profonda esperienza di Schultz con l’ipnosi e supera alcuni limiti dell’ipnosi stessa, primo fra tutti la dipendenza del paziente nei confronti dell’ipnotista.

Il Training, in quanto Autogeno – che si genera da sé – permette una completa indipendenza nei confronti del terapeuta. Una volta appresa, la tecnica può essere amministrata in proprio, in qualsiasi circostanza, in piena autonomia.

 

Per approfondire, leggi La storia del Training Autogeno

A che cosa serve

 

Il Training Autogeno è conosciuto come un metodo per controllare l’ansia e gli effetti dello stress.

Ha un ventaglio enorme di indicazioni, sia di natura psicologica e psichiatrica che medica.

Con la pratica del TA si possono curare le fobie, gli attacchi di panico, l’ansia generalizzata.

Può coadiuvare il trattamento delle dipendenze: molte persone smettono di fumare con l’aiuto del Training.

E’ utile per trattare e per prevenire numerosi disturbi psicofisici di tutti gli organi e apparati: dalla gastrite alla colite, a molte forme di cefalea, all’ipertensione, solo per fare alcuni esempi.

Funziona bene anche per curare i disturbi sessuali, quando la causa è di natura psicogena.

Si può utilizzare il metodo anche in contesti non clinici, per il miglioramento delle prestazioni sportive, dello studio e artistiche.

Le controindicazioni sono veramente poche. Si può parlare piuttosto di non indicazioni o controindicazioni parziali.

Per una disamina molto dettagliata sulle indicazioni del TA, sulle controindicazioni, e sulle non indicazioni, leggi: Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

 

A chi serve

 

In linea di massima, il TA è utile alla maggior parte delle persone, in tutte le fasce di età.

Esistono numerose ricerche che ne testimoniano l’utilità nell’età evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza.

Può essere appreso senza difficoltà anche dagli anziani.

Alcune persone sono più recettive di altre. Di solito lo apprende meglio chi è fortemente motivato e dotato di una certa disciplina nell’allenamento.

Sono facilitate le persone che hanno fantasia, creatività, sensibilità artistica.

Hanno più difficoltà, invece, le persone ipercritiche, eccessivamente pragmatiche, poco fantasiose.

 

Come agisce

 

Il meccanismo di azione del Training Autogeno consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Ciascun esercizio ha effetti sull’organismo e nel contempo riveste forti contenuti simbolici.

Così, l’esperienza del TA di base costituisce di per sé una terapia di riequilibrio personale, la “piccola psicoterapia” come la definì Schultz.

Per una disamina dei meccanismi di azione di ciascun esercizio, leggi: Come agisce il Training Autogeno

Training Autogeno: che cosa occorre per apprenderlo

 

Qualunque contenuto vogliamo imparare, da una poesia a memoria al programma di un esame universitario, da cucinare a guidare l’auto, è sempre necessario obbedire alle leggi dell’apprendimento, valide in qualsiasi situazione.

Ecco le principali:

Motivazione

Occorre voler apprendere a praticare il TA, perché convinti che ci possa fare bene.

Ripetizione

Come già detto, ci vuole la pratica: ci si deve allenare ogni giorno con regolarità e costanza

Significatività

E’ necessario che imparare a praticare il TA abbia un senso per noi, perché già abbiamo letto o sentito dire che funziona e ha una certa affinità con il nostro modo di pensare e il nostro universo culturale.

Per approfondire, leggi:  Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

In pratica: come imparare il TA?

I libri 

 

Dai libri c’è sempre tanto da imparare. Per una panoramica dei più utili e interessanti vai allo Scaffale virtuale

I tutorial 

 

In Rete si possono trovare svariati tutorial online che lo insegnano, ma nessuno è davvero consigliabile.

Qualunque percorso guidato produce una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno

Inoltre, la voce è standard e non tiene conto del tempo – diverso da persona a persona – necessario per sperimentare ciascun esercizio, né del ritmo del respiro e di tutta la vasta gamma delle reazioni individuali.

Il vero Training è “autogeno”, si genera da sé, senza interferenze esterne.

Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).

 

 

Il Maestro

 

E’ assai consigliabile avere un Maestro.

Questi segue il percorso di apprendimento, aiuta a evitare errori di esecuzione che potrebbero pregiudicare i benefici del metodo, guida nella personalizzazione di quanto appreso.

Purtroppo, in mancanza di una normativa in materia, chiunque può insegnare il TA. Il risultato è che molti si improvvisano insegnanti senza averne la preparazione e magari propongono metodi che – pur essendo denominati Training Autogeno – nulla hanno a che vedere con la tecnica di Schultz.

Il modo migliore per tutelarsi è cercare un insegnante che abbia una competenza psicologica: uno psicologo o psicoterapeuta iscritto all’albo o un medico psicoterapeuta.

In Italia, l’albo più accreditato è l’ICSAT, una emanazione della fondazione a cui ha dato vita lo stesso Schultz.

Qui si può trovare l’elenco degli operatori di TA di base e di Tecniche autogene superiori (che possono insegnare il TA di base e Training Autogeno Superiore): ICSAT

Il Training Autogeno si può imparare online?

 

Sì, Il Training Autogeno si presta molto bene a essere appreso a distanza.

Proprio perché ‘Autogeno’ (che si genera da sé) non necessita della presenza fisica del terapeuta.

L’esperienza di ciascun esercizio, infatti, va vissuta in proprio, senza interferenze esterne.

Tuttavia, per un corretto apprendimento è necessaria una guida esperta.

La guida del terapeuta serve, come già detto, a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. 

Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Da molti anni conduco corsi online di Training Autogeno e l’esperienza è stata positiva per le tante persone che lo hanno appreso con soddisfazione.

Per approfondire e per accedere ai miei corsi online: Corsi online di Training Autogeno

E per essere seguiti di persona?

 

Insegno il Training Autogeno nel mio studio di Roma.

Il percorso prevede dalle otto alle dieci sedute.

Per scelta, conduco corsi individuali, in coppia, o in gruppi molto ristretti (massimo cinque persone).

Ritengo molto importante che ciascuno possa esprimersi in completa libertà e un gruppo troppo numeroso non lo consentirebbe.

Inoltre, nel percorso individuale, o in gruppi ristretti, posso rispettare i tempi di apprendimento, che sono diversi per ciascuna persona.

Per eventuali domande, informazioni e costi scrivere a info@patriziabelleri.it

 

 

 

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Come agisce il Training Autogeno

Come agisce il Training Autogeno

 

 

 

“Penso che sia possibile, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale”.

Così rispose Iohannes Heinrich Schultz, l’ideatore del Training Autogeno, a Sigmund Freud che gli chiedeva se pensasse di poter guarire con il suo metodo.1

 

Con la felice metafora del giardiniere, Schultz delinea il campo di azione del Training Autogeno inteso come psicoterapia e non soltanto come un metodo di rilassamento tra i più efficaci.

 

La Piccola psicoterapia: così lo definisce Schultz, mentre il Training Autogeno Superiore è la Grande psicoterapia.2

Meccanismi di azione

 

  

Grazie alla pratica costante si possono alleviare con ottimi risultati i disagi generati dallo stress: gli stati ansiosi, l’insonnia, i disturbi digestivi, la difficoltà di concentrazione, le difficoltà sessuali, i comportamenti inadeguati, come mangiare o fumare troppo, e l’elenco potrebbe continuare, come ben sanno le persone che soffrono per le conseguenze dell’ansia.

Il meccanismo di azione consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Per comprendere come agisce il TA in pratica, analizziamo per ciascun esercizio gli effetti e i significati simbolici. 3

 

La Formulazione della Calma

 

 

Il primo approccio con il TA consiste nella Formulazione della Calma, una preparazione ai veri e propri esercizi che seguiranno.

In questa fase l’allievo inizia a sperimentare quella che Schultz ha definito concentrazione passiva.

La concentrazione passiva è il particolare stato mentale che si sperimenta con la commutazione autogena. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

Uno dei massimi studiosi viventi del TA, Heinrich Wallnöfer, la descrive così:

“Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)
Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.
Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla.(pag. 17).”4

E’ ancora presto per cogliere miglioramenti apprezzabili, tuttavia molte persone manifestano già uno stato d’animo più positivo.

L’allievo sa di avere un metodo a sua disposizione e si rende conto che dipende da lui apprenderlo e utilizzarlo correttamente. Sente di poter gestire in proprio il suo percorso di guarigione, senza necessità di ricorrere agli psicofarmaci, spesso sbrigativamente prescritti dal medico di base.

 

L’Esercizio della Pesantezza

 

Dopo alcuni giorni di allenamento, l’allievo è pronto per il primo vero esercizio, la Pesantezza.

Gradualmente sperimenta il rilasciamento muscolare, e fa una scoperta straordinaria: l’abbandono delle tensioni muscolari permette anche una distensione psichica, la morsa dell’ansia si allenta e diminuiscono le tensioni.

Inizia a migliorare la qualità del sonno.

L’entusiasmo iniziale aumenta la motivazione proseguire il percorso.

E’ la “luna di miele” con il TA, si vorrebbe ripetere più volte gli esercizi, oppure di farli durare più a lungo del previsto: il terapeuta spiegherà che ci si deve limitare ad allenarsi con costanza e regolarità, come prescritto.

Dopo un periodo di allenamento variabile da persona a persona, il vissuto della pesantezza diventa un automatismo: è giunto il momento di sperimentare il calore.

 

L’Esercizio del Calore

 

L’esercizio del Calore comporta un rilasciamento dei vasi sanguigni e la conseguente vasodilatazione: da qui la percezione di calore diffuso in tutto il corpo. La sensazione del corpo caldo aumenta il benessere generale.

Una conseguenza è la sedazione emotiva, che comporta la possibilità di bloccare il circolo vizioso delle emozioni negative: la paura che genera paura.

Sul piano psichico, l’esperienza del calore libera l’energia vitale e scioglie i blocchi emotivi e affettivi. Spesso le persone parlano di un senso di “rinascita”.

Una ricaduta positiva assai frequente è il miglioramento nei rapporti sociali, che l’ansioso tende di solito a evitare.

 

L’Esercizio del Cuore

 

Il cuore nell’immaginario di tutti è fortemente legato all’affettività, ai sentimenti.

Il battito del cuore materno accompagna e rassicura il feto per tutta la durata della gestazione e probabilmente questa sensazione rimane fissata nella memoria corporea di ciascuno.

Per molti il battito del cuore è fonte di angoscia, a causa della tachicardia che spesso accompagna gli stati ansiosi. Adesso avviene una “riconciliazione” con il proprio cuore: la contemplazione del battito favorisce il rilassamento e, procedendo con l’allenamento, è anche possibile ricondurre il ritmo alla normalità.

C’è un elemento in più per tranquillizzarsi: in caso di accenno di tachicardia, è possibile imparare a interrompere il circolo vizioso dell’ansia che genera altra ansia, riconducendo il ritmo cardiaco alla regolarità.

In questa fase, il risultato evidente è la tranquillizzazione neurovegetativa.

Migliora ancor di più la qualità del sonno.

Si manifesta un recupero delle energie: dormendo meglio e soprattutto non “sprecando” energie con l’ansia e il rimuginio che ne è il correlato, ci si sente più energici e ben disposti al risveglio. Di conseguenza migliora il tono dell’umore durante il giorno.

Scompaiono la tachicardia, il senso di oppressione e soffocamento degli attacchi di ansia, di conseguenza riprendono le relazioni sociali.

 

L’Esercizio del Respiro

 

Con l’esperienza del Respiro autogeno si sperimenta ancora più profondamente la passività.

L’allievo impara a immedesimarsi nel proprio respiro con un atteggiamento non giudicante: comprende che non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” di respirare, ma semplicemente si lascia trasportare dal suo respiro.

Di conseguenza e senza che vi sia alcuna intenzione, il respiro tende a trasformarsi, fino a diventare “respiro autogeno”, caratterizzato da un andamento simile, seppure non identico, al respiro di sonno.

Nel TA è interessante notare che il respiro autogeno è una conseguenza dello stato autogeno e nello stesso tempo lo approfondisce.

In questa fase dell’allenamento i progressi sono molto evidenti. Il raggiungimento del distacco emotivo consente di vedere i problemi personali nella giusta dimensione e di conseguenza è più facile individuarne le soluzioni.

 

L’Esercizio del Plesso Solare

 

Si tratta dell’esercizio più complesso di tutto il percorso.

E’ un’esperienza di calore, di vasodilatazione dunque, e consiste, per usare le parole di Schultz, nel “realizzare una sensazione di calore diffusa nella regione dell’addome” fino a raggiungere “un effetto generalizzato di sopore e di distensione”. La vasodilatazione in questo caso interesserà i vasi che irradiano gli organi viscerali, e provocherà sensazioni di profondo benessere.

Molte sono le implicazioni psicologiche legate agli organi interessati all’esperienza del Plesso Solare (o Ganglio celiaco).

Durante l’esercizio del Plesso Solare, la mente si rivolge alla regione pubica, coinvolgendo dunque gli organi deputati a funzioni contrastanti: il nutrimento, l’eliminazione delle scorie, la sessualità.

Si tratta di zone corporee dove si fondono vissuti legati al desiderio e alla repulsione, e ai numerosi tabù che vi si correlano.

La sensazione avvertita più di frequente è un’ondata di calore nella regione addominale, come conseguenza della vasodilatazione.

Viene anche riferito come: “qualcosa che pulsa nell’addome”, “un altro cuore che batte”, “un nodo che si scioglie”. Sono vissuti molto intensi, spesso legati a blocchi antichi che adesso si sciolgono.

Con il plesso solare si assiste spesso a un notevole miglioramento della funzione digestiva e la scomparsa delle contrazioni dolorose al colon.

Migliora anche l’attività sessuale, sia in termini di desiderio che di performance.

 

L’Esercizio della Fronte Fresca

 

E’ l’ultimo esercizio del ciclo di base. E’ un esercizio di confine tra il ciclo somatico e i vissuti superiori e per molte persone rappresenta un’esperienza meditativa con notevoli implicazioni spirituali.

La sensazione della fronte fresca (dovuta alla vasocostrizione) determina un senso di benessere generalizzato.

Dal punto di vista psicologico è possibile sperimentare un distacco emotivo e la sensazione di poter vedere i propri problemi dall’esterno, con più lucidità e chiarezza.

Aumenta la fiducia in se stessi, e si sperimenta una capacità di introspezione nuova.

 

La formulazione dei proponimenti

 

Il Training Autogeno prevede la possibilità di personalizzare il percorso, elaborando formule specifiche per situazioni particolari, sia per quanto riguarda aspetti somatici che comportamenti indesiderati.

Ciò significa disporre di un metodo che permette vere e proprie modificazioni comportamentali.

A questo punto è possibile – dopo un congruo periodo di allenamento – proseguire con le Tecniche autogene superiori, esperienze di profonda introspezione, un vero e proprio viaggio all’interno di sé.

Ci si può anche fermare qui, accontentandosi di aver lasciato alle spalle le sensazioni negative legate agli stati di ansia.

Una volta che si padroneggia il metodo lo si potrà utilizzare in chiave preventiva e anche come “pronto soccorso”, qualora dovessero presentarsi situazioni di pericolo.

Si può anche personalizzare il percorso, elaborando formule ad hoc per situazioni specifiche, sia per quanto riguarda aspetti fisici che comportamenti indesiderati.

Adesso l’allievo, ormai esperto, può andare avanti da solo.

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1. Einrich Wallnöfer, Anima senz’ansia, Torino, Gli Archi, 1989.

2. Johannes Heinrich Schultz, Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1 Edizione tedesca 1932).

3. Luciano Masi, autorevole studioso del Training Autogeno, illustra l’utilizzo del TA come psicoterapia psicosomatica in un bel libro purtroppo con più in catalogo. Il questo articolo faccio riferimento al libro di Masi e alla esperienza di tanti anni di lavoro con i miei pazienti.

Luciano Masi, Il Training Autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.

4. Einrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17.

 

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

E’ il 24 marzo quando Teddy Sciurti, fisioterapista alla Clinica ad Alta Specializzazione Riabilitativa di Ceglie Messapica, avverte i primi sintomi del virus Covid 19.

In breve tempo la malattia si manifesta in forma molto violenta: febbre, brividi, mal di testa, dolori diffusi e soprattutto difficoltà respiratoria: è la polmonite.

Teddy è uno sportivo: istruttore di apnea e di respirazione consapevole, pratica e insegna il Training Autogeno. Prima di ammalarsi si stava allenando per due maratone.

Il fisico allenato e l’amore per la vita lo sostengono nel lungo percorso dall’abisso della malattia alla lenta ripresa.

Ho letto la sua storia in alcune toccanti interviste rilasciate appena ha iniziato a sentirsi meglio.

Egli afferma che in questo momento così difficile gli è di grande aiuto il Training Autogeno: per questa ragione ho voluto conoscerlo.

Teddy è una persona gentile e disponibile e ha accettato di buon grado di parlare con me dall’ospedale in cui si sta sottoponendo alla riabilitazione.

Nonostante una leggera fatica appena percettibile nella voce, mi ha parlato di come ha praticato il TA nelle ultime settimane.

I principi che lo ispirano sono quelli che caratterizzano la filosofia di fondo del Training Autogeno. Vediamoli.

 

La disposizione mentale

 

Mi ha colpito innanzitutto la sua disposizione mentale.

Lasciar accadere è l’atteggiamento tipico del Training e Teddy lo vive appieno nel suo approccio alla malattia.

Non spreca energie in inutili lamentele o in atteggiamenti di sfida “muro contro muro”.

Non a caso, parlando della malattia, preferisce utilizzare termini come “opportunità”, piuttosto che “lotta”.

Appena le sue condizioni glielo hanno permesso, ha chiesto di avere dei libri e adesso sta studiando la fisiologia dell’apparato respiratorio.

Ma soprattutto, si sta chiedendo come la sua esperienza possa essere utile ad altre persone.

 

La motivazione

 

Uno degli elementi indispensabili per chi desidera avvicinarsi al TA è la motivazione 

Per Teddy, la motivazione  è data dall’aver già sperimentato gli effetti positivi del Training nella quotidianità e anche in prove eccezionali.

Leggo in uno degli articoli che nuotava e correva quattro giorni a settimana e ha battuto il suo record personale di nuoto continuato, percorrendo 19,770 chilometri in poco più di 5 ore .

 

La pratica

 

Nella pratica, Pesantezza e il Respiro sono i due esercizi che Teddy esegue ogni giorno, preceduti dalla Formulazione della Calma.

Nei giorni in cui la febbre era molto alta e i brividi lo squassavano, riusciva a calmarsi grazie al vissuto della Pesantezza, che evocava in graduale successione in tutti i distretti muscolari.

Si lasciava sprofondare e riusciva a calmarsi, mentre tutto il corpo diventava pesante e rilassato.

In una situazione clinica in cui la funzionalità respiratoria  era gravemente compromessa, l’esercizio del Respiro, la Respirazione consapevole, fondamentale nella sua esperienza da sub, ha contribuito al recupero.

Così  ha potuto riprendere ad alimentarsi, dopo che la gastroenterite gli aveva fatto perdere molto peso.

L’effetto più sorprendente è quello che Teddy ha chiamato “cupola”. Attorno a lui, i “rumori di morte”, prodotti dai respiratori dei suoi compagni di stanza erano incessanti, ma lui riusciva, man mano che sprofondava dentro di sé, a estraniarsi, dentro alla sua cupola protettiva e a dormire almeno un poco. Ma soprattutto, la cupola lo proteggeva dall’angoscia che quel rumore gli evocava.

Ecco che cosa scrive il 14 aprile sul suo profilo Facebook:

 

È un inferno … due persone che nella stanza combattono con la vita è un inferno…
I ventilatori che cercano di aiutarli a respirare, emettendo suoni di guerra, riempiono i loro polmoni d’aria affinché la funzione primaria per la vita continui, è un inferno…
L’aria cerca di entrare nei polmoni con spasmodica fatica è un inferno…
La lotta incessante per sopravvivere, così come lo svilimento dei nostri Amici, la senti presente nella stanza, è un inferno…
Ogni loro flebile movimento, ogni accenno di reazione, dove la loro anima è persa chissà dove, ti stringe il cuore. Ora più che mai bisogna, con pensieri di speranza e solidarietà, cercare il modo di aiutarli ad uscire da quest’inferno per tornare a vivere.
Scrivo queste parole alle 2.30 di notte del 14 aprile in una stanza di un reparto COVID-19 dove tanti operatori sanitari, carichi di grinta e professionalità, ci stanno aiutando a vincere questa battaglia infernale contro questo mostro.

 

La regolarità e la costanza

 

Condizioni indispensabili perché il Training sia davvero efficace sono la regolarità e la costanza negli allenamenti, soprattutto nella fase iniziale dell’apprendimento.

Teddy Sciurti ha trovato utile darsi dei ritmi che scandiscano il tempo in ospedale.

La sua giornata inizia alle 4 con gli esercizi di Traning Autogeno e di stretching.

 

Il tempo come opportunità

 

Come tanti di noi, anche Sciurti prima di ammalarsi rincorreva il tempo, impegnato con la sua famiglia, la professione, lo sport e l’attività sociale e politica.

In ospedale, nelle giornate sempre uguali, decide di “fermare il tempo”.

Ecco le sue riflessioni, dal profilo Facebook:

COVID19 ti trasformeremo in una opportunità.
Ognuno di noi attraverso una ponderata riflessione, se lo vorrà, potrà fermare il tempo e far girare le lancette dell’orologio a ritroso, a proprio favore.
Siamo sempre stati a rincorrere il tempo, affannati e tormentati dallo stesso che passa, dal “non ho tempo”, “il tempo fugge via…”
Oggi, in una anomalia dove tutto è stato cementato, dove ognuno di noi sta vivendo degli attacchi alle esigenze universali, il tempo che passa può viverlo non come angoscia ma come conquista.
Seppur attanagliati da una realtà dove la sofferenza si mastica, possiamo essere fruitori di un nostro intimo riscatto. Fermiamo il tempo e imponiamo a noi stessi un ritmo dove si possa respirare a pieni polmoni, saziamo il corpo e l’anima attraverso UN RESPIRO LUNGO LENTO E PROFONDO.
Le mie considerazioni nascono dal non voler essere un individuo passivo e vittima di questo attacco alla vita e a tutto ciò che di fermo e sacro c’è in essa. Teniamo ferma la volontà per poter essere padroni di decidere che in qualsiasi situazione essa è un dono e come tale va esaltata.
Comodamente fermiamoci a meditare e attraverso ogni molecola di ossigeno entreranno in noi propositi felici. Ovunque siamo, stesi su di un letto d’ospedale o sul divano della nostra casa, asseconderemo il battito del nostro cuore al mantice del nostro respiro che, con ferma decisione, porterà in noi tutto ciò che è positivo ed espellerà ogni pensiero negativo.

Con occhi chiusi il corpo comincerà a cedere, esso abbandonerà piacevolmente le sue tensioni e attraverso un lungo respiro matureremo la consapevolezza di aver fermato il tempo e vissuto un’esperienza che ci sta fortificando, con la soddisfazione di aver ricongiunto anima e corpo in un piacere unico e di aver fatto ripartire IL GIUSTO TEMPO .
Ce la faremo!

 

Dare un senso alla sofferenza

 

Ciò che più mi ha commosso del colloquio con Teddy è il desiderio che la sua sofferenza serva a qualcuno:

È doveroso, partendo dalla mia situazione clinica in costante miglioramento, così come di tutte le persone che stanno bene, aiutare con le nostre energie positive,queste anime ad uscire da questo inferno dove ora sono prigioniere.
Quanto siamo fortunati.

Grazie Teddy per la testimonianza e l’esempio.

Ti auguro di gran cuore di tornare presto ai tuoi affetti, allo sport e agli impegni professionali e sociali che riprenderai con rinnovata energia.

La storia del Training Autogeno

La storia del Training Autogeno

 

L’ideatore del Training Autogeno è Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, e morto a Berlino nel 1970.

Egli lavorò alla elaborazione del TA negli anni tra il 1908 e il 1912 ed è impressionante constatare che il metodo da lui ideato non ha affatto subito i segni del tempo, al contrario, oggi è più attuale ed efficace che mai.

La storia del TA ci aiuta a comprendere anche i suoi presupposti teorici, per questo la accenno brevemente.

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e la utilizzava nella sua pratica clinica, ma non ne era completamente soddisfatto.

Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo,  riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica. 

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio  che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva, avendo conosciuto personalmente Sigmund Freud: la psicoanalisi.

Schulz – cosa inconsueta per l’epoca –  era anche un buon conoscitore dello yoga, che cita spesso nelle sue opere, tanto che egli stesso chiamò il suo metodo yoga occidentale. Il limite dello yoga era la difficoltà di adattare alla cultura europea del tempo un approccio dalle profonde radici orientali, con basi filosofiche e culturali difficili da integrare in quelle occidentali.

Oggi, con l’ampia diffusione dello yoga nella nostra cultura, questo limite è in gran parte superato.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe all’ipnosi, alla psicoanalisi e allo yoga,ma che ne superasse i limiti.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica che fosse di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone.

Studiò approfonditamente i lavori di un grande esperto di autoipnosi, Oskar Vogt (1893-1900), e quelli di altri Autori che negli Stati Uniti studiavano il fenomeno dell’autoipnosi.

In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in autonomia dal paziente, il quale avrebbe gradualmente fatto a meno dell’opera del terapeuta.

Elaborò  il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé (autogeno).

Lavorando con tanti pazienti sottoposti all’ipnosi,  Schultz aveva osservato che questi – una volta usciti dalla trance –  riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente.

In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver sperimentato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore. Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere sperimentate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. 

Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi. Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

Come si esegue in pratica il Training Autogeno: gli esercizi

 

 

Partendo da queste premesse sono stati elaborati i sei esercizi del Ciclo Inferiore – detto anche Somatico – preceduti dalla Formulazione della Calma:

   Formulazione della Calma

   Esercizio della Pesantezza

   Esercizio del Calore

   Esercizio del Cuore

   Esercizio del Respiro

   Esercizio del Plesso Solare

   Esercizio della Fronte

Gli esercizi  del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascuno degli esercizi.

Tali formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

A questo primo Ciclo di Base, segue il cosiddetto Ciclo Superiore. Quest’ultimo è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Si tratta di una tecnica che risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione (questo secondo ciclo richiede la presenza del terapeuta).

Benefici

 

Alla fine del periodo di allenamento, che varia dai tre ai sei mesi, si incominciano ad apprezzare i benefici del Training. Questi sono sia di natura fisica che psicologica e comportamentale. Alcuni tra i più comuni sono:

A livello fisico:

 

La possibilità di raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere  durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno).

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche.

A livello psicologico:

 

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza.

A livello comportamentale:

 

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

Per una dettagliata panoramica delle indicazioni del metodo, delle controindicazioni e delle non indicazioni, vedi: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

 

Evoluzione

 

E’ interessante osservare che molti dei benefici a livello fisico sono stati ipotizzati da Schultz all’inizio del ‘900.

Nei decenni successivi le sue ipotesi sono state convalidate grazie all’introduzione di strumenti diagnostici sempre più sofisticati, tanto che oggi possiamo “monitorare” lo stato autogeno.

L’Elettroencefalogramma, la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) ci indicano i mutamenti cerebrali positivi durante l’esecuzione del TA, l’Elettrocardiogramma quelli cardiaci, e così via.

Pertanto, allo stato attuale, si può affermare con il conforto delle prove scientifiche, che, durante lo stato autogeno, si realizzano effettivi mutamenti in tutto l’organismo; tale mutamento riguarda tutti gli organi e apparati e tende alla normalizzazione delle funzioni.

Quanto detto ci fa ben comprendere l’utilità del TA nella medicina psicosomatica.

Un’altra osservazione degna di nota è che il TA è forse la tecnica di rilassamento che più è stata sottoposta a verifiche e sperimentazioni.

Questo anche grazie al fatto che il suo fondatore ha dato vita ad un Comitato internazionale di cultori del TA per promuovere la ricerca e studiare sempre nuove applicazioni (nella sua emanazione italiana ICSAT, Italian Committee for the Study of Autogenic Training).

Ad esso afferiscono operatori del Training, medici e psicologi, che devono affrontare prove severe per potervi accedere.

Chi ne fa parte deve mostrare una presenza attiva all’interno dell’organizzazione, cosicché è stato possibile raccogliere una quantità sterminata di articoli, descrizioni di casi clinici, sperimentazioni riguardo l’applicazione del TA, in una vastissima gamma di situazioni cliniche e non.

Tale comitato è attivo ancora oggi (a più di 30 anni dalla morte di Schultz), e rappresenta una garanzia per l’utente che vuole essere sicuro della preparazione del suo terapeuta.

Curiosità. Il Ta nello sport: la Valanga Azzurra

 

Il TA è stato utilizzato per la prima volta in Italia a livello non clinico con la preparazione psicofisica della squadra italiana di sci, erano gli anni di Thoeni e Gros. Il 7 gennaio 1974 cinque italiani occupano i primi cinque posti del gigante: fu la famosa “valanga azzurra”!

L’ideatore del progetto era il prof. Luigi Peresson, esperto di Training Autogeno, autore di numerosi libri e articoli sull’argomento.

Oggi il TA è assai diffuso nella preparazione atletica di moltissime discipline sportive.

 

 

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

 

 

 

Per comprendere i meccanismi di azione del Training Autogeno e valutarne l’efficacia, è necessario conoscere i due concetti fondamentali che sono alla base del metodo: Ideoplasia e Concentrazione passiva.

Vediamo di che si tratta

 

Ideoplasia

 

L’ideoplasia è un fenomeno naturale, messo in rilievo da Schultz.

Egli ipotizzava che pensare di compiere un movimento generasse, dal punto di vista neurofisiologico, delle modificazioni elettriche a livello di neuroni, in corrispondenza del centro cerebrale interessato al movimento stesso.

Tale fenomeno avviene, parzialmente anche a livello delle fibre nervose motorie dell’organo coinvolto.

Analogamente, immaginare e rappresentarsi mentalmente stati di calma, di pesantezza, di calore, induce realmente, con opportuno allenamento, i suddetti stati.

Proprio in virtù di questo principio, con l’esecuzione del TA è possibile apportare modifiche sostanziali e significative a livello di tutti gli organi e apparati.

 

Curiosità. La prova del pendolo

 

Per far comprendere questo concetto, Schultz usava eseguire la cosiddetta “prova del pendolo”.

Chiedeva ai suoi pazienti di prendere tra due dita l’estremo di un filo di circa 15 cm. alla fine del quale era appeso un pendolo, proprio quello strumento che alcuni “veggenti” utilizzano ancor oggi per predire il futuro o indovinare il sesso del nascituro.

Li invitava quindi a rimanere immobili con il braccio rilassato e il gomito piegato. Quindi, chiedeva loro di immaginare un certo movimento. Ad esempio, potevano immaginare un movimento circolare, o da destra verso sinistra, o a croce.

Dopo pochi istanti, il pendolo iniziava a muoversi proprio secondo il movimento immaginato, nonostante tutti i presenti constatassero che il braccio fosse fermo.

Questa “magia” ha una spiegazione: se immaginiamo un movimento senza eseguirlo, dalla corteccia cerebrale partono micro impulsi motori (riscontrabili solo con gli strumenti) che vengono amplificati dalla lunghezza del filo.

 

Concentrazione passiva: lasciar accadere

 

La concentrazione passiva è il particolare atteggiamento mentale che permettere di accedere allo stato autogeno. E’ un concetto vicino allo yoga e all’ipnosi. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza (l’emisfero razionale del cervello) si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio può sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, quando lo si sperimenta, si scopre quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Heinrich Wallnöfer, autorevole studioso del TA, così descrive la concentrazione passiva:

Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)

Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.

Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla. (Heinrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17)

Il concetto di Concentrazione passiva richiama alla mente la leggenda del Ju Jitzu:

Narra la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si flettevano, lasciando scivolar via la neve non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli.

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju flessibile, cedevole; jutzu arte), l’arte della cedevolezza, da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti.

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere. Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile, spesso doloroso, “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo.

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

Se vogliamo sintetizzare in due parole l’atteggiamento mentale per descrivere come ci si accosta al TA, credo che non ci sia di meglio che: “lasciar accadere”. Chi si accosta al TA senza volere nulla, senza aspettarsi nulla, senza fare nulla, probabilmente avrà delle piacevolissime sorprese!

Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare grazie al Training Autogeno: è possibile?

 

Esistono molti metodi efficaci per liberarsi dalla dipendenza dal fumo e il Training Autogeno è uno di questi.

Tuttavia, va tenuto presente che non ci sono soluzioni “magiche”, ma è sempre necessaria una reale motivazione, e questo vale per qualsiasi dipendenza.

Chi fuma o ha fumato sa bene che è difficile trovare motivazioni valide al di là del generico “il fumo fa male”.

Può accadere che un evento improvviso renda necessario interrompere bruscamente l’abitudine al fumo.

In questi casi, che si tratti di una malattia, o di una circostanza felice come l’insorgere della gravidanza, la spinta a smettere è più forte, per paura o per amore.

Quale che sia il motivo che spinge alla decisione di smettere di fumare, è necessario fare alcune riflessioni.

Alla base della dipendenza dal fumo – come da ogni dipendenza del resto – possono esserci bisogni psichici profondi che vanno indagati.
Per fare un esempio, il fumo della sigaretta può colmare – illusoriamente – bisogni di intimità e sicurezza legati all’esperienza del seno materno.

Inoltre, accendere la sigaretta è ormai un rituale consolidato, una dipendenza psicologica a volte più resistente della dipendenza chimica dalla nicotina.

 

In che modo il Training Autogeno può essere di aiuto?

 

Se non si ha alcuna conoscenza del metodo, occorre apprenderlo. Per questo occorre un tempo variabile dai tre ai sei mesi.

In tal caso, si può decidere di dedicarsi del tempo per imparare il TA e successivamente personalizzare quanto appreso per smettere di fumare.

Leggi anche: La personalizzazione del percorso

 

La formula comportamentale

 

Se invece si è già padroni del metodo, si può elaborare una formula comportamentale.

La formula deve essere sempre la stessa. La sua funzione è quella di innescare una reazione stimolo-risposta, secondo i più classici postulati delle leggi dell’apprendimento.

Per questo è importante che una volta scelta non venga modificata.

 

La formula deve essere:

 

breve per ricordarla senza sforzo e per ripeterla in poco tempo.

positiva o neutra, mai negativa. Questo nel rispetto del “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

La sigaretta è indifferente”, pertanto, va senz’altro preferita a “Fumare fa male”, oppure “Non devo più fumare”.

 

Si può scegliere tra tre tipi di formula:

 

Una sola parola che sintetizza il comportamento che si vuole realizzare: ad esempio costanza, perseveranza, impegno, vittoria.

Una frase con lo stesso significato, ad esempio: sono costante, perseverante, ecc..

L’immagine mentale di una scena in cui tale comportamento viene messo in atto: ad esempio la sigaretta spenta tra le mani, oppure la scena di altri che fumano senza che ciò crei desiderio.

 

Le resistenze

 

Durante l’esecuzione del Training, possono insorgere delle difficoltà: attacchi di prurito, dimenticare di fare l’esercizio, abbandonare il TA.

Si tratta di resistenze. Può voler dire che le motivazioni a smettere di fumare non sono state ben analizzate e i bisogni profondi e le paure impediscono di abbandonare la dipendenza.

In questi casi, con il sostegno del terapeuta, non ci si deve arrendere, ma è necessario continuare a lavorare con perseveranza e fiducia.

Un percorso ben effettuato permette di riattivare tante potenzialità apparentemente sopite.

Si può ridurre l’ansia, ritrovare fiducia nelle proprie possibilità, rinforzare la motivazione a smettere, migliorare le proprie funzioni organiche disturbate, riassestare il sonno alterato.

Quando poi il percorso viene effettuato in gruppo, il gruppo stesso può offrire sostegno reciproco ai partecipanti.

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno può essere di aiuto in situazioni estreme?

Sembra di sì, anche se può risultare davvero efficace solo per chi è già esperto della tecnica. In questo caso, vale l’osservazione di Hoffmann: quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare.

Già Schultz riporta due casi esemplificativi:

Quanto detto a proposito dei farmaci vasodilatatori può essere ottenuto, in soggetti ben allenati al TA, con lo svolgimento dell’esercizio del calore. Ricordo, ad esempio, il caso di un noto atleta che ormai da tre anni praticava la mia tecnica allo scopo di migliorare le proprie prestazioni; accadde che, in montagna, fu un giorno, con alcuni compagni, travolto da una slavina; furono tutti costretti a permanere per molte ore sotto la neve, a circa 30 gradi sotto zero; egli, ad intervalli distanziati di pochi minuti, praticava l’esercizio di concentrazione psichica cercando di indurre calore alle orecchie, al naso, alle dita della mani e dei piedi; di tutto quel gruppo di escursionisti fu l’unico a poter così difendersi dalle conseguenze del freddo e fu l’unico a non riportare lesioni da congelamento.
Numerosi casi simili ci vennero riferiti da ex-prigionieri di guerra che passarono lunghi anni di cattività; tra essi un ingegnere, di circa sessant’anni,che dal 1937 al 1940 aveva praticato gli esercizi del T.A.; egli mi scrisse: “II training mi fu sempre di immenso aiuto; durante due anni di prigionia trascorsi in Russia riuscii grazie ad esso a sopravvivere e potei evitare qualsiasi lesione da congelamento. (Schultz, I vol, p. 159).

Ancora Schultz:

Sotto il regime di Hitler, a causa della persecuzione razziale, dovetti sopportare ore terribili di angoscia. Ogni volta, passato il pericolo, la distensione mi permetteva di ritrovare la mia tranquillità e di ritrovare le mie energie. Per evitare di essere deportata e uccisa, nel 1942, abbandonai la mia casa e mi rifugiai da dei conoscenti. Da allora e per due anni e mezzo vissi nell’illegalità tra angosce e privazioni: dovevo affrontare i bombardamenti restando in casa da sola al buio. In tali circostanze il T.A. mi si dimostrò in tutta la sua efficacia: penso che senza questa tecnica, non sarei riuscita a superare quelle ore di angoscioso terrore. Non era che temessi di venir colpita da una bomba, ma temevo invece di poter essere ferita in conseguenza di ciò, di coinvolgere nella mia tragedia le persone che mi ospitavano per salvarmi dalla Gestapo. Al segnale di allarme, iniziava per me, ogni volta, un’orribile paura che però riuscivo rapidamente a contenere e ad allontanare, grazie agli esercizi; ero così in grado, per mezzo del T.A., di restare tranquilla ed aspettare senza paura l’imminente pericolo; quando l’attacco aereo si scatenava la distensione non poteva servirmi più a nulla. Passata l’incursione, per mezzo di una breve concentrazione potevo riacquistare la mia tranquillità. (p.141).

Assai interessante è l’esperienza di Hannes Lindemann, medico e buon conoscitore del TA.

Lindemann era un appassionato velista, amante delle avventure che oggi chiamiamo “estreme”. Nel 1955, quando aveva 33 anni, attraversò l’Atlantico in una piccola imbarcazione, senza riserve di cibo né di acqua.

Si era ripromesso di fare un’esperienza da “naufrago volontario”, essendosi posto l’obiettivo di studiare le capacità di sopravvivenza umane in caso di naufragio, sia dal punto di vista fisico che psicologico. In particolare, voleva confutare, da medico, un’idea infondata e pericolosa, che circolava in quel periodo: che in caso di necessità si potesse sopravvivere bevendo l’acqua del mare.

Scelse per il suo esperimento una piroga dell’Africa occidentale, un kru-kanu, un vero e proprio guscio di noce, con il quale, partendo dalla Liberia, giunse ad Haiti, attraversando l’Atlantico con una navigazione solitaria di 65 giorni.

Giunto sano e salvo a destinazione, dopo aver superato prove molto dure, si rese conto che l’ottima preparazione fisica con cui aveva affrontato la prova, non lo aveva messo al riparo da problemi psicologici talmente gravi da mettere a repentaglio la sua stessa vita.

Lindemann era consapevole che in casi estremi la mente può cedere prima del corpo, e che l’angoscia, il panico e la disperazione possono in questi casi risultare fatali. Pertanto, iniziò a chiedersi quale fosse l’”arma segreta” per superare quello che, secondo lui era stato il fallimento della sua impresa: il cedimento psicologico.

Si ripromise che sarebbe stato Training Autogeno, di cui lui era esperto.

Questa volta decise di riprovare, con un canotto smontabile, di sicuro inadatto alla navigazione dell’Oceano. Avrebbe avuto con sé anche l’arma segreta: il TA.

Lindemann organizzò l’impresa con la solita dura preparazione fisica, e dedicò molto tempo anche alla preparazione psicologica.

Si rivolse innanzi tutto alla fede, attribuendole un duplice significato: la fede religiosa con la forza della preghiera, ma non solo. Egli aveva “fede” anche nel senso della ferma convinzione della riuscita della sua impresa. Questo per lui rappresentava una condizione irrinunciabile per riuscire davvero.

Sei mesi prima della partenza, elaborò la sua prima formula di proponimento: “Ci riesco”. Si dedicava a questa frase durante l’esecuzione del TA, e la ripeteva e vi si concentrava spesso in vari momenti della giornata, finché il proponimento diventò motto di vita.

Dopo circa tre settimane di intenso lavoro con il proponimento “ci riesco”, Lindemann avvertì all’improvviso un profondo senso di sicurezza, e “seppe” che sarebbe tornato sano e salvo dall’impresa. Ecco le sue parole:

Avevo più volte cercato di attivare il mio inconscio, al fine di ricevere in sogno, o come “voce interiore”, una risposta alla domanda: questo viaggio è giustificato dal punto di vista morale? Arriverò sano e salvo? La risposta fu un “senso di sicurezza cosmico”, un senso cosmico di protezione, molto simile a un sentimento di tipo religioso, se non identico a esso. Solo quando mi sentii pervaso e sostenuto da questa sensazione decisi definitivamente di intraprendere la traversata.

Durante la navigazione il proponimento emerse sempre automaticamente ogni qual volta dovetti superare momenti critici. Al primo capovolgimento, soprattutto, mi commossi dolorosamente, quando il proponimento “Ci riesco” emerse improvvisamente dal buio, mi guidò, mi sostenne e quasi mi inebriò. (Lindemann, 2003, pag. 6).

E’ evidente che si tratta di casi eccezionali e di persone eccezionali. E’ altresì fuori discussione che solo una persona già molto esperta di TA può giovarsene in situazioni estreme.
A noi persone “normali” basti pensare che il TA ci può essere di aiuto in tante situazioni difficili della nostra vita quotidiana, purché abbiamo avuto la pazienza e la costanza di apprenderlo correttamente.

Opere citate

Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Lindemann H., Training autogeno – Il più diffuso metodo di rilassamento, Milano, Tecniche Nuove,
2003.
Schultz I.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1. ed tedesca 1932).

 

Il Training Autogeno in menopausa

Il Training Autogeno in menopausa

La menopausa ieri e oggi

Una ventina di anni fa, le prime femministe arrivate alla soglia dei loro cinquanta anni incominciarono a sfatare i pregiudizi sulla menopausa, loro che ne avevano già sfatati tanti sulla sessualità, sulla contraccezione e – in generale – sulla femminilità.

Anche grazie a loro, oggi non abbiamo più in mente lo stereotipo della cinquantenne in procinto di entrare nel tunnel della vecchiaia, della inefficienza fisica, dei rimpianti.

Molto è cambiato da quando le donne – ma anche la scienza medica – confondevano la fine della fertilità con la fine della femminilità, e pensavano che la menopausa cancellasse entrambe. Oggi siamo propense a considerare questo evento una normale fase di passaggio, e nemmeno la peggiore. Ha i suoi vantaggi e spesso coincide con momenti della vita ricchi di progetti, produttivi e creativi nel lavoro come nella vita privata.

La cinquantenne di oggi è attraente, si prende cura di sé, vuole vivere bene e dare significato alla propria vita. E’ oggetto di attrazione sessuale, anche da parte di uomini più giovani, e le cronache rosa ce ne danno puntualmente conferma.

Ciò nonostante, alcuni disturbi legati ai mutati equilibri ormonali possono risultare fastidiosi.

La terapia ormonale sostitutiva

 

 

La terapia ormonale sostitutiva – che ha molto arricchito le case farmaceutiche – non è più vista come la panacea per tutti i piccoli o grandi disturbi della menopausa.

Per anni le terapie ormonali sono state sopravvalutate e prescritte a tutte, quasi la menopausa fosse una malattia da curare, o un difetto da eliminare.

Oggi se ne valutano i rischi e vengono prescritte quando proprio non se ne può fare a meno. In tutti gli altri casi, i disturbi più o meno fastidiosi possono essere affrontati con un sano stile di vita, con le terapie naturali, e con un atteggiamento psicologico positivo nei confronti del climaterio e della vita in generale.

Comportamenti virtusi

 

Negli anni della menopausa, spesso ci si decide a mettere in atto quei comportamenti virtuosi che negli anni precedenti venivano sottovalutati, per mancanza di tempo e di disposizione mentale.

Tra questi, la pratica regolare del Training Autogeno è a buon diritto uno tra gli strumenti più efficaci.

I disturbi della menopausa


I disturbi più comuni in menopausa sono l‘irritabilità, l’insonnia, le vampate di calore, l’aumento di peso, la tendenza all’umore depresso e agli sbalzi di umore. Vediamo come il TA può essere di aiuto.

Irritabilità

Il TA, in quanto tecnica di autodistensione, promuove uno stato di benessere psicofisico e può diventare una piacevole abitudine quotidiana per mantenere uno stato di tranquillità e per rispondere in maniera adeguata agli eventi stressanti.

L’ allenamento regolare con il TA abbassa il livello degli ormoni dello stress e aumenta la produzione delle endorfine, contribuendo in tal modo a mantenere stabile l’umore.

Può anche potenziare gli effetti di altre pratiche di igiene psicofisica, quali la meditazione, il movimento fisico, la dieta equilibrata.

Insonnia

La pratica regolare e costante del Training Autogeno aiuta a prevenire e curare l’insonnia che sovente si presenta in menopausa.

L’esercizio di Training Autogeno eseguito la sera favorisce la qualità del sonno e riduce i risvegli notturni. Quando questi si verificano, è possibile riaddormentarsi con facilità praticando brevemente il TA per qualche minuto.

Si possono elaborare delle formule comportamentali specifiche per favorire l’addormentamento e anche per prevenire i risvegli precoci.

Si può utilizzare anche la tecnica dell’orologio interno, programmandosi, tramite una formula specifica, a svegliarsi a una certa ora e non prima.

Vampate

Le famigerate vampate sono tra gli effetti più fastidiosi, sia perché disturbano il sonno, sia perché hanno fastidiose implicazioni sociali. Spesso si ha la sensazione che tutti si accorgano dell’improvviso rossore e del disagio che ne consegue, anche se non è quasi mai così.

Per ridurle, si può agire con il TA in due modi:

Indirettamente: il fatto stesso di praticare quotidianamente un metodo di autodistensione genera uno stato mentale di serenità rendendo la donna meno soggetta alle vampate. Queste, infatti, hanno in parte una origine psicosomatica, sebbene vi sia alla base una componente ormonale. Molte donne riferiscono che, quando sono tranquille hanno meno vampate, mentre tendono a soffrirne di più nei momenti di agitazione o di stress.

Direttamente, le vampate possono essere affrontate attraverso la personalizzazione dell’ultimo esercizio del ciclo somatico, la Fronte fresca. Si tratta di un esercizio che provoca vasocostrizione. La donna allenata può personalizzare l’esercizio, imparando a trasferire la vasocostrizione (sensazione di fresco) sul volto e sul tronco.

Un’altra possibilità è quella di imparare a convogliare il calore verso una parte del corpo non visibile, ad esempio i piedi. Con apposite formule personalizzate, la donna fa defluire il calore della vampata dal volto ai piedi, eliminando così non solo il disturbo in sé, ma anche l’ansia sociale ad esso correlata.

Aumento di peso

Alla menopausa e ai mutamenti ormonali ad essa correlati si attribuisce l’aumento di peso, ma oggi si tende a pensare che gli squilibri ormonali siano in minima parte “colpevoli” dell’aumento di peso. Vanno presi anche in considerazione i fattori psicologici e le abitudini di vita.

La donna serena, motivata, attiva professionalmente è più propensa a prendersi cura di sé, ad alimentarsi correttamente e a dedicare del tempo al movimento fisico. Queste buone abitudini sono più facili da acquisire e da mantenere se sostenute da un allenamento costante con il TA. La tecnica, infatti, è utilizzata con successo quando è necessario sostenere la motivazione, la concentrazione e l’impegno in vista di un obiettivo, ad esempio nello studio, o nello sport.

La dieta, dunque, così come il movimento fisico quotidiano, possono rappresentare un obiettivo, proprio come affrontare un esame o una gara sportiva, e come per questi, ci si può aiutare con il TA.

Inoltre, poiché spesso di mangia per noia, o per riempire dei vuoti emotivi o affettivi, è possibile colmare tali vuoti con il piacevole appuntamento con se stese costituito dalla esercitazione con il Training Autogeno.

Infine, abbassando il livello di ansia generalizzata, il TA tende a impedire l’instaurarsi del circolo vizioso: tensione – cibo – senso di colpa – aumento della tensione.

Umore depresso

Sarebbe riduttivo pensare che lo squilibrio ormonale sia l’unico responsabile delle alterazioni dell’umore che affliggono alcune donne nel periodo della menopausa.

Accade di frequente che l’età del climaterio coincida con l’insorgere di problematiche esistenziali dovuti ai fattori più diversi: insoddisfazione sentimentale o professionale, sindrome del nido vuoto, difficoltà relazionali, sensazione di non sentirsi più a proprio agio in un certo ruolo e difficoltà di ridefinirlo, solo per fare alcuni esempi. Si tratta magari di problemi a lungo latenti o ignorati, che si presentano solo apparentemente all’improvviso e che possono causare disagi di vario tipo, dalla malattia psicosomatica all’umore depresso, finanche alla depressione vera e propria.

Sarebbe altrettanto riduttivo aspettarsi che la pratica del TA – o anche della Meditazione o dello Yoga – possano di per sé guarire uno stato depressivo, seppur lieve.

La psicologia ritiene che il sintomo sia sempre una risposta a un disagio profondo, e tale disagio va scoperto, interpretato, elaborato: solo in questo modo, attraverso il lavoro che fanno assieme paziente e terapeuta, si arriva alla soluzione del problema.

In contesti del genere, il TA può essere di grande aiuto, ma solo se inserito nel più vasto progetto di una psicoterapia autogena.

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno può rivelarsi un valido aiuto per chi soffre di insonnia.

Praticando il TA con costanza ci si addormenta con facilità, si prevengono i risvegli notturni e la qualità del sonno tende a migliorare. 

L’insonnia non si presenta sempre allo stesso modo

L’insonnia può essere occasionale: a chi non è capitato, qualche volta, di non riuscire ad addormentarsi, oppure di svegliarsi in piena notte senza poter riprendere sonno? Può verificarsi in situazioni particolari come l’eccesso di stanchezza o in presenza di emozioni forti, o di malesseri fisici. 

Si parla invece di insonnia abituale quando la difficoltà si ripete notte dopo notte, per un lungo periodo.

In entrambi i casi – occasionale o abituale – può presentarsi con difficoltà ad addormentarsi, e si chiama insonnia primaria, oppure, con risvegli notturni, e si tratta di insonnia secondaria.

Cause

Le cause dell’insonnia sono le più svariate. Distinguiamo tra:

Cause organiche

  • malattia,
  • dolore cronico,
  • difficoltà di respirazione

 

Cause psicologiche

 

  • Stress,
  • Superlavoro,
  • Ansia,
  • Depressione

 La psicosomatica ci insegna comunque che le cause organiche e quelle psichiche non sono nettamente distinguibili e la suddivisione spesso è utilizzata soprattutto per fini descrittivi. 

Nella realtà, la sofferenza fisica e quella psichica si accompagnano e l’una può rafforzare l’altra.

Va pertanto preso in considerazione un percorso di individuazione delle cause, per rimuoverle, quando è possibile.

l medico di fiducia può aiutare a identificare eventuali patologie e i rimedi per affrontarle, mentre un colloquio con lo psicologo può essere utile a capire se l’insonnia costituisce un sintomo di un disagio più profondo.

Rivolgersi al medico e allo psicologo ė particolarmente consigliabile quando l’insonnia compare all’improvviso in persone che non ne avevano sofferto in precedenza.

Fra i rimedi naturali per far fronte alle difficoltà del sonno, vengono quasi sempre consigliate le tecniche di rilassamento, il Training Autogeno in particolare viene considerato una tecnica ideale per favorire il recupero di un sano ritmo sonno veglia.

Nella pratica, come si può curare l’insonnia con il Training Autogeno?

Innanzi tutto, va adottato un atteggiamento mentale corretto. 

Non dormire può diventare un cruccio e si instaura il circolo vizioso:

 

ll timore di non dormire genera ciò che temiamo: l’insonnia

 

B.H. Hoffmann, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno, descrive ‘l’ipocondricao del sonno’: quella persona che, nel timore di non dormire, diventa eccessivamente attenta al sonno, privandolo della necessaria spontaneità.

Si instaura così il circolo vizioso dell’insonne: dorme male e durante il giorno accusa pesantemente gli effetti della carenza di sonno, talora ingigantendoli.

La sera, cerca attivamente di addormentarsi, ottenendo di rimanere ancora più sveglio.

Secondo Hoffmann, per vincere l’insonnia con il TA è necessario:

Non aspettarsi di risolvere il problema in tempi brevi. I tempi dipendono da tre fattori:

  • la durata del disturbo, 
  • la quantità e la  composizione dei farmaci usati per combatterlo,
  • l’atteggiamento nei confronti del sonno.

Durante l’esercizio il sonno non deve essere ricercato attivamente: si esegue il TA concentrandosi sui vissuti somatici, il sonno si realizza naturalmente. 

Conviene, dunque,  adottare il “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

E’ vero che chi deve svegliarsi la mattina molto presto e sa di avere una giornata impegnativa, trova quasi impossibile non preoccuparsi.

D’altra parte il circolo vizioso nasce proprio dal timore di non farcela.

Meglio entrare nell’ordine di idee che “se dormo tanto meglio, se non dormo affronterò ugualmente la mia giornata – certo con qualche difficoltà in più, ma ce la farò”.

Sembrerà banale, ma funziona: provare per credere.

Una volta entrati in questo ordine di idee e acquisito il corretto atteggiamento, si può iniziare a praticare il TA.

Che cosa bisogna sapere prima di iniziare a praticare il Training Autogeno

 

Come già detto, è necessario un certo tempo da dedicare all’apprendimento.

Condizione necessaria per apprendere il TA è la costanza: è indispensabile allenarsi tutti i giorni con regolarità. Il TA non è una soluzione magica, né immediata.

 

Vedi anche:

Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

e:

15 domande sul training Autogeno

L’apprendimento degli esercizi di base del TA richiede dai due ai sei mesi, ma già dalle prime settimane è possibile apprezzare i primi benefici: senso di calma e smorzamento dell’ansia generalizzata. 

Già questo può creare un substrato psico-fisico adatto a favorire il sonno, sia nella fase dell’addormentamento, sia nella riduzione dei risvegli precoci.

Per apprendere correttamente il Training Autogeno è indispensabile rivolgersi a un professionista esperto nella tecnica. Sono da sconsigliare gli improvvisatori, o chi non possiede adeguate competenze psicologiche, e i “fai da te”, magari con qualche lettura divulgativa.

Se si stanno assumendo psicofarmaci, non si deve interrompere bruscamente il trattamento in concomitanza con l’inizio dell’apprendimento del TA. Prima si impara il TA e poi, gradualmente e con l’assistenza del medico, si inizia a diminuire giorno dopo giorno la dose del farmaco, fino a smettere del tutto.

Come agiscono gli esercizi del TA per favorire il sonno

L’intero ciclo di TA è utile nella predisposizione al sonno. La pratica stessa del TA indica un restringimento del campo di coscienza, vale a dire che ci si concentra su un elemento specifico, lasciando sullo sfondo tutti gli altri.

Nel caso specifico, con i due esercizi fondamentali (della Pesantezza e del Calore) ci si concentra sul rilasciamento muscolare e sul calore distraendo l’attenzione dal consueto rimuginìo sull’aspettativa di addormentarsi e sul timore che ciò non avvenga, e – inaspettatamente e spontaneamente – ci si addormenta.

In più, l’esercizio del Calore, provocando una vasodilatazione superficiale dei vasi sanguigni delle gambe e delle braccia, alleggerisce l’irrorazione sanguigna della testa, deviando il sangue verso gli arti e ciò provoca un effetto soporifero.

Anche l’esercizio del Plesso Solare – dato che i suoi effetti corrispondono a quelli della digestione – ha un effetto soporifero.

L’esercizio della Fronte, infine, completa gli effetti di quello del Calore: ‘alleggerisce’ la testa, lasciando che il calore fluisca nel resto del corpo Hoffmann * (pp. 333-337).

Una volta terminato l’apprendimento del TA di base, di sicuro si dormirà meglio, e magari già a questo punto non saranno necessari ulteriori interventi. Si può comunque approfondire e personalizzare il percorso attraverso l’uso di formule specifiche.

Le formule vanno elaborate con l’aiuto del terapeuta che ha seguito l’apprendimento del TA, poiché devono seguire alcune regole ben precise.

Le formule che secondo la mia esperienza funzionano meglio sono quelle che fanno riferimento ai ritmi immutabili della natura. Ad esempio, si possono elaborare formule che associno il ritmo sonno veglia all’avvicendarsi della notte e del giorno. 

E’ anche possibile utilizzare l’orologio interno, elaborato da I.H. Schultz , il creatore del Training Autogeno:

Si tratta della possibilità di predeterminare un risveglio ad ora prefissata, dopo il normale sonno notturno; questo fenomeno veniva definito nella vecchia letteratura sull’ipnosi: orologio mentale inconscio. (Schultz**, pag.167).

Nei casi di risveglio prematuro si raccomanda l’uso di formule specificamente elaborate; se, ad esempio, il risveglio si verifica regolarmente dopo 5 ore di sonno, si cercherà di condizionarsi ad un risveglio progressivamente ritardato di mezz’ora in mezz’ora. Nei disturbi del sonno giocano un ruolo determinante le cattive abitudini. Rinvio ai precedenti protocolli nei quali avevo riferito dei buoni risultati che si possono ottenere con la rieducazione di abitudini di sonno anormali. (p.254).

Altrettanto come in questo caso e come nelle già riferite esperienze del “risveglio a comando,” è possibile ottenere con formulazioni particolari il condizionamento di uno stato di benessere al risveglio. (p.255).

In conclusione, il Training Autogeno, migliorando lo stato generale dell’organismo e abbassando il livello di ansia generalizzata, è in grado di dare giovamento nei casi di insonnia.

Può essere utilizzato da solo o, a seconda dei casi, in combinazione con un percorso di psicoterapia, o in associazione con gli psicofarmaci, che il medico eliminerà gradualmente, man mano che il paziente procede con l’apprendimento del TA.

* Hoffmann B.H. Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

** Schultz, I.H., Il Training Autogeno, I, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, 1972. (ed. originale 1932).

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

Narra  la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non  rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.  

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si  flettevano, lasciando scivolar via la neve: non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju: flessibile, cedevole; jutzu: arte), l’arte della cedevolezza,  da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti. 

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere.

Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile,  doloroso,  “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo. 

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

 

 

 

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Training Autogeno Respiratorio RAT

Training Autogeno Respiratorio RAT

Il metodo RAT

 

Con il Training Autogeno Respiratorio si vivono meglio i mesi della gravidanza e si partorisce serenamente e con meno dolore.

La nascita di un bambino è un evento fisiologico da vivere con serenità, ed è anche una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Il metodo che utilizzo  è il Training Autogeno Respiratorio (RAT), una emanazione del Training classico, appositamente modificato per la preparazione alla nascita.

Nei miei corsi mi rivolgo alla coppia,  chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma anche la  l’inserimento del bambino nella famiglia siano momenti molto delicati.

Se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

 

Come si svolge

 

Il metodo  RAT si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT.

Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Dove si svolgono i corsi

 

I corsi si svolgono nel mio studio a Roma, oppure online.

 

Quanto costa

 

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro: Scrivere a info@patriziabelleri.it oppure Telefonare al 339.1480.554

In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale per recuperare energia e forza interiore

 

Questo Manuale è il  dono* che gli psicologi Sara de Maria e Gionatan Mandice offrono ai loro lettori.

Si tratta di una agile guida pensata per chi ha intenzione di accostarsi al Training Autogeno e necessita di informazioni preliminari per orientarsi.

L’enorme diffusione del Training Autogeno ha fatto sì che talvolta se ne parli a sproposito, con messaggi privi di fondamento, fuorvianti, che ingenerano aspettative non realistiche.

Con l’autorevolezza derivata da anni di esperienza, gli Autori lo presentano per quello che è: un metodo dalle enormi potenzialità, purché vi si accosti con costanza e disciplina e con la guida di professionisti esperti.

Solo a queste condizioni si può ottenere ciò che il TA promette:

Raggiungere uno stato di rilassamento e di calma interiore (…) per arrivare ad una maggiore lucidità e avere più padronanza di noi stessi, così da sentirci più equilibrati, meno allarmati e più forti per raggiungere i nostri obiettivi.

 

In che cosa consiste il Training Autogeno? Come si fa ad apprenderlo? Quale sono le sue applicazioni?

 

Queste sono le domande cui rispondono gli Autori, in maniera chiara ed esaustiva, sgombrando il campo da pregiudizi e errate convinzioni.

Partono dalle origini, narrando il percorso di studio e di ricerca del neurologo berlinese I.H.Schulz.

Dall’ipnosi – di cui era profondo conoscitore – egli è arrivato alla ideazione di un metodo che può essere gestito in autonomia, una volta appreso correttamente.

Spiegano dunque le componenti psichiche e neurofisiologiche del TA, facendo ricorso, quando serve, anche ad esempi tratti dalla vita di tutti i giorni

Illustrano le applicazioni del metodo dalla clinica allo sport, soffermandosi anche sulle rare evenienze in cui non è indicato.

Una bibliografia essenziale completa il testo.

Il piccolo manuale non promette certo di esaurire in poche pagine una materia così ampia.

Riesce però a incuriosire, e offre una base solida da cui partire per una esplorazione più profonda del metodo.

 

Gli Autori

 

Sara De Maria

 

Psicologa clinica, psicoterapeuta della coppia e della famiglia, esperta di psicologia perinatale, operatrice di Training Autogeno.

Insegna il TA nel suo studio di Rivoli e lo integra nei percorsi di psicoterapia.

Se ne avvale anche nel sostegno in situazioni di disagio emotivo perinatale: depressioni e ansie perinatali, disturbi dell’attaccamento.

 

Gionatan Mandice

 

Psicologo del lavoro e delle organizzazioni, esperto in psicologia dello sport e della prestazione.

Utilizza il TA nell’ottica del miglioramento delle prestazioni sportive, integrandolo con altre tecniche e discipline, quali la Mindfulness, la Meditazione, l’Imagery, il Biofeedback, l’Apnea e lo Yoga.

 

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*Per ottenere il Manuale in omaggio occorre iscriversi alla Mailing list della dottoressa De Maria, seguendo uno dei link:

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Formulazione della Calma

La Formulazione della Calma non è considerato un vero e proprio esercizio, ma una fase preparatoria in cui si trova in se stessi la disposizione alla concentrazione passiva.

La calma è un punto di arrivo, l’obiettivo di tutto il percorso del TA, ma rappresenta anche una fase preliminare, che serve a prepararsi a sperimentare i vissuti successivi.

Dire a una persona “calmati”, quasi sempre sortisce l’effetto opposto. Tutti abbiamo sperimentato, almeno qualche volta, l’impossibilità di addormentarci quando ci “imponiamo” di farlo, magari perché il giorno successivo abbiamo un impegno importante e “dobbiamo” dormire.

Il sonno arriva da sé e agli animali ciò accade del tutto spontaneamente. 

Occorre tenere in considerazione la differenza tra atteggiamento di calma e stato di calma

Con la formulazione della calma ci si dispone a un atteggiamento interiore in cui si è disposti a lasciar accadere, senza sforzarsi di raggiungere nulla di particolare, ma accettando semplicemente ciò che si verifica con spontaneità. 

Lo stato della calma è la conseguenza di tale atteggiamento ed è anche l’obiettivo che ci si pone con il TA. Lo si sperimenta man mano che si prosegue con gli esercizi.

In pratica, la Formulazione della calma, dunque, consiste nell’assumere un atteggiamento fisico e psicologico di calma.

Si assume una posizione comoda, meglio se supina, e si abbandonano tutti i muscoli. A questo punto ci si rappresenta mentalmente la calma.

Per raggiungere tale obiettivo, si fa ricorso ad una formula verbale. La più utilizzata è:

calmo/a, sereno/a, piacevolmente, rilassato/a 

Importante: va ripetuta mentalmente una parola per ciascun atto respiratorio, in espirazione.

Vedi anche: Come si svolgono gli esercizi.

Se ne può comunque scegliere anche un’altra, purché abbia le seguenti caratteristiche: sia breve, gradevole, significativa e, una volta scelta, rimanga sempre la stessa. Ad esempio, alcune persone non gradiscono il suono dell’avverbio piacevolmente e preferiscono la formula:

calmo/a, sereno/a, rilassato/a

La scelta della formula è molto personale. Per alcune persone il fatto di “dover” sperimentare la calma provoca addirittura l’effetto opposto, quello di agitarsi di più. In questi casi, ogni persona può scegliere di rappresentarsi la calma nel modo che ritiene più affine al proprio sentire.

Per facilitare la rappresentazione mentale della calma, è utile che l’ambiente esterno sia predisposto a tale scopo.

In pratica si esegue così:

Si assume una buona posizione;

Ci si accerta di non avere tensioni soprattutto a livello cervicale e si attende qualche istante per lasciar cadere le tensioni;

Si cerca un atteggiamento passivo e indifferente verso i pensieri che inevitabilmente irrompono in questo momento (devo fare una telefonata, domani al lavoro devo fare…, ecc, all’inizio è normale che sia così);

Se si è una persona immaginativa, si lascia apparire agli occhi della mente un luogo rilassante (molto utile è il mare o lago, per chi lo ama);

Si inizia a ripetere mentalmente la formula, una parola per ogni espirazione, (seguendo con le parole il respiro e non viceversa) per circa sei volte.

Quindi si esegue la ripresa.

L’esercizio va eseguito tre volte al giorno per almeno una settimana, e comunque si concorda con la terapeuta il momento per passare all’esercizio successivo.

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Esercizio della Pesantezza

Si tratta del primo vero esercizio di Training Autogeno.

Schultz, infatti, considerava la Calma una sorta di introduzione allo stato autogeno, la disposizione mentale necessaria per poter apprendere gli esercizi successivi.

L’esercizio della Pesantezza e quello successivo, del Calore sono considerati gli esercizi fondamentali del TA di base.

Il vissuto della pesantezza è dovuto a un rilasciamento muscolare molto intenso, più profondo di quello che si prova quando i muscoli sono in normale stato di riposo. La conseguenza psicologica è quella di sperimentare una profonda distensione psichica.

Durante lo sforzo fisico, ma anche quando c’è tensione dovuta a uno stato di allarme o agli effetti dello stress, il tono muscolare – controllato dal sistema nervoso – è elevato.

Al contrario, il tono è minimo quando dormiamo, ma non ne siamo consapevoli.

Con l’esercizio della Pesantezza, attraverso l’esperienza della distensione muscolare, ne acquisiamo la consapevolezza.

Alcune persone sono in un costante stato di allarme, tese contratte, sempre pronte a scattare. Per loro la sensazione di distensione è pressoché sconosciuta. Con il TA questa sensazione diventa molto evidente e una piacevole novità.

Come si sperimenta la pesantezza? Riprendendo il principio già spiegato dell’ideoplasia, se immaginiamo che una parte del corpo sia pesante, questa viene percepita come tale. In realtà non “sembra” pesante, ma lo diventa veramente, in virtù di ben precisi impulsi nervosi che danno origine al rilassamento muscolare.
Questo processo è anch’esso misurabile con metodi oggettivi, ad esempio, l’elettromiografia.

Il primo esercizio del TA consiste nel provocare un rilasciamento di tutti i muscoli del corpo raffigurandosi mentalmente la pesantezza.

Il primo esercizio del TA consiste nel provocare un rilasciamento di tutti i muscoli del corpo raffigurandosi mentalmente la pesantezza.

In pratica si esegue così:

Si assume una buona posizione e si esegue l’esercizio della calma, abbreviandolo. E’ sufficiente adesso ripetere la formula:

calmo/a, sereno/a, piacevolmente rilassato/a soltanto tre volte.

Importante: va ripetuta mentalmente una parola per ciascun atto respiratorio, in espirazione.
Vedi anche: Come si svolgono gli esercizi.

Quindi si prosegue con la formula:

Braccio destro pesante (sinistro per i mancini).

quest’ultima va ripetuta per circa sei volte. Dopo pochi giorni, in genere appena si raggiunge facilmente la sensazione di pesantezza alla mano destra, si aggiunge la formula:

Braccio sinistro pesante (destro per i mancini)

Molti terapeuti preferiscono iniziare dalla mano, per poi estendere la sensazione al braccio.

In tal caso la formula è:

Mano destra pesante

Mano sinistra pesante

La ragione per cui si inizia con la mano, e in particolare con quella strumentale, è che si tratta della parte del corpo maggiormente rappresentata a livello corticale. In altre parole, una porzione piuttosto ampia della corteccia cerebrale è deputata a far muovere la mano e quindi è più facile anche farla rilassare.

Dopo poco tempo si avvertirà una reale e oggettiva sensazione di pesantezza alla mano, che si estenderà al braccio grazie al fenomeno già citato della generalizzazione.

Alcune persone si trovano meglio a rappresentarsi fin dall’inizio entrambe le mani pesanti. Chi lo preferisce può farlo, anche se, di norma, all’inizio dell’allenamento viene più facile concentrarsi su un arto per volta.

Nota importante

A questo punto si verificherà un fenomeno chiamato generalizzazione.

Tale fenomeno consiste nel fatto che la sensazione provata si diffonde gradualmente e spontaneamente in direzione dei distretti muscolari limitrofi (in alcune persone alla parte del corpo opposta). In altre parole, dopo la mano, si comincia ad avvertire pesante il braccio, la spalla, la parte cervicale della colonna – sede, quest’ultima di tensioni muscolari dovute a stress e a posture errate.

Piacevoli sensazioni di pesantezza e di torpore, sempre grazie alla generalizzazione si estenderanno via via anche al volto, per effetto del rilasciamento dei muscoli facciali. La mascella si abbandona, le labbra vengono avvertite come intorpidite, le guance si rilasciano, le palpebre si fanno piacevolmente pesanti, tanto da non avvertire il desiderio di aprire gli occhi.

Si possono anche apprezzare le piacevoli sensazioni che l’aria produce entrando nel naso e “massaggiando” ad ogni respiro le fosse nasali.

La generalizzazione permetterà dunque di estendere queste sensazioni piacevoli a tutta la parte superiore del corpo.

Dopo pochi giorni ancora, si procede con:

piede destro pesante (sinistro per i mancini)
piede sinistro pesante (destro per i mancini)

Anche in questo caso si realizzerà una generalizzazione, grazie alla quale tutta la parte inferiore del corpo verrà avvertita pesante. Alla fine dell’apprendimento dell’esercizio della pesantezza, tutto il corpo è percepito come pesante, e oggettivamente tutti i muscoli sono rilassati.

Il terapeuta può far constatare questa situazione al paziente effettuando la cosiddetta prova della caduta: consiste nel sollevare il polso del paziente durante lo stato autogeno e farlo ricadere improvvisamente sul bracciolo della poltrona. E’ caratteristica la caduta pesante dell’arto, molto differente se si esegue la stessa prova al di fuori dello stato autogeno.

Per quanto riguarda il numero delle ripetizioni, è consigliato ripetere 6 volte l’ultima formula e abbreviare a 3 le precedenti, per non rendere l’esercizio troppo lungo. E’ importante, tuttavia, che non si assuma un atteggiamento rigido nel contare le formule.

Il numero consigliato è indicativo, un’eccessiva attenzione al conteggio impegnerebbe troppo l’emisfero razionale.

Ecco dunque lo schema di come si procede alla fine dell’allenamento alla pesantezza:

 

calmo/a sereno/a piacevolmente rilassato/a

mano destra pesante

mano sinistra pesante

piede destro pesante

piede sinistro pesante

ripresa.

In genere in una o due settimane di allenamento si può sperimentare il vissuto della pesantezza. L’allenamento andrà poi proseguito con costanza per rendere i vissuti sempre più percepibili.

Arriva un momento in cui non si avverte più la necessità della ripetizione delle formule: è sufficiente pensare la parola pesante, e subito si realizza un automatismo grazie al quale in pochi istanti si percepisce la pesantezza di tutto il corpo.

 

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Esercizio del Calore

L’esercizio del calore, dopo quello della calma e’ il secondo dei due che Schultz considerava fondamentali.

Si chiamano fondamentali non nel senso che gli altri siano meno importanti, ma perché la corretta esecuzione consente il raggiungimento dello stato autogeno.

Si esegue ripetendo mentalemnte le formule:

mano destra calda
mano sinistra calda
mani calde (dopo qualche giorno)
piede destro caldo
piede sinistro caldo
piedi caldi (dopo qualche giorno)
(fino ad arrivare a semplicemente “caldo/a”)

Importante: va ripetuta mentalmente una parola per ciascun atto respiratorio, in espirazione.
Vedi anche: Come si svolgono gli esercizi.

Con l’esercizio della pesantezza si è in grado di realizzare distensione e rilassamento dei muscoli striati, quelli che presiedono ai movimenti volontari. Con l’esercizio del calore, la distensione si estende al sistema vascolare, che è regolato da muscolatura liscia. Il meccanismo dell’ideoplasia si manifesta in questo caso provocando una dilatazione dei vasi sanguigni. Questo determina un afflusso di sangue nella periferia corporea, ad iniziare dalle estremità, per poi estendersi gradualmente, per generalizzazione, al resto del corpo.

Se la pesantezza va letta psicologicamente come il risultato di una buona distensione psichica, la lettura psicologica del calore è la sensazione di un flusso vitale, del riappropriarsi della propria vita.

Nel linguaggio comune, il calore è spesso associato a immagini positive: un caldo abbraccio, un caloroso saluto, una persona calda e affettuosa, il calore umano.

Secondo Schultz:

Lo stabilirsi di una sensazione di calore, dapprima localizzata in seguito sempre più diffusa , è suscettibile di provocare un effetto calmante paragonabile a quello che si prova durante l’addormentamento.

Alla sensazione di calore percepita durante l’esercizio corrisponde una reale modificazione corporea, la vasodilatazione, constatabile strumentalmente: la temperatura corporea superficiale sale, mediamente di 1 grado centigrado, fino a 3 gradi con l’allenamento, mentre decresce quella interna; la curva di reattività galvanica tende a decrescere all’inizio per poi livellarsi successivamente.

Il vissuto del calore ha risvolti psicologici assai positivi. Molte persone riferiscono la sensazione di sentire “il sangue che scorre nelle vene” o di un “flusso vitale” che percorre tutto il corpo. Queste sensazioni sono percepite come benefiche e stimolanti e non c’è da meravigliarsene: da sempre l’uomo ha associato al calore ciò che è vitale, gioioso, in sintonia con l’ambiente. Si pensi alle frasi del dire comune: “temperamento caldo”, “caldo abbraccio”, o al contrario “persona fredda”, “cuore freddo”.Statisticamente si nota che con l’esercizio del calore aumenta l’effetto calmante e rilassante del TA.

Curiosità

Schultz, nel suo “Das Autogene Training”, scrive:

Ricordo, ad esempio, il caso di un noto atleta che ormai da tre anni praticava la mia tecnica allo scopo di migliorare le proprie prestazioni; accadde che, in montagna, fu un giorno, con alcuni compagni, travolto da una slavina; furono tutti costretti a permanere per molte ore sotto la neve, a circa 30 gradi sotto zero; egli, ad intervalli distanziati di pochi minuti, praticava l’esercizio di concentrazione psichica cercando di indurre calore alle orecchie, al naso, alle dita della mani e dei piedi; di tutto quel gruppo di escursionisti fu l’unico a poter così difendersi dalle conseguenze del freddo e fu l’unico a non riportare lesioni da congelamento.

Il procedimento è sostanzialmente analogo all’esercizio precedente: si utilizzano le formule che indicano il vissuto del calore, incominciando, come sempre, dalla mano strumentale. Dunque: mano destra calda, mano sinistra calda, piede destro caldo, piede sinistro caldo. Come già è stato per la pesantezza, ci si aspetta che il fenomeno si estenda per generalizzazione a tutto il corpo. Appena si avverte bene il calore alla mano destra si passa alla sinistra e così via, rispettando i tempi e i ritmi personali.

Che cosa fare se si incontra difficoltà a percepire il calore?

Allinizio dell’allenamento, è utile verificare di non avere ma mani e piedi troppo freddi. E’ bene indossare abiti caldi d’inverno e coprirsi con una coperta calda ma leggera, che non pesi sui piedi. Eventualmente, si possono immergere mani e piedi sotto l’acqua calda prima di iniziare l’esercitazione.

Le scariche autogene

Durante l’esecuzione degli esercizi di TA si possono verificare fenomeni apparentemente disturbanti, le scariche autogene. Si tratta di automatismi che hanno aspetti imprevedibili e inaspettati e che interessano vari canali psicosomatici.

Si verificherebbero in virtù di meccanismi autoregolatori del sistema nervoso, probabilmente dovuti a un allentamento del controllo che i centri corticali normalmente esercitano su quelli sub corticali, producendo una sorta di liberazione delle tensioni.

Il loro effetto pertanto è benefico. Le scariche variano a seconda del distretto corporeo interessato: ad esempio si manifestano sotto forma di scosse muscolari, sensazioni di asimmetria o perdita dell’orientamento spaziale durante l’esercizio della pesantezza.

Mentre si effettua l’esercizio del calore, le scariche autogene possono verificarsi in maniera differente: ad esempio, sensazione di rigonfiamento degli arti, prurito, torpore.

Riassumendo:

calmo/a sereno/a piacevolmente rilassato/a
(fino ad arrivare a semplicemente “calmo/a”)
mano destra pesante
mano sinistra pesante
mani pesanti
piede destro pesante
piede sinistro pesante
piedi pesanti
(fino ad arrivare a semplicemente “pesante”)
mano destra calda
mano sinistra calda
mani calde
piede destro caldo
piede sinistro caldo
piedi caldi
(fino ad arrivare a semplicemente “caldo/a”)
ripresa

 

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Esercizio del Cuore

L’esercizio del cuore e’ il primo di quelli che Schultz definiva complementari: dopo aver preso consapevolezza dei muscoli scheletrici (esercizio della pesantezza) e del sistema vascolare (esercizio del calore) adesso si tratta di “scoprire” il proprio vissuto cardiaco, assistendo al fenomeno come spettatore passivo.

In realtà, una volta arrivati a questo punto della sequenza degli esercizi, il cuore ha già assunto in maniera del tutto spontanea un andamento calmo e regolare. Si tratta adesso di prenderne consapevolezza, di “sentirlo” battere. Di solito, non siamo abituati a prestare attenzione al ritmo del nostro cuore, se non quando è agitato, o comunque irregolare, causa-conseguenza di uno stato ansioso. Con questo esercizio si apprende, invece, a lasciarsi cullare dal ritmo regolare del proprio cuore, a percepirlo come qualcosa di sano, di non minaccioso.

Le formule consigliate sono:

cuore calmo

Oppure:

cuore calmo e regolare

E’ bene precisare che, con l’esecuzione di questo esercizio, non si intende modificare in alcun modo l’andamento del ritmo cardiaco. Al contrario, si favorisce una delle funzioni essenziali del Training Autogeno: facilitare la predisposizione naturale dell’organismo all’autoregolazione delle proprie funzioni.

Come già si è detto per gli esercizi precedenti, si procede ripetendo mentalmente la parola della formula durante l’espirazione e si rimane in “silenzio” mentale durante l’inspirazione. Non si deve forzare il ritmo del respiro, ma adeguarsi al suo naturale fluire. Si consiglia la ripetizione dell’esercizio del cuore per circa sei volte, riducendo i precedenti a tre volte.

Riassumendo:

calmo/a, sereno/a, piacevolmente, rilassato/a

(oppure “calmo/a”)

mani pesanti

gambe pesanti

(oppure “pesante”)

mani calde

gambe calde

(oppure “caldo/a”)

cuore calmo e regolare

ripresa

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Esercizio del Respiro

L’esercizio del respiro consiste sostanzialmente nel porsi in una situazione di spettatore passivo del proprio respiro.

Già durante lo svolgimento dei primi esercizi si instaura un importante mutamento del ritmo: la curva respiratoria, infatti, si normalizza in seguito alla distensione prodotta da Calma, Pesantezza e Calore.

In questa nuova fase, pertanto, si tratta di prendere consapevolezza di un fenomeno che si è già realizzato spontaneamente e di renderlo ancora più intenso.

Ecco come Schultz descrive, con chiarezza e semplicità, il modo di porsi rispetto a questa fase del training:

Invitiamo chi svolge gli esercizi a lasciare a se stesso il ritmo respiratorio, evitando ogni influenza intenzionale su di esso; se per caso subentrassero spontaneamente alterazioni nel ritmo respiratorio consigliamo al soggetto di non occuparsene nel modo più assoluto” (Das autogene Training).

Le formule consigliate sono:

il mio respiro è calmo e regolare

oppure, per sottolineare l’autonomia del ritmo:

il mio corpo respira

oppure:

il respiro mi respira

oppure, semplicemente:

mi respira

Quest’ultima formula, benché non corretta grammaticalmente, possiede un suono e un impatto semantico che la rende molto efficace. Sulla base della mia esperienza, la ritengo la migliore.

Gli effetti dell’esercizio del respiro sono sorprendenti. Innanzi tutto, si approfondisce in maniera rilevante il rilassamento generale.

Si ha l’impressione che la massa pesante e calda del corpo respiri da sola, in autonomia rispetto ad un Io cosciente che si fa sempre più passivo e distaccato.

La commutazione autogena, pertanto, si realizza in maniera più profonda ed efficace.

L’esercizio del respiro richiama nella sostanza vissuti analoghi propri di tecniche yoga e di meditazione trascendentale. Se ne discosta, ovviamente, in quanto il TA è privo dei contenuti religiosi e meditativi tipici di tali tecniche ed è incentrato su vissuti somatici e psicologici.

L’esercizio del Respiro non produce di per sé scariche autogene tipiche, pertanto, le eventuali scariche sono dovute agli effetti degli esercizi precedenti.

E’ il caso di sottolineare che spesso l’esecuzione dell’esercizio del Respiro produce l’approfondimento della sensazione del Calore, quando tale sensazione non sia stata ancora completamente raggiunta in precedenza.

Eventuali difficoltà durante il Respiro vanno analizzate accuratamente con l’aiuto di un professionista, in quanto potrebbero essere il segnale di problematiche sottostanti.

Comunque, molte persone, soprattutto di tipo “visivo” possono raffigurarsi mentalmente immagini facilitanti.

Ad esempio il ritmo dolce delle onde del mare (o del lago) o il vento che muove le chiome degli alberi, o, ancora, può giovare sentire il proprio corpo “come se l’aria entrasse e uscisse da tutti i pori”.

Come già si è detto per gli esercizi precedenti, si procede ripetendo mentalmente la parola della formula durante l’espirazione e si rimane in ‘silenzio’ mentale durante l’inspirazione.

Non si deve forzare il ritmo del respiro, ma adeguarsi al suo naturale fluire.

 

Riassumendo:

calmo/a, sereno/a, piacevolmente, rilassato/a
(oppure “calmo/a”)
mani pesanti,
piedi pesanti
(oppure “pesante”)
mani calde
piedi caldi
(oppure “caldo/a”)
cuore calmo e regolare
mi respira
Ripresa

 

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Esercizio della Fronte

Si tratta dell’ultimo esercizio del ciclo somatico e molti Autori lo considerano una sorta di raccordo con il ciclo superiore, una premessa rispetto a quelli che saranno i vissuti propriamente meditativi e psicologici del ciclo superiore.

Dal punto di vista fisiologico, con questo esercizio si apprende a realizzare una vasocostrizione, localizzata nella zona della fronte.

Schultz, nel descrivere il vissuto della fronte fresca fa osservare che, a questo punto dell’allenamento, il corpo è “pesante e caldo, le attività cardiaca e respiratoria hanno raggiunto un ritmo regolare e uniforme, all’addome si percepisce una gradevole sensazione di calore diffuso; nel complesso, l’unità bio-psichica si è portata in uno stato di completa assenza di tensione (…) ci si rende conto della separazione (…) tra la massa del corpo e il capo, o meglio quella zona frontale nella quale si simboleggia la sede dell’Io…”

Dal punto di vista psicologico, fronte fresca può essere metafora di mente sgombra, distaccata, in contemplazione passiva delle proprie sensazioni corporee.

Un vero punto di partenza, dunque, per i vissuti propri del ciclo superiore, dove l’immaginazione e il contatto con le parti più profonde di sé avranno un’importanza fondamentale.

La formula da adottare è:

fronte fresca

Un’ultima osservazione riguarda il fatto che la capacità di procurarsi una forma di vasocostrizione, può essere utilizzata per curare problematiche specifiche anche di natura patologica.

Ad esempio, la vasocostrizione può essere indirizzata in zone del corpo soggette a pruriti o lesioni, dove è indicata una diminuzione del flusso sanguigno, oppure per lenire il dolore dell’emicrania, che è causato da una dilatazione dei vasi del cranio.

Discorso analogo vale anche per la vasodilatazione: può essere indirizzata in zone specifiche del corpo per lenire il dolore, ad esempio di natura infiammatoria, ove sia necessario un apporto di calore. Va precisato, tuttavia, che per questo tipo di applicazioni del Training Autogeno, così come per il Ciclo Superiore, è sempre necessaria la guida del terapeuta.

Come già si è detto per gli esercizi precedenti, si procede ripetendo mentalmente la parola della formula durante l’espirazione e si rimane in “silenzio” mentale durante l’inspirazione.

Va ancora una volta ripetuto che non si deve forzare il ritmo del respiro, ma adeguarsi al suo naturale fluire.

Riassumendo

calmo/a, sereno/a, piacevolmente, rilassato/a
(oppure “calmo/a”)
mani pesanti
gambe pesanti
(oppure “pesante”)
mani calde
gambe calde
(oppure “caldo/a”)
cuore calmo e regolare
plesso solare irradia calore
(oppure: plesso solare caldo)
fronte fresca

ripresa

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La ripresa

Dopo ogni esercitazione con il TA, prima di riprendere le normali attività, va eseguita la Ripresa.

La Ripresa ha lo scopo di ripristinare il tono muscolare e a riprendere il normale contatto con la realtà.

Nota bene: la ripresa è molto importante e va eseguita sempre, anche quando si ha la sensazione di non aver raggiunto uno stato di vero rilassamento.

Infatti, anche all’inizio e con il solo primo esercizio, già avvengono delle modificazioni a livello cerebrale, per questo un troppo rapido passaggio all’apertura degli occhi può esitare in qualche leggero fastidio.

L’unico momento in cui non va eseguita  è quando ci si esercita con il TA la sera a letto prima di addormentarsi. In questo caso è facile che si scivoli direttamente nel sonno, oppure, dopo la fine dell’esercizio, si può assumere la posizione in cui abitualmente si dorme.

In pratica, la Ripresa si esegue così:

  • si muovono le dita delle mani come per suonare il pianoforte;
  • si ridà tono muscolare progressivamente alle mani, alle braccia, alle spalle, con movimenti via via sempre più decisi;
  • si muovono le dita dei piedi, poi in progressione, i piedi e le gambe, con movimenti sempre più decisi;
  • si fanno dei sospiri profondi;
  • si stringono forte i pugni;
  • si aprono gli occhi.

Nota Importante:

La presenza o l’assenza della Ripresa determinano effetti diversi del Training Autogeno.

Se si esegue la Ripresa, l’esercitazione ha effetti tonici, come dopo un breve sonno.

Se non la si esegue, quando si fa l’esercizio la sera prima di dormire, il Training ha l’effetto di favorire il sonno.

Personalizzazione del percorso

Il Training Autogeno come psicoterapia breve

 

Il Training Autogeno non è soltanto una tecnica di rilassamento assai valida, ma con la guida dello psicoterapeuta, può costituire la base di una psicoterapia breve molto efficace che viene denominata psicoterapia autogena o bionomica (da bios, vita e nomos, legge, cioè che segue e rispetta le leggi della vita).

Grazie all’apprendimento del Training Autogeno di base si può, in prima battuta, raggiungere sedazione dell’ansia generalizzata e degli eventuali sintomi a questa correlati.

A questa prima fase di sedazione emotiva, segue una successiva di normalizzazione neurovegetativa: migliorano tutte le funzioni dell’organismo.

Ciò comporta maggior sicurezza e fiducia in se stessi e motivazione a proseguire nel percorso terapeutico.

In molti casi, già a questo punto migliorano i sintomi che hanno portato a rivolgersi al TA.

Successivamente è possibile proseguire nella terapia attraverso tecniche approfondimento della conoscenza della persona.

Tale ulteriore percorso esula dagli obiettivi di queste pagine e deve essere effettuato assieme allo psicoterapeuta esperto di psicoterapia autogena.

 

Il Training Autogeno come terapia: le formule specifiche

 

Arrivati a questo punto del percorso, è possibile personalizzare il TA tramite l’elaborazione di formule specifiche dirette al sintomo somatico (le cosiddette formuled’organo) e comportamentale (formule di proponimento).

Vediamo di che si tratta.

Abbiamo visto che la ripetizione di una formula porta a sperimentare il vissuto che la formula stessa suggerisce: grazie alla formula “mano destra pesante”, possiamo provocare un rilasciamento muscolare, che viene percepito appunto come pesantezza.

La stessa cosa – una volte che si è esperti di TA – può avvenire per provocare vissuti specifici, rivolti a un organo oppure a un comportamento.

Ad esempio possiamo “suggerire” allo stomaco di rilassarsi e di non secernere succhi gastrici in eccesso, e in tal modo possiamo prevenire e curare una gastrite.

Oppure, possiamo programmare la nostra mente a parlare in pubblico in maniera fluente, senza lasciarci influenzare dall’ansia o dalla tensione.

O, più in generale, possiamo modificare in senso positivo alcune caratteristiche di personalità, la fiducia in noi stessi, ad esempio.

Questo è possibile grazie a una serie di fenomeni complessi, che hanno a che vedere con i concetti di ideoplasia e concentrazione passiva, di cui si è parlato all’inizio del percorso.

Durante la contemplazione passiva si realizza un particolare stato di coscienza caratterizzato da una predominanza emisferica destra, in virtù della quale viene allentato il controllo razionale.

In tale situazione è possibile esperire vissuti tipici, che investono sia la sfera fisica che quella psichica, come sa bene chi è esperto di TA.

Per effetto dell’ideoplasia è possibile tramutare un’idea in un vissuto somatico: la distensione muscolare, la pesantezza, il calore, la sensazione di fresco.

Utilizzando questi due principi, nonché le leggi che governano l’apprendimento (la ripetizione dei contenuti da apprendere, la significatività degli stessi, la motivazione all’apprendimento), Schultz ha ritenuto di poter modificare alcuni vissuti corporei disfunzionali e anche alcuni comportamenti indesiderati, attraverso la ripetizione mentale di formule specifiche, o proponimenti.

Il risultato che si ottiene è molto simile alla realizzazione degli ordini post ipnotici che si usano in ipnosi.

Tali formule vanno elaborate alla fine dell’apprendimento dell’intero ciclo inferiore del T.A., quando ormai il paziente è padrone dei sette esercizi standard ed è in grado di richiamarne i vissuti in maniera automatica.

Una volta elaborata la o le formule utili al problema specifico, queste vanno ripetute alla fine delle abituali ripetizioni dei primi sette esercizi.

Schultz distingue tra le formule volte a modificare un vissuto corporeo, le Formule d’organo, e quelle che possono essere utilizzate per modificare comportamenti inefficaci, o disfunzionali, le Formule di comportamento, appunto.

Per elaborare le formule adatte alla propria situazione personale, è necessaria l’assistenza del terapeuta, che suggerirà il metodo per la creazione delle formule utili alla soluazione del problema e ne valuterà l’efficacia.

 

Desensibilizzazione autogena

 

Si tratta di una tecnica più complessa della semplice elaborazione di formule specifiche e può essere suggerita al paziente in aggiunta a queste ultime.

Anche in questo caso la base teorica del procedimento è assai simile a quel che avviene durante la trance ipnotica, quando il terapeuta guida il paziente ad immaginare la situazione che teme e, nel frattempo, pronuncia parole atte ad abbassare il livello di ansia riguardo la situazione stessa.

Nel caso della desensibilizzazione autogena si può ottenere una modificazione comportamentale in questo modo: si guida il paziente in stato autogeno ad immaginare la situazione che gli genera timore e lo si stimola a produrre immagini mentali di intensità crescente di ansia.

Ad esempio, nel già citato caso della fobia della guida dell’automobile, si può invitare il paziente ad immaginare se stesso nell’atto di prendere le chiavi dell’auto e uscire di casa (intensità minima di ansia). Poi si aumenta l’intensità, facendogli immaginare di salire in auto, accendere il motore, fare qualche breve giro intorno a casa e poi allontanarsi sempre di più dai luoghi familiari e rassicuranti, fino a fargli immaginare di poter andare ovunque. In seguito egli metterà in atto da solo il comportamento temuto, mentre le parole del terapeuta, registrate dalla sua mente inconscia, “lavorano” contro la sua paura.

Anche in questo caso, è necessaria l’assistenza del terapeuta.

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Il Protocollo

 Dopo ogni esercitazione è utile compilare il protocollo: un Diario di bordo del percorso di apprendimento.

Si tratta di una breve descrizione della propria esperienza, da fissare alla fine dell’esercizio stesso.

Se, come spesso avviene, ci si addormenta la sera, durante o subito dopo aver completato l’esercizio, il protocollo può essere compilato il giorno successivo. 

Il protocollo con il resoconto di delle esercitazioni viene inviato al terapeuta per la valutazione, ogni settimana, oppure ogni giorno.

A che cosa serve il protocollo

 

 

Questa procedura ha diverse importanti funzioni:

• Attraverso il protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso tra il paziente e il terapeuta, a tutto vantaggio dell’efficacia dell’apprendimento del TA.

• Scrivere puntualmente le sensazioni subito dopo averle provate aiuta a fissarle. Con un riassunto a distanza di tempo, si perderebbero informazioni preziose.

• Avere un compito rinforza l’impegno preso verso se stessi al momento in cui si decide di iniziare il percorso di apprendimento del TA.

• Permette al terapeuta di valutare l’andamento dell’apprendimento del discente e di intervenire in tempo se riscontra    errori nell’esecuzione.

  E’ importante sottolineare che eventuali errori non corretti per tempo possono trasformarsi in “cattive abitudini”.

  Come in ogni performance, si pensi ad esempio allo sport, le cattive abitudini possono di interferire pesantemente      sulla prestazione. Nel caso del Training Autogeno, possono in alcuni casi, invalidarne i benefici. 

• Il terapeuta, visionando il protocollo, può evidenziare il momento giusto per suggerire all’allievo di passare all’esercizio successivo. 

• Leggendo il protocollo il terapeuta può accorgersi di eventuali situazioni di disturbo psicologico del discente e intervenire adeguatamente. 

• Il terapeuta che dispone di molti protocolli può, in forma anonima, utilizzarli come materiale di studio, di ricerca e di scambio costruttivo con i colleghi, a tutto vantaggio del progredire delle conoscenze sul Training Autogeno. 

Per queste ragioni, conviene assoggettarsi di buon grado a questa piccola incombenza, anche se richiede qualche minuto di tempo ogni giorno.

Come si redige il protocollo

 

E’ necessario indicare il giorno e l’ora dell’esecuzione, specificare di che esercizio si tratta, e descrivere le percezioni fisiche e i vissuti mentali che si sono sperimentati durante l’esercizio.

Esempio di protocollo

 

Lunedì, ore 8:00,

Formulazione della calma: calma e benessere mentale.

Esercizio della pesantezza: mani e braccia pesanti, sensazione di sprofondare nel letto, torpore.

Lunedì, ore 14:00,

Formulazione della calma: irrequietezza, pensieri disturbanti rendono difficile portare a temine l’esercizio.

Esercizio della pesantezza: mani pesanti, difficoltà a sentire la pesantezza alle gambe.

Lunedì, ore 22:00,

Formulazione della calma: profondo benessere,

Esercizio della pesantezza: tutto il corpo pesante, come “incollato” al letto. Scivolo nel sonno.

Martedì, ore 8:00,

Formulazione della calma: sensazione quasi immediata di calma e benessere.

Esercizio della pesantezza: mani e braccia pesanti, sensazione di sprofondare nel letto, torpore. Calma e benessere mentale.

Martedì, ore 14:00

Formulazione della calma: qualche pensiero disturbante, seguito dalla sensazione della calma.

Esercizio della pesantezza: mani pesanti, difficoltà a sentire la pesantezza alle gambe. Irrequietezza, pensieri disturbanti rendono difficile portare a temine l’esercizio.

Martedì, ore 22:00,

Formulazione della calma: immediato senso di pace interiore.

Esercizio della pesantezza: tutto il corpo pesante, come “incollato” al letto. Profondo benessere, scivolo nel sonno.

E così via per tutti gli esercizi successivi. 

Non solo parole

 

Sebbene il protocollo nasca come un verbale dell’esperienza del Training, molte persone si trovano a proprio agio esprimendosi in altre forme, ad esempio il disegno.

Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

 

All’inizio dell’allenamento con il Training Autogeno sorgono molte domande su come debbano essere effettuati gli esercizi.

Ho elencato quelle che mi vengono poste più di frequente, cercando di dare una risposta chiara per ciascuna.

Chi desidera  pormi altre domande, non comprese in questo elenco, può scrivermi.

C’è una posizione da preferire rispetto alle altre?

La posizione distesa a letto è di norma la più comoda.

E’ molto consigliabile anche la posizione in poltrona, purché si disponga di una poltrona adeguata, in grado di garantire un sostegno lungo tutta la colonna, la testa ben appoggiata, la colonna cervicale sostenuta, le gambe sostenute fino ai piedi. 

Le cosiddette poltrone relax, con possibilità di allungare le gambe sono l’ideale. Non è molto comoda, invece la posizione “del cocchiere a cassetta”. Per gli ipotesi è decisamente sconsigliata.

C’è un modo per capire se la posizione che ho assunto è corretta?

Quando non si avvertono tensioni al collo, alla nuca, alle spalle, alla parte cervicale della colonna, la posizione è corretta.

Che cosa posso fare se pensieri disturbanti mi distraggono durante l’esecuzione dell’esercizio?

Non si deve fare nulla. Nel pieno spirito dell’autogenìa, è il caso di lasciar fluire i pensieri e attendere passivamente che se ne vadano da sé.

Man mano che si procede nell’allenamento, il fenomeno tenderà a scomparire.

Ci sono orari più indicati di altri per eseguire gli esercizi?

L’ideale sarebbe eseguire gli esercizi la mattina al risveglio, dopo pranzo e la sera, prima di dormire.

Mentre ripeto mentalmente le formule, temo di perdere il conteggio delle ripetizioni, come posso fare per non sbagliarmi?

Il numero delle ripetizioni è puramente indicativo.

E’ bene lasciar andare la mente e non concentrarsi sul conteggio delle ripetizioni.

Non ha alcuna importanza se la formula viene ripetuta qualche volta in più o in meno.

Come faccio a sapere quando è il momento di passare all’esercizio successivo?

Conviene concordare con il terapeuta tale decisione.

Di norma, si suggerisce di passare all’esercizio successivo quando i vissuti dell’esercizio su cui ci si sta esercitando vengono sperimentati con un certo automatismo.

Ad esempio, quando – al solo evocare parola ‘pesante’ – si avverte la sensazione di pesantezza, è il momento giusto per passare all’esercizio del Calore.

Devo sempre eseguire tutti gli esercizi ogni volta?

Sì, ad ogni esercitazione si esegue l’intera sequenza degli esercizi appresi fino a quel momento.

Si inizia con la Calma, poi con Calma + Pesantezza, poi Calma + Pesantezza + Calore e così via, fino alla fine.

Dopo la fine dell’esercizio, mi “dispiace” smettere. Posso prolungarlo?

No. L’esercizio deve concludersi alla fine delle ripetizioni delle formule. Cercare di prolungarlo sarebbe inutile ai fini dell’apprendimento e porterebbe a “diluire” lo stato di concentrazione passiva.  Inevitabilmente, pensieri di vario genere inizierebbero a occupare la mente, distogliendo dallo stato autogeno.

Se se ne ha la possibilità, si può eseguire  la ripresa e rimanere comodamente distesi nel letto per un po’ di tempo ancora, prima di alzarsi.

Esiste il pericolo di non “risvegliarsi” dall’esercizio, o di perdere il controllo di sé?

Né l’uno né l’altro timore sono fondati.

Ci si può addormentare durante l’esercizio e poi risvegliarsi regolarmente.

Non vi è alcuna possibilità, nemmeno remota, di perdere il controllo.

In qualsiasi momento l’esercizio può essere interrotto volontariamente.

E’ necessario esercitarsi sempre tre volte al giorno?

E’ il percorso di apprendimento ideale e più proficuo.

Se non è possibile, si può procedere con due esercitazioni giornaliere e magari portarle a tre nel fine settimana, quando si ha più tempo a disposizione.

E’ utile che le esercitazioni avvengano sempre alla stessa ora?

Sì. Il Training Autogeno, infatti, segue le leggi dell’apprendimento e la ripetizione puntuale dell’esercitazione favorisce l’apprendimento.

La mattina vado al lavoro in automobile: rischio di avere sonnolenza mentre guido se eseguo l’esercizio prima di uscire?

No. Una delle peculiarità del Training Autogeno è quella di provocare rilassamento quando serve, ma anche migliorare il tono generale.

La mattina bisogna curare particolarmente la ripresa, con movimenti energici delle braccia e delle gambe per dare tono.

Lavoro lontano da casa e non torno per il pranzo. Come posso eseguire ugualmente l’esercizio di metà giornata?

Se si dispone di un ambiente tranquillo, si può provare al fare il Training nella posizione del cocchiere a cassetta, magari in ufficio se non c’è nessuno.

Vale quanto detto sopra per questa posizione: è sconsigliata agli ipotesi.

Non sarebbe meglio se la voce del terapeuta – anche registrata – ripetesse le formule durante l’esecuzione del TA?

No. La voce del terapeuta crea una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno.

Lo stesso vale per la propria stessa voce registrata. Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).    

Alcuni terapeuti usano ripetere al paziente le formule a scopo didattico, per indicare  come procedere, con la raccomandazione di proseguire in proprio.

La registrazione audio ha uno svantaggio in più rispetto alla voce del terapeuta in studio.

E’ standard, mentre dal vivo il terapeuta modula le sue parole a seconda del ritmo del respiro e di altri segnali da parte dell’allievo.

Quanto tempo deve durare una esercitazione?

All’incirca tre minuti all’inizio, con la Formulazione della Calma.

La durata dell’esercitazione aumenta man mano che si aggiungono gli esercizi successivi, per arrivare a dieci/venti minuti, circa.

Se eseguo l’esercizio la mattina al risveglio, ho la tendenza a riaddormentarmi, con il rischio di far tardi al lavoro. Come mi conviene procedere?

Conviene alzarsi, lavarsi, fare colazione e tornare momentaneamente a letto per eseguire l’esercizio.

Se eseguo l’esercizio la sera prima di addormentarmi, devo eseguire la ripresa alla fine?

No, finito l’esercizio ci si lascia scivolare nel sonno.

Naturalmente, se lo si desidera, si può cambiare posizione, assumendo quella preferita per dormire.

Se invece si desidera rialzarsi, oppure trascorrere un po’ di tempo a leggere, si deve eseguire la ripresa.

Sarebbe comunque meglio che l’esercizio della sera precedesse direttamente il sonno.

C’è un cuscino particolarmente indicato per eseguire gli esercizi di TA?

l cuscino migliore è quello con cui abitualmente si dorme.

Si possono inserire due piccoli cuscini sotto i gomiti se si avvertono tensioni alle braccia. Vanno bene anche asciugamani arrotolati.

Eseguo l’esercizio a letto. Devo coprirmi?

Durante l’esecuzione del Training non si deve avvertire né caldo né freddo.

Una coperta d’inverno è consigliata, facendo attenzione che non pesi sulla punta dei piedi impedendo il rilasciamento degli stessi.

Quando l’ambiente esterno è molto caldo, devo eseguire ugualmente l’esercizio del calore?

No, quando l’ambiente esterno è molto caldo è bene sospendere l’esercizio del Calore.

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Come si svolgono gli esercizi

Condizioni preliminari. Che cosa fare prima di iniziare ad allenarsi.

All’inizio dell’apprendimento è opportuno svolgere gli esercizi nella situazione fisica e ambientale più favorevole. Dopo un congruo periodo di allenamento si può eseguire il TA in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza (basti pensare alla sala parto!).

E’ utile seguire questi accorgimenti:

La stanza in cui si esegue l’esercizio dovrebbe essere silenziosa e in penombra.

La temperatura dovrebbe essere ideale: né troppo caldo, né troppo freddo. E’ consigliata una coperta d’inverno e una stanza fresca l’estate.

E’ opportuno che l’abbigliamento sia comodo, senza costrizioni.

La posizione deve essere rilassata: verificare che non si avvertano tensioni, soprattutto a livello cervicale.

Le condizioni fisiologiche devono essere neutre. Non si dovrebbero avere sensazioni di fastidio (bisogni fisiologici non soddisfatti, ad esempio, ma anche semplicemente non aver soffiato il naso).

E’ consigliabile spegnere il telefono.

Posizioni

Le tre posizioni principali: supina, in poltrona e del cocchiere.

 

Posizioni Training Autogeno

La tavola è stata creata dal Maestro Stelvio Beraldo, recentemente scomparso, che me ne ha gentilmente consentito la riproduzione.

Le posizioni suggerite per eseguire correttamente il Training sono tre: supina, in poltrona e, come la definì Schultz “del cocchiere a cassetta” o “del Pensatore di Rodin”, in riferimento alla celebre scultura.

La posizione supina è quella più raccomandata poiché è la più naturale. E’ molto simile alla antichissima “posizione del morto” nello yoga. Consiste nello stare stesi con le gambe e le braccia leggermente divaricate e un buon sostegno cervicale. Di solito il sostegno migliore è il cuscino con cui abitualmente si dorme.

La seconda posizione necessita di una poltrona che sostenga la nuca e che permetta di stendere completamente la gambe. Le braccia devono essere sostenute dai braccioli per l’intera estensione.

La terza posizione deve il nome al fatto che Schultz notava che i cocchieri della Berlino del tempo si addormentavano a cassetta tra una corsa e l’altra. Ne dedusse … che doveva essere comoda! Si tratta di star seduti su uno sgabello, le mani appoggiate alle cosce e la testa morbidamente sospesa in avanti. Ricorda vagamente la scultura di Rodin “Il Pensatore”, tanto che è anche conosciuta anche come “posizione del pensatore di Rodin”.

 

Rodin Il Pensatore

Rodin Il Pensatore

Non è la migliore: decisamente sconsigliata a chi soffre di pressione bassa, va considerata una posizione d’emergenza per eseguire il Training fuori casa.

Wallnöfer ne suggerisce anche altre:

La posizione del re
La poltrona del nonno
La posizione alla scrivania
Posizione seduti, appoggiati al muro

Come già detto, quella supina è da preferire, ma è utile provarle tutte e trovare quella più adatta.

Una volta acquisita una buona posizione, l’esercizio del TA prevede la ripetizione mentale di formule specifiche, una per ciascun esercizio.

Come si svolgono in pratica gli esercizi di Training Autogeno

L’esercizio di TA si svolge così:

Si assumere una buona posizione. Prima di iniziare l’esercizio vero e proprio, occorre verificare che non vi siano tensioni muscolari e che tutti i muscoli siano il più possibile rilasciati. Importante è verificare che non vi siano tensioni al collo e alla nuca. Eventualmente, sistemare meglio il cuscino fino a quando non ci si sente pienamente a proprio agio.

Si chiudono gli occhi. Gli esercizi di Training Autogeno di svolgono con gli occhi chiusi.
Dopo aver trovato la posizione ideale, quando non si avvertono tensioni muscolari, si chiudono gli occhi.
La chiusura degli occhi permette un isolamento dal mondo esterno e facilita l’immersione nel proprio mondo interiore. Favorisce inoltre il rilassamento, tanto è vero che se durante l’EEG il paziente fino a quel momento rilassato, apre gli occhi all’improvviso, le onde alpha, che indicano la distensione psichica, scompaiono.

La raccomandazione di chiudere gli occhi vale per il periodo di apprendimento. Quando si è esperti non è più necessario, tuttavia è sempre più gradevole eseguire il TA a occhi chiusi.

Nota. Alcune persone hanno difficoltà a chiudere gli occhi, avvertono un senso di ansia, o di claustrofobia. In questi casi, è meglio non forzarsi. Si eseguire l’esercizio fissando in punto privo di stimoli visivi, ad esempio una parete vuota. Molto probabilmente gli occhi si chiuderanno spontaneamente, in tal caso se ne asseconda la chiusura.

Si ripetere mentalmente la formula relativa all’esercizio stesso. Importante è che ogni parola della formula venga pensata durante l’espirazione, rimanendo poi in “silenzio mentale” durante l’inspirazione. A ogni parola corrisponde un atto respiratorio. Ad esempio, alla formula della calma vanno dedicati quattro atti respiratori: calmo/a – sereno/a – piacevolmente – rilassato/a.

Nota importante: il respiro non deve essere modificato in alcun modo, con le parole se ne segue il ritmo spontaneo. La ripetizione delle formule è importante e si ispira ai principi generali della psicologia dell’apprendimento. Ripetere mentalmente una frase significativa e “musicalmente” gradevole conduce, dopo svariate ripetizioni, a esperire la sensazione indicata dalla frase (ad esempio, mano pesante) secondo il principio già accennato dell’ideoplasia.

Si esegue la RIPRESA. Nota importante: la Ripresa va eseguita solo quando ci si deve alzare e proseguire con le attvità della giornata. Non va eseguita, invece, quando si intende dormire.

Quanto deve durare un esercizio

All’inizio dell’allenamento, la durata di ciascuna esercitazione deve essere breve: circa tre minuti. La ragione è che è difficile, per il principiante, mantenere lo stato di concentrazione passiva per un tempo più lungo.
Successivamente, la durata si prolunga e alcune persone mantengono la concentrazione passiva anche per mezz’ora e più.
L’importante è non essere rigidi e seguire le proprie inclinazioni personali.

La rappresentazione mentale della formula: tipi uditivi e tipi visivi.

La formula, di norma, viene ripetuta mentalmente, ma alcune persone preferiscono rappresentarsela visivamente.
Infatti, vi sono persone prevalentemente uditive, altre prevalentemente visive.

E’ utile stabilire a che tipo si appartiene per poter scegliere il modo più efficace di rappresentarsi mentalmente la formula di ciascun esercizio.

Ciascuno di noi, infatti, predilige un approccio alla realtà rispetto all’altro, e utilizza in prevalenza tale approccio anche nell’apprendimento.

Il tipo uditivo privilegia l’udito, gli rimangono impressi facilmente i suoni e i toni di voce delle persone e impara più facilmente ascoltando che leggendo.

Il tipo visivo tende ad accostarsi alla realtà percependone innanzi tutto le immagini e il suo apprendimento procede attraverso la cosiddetta “memoria visiva”, tipica ad esempio di chi ricorda visivamente la pagina del libro.

Anche nel linguaggio comune, il tipo uditivo tende ad utilizzare spesso metafore uditive: “questo termine mi suona bene”, mentre il tipo visivo utilizza termini e metafore visivi: “ti è chiaro il concetto?”.

La ripetizione mentale di una formula ha precedenti non solo nelle discipline orientali, ma anche nella mistica cristiana. Mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila raccomandano nei loro scritti di pensare alla parola della preghiera in espirazione e meditare sul suo contenuto durante l’inspirazione. Con questo metodo raggiungevano lo stato di estasi, che dal punto di vista neurofisiologico, può a tutti gli effetti essere considerato uno stato alterato di coscienza.

Bernini L'estasi di Santa Teresa

Bernini L’estasi di Santa Teresa

Alcuni studiosi di TA hanno notato che nel gruppo marmoreo di Bernini, L’estasi di Santa Teresa, l’espressione del volto della Santa e l’abbandono del corpo fanno pensare al rilasciamento muscolare tipico dello stato autogeno.

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Il metodo RAT

Il metodo RAT

La storia dell’assistenza al parto

Per secoli l’assistenza al parto è stata appannaggio delle donne, che si aiutavano tra di loro attingendo al sapere della tradizione e alla propria esperienza personale: esperte per il solo fatto di aver partorito esse stesse.

La medicina si è occupata del parto fin dall’antichità, ma la preoccupazione di trovare dei metodi per lenire il dolore di parto e soprattutto per smorzarne la componente ansiogena è relativamente recente.
La “capostipite” è stata Madame Le Boursier Du Coudray, che nel 1777 tenne nella provincia francese dei corsi gratuiti dedicati alle donne che si preparavano a diventare madri. Ebbe un notevole successo, ma restò un caso pressoché isolato.

Il metodo di Grantly Dick Read

Solo molti anni più tardi, nel 1933, il medico inglese Grantly Dick Read, pubblica un libro divenuto poi famoso: Il parto naturale. Il lavoro di Read costituisce il primo approccio moderno alla psicoprofilassi e alla assistenza al parto.

Read riconosce alla medicina moderna il merito di salvare molte vite, delle madri e dei nascituri, avendo sgomberato il campo da approcci empirici e superstiziosi, a volte inutili, molte altre addirittura pericolosi. Egli riflette tuttavia sull’importanza di non medicalizzare eccessivamente il parto stesso e di ridare la giusta importanza agli aspetti psicologici, emotivi e affettivi della nascita.

Secondo Read, la sofferenza durante il parto aumenta in presenza della triade: paura – tensione – dolore. Questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca dolore; il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. Read dunque enuncia lo slogan “parto senza dolore”, che può realizzarsi spezzando il circolo vizioso paura – tensione – dolore.
La paura può essere vinta grazie all’informazione di ciò che avviene durante la gravidanza e il parto, partendo dall’assunto che ciò che non si conosce fa più paura.

La tensione può essere smorzata con l’esercizio fisico e con il rilassamento e l’approccio umano empatico, infine, aiuta a rassicurare e a disporre positivamente.

Ecco dunque le direttive del metodo di Read:

L’assunto di Read è che nella triade paura tensione dolore va ricercata la causa prima della sofferenza nel parto: questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca due il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. È necessario dunque spezzare il circolo vizioso paura, tensione, dolore.

Con lo slogan: parto senza paura, Read enuncia tre direttive per preparare adeguatamente la donna al parto:

• Informare la donna circa l’anatomia e la fisiologia dell’apparato sessuale, sulla gravidanza e sul parto.

• Insegnare esercizi fisici di ginnastica medica, da eseguire nel corso della gravidanza, e in particolare esercizi di respirazione.

• Insegnare il rilassamento neuromuscolare, secondo la tecnica del rilassamento attivo progressivo di Jacobson .

• Instaurare un rapporto personale – empatico e rassicurante – fra l’ostetrico e la gestante, rapporto che deve iniziare, già durante la gravidanza, ma che deve intensificarsi durante il travaglio del parto.

Questi ultimi due elementi del metodo, il rilassamento neuromuscolare e la continua presenza personale dell’ostetrico con la sua influenza psichica, agiscono sinergicamente secondo Read nel determinare l’attenuazione e anche la reale abolizione del dolore.

Read enfatizza anche il fattore suggestione nel rapporto medico paziente e ritiene che l’abilità di ogni medico consista anche nelle suggestionare i pazienti per fini di curarli meglio e questo atteggiamento deve essere presente anche nella assistenza al parto.

Il metodo di Read inizia ad avere successo in Europa e diventa molto popolare tra il 1950 il 1954.Anche in Unione Sovietica si elaborano negli stessi anni dei metodi per l’assistenza al parto e per la psicoprofilassi dei dolori di parto.

Si tratta prevalentemente di metodi cosiddetti ipno suggestivi, tendenti a condizionare la paziente e ad insegnarle un corretto modo di reagire e di comportarsi durante il parto. La scuola sovietica ebbe successo e il suo metodo si diffuse in tutte le maternità e i consultori per le gestanti nell’Unione Sovietica, mentre parallelamente il metodo veniva largamente adottato su scala sociale nella Repubblica Popolare Cinese.In Europa il metodo psicoprofilattico fu introdotto nel 1952 dall’ostetrico francese Fernand Lamaze che lo diffuse a Parigi e ben presto il metodo venne conosciuto in tutta Europa.

 

IL RAT – Training Autogeno Respiratorio


A metà degli anni 70, Umberto Piscicelli, Medico esperto di Psicosomatica del Policlinico Gemelli di Roma, ha messo a punto un metodo che prende le mosse dal Training Autogeno di Schultz, adattandolo alle specifiche esigenze della gestante. 

Il metodo ebbe subito molto successo in Italia e ben presto sostituì gli altri, diventando il metodo di elezione in tutti i consultori e nei reparti di ostetricia degli ospedali.

Il RAT consiste in una rielaborazione del Training Autogeno, ma non solo.

Tenendo anche conto dei principi già espressi da Read rispetto alla triade paura tensione dolore, Piscicelli raccomanda di inserire anche una parte teorica nei corsi di psicoprofilassi ostetrica, durante la quale le gestanti vengono istruite sugli elementi principali della gravidanza e del parto, al fine di affrontare l’evento con consapevolezza e senza paura.

Oggi il RAT di Piscicelli è scelto dalla maggior parte dei consultori per la sua facilità di apprendimento, per l’efficacia confermata da anni di utilizzo e per i buoni risultati che sempre ottiene.

Rispetto al TA di Schultz, può essere appreso in tempi più brevi, e questo è un vantaggio, considerato che molte gestanti iniziano il corso di preparazione al parto nell’ultimo trimestre di gravidanza.

E’ indispensabile tuttavia sottolineare che, così come per il Training Autogeno, il RAT può essere appreso solo grazie alla pratica costante e regolare degli esercizi proposti.

In che cosa consistono gli esercizi RAT

Attraverso il graduale apprendimento di una serie di esercizi, le gestanti impareranno a rilassarsi, sia dal punto di vista fisico che psichico e tale rilassamento le aiuterà anche durante la gravidanza.

I disturbi tipici della gravidanza possono essere attenuati grazie al rilassamento autogeno: la nausea, il vomito, l’insonnia, l’irritabilità, ad esempio, tendono a diminuire significativamente con la pratica costante e quotidiana degli esercizi RAT.

Le gestante utilizzeranno poi i loro esercizi durante l travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, permette alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Come si esegue l’esercizio

In pratica – ad esclusione del primo esercizio che prevede dei movimenti volontari – tutti gli altri esercizi richiedono la rappresentazione mentale dei vissuti delle varie parti del corpo (ad esempio la mano destra è pesante), secondo uno schema strutturato, suggerito dalla terapeuta. La gestante deve ripetere mentalmente una serie di frasi che le verranno insegnate durante il corso.

Le frasi da ripetere per ciascun esercizio sono riportate negli articoli successivi. Si tratta ovviamente di indicazioni di massima che possono essere modificarle all’occorrenza, tenendo conto delle esigenze di ciascuna.

Durante gli incontri, la terapeuta ripeterà la verbalizzazione degli esercizi, e in tal caso realizzerà una eterosuggestione, utile ai fini didattici per far comprendere come agisce il rilassamento. Le gestanti potranno rileggere a casa il contenuto delle verbalizzazioni, ma devono essere incoraggiate a ripetersele mentalmente, senza supporti esterni (file audio, o persone che leggono per loro il testo).

Non importa se non riprodurranno fedelmente le parole del testo, quello che è importante è che realizzino in autonomia i vissuti proposti da ogni esercizio.

L’unico aiuto esterno previsto – da parte del partner o di una persona che si presta – riguarda il sesto e il settimo esercizio, dove è necessario che qualcuno batta le mani simulando una sensazione di disturbo, come avverrà durante le contrazioni (vedi la verbalizzazione del sesto e del settimo esercizio).

Le posizioni


Nel primo esercizio si eseguiranno delle figure da sedute e che tutti gli esercizi successivi verranno eseguiti in posizione distesa. 

E’ consigliabile anche la posizione su un fianco, da utilizzare quando l’addome sarà troppo grande per poter stare supine.

Per il primo esercizio è necessaria dunque una sedia, oppure uno sgabello.Per i successivi, che si eseguono da supine, oppure su un fianco, occorrerà un materassino.

In conclusione, per eseguire correttamente gli esercizi RAT occorre:

L’atteggiamento psicologico di “lasciar accadere”.

L’atteggiamento psicologico da tenere durante gli esercizi RAT è un atteggiamento di passività, di contemplazione del proprio corpo che si rilassa, di abbandono del corpo e dei pensieri. La frase che meglio descrive l’atteggiamento del Training Autogeno è “lasciar accadere”.

La motivazione

Come per ciascun apprendimento, impariamo più facilmente quello che ci interessa e che ha un significato per noi.

L’ambiente adatto

E’  necessario che l’ambiente sia silenzioso, la temperatura deve essere adeguata, non si deve soffrire il caldo né il freddo, e l’illuminazione deve essere buona durante la parte teorica del corso e attenuata durante l’esecuzione degli esercizi RAT.

E’ da sottolineare che l’ambiente “protetto” è necessario solo per favorire l’apprendimento. Quando si diventa esperte, è possibile realizzare lo stato autogeno in qualsiasi ambiente. Le gestanti ben preparate saranno in grado di rilassarsi anche in ospedale, nonostante la luce e i rumori dell’ambiente circostante.

Il lavoro a casa

Come già detto, il RAT può essere appreso solo con l’allenamento costante e regolare, eseguendo ogni giorno l’esercizio a casa per tre volte al giorno.

Chi pensa di imparare il RAT solo frequentando le sedute senza poi allenarsi a casa incorre in una delusione, con il rischio che in seguito screditi anche il metodo e chi glielo ha insegnato.

E’ meglio rivolgersi ad altri metodi meno impegnativi se non si ha la disposizione o la possibilità di impegnarsi negli allenamenti quotidiani, piuttosto che incorrere in frustrazioni.

 

Preparazione alla nascita

Preparazione alla nascita

Perché può essere utile un corso di preparazione al parto?

 

Secondo la mia esperienza, è utile seguire un percorso per affrontare con consapevolezza un momento vitale nella storia di una coppia.

Si partorisce comunque, anche senza aver seguito un corso, e nel passato non si dedicava tanta attenzione alla preparazione a un evento naturale.

Oggi si decide con sempre maggiore consapevolezza di avere un figlio, e il momento per averlo, e anche la accoglienza del nuovo nato può avvenire tramite un percorso di conoscenza.

Un corso di preparazione al parto è utile per affrontare al meglio il travaglio e il parto, e per questo vengono insegnate delle tecniche per ridurre al minimo la sofferenza.

Ma il valore che desidero aggiungere all’insegnamento delle tecniche è una riflessione su che cosa significhi diventare genitori.

Non è dunque soltanto un corso per aiutare la donna a partorire, ma anche per affiancare i futuri genitori nella progettazione del nuovo ruolo che li attende.

L’angolazione di questo corso è psicologica: sono psicoterapeuta e affronterò gli argomenti prevalentemente dalla mia ottica.

Quello che non si conosce fa paura

 

Quello che non si conosce fa paura. La paura fa aumentare l’ansia e l’ansia ingenera tensione, anche muscolare. La tensione muscolare aumenta il dolore. In altre parole, l’ansia è considerato il primo anello di un circolo vizioso che si articola su tre elementi: paura – tensione – dolore.

Partendo da questo presupposto, gli incontri prevedono alcune nozioni sulla fisiologia della gravidanza e del parto e sui meccanismi neurofisiologici del dolore di parto.

Dobbiamo anche sapere come si svolge il travaglio, che cosa accade durante tutto il periodo e che cosa accede durante il parto. In questo modo è possibile smorzare la componente emotiva che può moltiplicare la percezione del dolore.

Non soltanto per partorire

 

Molti corsi di preparazione al parto seguono la gestante in tutte le fasi della gravidanza, fino al travaglio e alla nascita del bambino, dedicando poi poco spazio al ‘dopo’.

La stessa sproporzione si nota anche nei libri sull’argomento: anche i più accreditati e ben fatti si limitano a poche pagine piuttosto generiche sul ritorno a casa. Secondo la mia esperienza, invece, si tratta di un momento assai delicato, sia per la neo mamma, che per il marito e per la tenuta della coppia.

A mio avviso, molte situazioni, sbrigativamente liquidate come ‘depressioni da parto’, potrebbero essere evitate con una buona prevenzione. E, ancora una volta, ribadisco che per prevenire è necessario anzitutto conoscere ciò che sta avvenendo.

Per questa ragione, il corso dedica spazio al ritorno a casa e alle dinamiche psicologiche che si determinano dopo la nascita del bambino.

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Il metodo RAT (Training Autogeno Respiratorio)

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Sempre in questa prima parte di ciascuna seduta viene dedicato spazio alla discussione delle dinamiche psicologiche – personali e di coppia -dei futuri genitori.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Contenuto dei sette incontri

 

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

La la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Tutto questo è possibile con il RAT.

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti.

Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT.

Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Prima seduta

 

 

Conosciamoci. Storia personale della gestante e della coppia.
Presentazione del metodo
Tecniche di preparazione al parto
Presentazione per grandi linee del TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO (RAT) di Umberto Piscicelli, dei suoi presupposti teorici e degli obiettivi del metodo.
Gli esercizi RAT
L’atteggiamento psicologico
L’ambiente
Le posizioni
Svolgimento pratico del primo esercizio: Esercizio di rilassamento attivo e progressivo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Seconda seduta

 

 

Psicologia della gravidanza e del parto
Il corpo che cambia: problemi psicologici per la donna e per la coppia.
Un fantasma tra noi
La sessualità in gravidanza
Svolgimento pratico del secondo esercizio: Esercizio dell’immaginazione e della immedesimazione unitaria del corpo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Terza seduta

La vita quotidiana in gravidanza, tra paure e false convinzioni

I disturbi più comuni in gravidanza
Svolgimento pratico del terzo esercizio: Esercizio della commutazione autogena. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quarta seduta

Il trauma della nascita

Il dolore di parto: aspetti neurofisiologico e aspetti psicosomatici
La medicalizzazione del parto
Il padre in sala parto
Svolgimento pratico del quarto esercizio: Esercizio del respiro autogeno. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quinta seduta

 

Da coppia a triade
La figlia diventa madre, la madre diventa nonna: problematiche aperte nel conflitto generazionale
Ritorno a casa: aiuto, e adesso?
Se non ho latte non sono una brava mamma?
Svolgimento pratico del quinto esercizio: Esercizio delle risposte paradossali e dell’abitudine. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Sesta seduta

 

La depressione dopo il parto: un male necessario?
La ripresa della “normalità” dopo il parto
Separarsi dal bambino
Permettere al padre di vivere il proprio ruolo
Il post partum e il puerperio
Lasciarlo andare
Svolgimento pratico del sesto esercizio: Esercizio del condizionamento semantico. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Settima seduta

 

Ripasso delle fasi del travaglio.
Ripetizione – con esercitazione pratica – dei comportamenti da tenere durante le contrazioni e tra una contrazione e l’altra.
Simulazione della fase espulsiva e di come utilizzare il respiro e la spinta. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Letture utili
Nel web

Il Training Autogeno in contesti non clinici

Lo sport, lo studio e l’espressione artistica si giovano del Training Autogeno grazie al miglioramento della concentrazione  e delle prestazioni.

I contesti non clinici in cui il TA è di grande aiuto sono, tra gli altri: Preparazione sportiva La pratica costante del TA migliora la concentrazione e aiuta a gestire l’ansia da prestazione. Una volta appreso il metodo, si impara a utilizzarlo nella preparazione atletica e soprattutto al momento della gara. Per studiare

Il TA migliora la concentrazione, aiutando a sfruttare meglio il tempo dedicato allo studio.

Si impara a apprendere con più facilità e,  diminuendo l’ansia da prestazione,  migliora il rendimento durante le interrogazioni e gli esami.

Prestazioni Artistiche    Molti artisti si giovano del TA per migliorare la concentrazione e di conseguenza le prestazioni. Inoltre, grazie al metodo, si accede facilmente e in maniera molto naturale al proprio condo emotivo con ricadute molto positive sulla creatività.

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro: Scrivere a info@patriziabelleri.it oppure Telefonare al 339.1480.554 In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

 

 

Il Training Autogeno in Psicoterapia

La Psicoterapia autogena si basa sul TA e da questo metodo prende il nome. Sostiene la persona nel suo percorso di autorealizzazione.

E’ conosciuta anche come Psicoterapia bionomica, da Bios, vita e Nomos, legge.  

Secondo le leggi della vita, ciascuna persona è unica e ha un suo personale piano di vita che gli consente di autorealizzarsi.

Il Training Autogeno, infatti, non è solo una tecnica di rilassamento assai valida, ma con la guida dello psicoterapeuta, può costituire la base di una psicoterapia breve molto efficace.

Il percorso terapeutico inizia con l’apprendimento del TA e porta in breve tempo ad una iniziale sedazione dell’ansia generalizzata e degli eventuali sintomi a questa correlati.

A questa prima fase di sedazione emotiva, segue una successiva di normalizzazione neurovegetativa: migliorano tutte le funzioni dell’organismo.

Ciò comporta maggior sicurezza e fiducia in se stessi e motivazione a proseguire nel percorso terapeutico.

In molti casi, già a questo punto migliorano i sintomi che hanno portato alla richiesta di intervento.

Successivamente è possibile proseguire nella terapia tramite l’elaborazione di formule specifiche dirette al sintomo somatico (le cosiddette formule d’organo) e comportamentale (formule di proponimento). 

E’ possibile anche intervenire su sintomi specifici, ad esempio le fobie, con una tecnica detta desensibilizzazione autogena

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro:

Scrivere a info@patriziabelleri.it

oppure

Telefonare al 339.1480.554 In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

 

 

 

 

Il Training Autogeno a ottant’anni e più

Il Training Autogeno a ottant’anni e più

 

 

Il Training Autogeno è efficace anche per le persone di ottant’anni e più: i Grandi Senior

 

L’utilità del metodo è ampiamente dimostrata nelle diverse stagioni della vita, dall’infanzia all’età matura, ma per quanto riguarda l’utilizzo con le persone anziane, la letteratura a disposizione non è molto ampia.

Gli anziani giungono di rado nello studio dello psicoterapeuta, per mentalità e cultura, ma anche perché il medico di base, loro primo interlocutore, liquida spesso le loro apprensioni con la prescrizione di psicofarmaci.

In realtà, se opportunamente presentato e con una adeguata personalizzazione caso per caso, il Training è efficace anche nell’ultima parte della vita, sia per prevenire che per curare molti problemi legati all’invecchiamento.

Insonnia, ansia, limitazioni funzionali dovute a malattie degenerative, dolore cronico: sono solo alcuni dei disagi che possono essere alleviati con successo grazie al Training Autogeno.

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA ad alcune condizioni

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA, ad alcune condizioni.

La prima è l’assenza di deficit cognitivi. E’ necessario comprendere le istruzioni del terapeuta ed essere in grado di eseguire a casa gli esercizi.

Sono necessarie anche apertura mentale e curiosità verso le nuove esperienze, caratteristiche presenti in molti anziani dalla vita attiva.

La motivazione e la costanza nell’allenamento sono condizioni irrinunciabili, indipendentemente dall’età. Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno.

 

 

Come si procede in pratica

 

Con chi si presenta nel mio studio, programmo un minimo di 9/10 sedute a frequenza da concordare assieme.

Il primo incontro è dedicato alla conoscenza della persona e alla presentazione del metodo, le sette sedute successive agli esercizi – una per ciascun esercizio – e una o due sedute conclusive servono per la personalizzazione del metodo.

Dedico alla persona il tempo necessario per farsi conoscere ed esporre le ragioni per cui chiede aiuto.

È in questa fase che si consolida la motivazione, sottolineando l’importanza di un vantaggio rilevante del Training Autogeno: l’autonomia.

E’ davvero un valore poter utilizzare la tecnica nella propria casa, con i propri tempi e compatibilmente con le proprie abitudini.

Con la pratica giornaliera si ottiene un miglioramento del benessere psicofisico in generale e all’occorrenza si possono affrontare le singole difficoltà.

Dopo aver spiegato in che cosa consiste la tecnica e in che modo può essere di aiuto, presento gli esercizi, iniziando con la Formulazione della Calma.

Ciascun esercizio viene eseguito in studio, con la mia supervisione. Di solito mi limito a controllare che la posizione sia quella giusta e che tutte le condizioni siano soddisfatte, quindi lascio che il paziente esegua l’esercizio per proprio conto.

Qualche volta può essere utile una lieve etero-suggestione: inizio a pronunciare le parole della formula, poi invito il paziente a proseguire da solo, mentre io rimango in silenzio. Procediamo poi alla Ripresa. le prime volte guidata da me, poi gestita in autonomia.

Dopo una settimana o più di esercitazioni a casa con la Formulazione della Calma, suggerisco di passare all’Esercizio della Pesantezza.

In questa fase come nelle successive, la particolare attenzione che gli anziani prestano al proprio corpo e alle sue funzioni può essere sfruttata per promuovere l’abitudine a sentire il corpo e riconoscerne i vissuti.

 

 

I supporti per il lavoro a casa

 

 

Come farò a ricordarmi le parole delle formule? Questa è la domanda che molti anziani mi pongono, timorosi che la loro memoria li tradisca.

Come promemoria di quanto detto in studio, li indirizzo verso una pagina del mio sito, dove sono riportati tutti gli esercizi.

Si tratta del supporto per coloro che partecipano al corso online, ma è un utile supporto anche per i pazienti in studio.

Per coloro che non hanno dimestichezza con il computer, predispongo lo stesso materiale in formato cartaceo.

 

Il Protocollo

 

Propongo anche di compilare ogni giorno il Protocollo.

Si tratta di un diario quotidiano delle esercitazioni a casa, molto utile per monitorare il percorso.

Da parte mia, leggendolo, posso accorgermi per tempo di errori di esecuzione e intervenire per correggerli.

Per le persone anziane serve anche come ulteriore rassicurazione riguardo la memoria: la stesura quotidiana del protocollo è infatti un utile esercizio per rafforzarla.

La frequenza degli incontri e la scelta di introdurre l’esercizio successivo varia caso per caso e dipende da diversi fattori.

In linea di massima, occorrono dai tre ai sei mesi per completare l’apprendimento del ciclo di base.

 

Si può apprendere anche online?

 

Molte persone anziane ormai utilizzano regolarmente il computer per informarsi, comunicare e sbrigare le loro pratiche online.

Coloro che hanno dimestichezza con il mezzo non hanno alcuna difficoltà a seguire un percorso online.

Una generazione abituata a leggere, si trova a proprio agio con il mio corso che non propone stimoli audiovisivi, ma un lavoro personale sulla base di quanto è spiegato sul sito e dello scambio di email legato al commento del Protocollo.

 

La personalizzazione del percorso

 

Quando il paziente ha appreso il metodo ed è in grado di eseguire in autonomia tutti gli esercizi, propongo la personalizzazione di quanto appreso.

Insegno a elaborare le formule relative sugli organi che necessitano di cure (formule d’organo). oppure indirizzare il lavoro a specifici comportamenti (formule di comportamento).

Di solito, l’applicazione pratica più richiesta – e quella dove il TA dà ottimi risultati – riguarda il disturbi del sonno.

Le persone più sensibili possono anche utilizzare il TA come aiuto in un percorso di approfondimento esistenziale.

C’è chi durante il TA produce immagini mentali spontanee, che, opportunamente interpretate con l’aiuto del terapeuta, rappresentano dei veri e propri messaggi dal profondo.

Per chi ha vissuto gran parte della vita, lasciar riaffiorare i ricordi, perdonare, perdonarsi aiuta a dare un senso al proprio passato e a vivere più serenamente il presente.

 

In conclusione

 

Sulla base della mia esperienza, posso confermare che i pazienti anziani, aperti a nuove esperienze e opportunamente motivati possono apprendere con soddisfazione il Training Autogeno e migliorare, grazie alla pratica quotidiana, il loro benessere psicofisico.

 

Note

 

B.H. Hoffman, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno afferma che “non vi sono limiti verso l’alto” e che anche i pazienti in età avanzata possono apprendere con soddisfazione il metodo.

B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio Ubaldini 1980.

Peirone e E. Girardi, psicologi sensibili ai temi dell’invecchiamento, hanno trattato con la psicoterapia autogena circa 3600 anziani (60/90 anni) in un arco di tempo che va dal dal 1977 al 2016.

Il Training Autogeno ha dimostrato di agire efficacemente quale:

terapia modificante il “non saper invecchiare”;
preparazione al “saper invecchiare”;
potenziamento del “saper invecchiare”;
accompagnamento della Persona durante il suo invecchiamento.
L.Peirone – E. Girardi, Il Training Autogeno. Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute, Edizioni Ferrari Sinibaldi, 2016.

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Libri sul Trainining Autogeno

Libri sul Trainining Autogeno

I libri sul Training Autogeno

 

 

Ci sono due modi per accostarsi al Training Autogeno: trovare un maestro e iniziare a praticarlo, oppure leggere dei libri sull’argomento.

A mio avviso, il primo è preferibile. Consente di mettere da parte il pensiero logico e di abbandonarsi all’esperienza; si entra in contatto con il proprio corpo, e si inizia da subito l’immersione dentro di sé. Successivamente, una volta che la tecnica è ben appresa, è assai consigliabile conoscerne la storia, le basi teoriche, le applicazioni pratiche: per questo servono i libri.

La seconda possibilità è partire dalla conoscenza e poi, una volta convinti della bontà del metodo, iniziare a praticarlo.

Nell’uno e nell’altro caso, dunque, servono dei buoni libri.

Ecco un elenco dei libri che sono stati negli anni una guida per me e per i miei pazienti.

 

 

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 1

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il primo volume dell’Opera di Schultz, descrive il Training Autogeno di base, i fondamenti teorici, le basi neurofisiologiche, la descrizione dettagliata degli esercizi, la casistica, le indicazioni e le contro indicazioni.

Tecniche Autogene Superiori

Luciano Masi – Antonio Galli

CISU 2017

Le tecniche autogene “superiori” sono la naturale prosecuzione degli esercizi di base. Esse garantiscono un ulteriore approfondimento della “commutazione” e un ulteriore equilibrio psicofisico (dall’equilibrio neurovegetativo a quello tra i due emisferi). Dal punto di vista psicoterapeutico sono di fondamentale importanza perché aprono la vita alla dimensione analitica.

Psicoterapia autogena vol.1 Training autogeno di base

G.L. Gonzales de Rivera y Revuelta

Cortina 2010

Lo stress è sempre esistito, si potrebbe quasi sostenere che nasca con l’uomo e che l uomo nasca con esso. Il volume presenta il metodo di base del training autogeno, come primo passo per affrontare un percorso psicologico e psicoterapeutico. L’autore sottolinea la capacità generativa della risposta di rilassamento che si realizza attraverso una regolare e continua pratica, pone l’accento sui processi omeostatici e di autoregolazione che scaturiscono dall’esperienza. Il testo vuole essere sia uno strumento di conoscenza didattica sia un testo chiaro e completo sulle possibili evoluzioni del training autogeno.

Sani con il training autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l'armonia

H. Wallnöfer

Armando 2008

Heinrich Wallnöfer, medico e psicoterapeuta viennese, è uno dei più autorevoli studiosi del TA. In questo libro si può trovare una ottima introduzione al metodo. Vengono illustrate le basi teoriche e i presupposti neurofisiologici e descritti in maniera dettagliata gli esercizi somatici.
L’Autore offre anche una panoramica delle Indicazioni del TA, cioè di tutte quelle situazioni, patologiche e non, in cui il metodo può essere utilizzato con successo.
Si tratta in sostanza di un ottimo manuale, dalla lettura scorrevole pur nel rispetto del rigore scientifico.

Manuale di training autogeno e tecniche di psicoterapia bionomica

C. Widmann

Edizioni del Girasole 2011

Questo volume (accuratamente aggiornato e accresciuto di oltre quaranta pagine e dell’indice dei nomi rispetto alla prima edizione del 1980) ripropone il training autogeno nella forma più fedele agli insegnamenti di Schultz e nella sua impostazione squisitamente analitica, tramandata da Henrich Wallnöfer.
Esso costituisce un riferimento solido per una corretta conoscenza delle tecniche autogene. Si tratta di uno strumento operativo, che prospetta le modalità di applicazione del training autogeno sia inferiore, sia superiore e che traccia le linee guida di una psicoterapia analitica, che Schultz chiamava psicoterapia autogena o bionomica.

Il Training Autogeno: Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute

L. Peirone – E. Gerardi

Edizioni FS 2016

Il TA viene qui presentato in una veste ampliata e creativa nei “significati”, sfruttando le sue intrinseche potenzialità suggestive e la sua collocazione nell’ambito della psicologia immaginativa: ne deriva una chiave di lettura per cui la tecnica classica medico-psicologica viene valorizzata da un largo contesto filosofico-culturale e da feconde aperture di stampo eclettico-integrato.

Storia di una poltrona

L. Masi

Edizioni Il Calamaio 2009

Polax è la poltrona-relax che il dottor H utilizza da tanti anni nelle sue sedute di Psicoterapia autogena.
Il dottor H. è Luciano Masi, e la sua vecchia poltrona racconta la fatica, il dolore, e la vittoria finale di tanti percorsi di psicoterapia autogena.
Steso sulla poltrona, durante i vissuti autogeni immaginativi il paziente suda, piange, i suoi muscoli si irrigidiscono, e poi si distendono, e Polax registra la fisicità del vissuto terapeutico, che passa per il corpo, che si fa sofferenza, e poi esperienza di rinascita.

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 2

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il secondo volume dell’opera di Schultz tratta del Training Autogeno e delle tecniche autogene superiori. E’ un testo molto impegnativo, che richiede la lettura del primo volume.

Manuale di Training Autogeno

 

 

B.H. Hoffmann

Astrolabio Ubaldini 1980

E’ un ottimo manuale sia per i terapeuti che utilizzano il Training Autogeno, sia per coloro che lo praticano e che desiderano conoscere più a fondo il metodo. Una trattazione completa e sistematica degli aspetti teorici e pratici del training autogeno, con numerosi esempi di indicazioni terapeutiche e di casi clinici.

Metodologie Autogene: Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

L. Palladino

Edizioni ETImpresa 2016

Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

 

 

 

 

Il training autogeno in diretta. Si aprono nuovi orizzonti

G. Gastaldo M. Ottobre

Armando Editore (Collana AIRDA) 2008

Esperienze, esempi concreti e metodi terapeutici: questo testo, in modo semplice e chiaro, è volto a insegnare il Training Autogeno, il silenzio dell’ascolto, consentendo di comprendere ciò che si genera in sé, in particolare il proprio dialogo interno.

 

 

 

 

Sui sentieri dell’interiorità: Ritrovarsi con il training autogeno e la spiritualità cristiana (Vivere in pienezza)

A. D’Auria

Effatà Editrice 2013

Incamminarsi lungo i sentieri dell’interiorità significa ritrovare le energie per vivere consapevolmente la nostra quotidianità e per esprimere noi stessi attraverso gesti, parole e atteggiamenti autentici. Queste pagine mostrano come, attraverso il training autogeno, ognuno possa imparare l’arte dell’ascolto del suo corpo e della sua interiorità, cioè di quel mondo spirituale dove ogni persona vive la propria libertà, la propria unicità, le più profonde inclinazioni e l’amore per qualcuno o per qualcosa per cui spendere la propria vita.

 

 

Training autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento

H. Lindemann

Tecniche Nuove 2003

L’autore del libro è un medic. Hha compiuto la traversata dell’oceano Atlantico a bordo di una fragile imbarcazione. Il Training Autogeno  di cui è esperto, lo ha sostenuto e gli ha permesso di portare a termine l’impresa.
Ottima la descrizione del metodo, utile sia per il principiante che per chi già conosce il TA.

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Il Training Autogeno è ampiamente diffuso e praticato nel mondo ed è impiegato in molti settori: medico, psicoterapeutico, psicopedagogico, sportivo, aziendale, artistico. Tuttavia, perché sia veramente efficace, è indispensabile apprenderlo da professionisti esperti.

Chi insegna il Training Autogeno?

In mancanza di una normativa, chiunque può insegnarlo.

Si possono trovare corsi di Training Autogeno offerti dalle palestre, o dai centri benessere, o da professionisti che si improvvisano operatori di TA per aver letto qualche libro.

Spesso si tratta anche di corsi di discreto livello, che insegnano la tecnica e permettono di ottenere ragionevoli benefici in termini di rilassamento.

In questo modo, però, si perdono moltissime potenzialità del TA.

Infatti, non è solo una tecnica di rilassamento, ma anche un metodo per entrare in contatto profondo con noi stessi, affrontare le nostre problematiche e le nostre paure, modificare comportamenti dannosi o disfunzionali che ci impediscono di raggiungere il benessere.

Per ottenere il meglio dal Training Autogeno, dunque, è bene apprenderlo da un professionista che ne conosca i fondamenti acquisiti attraverso una formazione adeguata.

Si potrà così trarre beneficio dal Training Autogeno, nelle sue forme Somatica e Superiore, come un metodo psicoterapeutico valido ed efficace.

Come si diventa operatori di Training Autogeno?

In Italia esistono diverse strutture qualificate che formano operatori di Training Autogeno. Benché alcune di queste abbiano offerte formative aperte a professionisti di diversa formazione (pedagogisti, counselor, ecc.),.

Personalmente, ritengo che lo psicologo, meglio se psicoterapeuta, sia la persona più adatta a utilizzare al meglio il TA.

L’attività di studio e di ricerca più prestigiosa e accreditata in Italia è svolta dall’ICSAT. (Italian Committee for the Study of Autogenic Training)

tratta della emanazione italiana dell’ICAT, creata da H.I. Schultz, il creatore del TA, e portata avanti dopo la sua morte dal suo più stretto collaboratore, W. Luthe.

I didatti dell’ICSAT possono insegnare il TA e  tenere corsi presso le strutture riconosciute.

Centri riconosciuti dall’ICSAT

AIRDA

Associazione Interdisciplinare di Ricerca e Didattica Autogenicità

Direttore dr. Giovanni Gastaldo

DIVENIRE

Centro di Formazione in Training Autogeno, Meditazione e Psicoterapia Autogena

Direttore dr. Luciano Palladino

CENTRO PSICOTERAPIA DINAMICA

Direttore: dr. Carmine Grimaldi

CISSPAT

Centro Italiano Studio Sviluppo Psicoterapie e Autogenes Training

Direttore dott.ssa Marilla Malugani

FORMIST

Istituto di Formazione Psicoterapica e Professionale

Scuola Superiore di Psicoterapia Bionomica

Direttore: dr. Walter Orrù

SINAPSI

Società Italiana Non Analitica di Psicoterapia

Direttore: dr. Luciano Masi

Nota importante

Nell’elencare i Centri autorizzati alla formazione al Training Autogeno e alla Psicoterapia Autogeno, ho fatto riferimento alle Strutture autorizzate dall’ICSAT poiché si tratta di una realtà che conosco personalmente.  

Chi desidera segnalare altre Strutture serie di cui ha conoscenza può farlo scrivendomi: info@patriziabelleri.it. Sarà mia cura inserire nel sito i nominativi e gli indirizzi segnalati.

Che cosa occorre per apprendere il TA

Che cosa occorre per apprendere il TA

Per apprendere il Training Autogeno non occorrono requisiti speciali: soltanto ciò che serve per accostarsi a qualsiasi metodo.

 

Il Training Autogeno è un metodo semplice da imparare e accessibile a tutti. Nonostante ciò, alcune persone lo abbandonano prima di averne completato il percorso di apprendimento, pur avendolo intrapreso con entusiasmo.

 

Per evitare delusioni, è bene cavere fin dall’inizio un’idea dei requisiti necessari perché l’apprendimento sia efficace.

Mi è capitato più volte di veder screditare il metodo con un semplicistico “con me non funziona”, quando in realtà non era stato accostato nel modo corretto.

Vediamo quali sono i requisiti necessari per imparare a praticare il Training Autogeno con soddisfazione e soprattutto per godere di tutti i vantaggi che questo metodo offre.


Motivazione: voglio davvero imparare a praticare il Training Autogeno?

 

La motivazione è alla base di qualsiasi apprendimento. Non possiamo imparare qualcosa che non ci interessa davvero.

Prima di accostarci al Training Autogeno è dunque indispensabile domandarci: è quello che voglio in questo momento della mia vita? E perché proprio il TA?

Nella mia pratica professionale, scoraggio chi mi chiede di iniziare un percorso solo “per provare”: partirebbe già in svantaggio.


Costanza e perseveranza: non cedere alla lusinga del tutto e subito

 


Uno dei errori più comuni di chi inizia a praticare il TA è pensare che basti poco tempo e poco impegno per raggiungere subito l’obiettivo.

Non è così. Per imparare il TA è necessario essere disponibili a dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla pratica, con regolarità e costanza.

E’ evidente che questo vale per qualsiasi metodo si voglia apprendere seriamente: dalla Meditazione, alla Mindfulness, solo per fare qualche esempio.


Disciplina: semplice non vuol dire facile

 

Non è possibile imparare a nuotare andando in piscina una volta ogni tanto, quando se ne ha voglia. Occorre programmare allenamenti regolari e non scoraggiarsi se i risultati prefissati non arrivano subito.

Per imparare il Training Autogeno occorre allenarsi ogni giorno con orari il più possibile regolari, senza lasciarsi scoraggiare quando durante l’esercitazione “non accade nulla”: prima o poi qualcosa accadrà di sicuro.


Concentrazion
e passiva: un nuovo approccio mentale

 

L’approccio al TA richiede una mentalità nuova che si può riassumere in una frase: “Lascia accadere”. 

Si impara ad abbandonare qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre  si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio tpotrà sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, sperimentandolo, si scoprirà quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Per realizzare la concentrazione passiva è necessario abbandonare alcuni atteggiamenti tipici del nostro abituale approccio alle nuove attività: cercare la performance. “Mi è venuto bene?” non è la domanda da porsi alla fine di un esercizio, ma “che cosa ho sperimentato?”


Lasciar accadere: allentare il controllo
 

Essere troppo razionali non giova all’apprendimento del TA.

E’ utile una certa disciplina nell’allenamento quotidiano, ma, durante l’esercitazione devi evitare l’eccesso di controllo: ad esempio preoccuparsi del numero esatto delle ripetizioni delle formule, o chiederti “Avrò fatto bene?”.

L’esercitazione del TA non richiede di ottenere risultati, ma è semplicemente un’esperienza da vivere.


Evitare i supporti sonori:  il 
Training Autogeno  “si realizza da sé”

 

Il web è pieno di guide sonore che con voci suadenti invitano al rilassamento, magari con un sottofondo di suoni della natura o di musica new age: non è Training Autogeno!

Proprio perché si tratta di raggiungere uno stato mentale che si genera da sé, è necessario che non vi siano interferenze di sorta e che l’esercitazione possa avvenire nel silenzio.

Molti terapeuti, in studio, suggeriscono le parole delle formule mentre il paziente si esercita, ma si tratta di una dimostrazione didattica, solo per mostrare come si procede, poi l’allievo a casa proseguirà per proprio conto ad allenarsi in silenzio.

Chi inizia la pratica abituandosi al supporto sonoro, difficilmente riuscirà poi a realizzare il vero stato autogeno.


Ambiente appropriato: non ci si può allenare dappertutto

 

E’ necessario scegliere con cura l’ambiente dove allenarsi. Deve essere silenzioso, in penombra e il più possibile privo di elementi disturbanti.

Questa raccomandazione vale solo per il periodo dell’apprendimento: chi è ormai esperto può ricorrere al TA anche nelle circostanze difficili, basta pensare alla sala parto.

 

Scegliere il momento adatto

 

E’ consigliabile iniziare l’apprendimento del TA in un momento relativamente tranquillo della propria vita.

E’ molto difficile imparare a rilassarsi – in generale – quando si sta vivendo una situazione di ansia acuta.


Trovare un maestro: meglio evitare il fai da te

 

Esistono molti ottimi libri che indicano la strada da seguire per imparare il TA. Tuttavia, la presenza di un maestro che segue passo passo il percorso presenta dei vantaggi da non sottovalutare:

 

• Segnala per tempo errori da cui poi è difficile liberarsi;

 

• Rispetta i tempi dell’allievo e suggerisce la progressione degli esercizi in base a tali tempi;

 

• Personalizza il percorso sulla base delle esigenze individuali.


In conclusione

 

Accostiamoci al Training Autogeno con curiosità, ma seriamente.

 

Non ci sono formule magiche per imparare qualcosa di nuovo, e questo vale anche per il TA. 

 

Dedichiamo tempo e impegno all’allenamento e ne trarremo grandi soddisfazioni.

 

 

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Corso online di Training Autogeno di base

Corso online di Training Autogeno di base

Da molti anni conduco un Percorso on line di Training Autogeno di Base.

L’idea di insegnare il Training Autogeno a distanza nasce dalla mia esperienza più che trentennale con questo metodo di rilassamento e dalla convinzione che grazie a Internet sia possibile offrire un valido aiuto anche a distanza

A chi può essere utile un percorso on line

° a chi abita in centri isolati e ha difficoltà a raggiungere lo Psicoterapeuta;

° a chi è affetto da difficoltà o patologie che rendono difficili gli spostamenti;

° a chi ha orari di lavoro tali da impedire la regolare frequentazione dello studio di un professionista;

° a chi vive all’estero e preferisce affrontare un percorso di apprendimento e di auto-conoscenza nella propria lingua madre;

° a chi non può assentarsi da casa per motivi familiari: bambini piccoli o anziani da accudire, ad esempio;

° a chi per ritrosia o timidezza, preferisce incontrare il Professionista virtualmente;

° a chi semplicemente si trova più a proprio agio online.

 

Dove trovarlo

 

Il Percorso si trova sul sito Corsi online di Training Autogeno

Il Training Autogeno può essere appreso a distanza, ma è bene che l’apprendimento avvenga con una guida esperta.

La guida del terapeuta serve a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Il punto di forza del percorso è l’interattività: l’allievo viene guidato nell’esecuzione degli esercizi e può ottenere un feedback per tutta la durata dell’apprendimento.

In che cosa consiste

Supervisione del protocollo tramite scambio di e-mail

La supervisione online inizia con la compilazione di un questionario di presentazione e un successivo scambio di e-mail per valutare come impostare il percorso.

Poi si procede un esercizio per volta. Ogni giorno, oppure ogni settimana, l’allievo invia il protocollo di tutte le esercitazioni e riceve un feedback sul proprio lavoro.

Dopo ogni esercitazione, l’allievo annota sul Protocollo le sensazioni fisiche avvertite e i vissuti emotivi e psicologici che sono emersi. Il Protocollo con le auto-valutazioni di tutte le esercitazioni settimanali va consegnato al terapeuta per discuterne assieme.

Attraverso il Protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso con questo è un ottimo presupposto per apprendere al meglio del TA e imparare ad utilizzarlo efficacemente nelle situazioni reali della vita di tutti i giorni.

Incontri in audio-video su Skype

Per chi preferisce essere assistito personalmente, è possibile programmare una serie di incontri online.

Si programma un incontro per ciascun esercizio. La prima parte dell’incontro serve per conoscere la situazione personale dell’allievo e le eventuali problematiche da affrontare. La seconda parte è incentrata sul commento del protocollo dell’esercizio e sulla presentazione dell’esercizio successivo.

La durata dell’incontro è di un’ora.

Indice degli argomenti

 

  • Introduzione
  • Condizioni preliminari
  • Protocollo
  • Formulazione della Calma
  • Esercizio della Pesantezza
  • Esercizio del Calore
  • Esercizio del Cuore
  • Esercizio del Respiro
  • Esercizio del Plesso Solare
  • Esercizio della Fronte
  • Personalizzazione del Training Autogeno. Le formule specifiche

    Quanto costa

L’assistenza tramite scambio di e-mail costa 140,00 euro, indipendentemente dalla durata del percorso (che di norma va da tre a sei mesi) e dal numero di e-mail scambiate.

L’onorario per gli incontri su Skype è di 70 euro a seduta.

Entrambi i percorsi sono fatturato come “prestazioni sanitarie”, pertanto deducibili fiscalmente.

Metodologie autogene

Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

 

Luciano Palladino propone una riflessione matura sul Training Autogeno nelle sue diverse declinazioni, da metodo di rilassamento a formidabile accesso alle istanze più sane, più ricche, più profonde della persona.

L’Autore non indica punti di arrivo, ma l’apertura a nuove esplorazioni, e il sottotitolo è una promessa.

Con l’autorevolezza conquistata in anni di studio e di confronto con i pazienti e con i professionisti che ha formato, Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla  luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

La chiave di lettura è la collocazione del TA nell’ambito della scienza della complessità.

Palladino ha avuto per Maestri i padri del TA e il loro influsso si avverte, e suona tributo affettuoso a ciascuno di loro.

Metodologie Autogene ci conferma che il TA può dare grandi soddisfazioni quando il terapeuta e il paziente assieme investono tempo, dedizione, apertura all’ascolto, ma anche umiltà, perché, come scrive Tullio Bazzi, un grande Maestro del Training Autogeno:

Se chiedete poco, avrete molto, se chiedete molto, non vi sembrerà mai abbastanza.

Luciano Palladino, Metodologie autogene. Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa, Torino, Etimpresa Edizioni, 2016.