SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

Conversazione con Samanta

 

Samanta ha perso il suo bambino a causa della Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante, e accetta di condividere la sua esperienza.

Samanta era una donna appagata. Aveva uno splendido bambino, Niccolò, di quattro anni, un matrimonio sereno, una professione che amava. Insieme al marito decise di avere un secondo figlio, e questo suo desiderio diventò ben presto realtà.

Iniziò una nuova gravidanza, molto serena, che venne portata a termine senza alcun problema. Alla fine del nono mese nacque il piccolo Lorenzo, con un parto cesareo. Il bimbo era sano, Samanta era felice e contava le ore che la separavano dal momento in cui sarebbe tornata a casa e Niccolò avrebbe finalmente conosciuto il nuovo nato.

La sera del suo secondo giorno di vita, Lorenzo venne portato nella stanza della mamma per la poppata e poi riportato nella nursery, Samanta si addormentò serena. Alle tre di notte venne svegliata dai medici, la sua stanza all’improvviso si riempì di persone, la voce del pediatra le riecheggia ancora nelle orecchie: “C’è stato un problema, il bambino, purtroppo è deceduto”.

Si chiama SIDSSindrome della Morte Improvvisa del Lattante, dietro questa sigla, dietro le gelide, forse imbarazzate parole del pediatra, inizia l’elaborazione di un dolore terribile.

Samanta e il marito chiedono aiuto, vogliono fortemente che la loro famiglia continui a vivere. Per Samanta continuare a vivere significa anche far sì che la sua sofferenza non sia inutile e decide di parlarne, nella speranza di aiutare altri genitori che si trovano in situazioni analoghe. E’ anche per questa ragione che Samanta accetta di rispondere alle mie domande e mi autorizza a pubblicarle sul sito. Di questo la ringrazio di cuore.

Appena tornata a casa, non so con quale coraggio, mi sono messa al computer, non sapevo neanche cosa fosse la SIDS, l’ho cercata col motore di ricerca ed ho trovato l’indirizzo di un’Associazione di genitori che come noi aveva perso un bambino per la SIDS. Ho preso contatto e lasciato il mio numero di telefono e sono stata contattata immediatamente. Ho anche cercato, sempre su Internet, una terapeuta che si occupasse dell’elaborazione del lutto nella mia città, l’ho chiamata e ho preso subito un appuntamento.

In una sua recente intervista su Repubblica lei accenna alla depressione di cui soffrì nel passato. Dopo la morte di Lorenzo ne ha sofferto di nuovo, o ha avuto timore di soffrirne?

Sì, nel passato ebbi un episodio depressivo in seguito alla separazione dei miei genitori. L’eventualità di una ricaduta era la mia paura più grande, e non solo mia, ma di tutta la mia famiglia che già in passato si è trovata con me a dover affrontare questo problema, ma questa volta non è successo. Io credo sia dipeso da diversi fattori; anzitutto in questa occasione non ho bloccato le mie emozioni, come avevo fatto allora, ma con l’aiuto e l’appoggio di tante persone ho avuto modo di tirar fuori tutta la mia sofferenza. Dopo la morte di Lorenzo, non avevo motivo di nascondere il dolore, come invece era stato per la separazione dei miei genitori, e sentirmi libera di esprimere ciò che sentivo dentro ha fatto sì che il dolore non si incanalasse nella depressione.
E poi questa volta non ero sola col mio dolore, avevo mio marito e soprattutto il mio piccolo Niccolò che con la sua gioia di vivere mi ha dato tutti i motivi del mondo per andare avanti.

Al di là delle comprensibili e dolorosissime ricadute negative sulla coppia, vi sono, e se sì, quali, delle ricadute positive nella relazione tra lei e suo marito, dopo questo lutto?

Quando abbiamo iniziato ad andare dalla terapeuta lei subito ci parlò del rischio di una eventuale separazione in tragedie simili alla nostra, ma si accorse ben presto che non era il nostro caso. In questi mesi ho capito più che mai che mio marito è l’uomo che vorrei accanto per tutta la vita, perché se siamo riusciti a rimanere insieme in una situazione difficile come questa, credo che lo rimarremo per sempre. Ora cerchiamo di goderci le piccole cose, di parlare di più e soprattutto di concentrare tutto sulla nostra famiglia perché adesso è solo quella che conta, i problemi della vita quotidiana ora cerchiamo di sdrammatizzarli molto.

Come avete affrontato il problema con il vostro primogenito?

In un primo momento, per istinto di protezione abbiamo evitato di parlare con Niccolò di quello che era accaduto a Lorenzo. Abbiamo fatto sparire da casa tutte le sue cose, i pannolini, i vestitini, la culla, la carrozzina e non ne abbiamo più parlato. Ma Niccolò continuava a chiedermi dov’era Lorenzo, se era uscito o no dalla mia pancia e perché non era arrivato a casa e io gli rispondevo che Lorenzo era volato in cielo ma lui non capiva, mi chiedeva se c’era andato con l’aereo per andare in vacanza e quando sarebbe tornato. Parlando con i genitori dell’Associazione e con la terapeuta, ho capito che Niccolò aveva diritto ad una spiegazione, doveva capire dov’era Lorenzo perché il rischio era che nella sua piccola testa i pensieri potessero trasformarsi in incubi, in fantasmi, e che era meglio affrontare la situazione da subito. Così mi sono fatta coraggio, ho mostrato a Niccolò una foto di Lorenzo, abbiamo parlato, gli ho detto che il suo fratellino era nato, ma che stava male, un male che però a Niccolò non poteva succedere perché lui ormai era grande, che era morto,che era stato portato in un grande giardino pieno di alberi e fiori e che una volta ci saremmo andati in questo posto a portargli dei fiori. Gli ho fatto toccare le mie lacrime, gli ho detto che ero tanto triste ma che lui non doveva spaventarsi per questo che poi pian piano sarei stata meglio, che gli volevo tanto bene e che ero contenta che ci fosse lui con me. Poi abbiamo messo insieme la foto di Lorenzo all’ingresso e ogni tanto andiamo a riguardarcela insieme. Da quel giorno Niccolò parla con tranquillità del suo fratellino e mostra la sua foto a chi viene a trovarci a casa.

La coppia che si trova di fronte a un evento così drammatico è spesso circondata da persone, parenti o amici, che voglio “aiutare”. E’ successo anche a voi?

Per quanto riguarda il mio vissuto, ho sperimentato la sensazione di una barriera con le persone, il fatto che tutti cerchino sempre per forza di consolarti, di dirti che devi farti coraggio, che non devi piangere, che tutto passerà presto perché il tempo cancella tutto. Secondo me sono le frasi più sbagliate del mondo da dire a chi soffre in quel momento e avrebbe invece solo voglia di piangere e di sfogarsi. Penso che potrebbe essere utile far riflettere chi sta accanto ad una persona che sta male per un lutto. Io credo che anche i familiari e gli amici abbiano bisogno di aiuto su come star vicino a chi ne ha bisogno, a non aver paura di confrontarsi col suo dolore ma di aiutarlo nel suo percorso di elaborazione, non di negazione.

Un momento difficile dopo ogni parto è il recupero di un’immagine corporea soddisfacente. Spesso la neo mamma non ritrova la propria avvenenza, ma è in qualche modo “ricompensata” dalle emozioni che il bambino le dà. Lei Samanta è una bella donna e il corpo è in un certo senso il suo “strumento di lavoro”, poiché lavora in palestra. Come ha affrontato il problema del recupero del suo sé corporeo?

All’inizio è stata davvero dura. Tutto del mio corpo mi ricordava continuamente che avevo appena partorito, ma mio figlio non era con me. Il mese successivo al parto poi ho dovuto subire un intervento alle vene che mi ha costretto a rimanere ferma per altro tempo. Rientrare in una sala operatoria dopo il parto cesareo è stata una prova durissima, mi sono sentita davvero male, è stato come riaffrontare il parto. Mentre mi operavano piangevo disperata, mentre mio marito mi stringeva la mano e si sentiva male anche lui, tanto che è dovuto uscire dalla stanza. Qualche mese dopo poi ho deciso di sottopormi ad un intervento di addomino plastica a causa di un cedimento della parete addominale che era già avvenuto col parto di Niccolò. È stata un’altra prova durissima, un intervento molto invasivo con un lungo periodo di degenza, non so dove ho trovato la forza, ma adesso il mio corpo è tornato a posto, ho ripreso ad allenarmi e a lavorare. Quando mi guardo allo specchio ora vedo il corpo di una donna che può avere ancora figli e non di una neo mamma senza il suo bimbo.

Secondo alcuni studiosi la depressione trarrebbe origine da un lutto non elaborato correttamente. Sente questa affermazione vera per la sua precedente depressione, e in che modo ha lavorato e sta lavorando perché ciò non si determini oggi?

Quando i miei genitori si separarono all’improvviso avevo 18 anni e mi dissero che dovevo capire, che ormai ero grande, che dovevo farmi forza, per loro era giusto così e basta. Io quindi non versai quasi neanche una lacrima, mi tenevo tutto dentro, pensavo davvero di aver capito e che non c’era nessun problema, anche se mio padre aveva un’altra donna e mia madre piangeva. Poi a distanza di due tre anni, all’improvviso ho iniziato a star male, a piangere, a non mangiare, non dormire, a non aver più voglia di fare nulla, ma nessuno capiva cosa avessi. La mia vita per tutti era perfetta, non avevo motivi per lamentarmi. Evidentemente invece qualcosa di grave che non andava c’era, era qualcosa che da tempo mi portavo dentro, che ogni giorno cresceva ma di cui io non parlavo a nessuno, neanche a me stessa. C’è voluto diverso tempo per capire quale fosse il problema, anni di terapie, di farmaci antidepressivi, ma questa volta no, non ci sono cascata, non ho ripetuto l’errore di tenermi tutto dentro, ho affrontato da subito il problema, già a poche ore dall’accaduto. Ero terrorizzata all’idea di crollare, perché questa volta non ero sola ma avevo un bambino meraviglioso da crescere e non volevo essere una mamma depressa.

A questo proposito, voglio ribadire ancora una volta l’importanza di aver avuto accanto a noi persone esperte, in grado di farci comprendere che il lutto passa attraverso varie fasi e che la cosiddetta “elaborazione del lutto” è un processo necessario, seppur doloroso.

All’inizio la disperazione è totale, sembra di sprofondare, c’è stato un crollo iniziale, quando non pensavo che alla disperazione. Poi queste sensazioni sono evolute, perchè nel sito dell’associazione parliamo spesso di questi argomenti, delle varie fasi che accompagnano l’elaborazione del lutto, e anche se poi ognuno di noi ha reagito in maniera differente, un pò tutti abbiamo riconosciuto di essere passati attraverso delle fasi comuni, e addirittura un genitore ultimamente le ha anche raccolte in una mail che ha poi spedito a tutti.

Spero tanto che rendere pubblica la mia esperienza possa servire a qualcuno per capire che non si starà sempre male allo stesso modo.

Una teoria psicologica molto interessante, la Logoterapia, ritiene che alla base di tante forme depressive ci sia una mancanza di significato, di “senso” della propria vita e della propria sofferenza. Dare un senso alla sua sofferenza è un suo obiettivo, allo stato attuale? E attraverso quali percorsi lo sta realizzando?

Quando ho conosciuto le famiglie che come noi avevano perso un bambino, ho notato in loro una grande forza che li sosteneva, pur continuando a convivere col dolore. All’inizio non capivo come avessero fatto, parlavo continuamente con loro proprio per capire dove fosse la loro “forza”. Poi ho capito che nessuno di loro si era fermato, avevano pianto si erano disperati, ma non si erano fermati. Ciascuno col proprio percorso così diverso, ma tutti uniti da un vissuto comune, e con la voglia di andare avanti.

Così anche io sto cercando di trovare il mio “senso” a quello che è successo, non un senso metafisico al quale non saprei dare una risposta, ma un senso umano.

Non voglio che il dolore per la perdita di Lorenzo porti negatività, non voglio ricordarlo come l’evento peggiore della mia vita, perché lui era mio figlio, un bambino bellissimo, e un figlio deve significare gioia nella vita di una madre e non essere una maledizione. Ma io non posso esprimere a lui direttamente questa gioia, non ce l’ho più tra le mie braccia, non lo posso baciare e riempire di attenzioni, allora come posso fare per non pensare solo al male che ho dentro e che mi lacera ogni volta che penso a lui? Io posso solo parlare di lui, di come sto cercando di affrontare la vita senza di lui, e di come la vita possa lo stesso valer la pena di essere vissuta per tutte le persone che ho accanto e che hanno un enorme valore perché le amo e voglio passare ancora tanti bei momenti con loro. Non dico queste parole come un’eroina, ma con gli occhi pieni di lacrime e lo stomaco contratto dal dolore, ma sto cercando di mettercela davvero tutta per andare avanti. Non sto affrontando tutto questo da sola, molte persone mi stanno aiutando e se io nel mio piccolo potrò aiutare qualcuno altro con le mie parole, ecco questo sarà il mio “senso “ per Lorenzo che non c’è più.

Vittime della strada

Vittime della strada

Dialogo con Stefania Tucci, Psicoterapeuta che si occupa da molti anni delle conseguenze psicologiche dei traumi.

Quando accade, nessuno sa davvero che cosa fare.

Viviamo ogni giorno una vita frenetica, ricca di stimoli, di impegni, di progetti, di sogni. Programmiamo che cosa faremo stasera, domani, tra un mese, come se fossimo certi del nostro futuro.

Poi, all’improvviso, la vita può cambiare, nello spazio di pochi minuti.

In Italia muoiono ogni anno 7.000 persone per incidenti stradali, 300.000 rimangono ferite, 20.000 subiscono gravi handicap permanenti.

Sono cifre a cui siamo abituati, che quasi non ci toccano, perché si pensa sempre che questi eventi tragici accadano agli “altri”.

E quando accade, nessuno sa davvero che cosa fare.

Non lo sanno coloro che devono comunicare la notizia luttuosa, non lo sanno le madri che perdono i figli, non lo sanno le vittime, devastate nel corpo e nella mente.

La dottoressa Stefania Tucci, psicoterapeuta, si occupa da molti anni delle conseguenze psicologiche dei traumi.

Ringraziandola per aver accettato di parlarci della sua esperienza, le pongo alcune domande.

 

Come sei arrivata a maturare la necessità di accrescere la conoscenza e affinare l’esperienza nella psicologia del trauma?

Tu hai detto, nella premessa, che, “quando accade, nessuno sa davvero cosa fare”. Ecco, è andata proprio così!

Quando avevo 29 anni, sono stata una vittima della strada, sopravvissuta ad un incidente mortale nel quale ho perso una sorella di 25 anni. Quel giorno sono morta con lei, e ritornare alla vita non è stato facile, anzi. Ho impiegato tredici anni ad uscirne, e quando sono riuscita trovare un senso a quello che mi era capitato, mi sono sentita finalmente viva.

Nessuno mi ha aiutata in questo percorso, e molte esperienze vissute in concomitanza e negli anni successivi all’incidente hanno contribuito ad aggravare le mie condizioni fisiche e psicologiche e a procrastinare nel tempo la mia rinascita. Allora ho pensato che la mia esperienza e le mie competenze professionali potevano, se integrate tra loro, aiutare altri a ridare un senso alla propria vita.

Allo stesso tempo, la vita per me poteva ripartire da lì, da dove era stata interrotta, perché dal giorno dell’incidente era come se non riuscisse più a scorrere. Mi sono detta: visto che ogni volta che provo a prendere un’iniziativa i miei sforzi risultano vani e scopro sempre di essere finita in un vicolo cieco, perché non riprovare da lì: dall’incidente?
Per tredici anni ho parlato a tutti quelli che incontravo, chiunque essi fossero, del mio incidente, come se non potessi fare a meno di farlo. Da quando so di avere superato il trauma che ho vissuto, sono gli altri a chiedermi di parlarne. E lo faccio volentieri, non per farmi commiserare, ma per spingere gli altri a riflettere sulle conseguenze psicologiche degli incidenti.

Ho iniziato così a studiare e a fare ricerca, elaborando il tutto alla luce della mia esperienza, perché mi sono resa conto che quando accadono tragedie così grandi non esistono reti sociali di sostegno, e ognuno è abbandonato al proprio dolore. Nel nostro paese, siamo davvero indietro su questi problemi: è giunto il momento che qualcuno si attivi per porre rimedio a questa situazione che arreca disagio a moltissime persone!

 

Puoi definire il problema?

 

Per cercare di essere chiara direi che il trauma si verifica ogni volta che ci confrontiamo con un’esperienza che esorbita le nostre capacità di contenimento emotivo. Sul piano fisico, il trauma ci espone al pericolo più grande: quello della morte. Sul piano psichico, è trauma tutto ciò che infrange la nostra integrità psichica e ci fa vivere una discontinuità con la nostra vita precedente.

Numerose sono le circostanze della nostra esistenza nelle quali possiamo trovarci a vivere esperienze traumatiche, si pensi alle violenze fisiche e psicologiche, ai traumi di guerra, alla condizione dei profughi e dei rifugiati o a quella dei perseguitati politici, alle catastrofi naturali o dolose, come terremoti, incendi, ecc. Ma sono causa di trauma anche condizioni di disagio protratte per lungo tempo, come precarietà economica o maltrattamenti. Insomma, il trauma è la più diffusa forma di disagio che affligge il mondo.

Gli effetti psicologici del trauma spesso non vengono riconosciuti, ma le ripercussione di un incidente automobilistico sull’individuo e sulle famiglie hanno gravi conseguenze anche sulla società nel suo complesso. Basti pensare al costo degli interventi sanitari, giuridici, per non parlare dei costi sotto il profilo del lavoro e quindi della produzione di reddito, ecc.

L’incidente stradale non è mai questione di un attimo, ma è un impatto che si ripete, al quale segue un decadimento della qualità della vita dei superstiti. Se questi subiscono danni permanenti o muoiono, il decadimento è subito da chi sta loro vicino, cioè i familiari. Il danno conseguente la perdita di un familiare o il danno per l’infermità riportata da quest’ultimo, sono destinati a crescere fino a dar luogo a malattie conseguenti serie.

Vittime e parenti soffrono di cefalee, insonnia e incubi notturni con senso di paura o terrore e manifestazioni neurovegetative quali tachicardia, sudorazione, tremore, destinate a protrarsi nel tempo, indice di una sofferenza psicologica che spesso diviene permanente; perdita di interesse nelle attività quotidiane; perdita di fiducia in se stessi; massiccio incremento dello stato d’ansia e delle risposte fisiologiche e comportamentali ad esso correlate, angoscia, irritabilità o scoppi d’ira, ipervigilanza, esagerate risposte d’allarme, problemi di memoria e concentrazione, fobie, depressione, disordini alimentari o altre manifestazioni psicopatologiche, propositi suicidari; problemi relazionali, difficoltà di comunicazione, problemi sessuali; evitamento degli stimoli che possono evocare ricordi del trauma; eventuali problemi dovuti al rifiuto da parte dell’individuo verso ciò che è necessario, immediatamente dopo il trauma, per la propria salute e sicurezza; manifestazione di comportamenti impulsivi o rischiosi; attenuazione della reattività generale, uno stato di intorpidimento, insensibilità o paralisi emozionale-affettiva (numbing) che porta ad una limitazione della gamma affettiva, al disinvestimento dalla famiglia, al ritiro sociale, al distacco ed all’estraniamento dall’ambiente; consumo di maggiori quantità di sostanze psicotrope (tranquillanti, sonniferi), nicotina, alcool e droghe; diminuzione di interesse per il futuro e carenza di prospettive.
Se il trauma ha determinato a qualcuno la morte o gravi lesioni, i sopravvissuti possono sentirsi in colpa per essere rimasti indenni o per non avere sufficientemente aiutato la persona deceduta; gli individui con questo disturbo spesso possono sentire una responsabilità, per le conseguenze del trauma, maggiore rispetto a quanto sia giustificato.

L’assistenza psicologica, in questo senso, è fondamentale non solo per la cura, ma anche che per il reinserimento in società.

Nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali i problemi conseguenti al trauma sono presi in attenta considerazione, perché se ne sono studiate le ricadute sulla collettività oltreché sul singolo. Perciò esistono reti di assistenza sociale e psicologica integrata che non lasciano sole le vittime e i loro familiari. Purtroppo in Italia siamo molto lontani da tutto questo, e se per esempio esistono dei centri per l’assistenza alle vittime di violenze sessuali, non esiste niente o quasi per le vittime di incidente, di qualunque tipo esse siano: stradale, domestico o sul lavoro.

Che cosa può fare lo psicologo?

Lo psicologo può fare moltissimo, perché si deve considerare che quando qualcuno si trova coinvolto in un incidente, quand’anche l’incidente non abbia arrecato danni fisici e materiali, vive comunque un trauma. Quel trauma lascia una traccia indelebile sulla sua anima, una traccia che il tempo da solo non può cancellare. Ecco allora che l’intervento dello psicologo risulta essenziale, perché lo psicologo è l’unico professionista che può intervenire sul vissuto traumatico di una persona, aiutandola ad elaborarlo e depotenziarne gli effetti negativi sulla sua vita.

Lo psicologo è in grado di intervenire sui tre gradi di prevenzione:

 

  • quella terziaria, nel caso in cui un disturbo post traumatico, conseguente ad un incidente, si sia già cronicizzato e quindi richieda una psicoterapia a lungo termine;
  • secondaria, quando, immediatamente dopo un trauma, aiuti la persona che lo ha vissuto a superarlo ed elaborarlo;
  • primaria, sia direttamente, lavorando sulla prevenzione delle cause, per esempio, attraverso campagne informative, ecc., sia indirettamente, perché ogni intervento psicologico fatto su persone che abbiano vissuto un trauma o su sopravvissuti a lutti ha come ricaduta una riduzione della propensione al rischio di una persona e conseguentemente degli incidenti.

Sostanzialmente non si può fare prevenzione degli incidenti stradali senza usufruire di tutte le risorse che la psicologia e solo la psicologia è in grado di mettere in campo.

 

 

Chi non ha vissuto l’esperienza drammatica del trauma e del lutto, tende a pensare che, al di là del danno fisico, o dell’elaborazione del lutto, non vi sia altro di cui tener conto: è proprio così?

 

Come dicevo, un’esperienza traumatica lascia un segno indelebile dentro di noi, ma anche nelle persone che vivono al nostro fianco: i nostri familiari e i nostri amici, che con noi possono trovarsi a non sapere come fare fronte ad un’esperienza che esorbita le nostre capacità di contenimento emotivo.

Oltre ai sintomi che riferivo, in una società organizzata come la nostra, la persona che vive un trauma si trova isolata e sente di non essere compresa. In genere, le persone sottovalutano gli effetti di un trauma e non sono disposte a dare ascolto a chi si trova in difficoltà, non solo perché tutti vanno di fretta, ma perché il trauma fa paura. Fa paura calarsi nei panni dell’altro e sperimentarsi fragile e in balia degli eventi. Nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi in una condizione di vittima.

Se invece fossimo capaci di empatia verso il nostro prossimo, potremmo organizzare meglio le nostre società, anche perché, prima o poi, ognuno di noi può trovarsi ad essere vittima di qualcosa e di qualcuno. Allora quel giorno si sentirà solo, e scoprirà che non è sufficiente rimettere a posto il corpo o sotterrare l’amico o il parente per ritrovare il coraggio di vivere ancora.

 

Vuoi parlarci delle iniziative che hai attuato, come psicoterapeuta, in questo ambito?

 

Innanzitutto, sono consulente della più grande associazione italiana di familiari e vittime della strada, l’AIFVS.
All’inizio pensavo che sarebbe stato più facile passare al livello dell’intervento clinico e creare una rete di assistenza nazionale per le vittime della strada. Il mio progetto iniziale, “Isola Bella”, era stato impostato proprio a questo scopo. Poi mi sono resa conto che prima di questo era necessario sensibilizzare le persone che nella loro globalità ignorano le drammatiche conseguenze psicologiche degli incidenti stradali.

Perciò da anni mi rendo disponibile per qualunque campagna, intervista o intervento che sensibilizzi l’opinione pubblica. Non si possono saltare i passaggi, che sono passaggi mentali. Negli altri paesi occidentali, sono attivi sul territorio sistemi integrati di assistenza alle vittime della strada. Da noi ancora si ritiene – nonostante le statistiche ci ricordino continuamente che sono più frequenti di quello che immaginiamo – che gli incidenti capitino per caso, e che siano legati alla sfortuna personale. E, in funzione di questa logica, le vittime sono abbandonate al proprio destino e vivono continue ritraumatizzazioni.

Dopo anni di lavoro, inizio a vedere i primi risultati e a ricevere richieste di intervento di vario genere. Organizzo gruppi clinici per familiari di vittime della strada, allo scopo di aiutarli ad elaborare i lutti che li hanno colpiti. E, naturalmente, seguo in psicoterapie individuali persone che hanno subito incidenti o che hanno perso i propri cari.

 

Conduci qualche ricerca sull’argomento?

 

Sì, mi occupo da anni di cosa accomuni tante storie, apparentemente senza relazione tra loro. Ho scoperto che spesso, dietro a morti improvvise, si celano storie familiari dolorose da più generazioni. Gli psicologi chiamano queste storie trans-generazionali, proprio perché legano tra loro più generazioni di una stessa famiglia. Ciò mi ha portato ad ipotizzare l’esistenza di cause oggettive e soggettive degli incidenti. Le prime sono quelle che tutti noi conosciamo e che ogni giorno ci vengono segnalate anche dai mass media: velocità, ebbrezza, stanchezza, abuso di droghe, mancato rispetto delle norme del codice, sicurezza del fondo stradale, propensione al rischio, ecc. Le cause che chiamo soggettive sono quelle che emergono dai miei studi e che riguardano livelli molto profondi della nostra esistenza e ci mettono in relazione con la nostre origini e le nostre famiglie. Sono spesso queste le cause reali di un incidente e che conducono alcune persone a una morte precoce.

 

Ti ringrazio di cuore per aver risposto alle mie domande e anche per la toccante testimonianza personale.

Stefania Tucci è psicologa, psicoterapeuta. Svolge la sua attività a Roma e a Fonte Nuova (RM).
Già assistente per la cattedra di Teorie della personalità, esperta di disturbi alimentari e psicotraumatologia, conduce attualmente ricerche sui traumi da incidente. Membro di Psycommunity, partecipa al Progetto di Ricerca sul Counseling on line.
E’ Capo Ufficio Stampa per il MIP, Maggio di Informazione Psicologica (www.psicologimip.it ).
Svolge attività di ricerca sulla psicotraumatologia in relazione alle dinamiche transgenerazionali nei sopravvissuti a incidenti stradali e promuove iniziative che conducano alla costituzione di una rete nazionale di assistenza psicologica alle vittime della strada.