La desensibilizzazione autogena

La desensibilizzazione autogena

Ansia, fobie, paure immotivate: la psicoterapia autogena ci consente di affrontarle con una tecnica specifica: la desensibilizzazione autogena.

La desensibilizzazione autogena si ispira a una tecnica  tecnica della psicoterapia cognitivo comportamentale, la desensibilizzazione sistematica, con il valore aggiunto del particolare stato di rilassamento del Training Autogeno.

Con la desensibilizzazione autogena, possiamo imparare ad ad affrontare le situazioni che ci spaventano, esponendoci gradualmente ad esse, fino a non averne più timore.

A che cosa serve

La desensibilizzazione autogena serve a vincere le fobie e a alleviare l’ansia legata a qualcosa che temiamo.

Ad esempio, si può praticare la desensibilizzazione autogena per superare la paura di prendere l’aereo, di parlare in pubblico, di guidare l’auto: sono azioni di per sé abituali, ma in alcune persone generano paura, o addirittura panico anche al solo pensiero.

Come si procede

Innanzi tutto, è necessario apprendere il Training Autogeno.

Per padroneggiare il Training e poterlo utilizzare nelle situazioni specifiche, occorrono circa tre mesi di allenamento regolare e costante.

Consiglio vivamente di farsi guidare da una persona esperta, per poter trarre il massimo beneficio dal TA ed evitare delusioni.

Una volta che il Training Autogeno è ben padroneggiato possiamo procedere così:

Scegliamo una situazione che ci genera paura e la programmiamo, come se dovessimo affrontarla nella realtà.

La immaginiamo in ordine crescente di ansiogenicità, cioè in base a quanta ansia si genera ciascuna azione dell’intera sequenza.

In altre parole, dobbiamo produrre immagini mentali via via sempre più impegnative rispetto all’ansia che ci generano.

Ad esempio, se la situazione temuta è prendere l’aereo, programmiamo una successione di azioni che inizia a casa, quando usciamo e saliamo in auto. Poi visualizziamo mentalmente la strada per l’aeroporto, il check in, salire a bordo e così via.

Troviamo un ambiente tranquillo e un momento in cui non ci sono particolari limiti di tempo.

Eseguiamo tutti gli esercizi del TA di base, dalla Formulazione della Calma, fino alla Fronte Fresca.

A questo punto, iniziamo a immaginare la situazione che ci siamo programmati. In questo particolare stato di coscienza, chiamato stato autogeno, le immagini saranno molto realistiche e le nostre emozioni assai simili a quelle che proveremmo nella realtà.

Dobbiamo aver cura di intercalare una immagine ansiogena con una fase tranquillizzante.

Ad esempio, per affrontare la paura di prendere l’aereo possiamo procedere così:

Sto per uscire di casa per andare all’aeroporto (intensità minima di ansia) -> Sono in uno stato di calma e rilassamento

Salgo in auto in direzione aeroporto e mi raffiguro mentalmente il percorso (l’ansia tende a crescere) -> Mantengo la calma e sicuramente ce la farò

Arrivo in aeroporto e parcheggio l’auto -> Mantengo la calma e sono all’altezza della situazione

Mi avvio al check in -> Mantengo la calma e la serenità

E così via, fino alla fine del volo.

Con questo procedimento, possiamo associare frasi tranquillizzanti, come “mantengo la calma e la serenità” con i vari passaggi della situazione temuta, in una sequenza crescente di impegno emotivo.

La procedura può essere adattata a tutte le situazioni che ci generano ansia.

L’ideale sarebbe poter programmare il procedimento con la guida del terapeuta che ci ha insegnato a praticare il Training Autogeno.

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

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Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Due metodi di rilassamento a confronto

Il Training Autogeno (TA), e il Rilassamento Muscolare Progressivo (RMP) sono tra i metodi consigliati per prevenire e curare l’ansia e i disturbi che ne derivano e più in generale per promuovere il benessere psicofisico.

Entrambi sono stati sottoposti a verifiche scientifiche rigorose e possiamo affermare con certezza che sono affidabili ed efficaci.

Come orientarsi nella scelta dell’uno o dell’altro?

Esaminiamo affinità e differenze.

La storia

Il TA e il RMP hanno una lunga storia.

Il Training Autogeno è stato elaborato tra il 1908 e il 1912 da Johannes Heinrich Schultz , neurologo e psichiatra tedesco (1884-1970) .

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e basandosi sulla sua esperienza clinica ha elaborato un metodo in grado di procurare gli stessi benefici dell’ipnosi senza la necessità dell’intervento diretto del terapeuta.

Grazie all’allenamento (training), il benessere psicofisico si genera da sé (autogeno).

Schultz conosceva anche lo Yoga e si è in parte ispirato anche a questa antica pratica, tanto che il TA è conosciuto anche come “Yoga occidentale”.

Leggi anche: La storia del Training Autogeno

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è stato elaborato dal neurologo americano Edmund Jacobson (1888-1983) dal 1936 fino agli anni 70.

Jacobson parte da un presupposto molto semplice: lo stress induce tensione muscolare.

Gli stati d’animo influenzano le risposte del corpo, ma è vero anche il contrario: se impariamo a rilassare il corpo, calmiamo anche la mente.

Poiché dopo ogni tensione muscolare avviene una distensione, l’apprendimento del RMP consiste nell’allenarsi a contrarre e poi decontrarre tutti i muscoli del corpo secondo uno schema ben preciso.

Un gioco di tensione-distensione, in virtù del quale si raggiunge il rilasciamento muscolare e la calma psichica.

La diffusione

La divulgazione del Training Autogeno è stata inizialmente lenta, e solo dagli anni 70 in poi il pubblico più vasto ha iniziato a conoscere e apprezzare il metodo.

Se ne iniziò a parlare quando la squadra italiana di sci venne allenata con il TA per migliorare la concentrazione nelle prestazioni sportive. Era la mitica “valanga azzurra” protagonista di un grande successo.

Da allora il TA si diffuse sia a livello clinico, come tecnica per curare l’ansia, che nelle situazioni non cliniche: nello sport, nel lavoro, nell’arte e nello studio, solo per fare alcuni esempi.

Il RMP è stato a lungo trascurato a causa della complessità degli esercizi ideati da Jacobson.

L’intera sequenza richiedeva tempi di esecuzione molto lunghi e poche persone avevano la costanza di portare a termine l’intero percorso.

In anni più recenti, Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec  hanno rielaborato il RMP abbreviando la sequenza degli esercizi.

In tal modo lo hanno reso accessibile anche a chi non ha troppo tempo da dedicare alla pratica.

Per approfondire: Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec, New Directions in Progressive Relaxation Training: A Guidebook for Helping Professionals, Praeger, 2000.

Come si praticano

Entrambi i metodi richiedono una ripetizione quotidiana, regolare e costante, di esercizi specifici.

Per praticare il Training Autogeno occorre ripetere mentalmente delle formule verbali, in posizione comoda e rilassata, per una sequenza di sette esercizi.

La pratica del RMP, invece, richiede movimento.

Occorre allenarsi a contrarre e poi rilasciare tutti i muscoli con una successione prestabilita: dalla mano dominante, al bicipite, e così via per tutti i distretti muscolari.

Vedi il Corso online di Training Autogeno

Vedi il Corso online di Rilassamento Muscolare Progressivo

Lo stato mentale

Con il Training Autogeno si raggiunge uno stato di coscienza in cui prevale l’attivazione dell’emisfero destro del cervello e si raggiunge un restringimento del campo di coscienza.

Si rinuncia all’attenzione e ci si immerge in un’esperienza passiva di abbandono e di profonda immersione nelle profondità di sé.

Questo stato mentale è conosciuto come concentrazione passiva.

Il RMP richiede uno stato mentale di attenzione, poiché gli esercizi consistono in sequenze di movimenti fisici strutturati.

Dunque, lo stato mentale del TA è passivo, quello del RMP è attivo.

Quando sono indicati

In linea di massima tutti e due i metodi sono utili come pratica di igiene mentale, per la prevenzione degli effetti dello stress.

Le ricerche sul Training Autogeno ce ne assicurano l’efficacia negli stati di ansia, nell’insonnia, nel controllo del dolore, nella normalizzazione delle funzioni corporee, e in generale in tutti i disturbi psicosomatici.

Leggi anche: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

Il RMP è efficace nel trattamento dei dolori derivati dall’ansia e dalla relativa tensione, come il dolore cervicale e la cefalea tensiva, e, più in generale, nei disturbi dovuti a un eccesso – spesso inconsapevole – di tensione muscolare, come ad esempio il bruxismo.

Come si integrano con la psicoterapia

Sia il TA che il RMP possono essere appresi come metodi di rilassamento a sé stanti, da autogestire una volta appresi con la guida di un esperto.

Possono anche essere integrati in un percorso di psicoterapia.

Il Training Autogeno viene utilizzato in diversi approcci terapeutici: può essere utilizzato nell’ambito della Psicoterapia cognitivo comportamentale, della Logoterapia, e anche in Percorsi analiticamente orientati.

Può anche costituire una terapia in sé, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Si tratta di un percorso psicologico ed esistenziale che permette una vera immersione nelle parti più profonde di sé.

Anche il RMP può essere inserito nel contesto di una psicoterapia, di solito viene utilizzato nella psicoterapia cognitivo comportamentale per apprendere atteggiamenti corretti al posto di situazioni disfunzionali, ad esempio nell’ambito dell’igiene del sonno.

Entrambi efficaci, quale scegliere dunque?

Sulla base della mia esperienza, mi sento di suggerire il Training Autogeno a chi desidera impadronirsi di un metodo che vada oltre il semplice rilassamento, ma desideri sperimentare una conoscenza di sé più profonda.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è più immediato nel dare sollievo ai disturbi derivati dall’eccesso di tensione muscolare.

Può anche essere praticato prima del TA per favorire il rilasciamento muscolare e aprire la strada alla pratica dell’Esercizio della Pesantezza.

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La terapia della foresta

La terapia della foresta

Quando il benessere viene dalla natura

 

Si chiama Shinrin-Yoku, letteralmente Bagno nel bosco, in inglese Forest Bathing.

Non è una solo una passeggiata nel bosco – che già di per sé è piacevole e rilassante – e nemmeno semplicemente un esercizio fisico.

È una pratica terapeutica che richiede di immergersi nella natura attivando e utilizzando consapevolmente tutti e cinque i nostri sensi.

Gli esperti consigliano di incominciare così:

Trova il posto giusto per te: un parco cittadino, o un bosco e non cercare una meta.

Il posto deve piacerti. Puoi amare l’acqua e scegliere un luogo con dei ruscelli, o preferire l’odore della terra o la vegetazione più fitta.

È fondamentale che tu ti senta a tuo agio nel luogo che hai scelto.

Spegni il telefono, disconnettiti anche mentalmente dalla tua quotidianità.

Poniti nello stato d’animo di comunicare con la natura, semplicemente lasciandoti guidare dalle sue suggestioni.

Cammina senza chiederti dove andare.

Per tutto il tempo della tua immersione nella natura, attiva i cinque sensi e sperimenta attraverso di essi la fusione con il bosco.

Scopri i colori, i suoni, gli odori, le sensazioni tattili che ti provoca quando tocchi gli alberi, i sapori se assaggi qualche frutto.

Rallenta: immergiti nel presente. Non pensare ai tuoi impegni o a quello che dovrai fare più tardi.

Durante l’immersione nel bosco è anche possibile – di sicuro molto utile – praticare discipline come la Mindfulness, lo Yoga, la Meditazione camminata.

Se ti è possibile, cammina per almeno due ore, senza una meta.

Praticando con regolarità il bagno nel bosco torni “a casa” seguendo un istinto primordiale, e ritrovi esperienze e sensazioni che sempre sono appartenute al genere umano, fino a quando la civilizzazione non lo ha costretto ai ritmi e ai luoghi innaturali delle città.

Benché sia intuitivo il benessere che deriva dalla natura, gli effetti salutari del bosco sulle persone sono stati osservati sistematicamente e su basi scientifiche solo dal 1982, in Giappone.

In seguito, l’interesse per la Terapia delle foreste si è estesa in tutto il mondo e oggi abbiamo moltissime prove sperimentali del suo enorme potere terapeutico.

 

Quali sono i benefici della Terapia della foresta?

 

 

La ricerca scientifica ha dimostrato che la pratica costante terapia della foresta:

  • Rinforza le difese immunitarie.
  • Riduce il livello degli ormoni dello stress: il cortisolo e l’adrenalina.
  • Contrasta l’iperattività del sistema simpatico, responsabile delle risposte di lotta o fuga.
  • Stimola il sistema parasimpatico, deputato alle reazioni di riposo e recupero.
  • Abbassa la pressione del sangue e aumenta la nostra capacità di variare frequenza cardiaca.
  • Migliora la salute cardiovascolare e metabolica.
  • Far calare i livelli di zucchero nel sangue.
  • Potenzia il sistema immunitario attraverso l’incremento delle ‘cellule killer naturali’ del corpo.
  • Accresce la produzione di proteine antitumorali.

Pertanto, la pratica costante:

  • Aumenta la nostra energia.
  • Riduce lo stress e facilita il rilassamento.
  • Allevia l’ansia.
  • Mitiga la depressione.
  • Aiuta a gestire l’aggressività e la rabbia.
  • Facilita il sonno.
  • Regola il metabolismo aiutando a perdere peso.
  • Migliora la concentrazione e la memoria.
  • Innalza la soglia del dolore.

 

Praticare la Terapia forestale

 

In Giappone esistono dei veri e propri programmi di terapia forestale, seguiti da medici esperti che monitorano le condizioni psicofisiche prima e dopo l’immersione nella foresta e ne guidano il cammino.

La Terapia forestale si sta diffondendo ormai in tutto il mondo.

In Italia, tra le varie iniziative, segnalo l’ebook Terapia Forestale a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con il Club Alpino Italiano, scaricabile gratuitamente.

In Toscana, a Pian dei termini è attivo Progetto Pilota di Ricerca e Sviluppo della Terapia forestale.

Ogni regione ormai ha i suoi gruppi di incontro tra persone che vogliono approfondire questa pratica e – perché no? – anche conoscersi e camminare assieme.

La ricerca scientifica ha dimostrato infatti che, benché il movimento favorisca sempre il benessere psicofisico, non è la stessa cosa praticarlo in una palestra o in città, oppure camminando nel bosco.

 

Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

 

Il panico si manifesta all’improvviso e i sintomi sono drammatici: il cuore batte forte, il respiro diventa affannoso, compaiono vampate di caldo o brividi di freddo, tremori, nausea e disturbi addominali, accompagnati dalla sensazione di perdere il controllo, di impazzire, di morire.

Chi ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico tende a vivere nell’angoscia che l’esperienza si ripeta.

Leggi anche: Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

E’ un evento spaventoso, chi non lo ha mai provato stenta a comprenderlo.

Secondo la mia esperienza, il Training Autogeno (TA) è molto efficace nel trattamento degli attacchi di panico.

 

 

Il Training Autogeno può aiutare in tre modi

 

 

° A prevenire gli attacchi

 

° A calmarsi se insorgono

 

° A scoprirne le cause profonde

 

La prima cosa da fare è imparare il Training Autogeno

 

Occorre essere disponibili a dedicare un po’ di tempo al percorso di apprendimento.

Ci si allena ogni giorno – due, volte, meglio tre – svolgendo dei brevi esercizi. Il tempo necessario è davvero poco: solo alcuni minuti ogni volta. Quello che serve è la regolarità e la costanza.

In tal modo si può utilizzare il TA in maniera efficace, per liberarsi degli attacchi di panico, ma anche per migliorare la qualità della propria vita.

Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

La prevenzione

 

Già dalle prime settimane di allenamento, si realizza una sedazione emotiva che provoca sollievo, poiché diminuisce l’ansia generalizzata.

In un tempo variabile dai tre ai sei mesi si potrà prevenire la maggior parte degli attacchi di panico e utilizzare il TA per calmarsi se si manifestano.

Può sembrare un periodo lungo – soprattutto se il panico influisce pesantemente nella quotidianità – ma non bisogna scoraggiarsi.

Si lavora per impedire che si realizzi il circolo vizioso della paura che genera paura.

Dopo aver conosciuto l’attacco di panico, infatti, si tende a vivere nell’attesa del prossimo attacco, alimentando così il meccanismo della paura che cresce sempre di più.

In questo modo si creano proprio le condizioni per l’avverarsi di ciò che temiamo: il panico.

Possiamo spezzare questo circolo vizioso, innanzi tutto proprio in virtù dell’abbassamento del livello di ansia generalizzata, poiché, quando si vive in una condizione generale di tranquillità, non si creano le condizioni per l’instaurarsi dell’attacco: diminuisce la paura della paura.

A questa prima fase di sedazione emotiva, seguirà una successiva di normalizzazione neurovegetativa: miglioreranno tutte le funzioni dell’organismo.

Verranno meno quelle condizioni di disagio emotivo che costituiscono il terreno adatto all’instaurarsi dell’attacco acuto di ansia.

 

Calmarsi durante un attacco

 

E se, anche praticando il Training con regolarità, comparisse un attacco di panico?

Una cosa è certa: l’intensità delle sensazioni sarà più lieve e soprattutto ci sarà la consapevolezza di saperle affrontare.

Un importante studioso del Training Autogeno*, osservava che “quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare”.

In altre parole, è consigliabile allenarsi con il TA in ambiente protetto – a casa propria e nei momenti di calma – e in seguito si potrà utilizzarlo nelle emergenze, per tranquillizzarsi in maniera veloce ed efficace, entrando nello stato autogeno in 2/3 secondi.

Si potrà dunque utilizzare il Training Autogeno per calmarsi in brevissimo tempo, alle prime avvisaglie.

Una volta appreso il Training Autogeno è possibile entrare in pochi secondi nello stato autogeno, smorzando così la risonanza emotiva della paura.

Non capiterà più, come in passato, di irrigidirsi aumentando la tensione, ma la risposta al panico sarà il rilassamento: come spegnere il fuoco gettandoci sopra dell’acqua!

 

Le cause profonde

 

 

Molto spesso il disagio psicologico, di qualsiasi natura, è un campanello di allarme che ci ricorda che qualcosa non va a livello profondo.

In questo caso viene in aiuto la psicoterapia.
Ci sono molti approcci utili nel trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico.

La psicoterapia autogena si avvale dell’esperienza del Training per accompagnare il paziente in un viaggio all’interno di sé, alla scoperta delle dinamiche più profonde.

Gli strumenti a disposizione del terapeuta partono dal TA, per proseguire attraverso la desensibilizzazione autogena, le tecniche autogene superiori, le visualizzazioni guidate.

Si tratta di una esperienza che non si limita ad affrontare il panico e le sua cause profonde, ma permette un approfondimento della conoscenza di sé, un viaggio che non può che arricchire chi lo intraprende.

E così si può arrivare a scoprire che il panico:

“E’ un gigante dai piedi di argilla, con molti punti deboli. Si dà delle arie, ma in realtà non è capace di far del male a una mosca.”

Così lo psicoterapeuta Luciano Masi** usa dire ai suoi pazienti quando gli parlano del “mostro” che li ha portati da lui: il panico.

E prosegue con un’altra frase a effetto:

“Non c’è mai stato il caso di una persona che sia morta durante un attacco di panico. E’ impossibile!”

NOTE

* B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980. *

*Luciano Masi, Storia di una poltrona. Il Lettino dell’analista racconta, Roma, Edizioni Il Calamaio, 2009.

 

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

L’attacco di panico arriva all’improvviso e da quel momento niente è più come prima.

Chi lo ha sperimentato in prima persona – o ha assistito qualcuno  – ha di sicuro notato che l’esperienza del panico mette in moto una serie di tentativi di soluzione, non tutti utili, alcuni decisamente controproducenti.

Vediamo quali tentate soluzioni mette in atto chi cerca di affrontare il panico.

 

 

Di fronte a un evento che provoca tanta angoscia, il primo passo la ricerca di una causa.

Si tratta di una decisione corretta: è giusto poter disporre di una diagnosi differenziale per escludere che alla base del disturbo vi sia una causa organica.

Di norma, il medico prescrive gli accertamenti per escludere le patologie che potrebbero dar luogo a sintomi assimilabili all’attacco di panico.

Nella maggior parte dei casi, i risultati delle indagini sono negativi e la sentenza del medico è disorientante:

 

 

 

 

 

 

“Si è trattato di un attacco di panico, il male è solo nella sua testa”. 

 

Invece di rassicurare, questa affermazione può dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti non sempre funzionali al ripristino del benessere.

Per molte persone, infatti, è più accettabile avere un malanno “reale” che un disagio psicologico.

Che fare dunque?

 

Il giro dei dottori

 

Dopo una prima rassicurazione, sorge un dubbio: “il medico di base può aver sbagliato, occorre sentire uno specialista!”

Inizia così il giro dei dottori, per escludere una causa “vera”, più spesso nella speranza di trovarla.

Più volte i miei pazienti mi hanno detto: “Questo male misterioso mi disorienta e mi spaventa. Vorrei poter avere una malattia reale, con una terapia ben definita”.

Si chiede dunque il parere del cardiologo, del gastroenterologo, del neurologo e l’elenco può continuare.

Ogni specialista dirà la sua, rassicurerà per un po’, ma il prossimo attacco rimetterà tutto in discussione e il girotondo ricomincerà…

 

La condotta di evitamento

 

EvitamentoLa prima volta è successo in metropolitana? Forse la “colpa” è di quel mezzo. Meglio evitare, posso usare l’auto.

E se la volta successiva accade in banca? O all’ufficio postale?

Attribuire al luogo o alla circostanza la responsabilità di aver provocato il panico avrà come conseguenza di rendere il mondo sempre più piccolo, perché tanti, troppi, saranno i luoghi e le circostanze interdetti.

Di solito si evitano i luoghi chiusi (claustrofobia), o affollati (agorafobia).

Sarà sempre più una vita costellata di “vorrei, ma non posso”, ma il problema non si risolverà.

L’atteggiamento evitante peggiora la situazione invece di risolverla.

 

Trovare un accompagnatore

 

Trovare un accompagnatoreUna presenza amica rassicura ed è tanto più vero se sei in preda all’ansia.

C’è sempre qualcuno che, in perfetta buona fede, per affetto, ti può accompagnare nei luoghi che temi e sostenere in quelle circostanze che prima affrontavi in piena autonomia e oggi ti mettono apprensione.

La persona cara assumere il ruolo di accompagnatore, per propria scelta, o perché le viene espressamente richiesto.

E’ un vero aiuto? No, non lo è.

Si crea un legame non sano con l’accompagnatore che diventa vittima “mi devo sacrificare per accompagnarti”, ma anche carnefice dal momento che impedisce a chi gli si affida di evolvere verso la guarigione.

Questo legame disfunzionale ha come conseguenza la perdita dell’autonomia, il calo dell’autostima, un rapporto di dipendenza che genera un circolo vizioso difficile da spezzare.

 

Il controllo

 

L’attacco d’ansia è di per sé una perdita di controllo: più cerchiamo di controllarci e più ci rendiamo Controlloconto che è impossibile, sicché la paura e l’ansia aumentano sempre iù.

Il tentativo di controllo è un altro degli atteggiamenti non funzionali.

Basti pensare a una persona che in acqua ha il terrore di annegare: metterà in atto tutti i movimenti scomposti che la faranno annegare davvero.

Calmandosi, galleggerebbe.

La stessa cosa avviene con il panico. Ci sono tante tecniche e strategie per calmarsi durante un attacco e imparare a prevenire il panico.

Il Training Autogeno ti può aiutare in tre modi

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Una mia paziente, nel  raccontarmi le tensioni nella sua famiglia, mi ha detto: “Scriva sul suo sito quali sono le parole che una persona ansiosa e depressa non vorrebbe mai sentirsi dire, soprattutto dai propri familiari.

Forse qualcuno, leggendo, rifletterà su quanto certe parole ci possano ferire.”

Pensando a lei, e ai tanti pazienti che hanno condiviso con me le proprie sofferenze, e pensando anche alla sensazione di impotenza che spesso si prova nei confronti delle persone care sofferenti, provo a elencare quello che secondo me sarebbe meglio non dire a chi soffre di un disagio psicologico.

È tutta questione di volontà, devi sforzarti.

È sorprendente notare come anche le persone dotate di una forte volontà, quando cadono in uno stato di sofferenza psicologica, faticano persino a decidere che abito indossare.

La volontà si paralizza, soprattutto negli stati depressivi. Il paziente non vuole, non può volere: se solo potesse, sarebbe il primo a voler uscire dal suo stato.

È doloroso e umiliante sentirsi dire: “sforzati, metticela tutta”, quando la volontà è paralizzata.

L’atteggiamento più efficace consiste nel comunicare che comprendiamo bene che è non è per cattiva volontà, ma per reale difficoltà che certe azioni diventano difficili.

È utile dare messaggi di fiducia nel futuro, magari raccontando storie di persone che sono uscite da periodi neri e adesso stanno bene.

Lascia stare, ci penso io.

Vedendo un familiare che fatica a portare a termine le proprie incombenze abituali, può venire naturale cercare di sollevarlo.

Pensiamo ad esempio al marito che si occupa delle faccende di casa quando la moglie non ci riesce più.

Così facendo, però, aumentano le sensazioni di inadeguatezza e di fallimento e rinforza nella moglie la convinzione di “non essere più capace di fare nulla”.

La persona cara va aiutata, senza però sottrarle i ruoli che abitualmente ricopriva.

Va piuttosto incoraggiata ad andare avanti comunque, enfatizzando i suoi successi, grandi o piccoli che siano, nella battaglia quotidiana contro il malessere psicologico.

Guarda chi sta peggio di te. 

Il senso di colpa e di inadeguatezza sono tra le caratteristiche principali del disagio psicologico, primo tra tutti la depressione.

Il depresso, o chi è preda dell’ansia, o è prigioniero degli attacchi di panico, sa benissimo che c’è chi sta molto peggio, ed è anche per questo che si sente ancora più in colpa.

Non serve ricordarglielo.

E’ necessario invece fargli sentire che comprendiamo molto bene che il suo malessere è davvero difficile da gestire, ma siamo fiduciosi nel fatto che è possibile sconfiggerlo.


Pensa a quanto fai soffrire chi ti vuole bene

Una variante è: sto male per causa tua.

Anche affermazioni di questo genere aumentano i sensi di colpa.

Chi sta male, soffre anche per la consapevolezza del disagio che provoca ai suoi cari: è inutile e dannoso ricordarglielo.

Le persone care dovrebbero fare un passo indietro rispetto al loro personale (e comprensibile) dolore e rassicurare rimarcando la loro affettuosa presenza.

Frasi come: “assieme ce la faremo” sono efficaci e fanno un gran bene.

Non sono questi i veri mali.

Simile alla affermazione precedente è l’insinuazione che, in definitiva, chi soffre di problemi psicologici non sta male “davvero”. I veri malanni sono quelli che si vedono, che si “toccano con mano”.

Così si sminuisce la sofferenza dell’altro provocandogli dolore, impotenza, frustrazione.

E’ più efficace dire: “mi è difficile comprenderti, perché non ho mai provato quello che provi tu”.

Con te non c’è nulla da fare: tutti gli sforzi per aiutarti sono inutili.

Parole del genere non faranno che rinforzare i sentimenti negativi e i sensi di colpa che già accompagnano il disagio psicologico. Fanno sentire inadeguati e incapaci di ricambiare tutto l’affetto che viene profuso.

L’aiuto vero è quello di chi sa dare senza aspettarsi nulla in cambio.

La terapia che hai scelto non va bene, prova a cambiare.

È assai probabile che il paziente sia giunto a chiedere aiuto dopo un periodo di incertezze e timori.

Mettere in discussione la sua decisione e l’autorevolezza della figura terapeutica prescelta lo riporterà indietro, facendolo precipitare in un vortice di dubbi e di ricerche spasmodiche della terapia “giusta”.

Così, sortirà l’effetto della farfalla impazzita che, accecata dalla luce, sbatte qua e là, senza riuscire a uscire dalla stanza.

È meglio rinforzare la scelta fatta – che sia un percorso di psicoterapia o una cura farmacologica o la sinergia tra le due – parlando in termini positivi del professionista che ha preso in carico il proprio caro.

È evidente che dopo un periodo ragionevole di terapia, in assenza di miglioramenti significativi, sarà il paziente stesso a porsi il problema di cercare altre soluzioni.

Butta via le medicine, ti fanno solo male.

Spesso il paziente arriva ad assumere i farmaci dopo aver vinto molte paure: degli effetti collaterali, di diventare dipendente, di cambiare personalità.

Se con la guida dello specialista è arrivato a decidere di assumerli, sarebbe un grave errore indurlo a interrompere la terapia, soprattutto bruscamente e senza la supervisione del medico.

In conclusione.

Ricordiamoci che i consigli spesso irritano, soprattutto quando non sono richiesti.

Ancor più possono risultare sgradevoli per coloro che con ogni probabilità hanno già tentato, senza successo, di mettere in pratica quanto stiamo suggerendo loro.

Teniamo anche in considerazione il fatto che, quando elargiamo consigli, ci sovrapponiamo all’altra persona, suggerendole di comportarsi come noi ci comporteremmo nella sua situazione.

Ma ciascuno di noi è diverso, ha la sua storia e, soprattutto, chi non sperimenta sulla propria pelle la sofferenza psicologica non può dire che cosa farebbe se la vivesse davvero.

Le persone che soffrono di disagi psicologici hanno bisogno di sentirsi comprese, sostenute e incoraggiate a guardare avanti: come scrive lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel titolo di un suo libro: “Non c’è notte che non veda il giorno”.

 

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