Conversazione con Samanta

Insieme, di Flavia Vizzari

Insieme, di Flavia Vizzari

Samanta ha perso il suo bambino a causa della Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante, e accetta di condividere la sua esperienza.

Samanta era una donna appagata. Aveva uno splendido bambino, Niccolò, di quattro anni, un matrimonio sereno, una professione che amava. Insieme al marito decise di avere un secondo figlio, e questo suo desiderio diventò ben presto realtà.

Iniziò una nuova gravidanza, molto serena, che venne portata a termine senza alcun problema. Alla fine del nono mese nacque il piccolo Lorenzo, con un parto cesareo. Il bimbo era sano, Samanta era felice e contava le ore che la separavano dal momento in cui sarebbe tornata a casa e Niccolò avrebbe finalmente conosciuto il nuovo nato.

La sera del suo secondo giorno di vita, Lorenzo venne portato nella stanza della mamma per la poppata e poi riportato nella nursery, Samanta si addormentò serena. Alle tre di notte venne svegliata dai medici, la sua stanza all’improvviso si riempì di persone, la voce del pediatra le riecheggia ancora nelle orecchie: “C’è stato un problema, il bambino, purtroppo è deceduto”.

Si chiama SIDSSindrome della Morte Improvvisa del Lattante, dietro questa sigla, dietro le gelide, forse imbarazzate parole del pediatra, inizia l’elaborazione di un dolore terribile.

Samanta e il marito chiedono aiuto, vogliono fortemente che la loro famiglia continui a vivere. Per Samanta continuare a vivere significa anche far sì che la sua sofferenza non sia inutile e decide di parlarne, nella speranza di aiutare altri genitori che si trovano in situazioni analoghe. E’ anche per questa ragione che Samanta accetta di rispondere alle mie domande e mi autorizza a pubblicarle sul sito. Di questo la ringrazio di cuore.

Appena tornata a casa, non so con quale coraggio, mi sono messa al computer, non sapevo neanche cosa fosse la SIDS, l’ho cercata col motore di ricerca ed ho trovato l’indirizzo di un’Associazione di genitori che come noi aveva perso un bambino per la SIDS. Ho preso contatto e lasciato il mio numero di telefono e sono stata contattata immediatamente. Ho anche cercato, sempre su Internet, una terapeuta che si occupasse dell’elaborazione del lutto nella mia città, l’ho chiamata e ho preso subito un appuntamento.

In una sua recente intervista su Repubblica lei accenna alla depressione di cui soffrì nel passato. Dopo la morte di Lorenzo ne ha sofferto di nuovo, o ha avuto timore di soffrirne?

Sì, nel passato ebbi un episodio depressivo in seguito alla separazione dei miei genitori. L’eventualità di una ricaduta era la mia paura più grande, e non solo mia, ma di tutta la mia famiglia che già in passato si è trovata con me a dover affrontare questo problema, ma questa volta non è successo. Io credo sia dipeso da diversi fattori; anzitutto in questa occasione non ho bloccato le mie emozioni, come avevo fatto allora, ma con l’aiuto e l’appoggio di tante persone ho avuto modo di tirar fuori tutta la mia sofferenza. Dopo la morte di Lorenzo, non avevo motivo di nascondere il dolore, come invece era stato per la separazione dei miei genitori, e sentirmi libera di esprimere ciò che sentivo dentro ha fatto sì che il dolore non si incanalasse nella depressione.
E poi questa volta non ero sola col mio dolore, avevo mio marito e soprattutto il mio piccolo Niccolò che con la sua gioia di vivere mi ha dato tutti i motivi del mondo per andare avanti.

Al di là delle comprensibili e dolorosissime ricadute negative sulla coppia, vi sono, e se sì, quali, delle ricadute positive nella relazione tra lei e suo marito, dopo questo lutto?

Quando abbiamo iniziato ad andare dalla terapeuta lei subito ci parlò del rischio di una eventuale separazione in tragedie simili alla nostra, ma si accorse ben presto che non era il nostro caso. In questi mesi ho capito più che mai che mio marito è l’uomo che vorrei accanto per tutta la vita, perché se siamo riusciti a rimanere insieme in una situazione difficile come questa, credo che lo rimarremo per sempre. Ora cerchiamo di goderci le piccole cose, di parlare di più e soprattutto di concentrare tutto sulla nostra famiglia perché adesso è solo quella che conta, i problemi della vita quotidiana ora cerchiamo di sdrammatizzarli molto.

Come avete affrontato il problema con il vostro primogenito?

In un primo momento, per istinto di protezione abbiamo evitato di parlare con Niccolò di quello che era accaduto a Lorenzo. Abbiamo fatto sparire da casa tutte le sue cose, i pannolini, i vestitini, la culla, la carrozzina e non ne abbiamo più parlato. Ma Niccolò continuava a chiedermi dov’era Lorenzo, se era uscito o no dalla mia pancia e perché non era arrivato a casa e io gli rispondevo che Lorenzo era volato in cielo ma lui non capiva, mi chiedeva se c’era andato con l’aereo per andare in vacanza e quando sarebbe tornato. Parlando con i genitori dell’Associazione e con la terapeuta, ho capito che Niccolò aveva diritto ad una spiegazione, doveva capire dov’era Lorenzo perché il rischio era che nella sua piccola testa i pensieri potessero trasformarsi in incubi, in fantasmi, e che era meglio affrontare la situazione da subito. Così mi sono fatta coraggio, ho mostrato a Niccolò una foto di Lorenzo, abbiamo parlato, gli ho detto che il suo fratellino era nato, ma che stava male, un male che però a Niccolò non poteva succedere perché lui ormai era grande, che era morto,che era stato portato in un grande giardino pieno di alberi e fiori e che una volta ci saremmo andati in questo posto a portargli dei fiori. Gli ho fatto toccare le mie lacrime, gli ho detto che ero tanto triste ma che lui non doveva spaventarsi per questo che poi pian piano sarei stata meglio, che gli volevo tanto bene e che ero contenta che ci fosse lui con me. Poi abbiamo messo insieme la foto di Lorenzo all’ingresso e ogni tanto andiamo a riguardarcela insieme. Da quel giorno Niccolò parla con tranquillità del suo fratellino e mostra la sua foto a chi viene a trovarci a casa.

La coppia che si trova di fronte a un evento così drammatico è spesso circondata da persone, parenti o amici, che voglio “aiutare”. E’ successo anche a voi?

Per quanto riguarda il mio vissuto, ho sperimentato la sensazione di una barriera con le persone, il fatto che tutti cerchino sempre per forza di consolarti, di dirti che devi farti coraggio, che non devi piangere, che tutto passerà presto perché il tempo cancella tutto. Secondo me sono le frasi più sbagliate del mondo da dire a chi soffre in quel momento e avrebbe invece solo voglia di piangere e di sfogarsi. Penso che potrebbe essere utile far riflettere chi sta accanto ad una persona che sta male per un lutto. Io credo che anche i familiari e gli amici abbiano bisogno di aiuto su come star vicino a chi ne ha bisogno, a non aver paura di confrontarsi col suo dolore ma di aiutarlo nel suo percorso di elaborazione, non di negazione.

Un momento difficile dopo ogni parto è il recupero di un’immagine corporea soddisfacente. Spesso la neo mamma non ritrova la propria avvenenza, ma è in qualche modo “ricompensata” dalle emozioni che il bambino le dà. Lei Samanta è una bella donna e il corpo è in un certo senso il suo “strumento di lavoro”, poiché lavora in palestra. Come ha affrontato il problema del recupero del suo sé corporeo?

All’inizio è stata davvero dura. Tutto del mio corpo mi ricordava continuamente che avevo appena partorito, ma mio figlio non era con me. Il mese successivo al parto poi ho dovuto subire un intervento alle vene che mi ha costretto a rimanere ferma per altro tempo. Rientrare in una sala operatoria dopo il parto cesareo è stata una prova durissima, mi sono sentita davvero male, è stato come riaffrontare il parto. Mentre mi operavano piangevo disperata, mentre mio marito mi stringeva la mano e si sentiva male anche lui, tanto che è dovuto uscire dalla stanza. Qualche mese dopo poi ho deciso di sottopormi ad un intervento di addomino plastica a causa di un cedimento della parete addominale che era già avvenuto col parto di Niccolò. È stata un’altra prova durissima, un intervento molto invasivo con un lungo periodo di degenza, non so dove ho trovato la forza, ma adesso il mio corpo è tornato a posto, ho ripreso ad allenarmi e a lavorare. Quando mi guardo allo specchio ora vedo il corpo di una donna che può avere ancora figli e non di una neo mamma senza il suo bimbo.

Secondo alcuni studiosi la depressione trarrebbe origine da un lutto non elaborato correttamente. Sente questa affermazione vera per la sua precedente depressione, e in che modo ha lavorato e sta lavorando perché ciò non si determini oggi?

Quando i miei genitori si separarono all’improvviso avevo 18 anni e mi dissero che dovevo capire, che ormai ero grande, che dovevo farmi forza, per loro era giusto così e basta. Io quindi non versai quasi neanche una lacrima, mi tenevo tutto dentro, pensavo davvero di aver capito e che non c’era nessun problema, anche se mio padre aveva un’altra donna e mia madre piangeva. Poi a distanza di due tre anni, all’improvviso ho iniziato a star male, a piangere, a non mangiare, non dormire, a non aver più voglia di fare nulla, ma nessuno capiva cosa avessi. La mia vita per tutti era perfetta, non avevo motivi per lamentarmi. Evidentemente invece qualcosa di grave che non andava c’era, era qualcosa che da tempo mi portavo dentro, che ogni giorno cresceva ma di cui io non parlavo a nessuno, neanche a me stessa. C’è voluto diverso tempo per capire quale fosse il problema, anni di terapie, di farmaci antidepressivi, ma questa volta no, non ci sono cascata, non ho ripetuto l’errore di tenermi tutto dentro, ho affrontato da subito il problema, già a poche ore dall’accaduto. Ero terrorizzata all’idea di crollare, perché questa volta non ero sola ma avevo un bambino meraviglioso da crescere e non volevo essere una mamma depressa.

A questo proposito, voglio ribadire ancora una volta l’importanza di aver avuto accanto a noi persone esperte, in grado di farci comprendere che il lutto passa attraverso varie fasi e che la cosiddetta “elaborazione del lutto” è un processo necessario, seppur doloroso.

All’inizio la disperazione è totale, sembra di sprofondare, c’è stato un crollo iniziale, quando non pensavo che alla disperazione. Poi queste sensazioni sono evolute, perchè nel sito dell’associazione parliamo spesso di questi argomenti, delle varie fasi che accompagnano l’elaborazione del lutto, e anche se poi ognuno di noi ha reagito in maniera differente, un pò tutti abbiamo riconosciuto di essere passati attraverso delle fasi comuni, e addirittura un genitore ultimamente le ha anche raccolte in una mail che ha poi spedito a tutti.

Spero tanto che rendere pubblica la mia esperienza possa servire a qualcuno per capire che non si starà sempre male allo stesso modo.

Una teoria psicologica molto interessante, la Logoterapia, ritiene che alla base di tante forme depressive ci sia una mancanza di significato, di “senso” della propria vita e della propria sofferenza. Dare un senso alla sua sofferenza è un suo obiettivo, allo stato attuale? E attraverso quali percorsi lo sta realizzando?

Quando ho conosciuto le famiglie che come noi avevano perso un bambino, ho notato in loro una grande forza che li sosteneva, pur continuando a convivere col dolore. All’inizio non capivo come avessero fatto, parlavo continuamente con loro proprio per capire dove fosse la loro “forza”. Poi ho capito che nessuno di loro si era fermato, avevano pianto si erano disperati, ma non si erano fermati. Ciascuno col proprio percorso così diverso, ma tutti uniti da un vissuto comune, e con la voglia di andare avanti.

Così anche io sto cercando di trovare il mio “senso” a quello che è successo, non un senso metafisico al quale non saprei dare una risposta, ma un senso umano.

Non voglio che il dolore per la perdita di Lorenzo porti negatività, non voglio ricordarlo come l’evento peggiore della mia vita, perché lui era mio figlio, un bambino bellissimo, e un figlio deve significare gioia nella vita di una madre e non essere una maledizione. Ma io non posso esprimere a lui direttamente questa gioia, non ce l’ho più tra le mie braccia, non lo posso baciare e riempire di attenzioni, allora come posso fare per non pensare solo al male che ho dentro e che mi lacera ogni volta che penso a lui? Io posso solo parlare di lui, di come sto cercando di affrontare la vita senza di lui, e di come la vita possa lo stesso valer la pena di essere vissuta per tutte le persone che ho accanto e che hanno un enorme valore perché le amo e voglio passare ancora tanti bei momenti con loro. Non dico queste parole come un’eroina, ma con gli occhi pieni di lacrime e lo stomaco contratto dal dolore, ma sto cercando di mettercela davvero tutta per andare avanti. Non sto affrontando tutto questo da sola, molte persone mi stanno aiutando e se io nel mio piccolo potrò aiutare qualcuno altro con le mie parole, ecco questo sarà il mio “senso “ per Lorenzo che non c’è più.

Psicologa Psicoterapeuta – Ordine degli Psicologi del Lazio N.  2016