Ciao Lapo

Ciao Lapo

Il test di gravidanza risulta positivo: è la prima grande emozione del percorso che si concluderà con nascita di un figlio.

Compaiono i primi segni fisici, si programma il calendario dei controlli medici. E poi si manifestano le ansie, le emozioni, e anche i conflitti interiori: lo voglio davvero, sarò in grado di essere madre, la mia vita non sarà più come prima…

 

Poi, per la prima volta, si entra davvero in contatto con lui, quando il ginecologo fa sentire il battito del suo cuore, e l’ecografia mostra il minuscolo essere umano.

Tra alti e bassi, conflitti e paure, emozioni e gioie intense, ci si aspetta che la gravidanza si concluda con la nascita del bambino. Purtroppo non sempre è così. A volte, qualcosa inceppa il meccanismo perfetto della vita che cresce, e il bambino muore.

 

Il lutto perinatale

 

In termini medici, la morte del bambino dalla ventisettesima settimana di gestazione fino alla prima settimana dopo il parto viene definita lutto perinatale. Tuttavia, anche la morte in epoca antecedente, fin dalle prime settimane di gestazione, comporta un senso di perdita e di dolore, un vero lutto.

 

Che cosa si prova

 

La morte del bambino in utero, o immediatamente dopo la nascita, è una tragedia, e l’intensità dei sentimenti provati, la durata del lutto e i vissuti ad esso correlati sono del tutto paragonabili a ciò che si prova quando muore una persona adulta. Tuttavia, questo dolore non sempre viene riconosciuto, al contrario, il mondo esterno tende a minimizzarlo, o comunque a non comprenderne la reale portata. Sicché la mamma in lutto, la coppia in lutto, provano innanzi tutto un senso di solitudine. Frasi dette con l’intento di consolare possono far male, e non aiutano affatto: ne avrete presto un altro, è più doloroso perdere un figlio in età più avanzata, una nuova gravidanza è l’unica medicina…

Purtroppo, anche chi dovrebbe aiutare per professione non sempre è preparato a farlo. Medici o psicologici, che non abbiano avuto una preparazione specifica su come trattare gli aspetti psicologici del lutto perinatale, talora non danno il giusto supporto, magari perché loro stessi non hanno affrontato personalmente il problema della morte. 

Quale che sia la causa della morte, quasi tutte le madri, nella prima fase del lutto provano un senso di colpa, del tutto ingiustificato a livello razionale, ma molto doloroso e difficile da estirpare, proprio perché non appartiene alla sfera razionale: avrei dovuto riposarmi di più, non avrei dovuto lavorare, ho scelto il ginecologo, o l’ospedale sbagliato, se avessi fatto quell’analisi in più …

A questi sentimenti, si aggiunge la difficoltà a relazionarsi con le persone. Si fatica a rispondere a coloro che non sanno e fanno domande inopportune: allora, è nato?, a chi alimenta il dolore con commenti inadeguati, a chi i figli li ha e non smette di parlarne, rinnovando il senso di vuoto e di inadeguatezza della mamma mancata.

 

Che fare


Disperazione, solitudine, senso di colpa, difficoltà a relazionarsi con le persone
 sono tra i sentimenti che più spesso vengono riferiti dalle coppie che hanno appena perso il loro bambino. Che cosa si può fare per uscirne?

Ciascuna persona è unica e vive il suo dolore a proprio modo, tuttavia, vi sono alcune indicazioni che si rivelano utili per la maggior parte delle mamme e delle coppie in lutto e vale la pena di elencarle:

 

Accettare il fatto di essere in lutto

 

Quale che sia l’epoca gestazionale in cui il bimbo muore, che sia appena un embrione, o un bambino morto poco dopo la nascita, la sua perdita è una tragedia. Non serve ignorare questa realtà, né cercare di “essere forte”. Il lutto va vissuto, elaborato e, solo alla fine del processo di elaborazione, lo si può accettare, mettendo in atto un adattamento sano, che consenta di andare avanti nel percorso di vita. Questo processo varia da persona a persona, può essere più o meno lungo, in genere dura dai sei mesi ai due anni.

 

Coltivare il lutto per “quel bambino”

 

Anche il bambino mai nato, mai realmente conosciuto, è già perfettamente inserito nel contesto genitoriale e familiare. I genitori non piangono un bambino, ma “quel” bambino, che, a livello di fantasia, ha già un posto importante nel loro cuore e nella loro vita.
Non serve cercare di cancellarlo, né di sostituirlo con la fantasia di un altro bambino. Quel bambino ha già il suo posto e vi rimarrà per sempre: l’elaborazione del lutto permette di smorzare l’intensità del dolore, non a cancellarne il ricordo.

 

Dare parole al dolore

 

Il dolore va espresso, soffocarlo non aiuta, al contrario, peggiora la situazione. E’ necessario esprimere ciò che si prova, senza il timore di apparire deboli, o fragili, o inadeguati. Nella nostra cultura siamo così poco abituati a esprimere il dolore per un figlio non nato, che non esistono nemmeno le parole per descriverlo, e il tabu che spesso avvolge la morte nel silenzio diventa ancora più resistente quando la morte riguarda un bambino non nato. Sicché il silenzio si tramuta spesso in una barriera che separa dal mondo esterno, e, nello stesso tempo, in un guscio illusoriamente protettivo. Rompere questo silenzio fa bene, a patto che siano i protagonisti a farlo, nei modi e nei tempi che sentono più consoni.

 

Riconoscere le proprie necessità e assecondarle

 

C’è chi, dopo la morte del bambino, vuole riprendere al più presto la vita di prima, chi si chiude nel proprio dolore. C’è chi ha bisogno di “sapere” e indaga su tutti gli eventi che hanno preceduto la tragedia, con l’intento di trovarne le cause, chi, invece, preferisce non chiedersi troppi perché. 
L’elenco potrebbe continuare: ciascuno soffre a proprio modo. Ciascuno dovrebbe fare ciò che ritiene più vicino al proprio sentire, con una importante raccomandazione: è necessario individuare quello che vogliamo davvero e non quello che crediamo che gli altri si aspettino da noi. Non importa se siamo sempre stati considerati forti. Concediamoci il permesso di essere deboli, fragili, inadeguati.

 

Comunicare, condividere, confrontarsi

 

Nei momenti più dolorosi sembra che solo chi ha vissuto la nostra stessa esperienza possa comprenderci, e in parte è così. Molte persone traggono giovamento dai gruppi di auto aiuto, dove afferiscono persone che condividono la stessa esperienza, ed è provato che tali gruppi sono molto efficaci. L’avvento di Internet ha facilitato questo processo, e molti gruppi virtuali raccolgono personegeograficamente lontane tra loro, ma vicine nell’esperienza della perdita.
Che si scelga un gruppo strutturato, o semplicemente che ci si avvicini ad amici o conoscenti che hanno vissuto la medesima esperienza, la condivisione e il confronto sono senz’altro molto utili.

Può essere molto conosolante ed efficace conoscere l’associazione Ciao Lapo, fondata da due genitori, medici, che si sono trovati psicologicamente soli nell’esperienza della perdita del loro secondo bambino. Ciao Lapo è anche un sito, www.ciaolapo.it, sede di una comunità virtuale, un “non luogo” dove tutti hanno diritto di parola. Vale la pena di visitarlo: di sicuro aiuta a sentirsi meno soli.

 

Parole d'amore sulla sabbia by Ciao Lapo

Parole d’amore sulla sabbia per gentile concessione di Ciao Lapo

 

Evitare le persone e le situazioni che creano disagio

 

Come abbiamo visto, non tutte le persone che fanno parte dell’ambiente sociale della coppia sono veramente adatte a sostenerla nel momento del dolore. Alcune persone si possono rivelare addirittura dannose. Siano estranei, o familiari, è il caso di individuarli e prendere consapevolezza che – al momento – possono peggiorare la situazione. Se ci si sente a disagio con loro, è opportunoproteggersi, anche dicendo chiaramente che non desideriamo parlare dell’argomento.
Anche alcune situazioni possono aumentare il disagio: ad esempio andare a trovare coppie che hanno appena avuto un figlio. Meglio declinare l’invito con fermezza e gentilezza, che sottoporsi a sofferenze che peggiorino una situazione già pesante.

 

Documentarsi… ma non troppo

 

Dopo aver vissuto un dramma, è naturale chiedersi come sia potuto accadere e raccogliere tutte le informazioni utili affinché non si ripeta in futuro. Ci si rivolge sempre più spesso alla Rete: una vera e propria miniera di dati, spesso provenienti da fonti autorevoli. Tuttavia, va evitato l’eccesso di informazioni, soprattutto se non sono filtrate da una adeguata conoscenza medica: nei momenti difragilità non fanno che aumentare l’ansia e la confusione. E’ meglio affidarsi alla struttura medica che prenderà in carico la prossima gravidanza: ad essa va demandato il compito di elaborare una rigorosa strategia di informazione e di prevenzione.

 

Ridare un senso alla coppia

 

Per quanto la coppia possa essere stata unita nel progetto di mettere al mondo un figlio e anche nel lutto che ha posto fine a tale progetto, la modalità di vivere il dolore può essere differente. E’ innegabile che è la donna a vivere nel suo corpo i segni della gravidanza e anche la lacerazione della morte, e il compagno deve cercare di comprendere anche atteggiamenti apparentemente incomprensibili, o, comunque, diversi da quanto si sarebbe aspettato dalla propria partner. 
In questa fase così delicata della vita di coppia, può essere davvero importante investire tutte le energie proprio nella coppia stessa. Prima di pensare a una nuova gravidanza, è necessario ridare un senso allo stare assieme, alla condivisione delle esperienze, e alla sessualità vissuta come ricerca di intimità fine a se stessa, slegata dal progetto procreativo.

 

Progettare la prossima gravidanza non come una terapia, ma come un percorso nuovo

 

Sebbene tutte le persone intorno alla coppia non facciano che ripetere che un altro figlio “rimetterà le cose a posto”, bisogna evitare di considerare la prossima gravidanza come una terapia, né pensare che cancelli miracolosamente il dolore. 
E’ consigliabile progettare la nuova gravidanza quando il corpo è pronto ad accoglierla – e questo lo valuterà il medico – ma quando anche la psiche lo è. Solo dopo aver realmente superato il lutto, si può affrontare serenamente il nuovo progetto. Un aiuto professionale può rivelarsi molto efficace per affrontare al meglio una scelta così importante.

 

Chiedere aiuto

 

Ci sono momenti della vita in cui è difficile farcela da soli e l’isolamento che si rischia può far soffrire anche di più. Bisogna chiedere aiuto e chiederlo alle persone giuste. Che si decida di ricorrere a un sostegno professionale o meno, le persone che ci possono aiutare devono avere una sufficiente conoscenza del problema, possedere doti di accoglienza e di partecipazione, saper ascoltare senza elargire consigli non richiesti.

 

La nuova gravidanza

 

E’ innegabile che il vissuto della precedente esperienza luttuosa avrà un peso sulla nuova gravidanza, ma bisogna fare il possibile per ridurlo al minimo.
Innanzi tutto, è importante cercare di chiarire, per quanto possibile, le cause della morte del precedente bambino, e solo una struttura ospedaliera accreditata può accertarle.
La stessa struttura saprà indicare tutto ciò che va messo in pratica per prevenire un evento analogo.
Una volta fatto tutto il possibile a favore di una corretta prevenzione, bisogna saper voltare pagina e vivere al presente. Il prossimo bambino non sarà una copia di colui che non è nato. Così la nuova gravidanza non sarà una copia della precedente.