Come un pugno nello stomaco

Vito Sgrò Come un pugno nello stomaco

 

 

 

 

 

 

 

Vito Sgrò è uno come tanti di noi, privilegiato per essere nato dalla parte “giusta” del mondo.

Lui non lo dà per scontato e da trent’anni vive diviso tra due mondi: a Roma è medico di famiglia e pediatra, amato e stimato da tante persone, in Africa è il doctor Vitto che cura i bambini afflitti dalla povertà, la fame e la guerra.

Quando è in Africa Vito scrive. La sera e nelle notti insonni, rivive la sua giornata, racconta le storie dei suoi piccoli pazienti, rivela i suoi stati d’animo.

I suoi scritti, consegnati a Whatsapp, raggiungono gli amici in Italia, così lui si sente meno solo e noi meno indifferenti.

E’ nato così il suo primo libro, Afrika is Afrika, che nel 2016 ha svelato la sua vocazione letteraria.

Come un pugno nello stomaco è la prosecuzione del dialogo a distanza tra Vito e i suoi amici che lo seguono da lontano nelle sue missioni con il CUAMM – Medici con l’Africa.

Questa nuova opera raccoglie la testimonianza di due anni di lavoro in due diversi Paesi africani: nel 2017 in Tanzania “lussureggiante, colorata, morbida, pacifica, accogliente” e nel 2018 in Sud Sudan “poverissimo, torrido, inospitale a tratti ostile, come un pugno nello stomaco, con una popolazione indurita da anni di guerre, carestie, privazioni d’ogni tipo.”

Sparsi nel testo, ci sono scritti che si riferiscono a luoghi e anni precedenti – “ricicli” li chiama Vito – che ben si integrano nel tessuto dell’opera.

Le pagine narrano di dolore, di fatica, di frustrazione, di nostalgia per gli affetti lontani, a volte persino di leggerezza, nonostante tutto.

Parlano di morte e di speranza.

Parlano di morte, con parole nuove, così diverse dal nostro comune sentire:

L’Afrika, per quanto cruda, essenziale, al limite della ferocia possa sembrare, non toglie proprio nulla, sa solo donare meraviglie uniche: colori forti, sapori inimitabili, odori inebrianti, distese immense, nature mozzafiato, atmosfere magiche, cieli stellati, musiche accattivanti, danze sensuali, canti commoventi, sorrisi ammalianti, contrasti incolmabili e…potrei andare avanti così, all’infinito. Ma tra i suoi doni ve ne è anche uno molto particolare, la Morte che, anch’essa, è vita o meglio ne è la naturale conclusione. Siamo noi occidentali che la temiamo e la attendiamo come una arcigna nemica pronta, malvagiamente, a colpirci. Ma l’Afrika lo sa bene che così non è, e bene lo sanno anche i suoi figli che questa verità la posseggono dall’eternità marcata a fuoco sulla propria carne. La rispettano e non la demonizzano come noi moderni padroni del sapere sempre facciamo. Non la amano ma la conoscono bene, eccome se la conoscono, profondamente. Con una saggezza antica che noi ingrati figli di questa terra abbiamo da tempo perduto, la accettano viceversa, come tappa ineluttabile del mistero straordinario che impregna la nostra inquieta esistenza.

Parlano di speranza.

La speranza di un ragazzo di sessant’anni che sente  l’urgenza di lasciare la sua vita comoda e realizzata per andare incontro a malattie e fatica, ancora, anno dopo anno.

La speranza di tanti giovani, che nel libro prendono la parola per raccontare le loro storie. Giovanissimi figli della nostra epoca e della nostra cultura, che lavorano a contatto con il dolore e lo fanno con il sorriso. Loro sono la nostra speranza.

Ancora una volta: grazie Vito.

Quando le immagini del dolore scorrono sugli schermi dei nostri televisori, troppo spesso andiamo oltre, distrattamente, forse per una inconscia difesa che ci rende assuefatti e insensibili.

Ma quando a raccontarci il dolore sei tu, il nostro amico, tu che lo vivi in prima persona, allora no: non possiamo voltarci, ci fermiamo a leggere e a pensare.

Vito Sgrò, Come un pugno nello stomaco. Diario tragicomico del doctor Vitto, medico con l’Africa, Herald Editore, 2018.

 

Nota

 

I diritti che spettano all’Autore saranno devoluti a due associazioni no profit.

Una ragione di più per acquistare questo bel libro.

Curarsi con i libri

Curarsi con i libri

Curarsi con i libri

Due amiche,Due amiche,  Ella Berthoud e Susan Elderkin hanno condiviso gli studi di letteratura inglese all’Università di Cambridge e la passione per i libri, che amavano scambiarsi per tirarsi un po’ su tra un esame e l’altro. Ella è diventata pittrice e insegnante d’arte, Susan scrittrice. Assieme hanno fondato nel 2008 un servizio di biblioterapia con la School of Life di Londra.

Hanno pubblicato Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Si tratta di un originale prontuario terapeutico, dove si può trovare la prescrizione giusta per molte affezioni, sotto forma di lettura, invece che di pillole e sciroppi.

Fabio Stassi ha tradotto la versione italiana. In corso d’opera, Stassi ha chiesto a bibliotecari, librai e lettori di partecipare indicando i propri rimedi: le risposte sono state numerose e hanno arricchito la versione italiana del libro.

La Casa editrice Sellerio continua a ricevere altre prescrizioni, sul suo sito, nella pagina dedicata al libro.

Ella Berthoud, Susan Elderkin, Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, Sellerio, 2013

L’amore a settant’anni

L’amore a settant’anni

Vanna Vannuccini, L'amore a settant'anniC’è un limite di età per innamorarsi e per vivere una sessualità libera e appagante?

C’è sempre tempo per amare, ma soprattutto per vivere con significato tutte le stagioni della nostra vita, anche quando si è “vecchi abbastanza da scambiarci gli occhiali al ristorante per leggere il menu”.

Vanna Vannuccini, giornalista attenta alla questione femminile – ha fondato negli anni 70 della rivista Effe, la prima testata femminista in Italia – affronta l’argomento con un tocco lieve, sempre attenta a non scivolare in prese di posizione definitive.

Questo libro nasce da un incontro tra vecchie amiche, entrambe giornaliste, in una spiaggia toscana, a chiacchierare del tempo che passa e delle amiche comuni, fino a scoprire che molte di loro stanno vivendo amori appassionati e appaganti esperienze sessuali. 

Nasce così l’idea di dar voce a donne diverse per età, cultura e ceto sociale, raccogliendone le testimonianze.

Fanno tutte parte della generazione di donne che per prime hanno studiato e hanno conquistato un posto nel mondo produttivo.

Sono state protagoniste di tante rivoluzioni culturali e sociali, hanno scelto il partner con cui condividere la vita e molte hanno avuto anche il coraggio di por fine a relazioni ormai prove di significato.

Oggi si sono affrancate da una antica abitudine: valutare se stesse attraverso lo sguardo di un uomo.

L’Autrice racconta vicende a lieto fine, o sfociate in cocenti delusioni, e anche contrastate: sì, perché il pregiudizio è duro a morire e spesso i figli, o l’ambiente circostante, giudicano sconveniente l’amore maturo e lo ostacolano.

C’è chi ritrova l’amore dell’adolescenza e scopre una magia: una sorta di “doppia visione”, come la chiama la sessuologa Judith Wallerstein, grazie alla quale si sovrappongono la visione idealizzata dei ragazzi di allora con quella della donna e dell’uomo maturi di oggi: accade a Phil e Sally, che si sono amati cinquant’anni fa e oggi si ritrovano, forti dell’amore di allora, temprati dalle vicende della vita: “Ricominciamo da qui, tutti e due abbiamo il nostro passato, questo è un nuovo inizio per entrambi”. E che importa se i figli li prendono benevolmente in giro.

Non mancano le delusioni, come accade a Caterina. Poco avvezza a padroneggiare il forte impatto emotivo della comunicazione on line, vive una storia d’amore virtuale, fatta di palpitazioni, tormentate attese di e-mail che non arrivano, fino al crollo finale delle illusioni.

E c’è anche chi non riesce a sottrarsi alla potenza del pregiudizio che si fa crudeltà, anche da parte dei figli. Accade a Domenica, contadina della campagna ciociara, che vede sfumare da ragazza il sogno del matrimonio per amore e che, quando questo sogno di profila di nuovo a ottant’anni, viene bruscamente riportata alla realtà dai figli ottusi e insensibili.

Le storie parlano dell’amore tra uomini e donne che hanno saputo guardare oltre il pregiudizio secondo cui le rughe e il corpo che cambia non sono compatibili con la voglia e il diritto di amare ed essere amati.

Si può riscoprire una nuova stagione dell’amore, soprattutto se questa è sostenuta anche da valori forti, quali la stima, la complicità, la curiosità intellettuale. E’ una stagione tanto più bella e struggente poiché si ha la consapevolezza che il tempo che rimane è poco, e va vissuto significativamente.

L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna. (pag.16).

Vanna Vannuccini,  L’amore a settant’anni,   Feltrinelli, 2012

102 chili sull’anima

102 chili sull’anima

102 chili sull'animaE’ possibile perdere 40 chili in un anno e rinascere a  nuova vita?

Francesca Sanzo lo ha fatto a quarant’anni, e con 102 chili sull’anima. Con La storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità, Francesca condivide la sua esperienza e testimonia che cambiare è possibile se  lo si vuole davvero.

In un silenzioso crescendo, mese dopo mese, mentre gli anni passano, Francesca aumenta di peso e la consapevolezza arriva quando la bilancia mostra tre cifre: 102 chili. Inizia così il processo che Francesca chiama “muta”, una trasformazione assai più profonda del semplice intraprendere una dieta.

Oggi Francesca è una donna realizzata, bella, sportiva, e pesa 60 chili.

Quali sono gli elementi che hanno reso possibile un cambiamento così radicale? Proviamo a individuali attraverso la storia di Francesca.

Anzitutto, la consapevolezza. Solo se prendiamo coscienza del nostro disagio possiamo risolverlo, e non serve che gli altri ce lo rimarchino. Non si cambia per obbedire a ingiunzioni esterne (ti stai facendo del male, fallo per me…). La consapevolezza che è giunto il momento di dare una svolta viene quando abbiamo toccato un fondo che solo noi sappiamo riconoscere.

Per trovare la forza di cambiare, è necessario comprendere le ragioni del nostro malessere, attraverso una profonda autoanalisi. Possiamo smettere di agire contro noi stessi se comprendiamo perché lo facciamo. Francesca ha dialogato con se stessa e fatto pace con la sua “anima nera”, quella parte di sé che remava contro il suo benessere.

Si è posta la domanda “Perché mangio?” e ha scoperto che le risposte sono molteplici e non tutte sane, così ha cercato e trovato nuove risposte a vecchie domande. Oggi, di sicuro, mangia per un reale e sano bisogno, e ciò comporta che la quantità e la qualità del nutrimento siano adeguate a esigenze corrette.

L’essere umano ha bisogno di significato. Francesca ha saputo trovare significati profondi in tutte le scelte legate alla sua muta: il significato ultimo è certamente la conquista di una donna equilibrata, non più soffocata dai condizionamenti del passato, ma Francesca ha dato un senso anche a tanti singoli passaggi del percorso. Un esempio per tutti: nel suo programma di recupero del benessere psicofisico c’è la corsa, a cui si dedica tre volte a settimana. Lei ha trovato il modo di dare alla corsa un ulteriore significato, correndo anche per raccogliere fondi a favore di un ente benefico.

La disposizione mentale positiva. La psicologia ci insegna che le profezie si auto avverano: se crediamo che i nostri sforzi saranno premiati, inseriamo quella marcia in più che ci permette di ottenere il risultato. Al contrario, se consideriamo il nostro percorso come lastricato di lacrime e sangue, difficilmente riusciremo a farcela.

Francesca ha ben compreso che tante diete falliscono, sebbene siano state intraprese con serietà e portate avanti con costanza, perché vengono intese come una punizione della quale di agogna la fine. La muta, invece, non è una punizione, ma una trasformazione, preziosa come il significato stesso della vita.

La molla: sappiamo bene di dover far qualcosa per migliorare la nostra vita, ma cambiare ci sembra troppo difficile e troviamo mille scuse per rimandare. Poi accade qualcosa di apparentemente poco rilevante e scatta la molla.  Per Francesca non sono stati i commenti poco gradevoli delle persone insensibili, né la consapevolezza di danneggiare la sua salute, ma … il camper. Al momento in cui, assieme al suo compagno e alla loro bambina, ha deciso di acquistare un camper, ha aperto gli occhi su una realtà molto dolorosa: i suoi 102 chili erano assai poco compatibili con lo stile di vita libero e avventuroso che le vacanze in camper comportano.

Porsi obiettivi intermedi. Quando l’obiettivo è molto arduo, piuttosto che guardare alla fine del traguardo, è più utile puntare a una serie di obiettivi intermedi. Francesca si è posta come obiettivo arrivare a pesare 80 chili, fare qualche passeggiata a piedi, e poi qualche breve tratto di corsa, migliorare l’asma che l’affliggeva: oggi pesa 60 chili e corre la mezza maratona, con buona pace del medico sportivo!

La condivisione: Francesca scrive per professione, è una blogger e consulente  di comunicazione on line, per lei è stato quasi naturale condividere il suo percorso in rete sul suo blog Panzallaria. L’impatto è stato stimolante: ha riscosso simpatia e ammirazione, ha ricevuto incoraggiamenti, e il rinforzo positivo che ne è derivato l’ha aiutata a non mollare, non solo per se stessa, ma anche per i molti che dimostravano di credere in lei e di prenderla a esempio.

Last but not least, l’amore. I cambiamenti più significativi sono mossi dall’amore, di noi stessi, anzitutto, ma anche di chi abbiamo a fianco nel percorso di vita. Il compagno di Francesca ha condiviso tutti i passaggi della muta, con amore, nel giusto equilibrio tra presenza e discrezione, e credo che la sua presenza sia stata determinante.  

Francesca Sanzo non elargisce consigli, né pretende di sostituirsi a un professionista. Con umiltà e lucidità ci racconta qual è stato il suo personale percorso verso il cambiamento e chi leggerà il libro comprenderà che il messaggio dell’Autrice è applicabile a qualsiasi muta.

Rimarrà deluso, invece, chi cercherà ricette e suggerimenti per dimagrire in fretta e senza sforzo: 102 chili sull’anima non parla didiete, ma di cambiamento: è la storia di dodici mesi di un percorso destinato a non terminare mai, perché la ricerca dell’equilibrio e della realizzazione personale è lunga quanto la nostra stessa vita.

Francesca Sanzo, 102 chili sull’anima, Giraldi Editore, 2015.

 

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

Chi ha amato Gaber non può non commuoversi leggendo questa bella testimonianza di Sandro Luporini, che con Gaber ha condiviso più di trent’anni di sodalizio artistico e personale.

E’ schivo Luporini, e il suo nome lo leggevamo solo nelle locandine degli spettacoli. Oppure lo scandiva Gaber, alla fine dei concerti, prima degli storici bis: “SANDRO LUPORINI!”

Oggi l’amico esce dal suo silenzio e parla, finalmente, non solo regalandoci quel Gaber che solo lui avrebbe potuto raccontare, ma soprattutto facendoci capire quanto profondo e intenso sia stato il loro legame. Senza Luporini non ci sarebbero stati il signor G. e tutte le esperienze musicali e teatrali, fino a “Non insegnate ai bambini”, ultimo struggente atto del percorso artistico di Gaber, ma anche del sodalizio Gaber Luporini.

Per tutto il libro ho avuto la sensazione di sentir parlare Gaber: ogni frase sembra scritta per essere letta da lui. Leggendo il libro si capisce bene perché. Gaber e Luporini non sono stati rispettivamente il musicista e il paroliere dei loro lavori, ma ciascun lavoro è nato da un dialogo intenso tra i due, fino a diventare il frutto di una voce sola.

Una voce sempre presente a commentare gli anni difficili della nostra storia, una voce libera dai condizionamenti e dalle appartenenze, anche a costo di pesanti critiche. 
Così, noi che siamo cresciuti assieme al signor G., mentre ripercorriamo la storia del Teatro Canzone, riviviamo anche la storia della nostra vita, e il malessere esistenziale di fronte a un mondo che ci piace sempre meno è stato anche il nostro malessere. 

Chi cerca in questo libro il Gaber privato, rimarrà deluso. La riservatezza che ha caratterizzato la vita di Gaber è la stessa del suo amico Luporini. Ci concede solo qualche tenera incursione: Gaber con le Clark in spiaggia, e con il cappotto al ristorante in riva al mare in giugno, “per via degli spifferi”. E poi si ferma, con delicato pudore, di fronte alla malattia.

A me, e a tanti come me che c’eravamo, rimane un rimpianto: non aver fatto in tempo a condividere con i nostri figli gli spettacoli di Gaber, e sono tanti i ragazzi che avrebbero voluto esserci. Forse è anche per questo che nel libro Luporini immagina di raccontare il suo Gaber a un giovane, Lorenzo. 

Degli spettacoli sono rimaste pochissime tracce, come lo stesso Luporini lamenta, chiedendosi lui per primo come mai non abbiano mai pensato di filmarli. Ma forse è meglio così. La magia rimane nei nostri ricordi e in parte la ritroviamo leggendo questo libro. 

Io ricorderò i bis. Era un momento speciale: terminato lo spettacolo, Gaber tornava sul palcoscenico, le luci rimanevano accese, lui prendeva la chitarra e, stanco e sudato, cantava le canzoni più amate, trasformando il teatro nel luogo di una festa tra amici. Ogni volta ci faceva credere che era lì solo per quella sera, solo per noi. Grazie Gaber. Grazie Luporini.

Sandro Luporini, G. Vi racconto Gaber,  Mondadori, 2013

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall'alto i problemi sembrano più piccoliAvere un sogno, realizzarlo e non smettere di sognare: questo spinge l’astronauta italiano Paolo Nespoli a tornare nello spazio a sessant’anni.

L’Agenzia Spaziale Italiana ASI e l’Agenzia Spaziale Europea ESA hanno annunciato che il 29 maggio del 2017 Paolo Nespoli partirà per una missione di sei mesi sulla Stazione Internazionale ISS. Nespoli, alla sua terza esperienza, a quella data avrà sessant’anni e sarà il più anziano astronauta a rimanere così a lungo nello spazio.

Mi sono chiesta che cosa spinga un uomo della sua età, che dalla vita ha avuto molto e ha centrato gli obiettivi che si era posto, ad accettare un incarico così gravoso sul piano fisico e psicologico.  Incuriosita ho cercato la risposta nel suo libro.

Paolo Nespoli da ragazzo aveva un sogno: diventare astronauta. Poi la vita lo ha portato altrove e il sogno è rimasto a lungo nel cassetto.

A 27 anni ha una carriera militare ben definita: fa parte delle Forze Speciali come incursore paracadutista presso il 9° Reggimento Col Moschin e si trova in Libano nella Forza Multinazionale di Pace.

Un giorno riceve l’incarico di accompagnare Oriana Fallaci ovunque lei voglia andare nelle zone di guerra, e di vigilare affinché non le accada nulla.

Terminata per entrambi l’avventura libanese, sulla via del ritorno, la Fallaci gli chiede: “Ma tu, cosa vuoi fare da grande?”. A lui viene in mente il regalo di Caterina, la sua fidanzatina dell’adolescenza: il libro della Fallaci Se il sole muore, che aveva contribuito a far nascere il sogno di volare nello spazio. Dopo averci pensato un po’, risponde “l’astronauta”, aggiungendo subito di essere ormai troppo anziano, senza laurea e privo della conoscenza dell’inglese. Implacabile la risposta della scrittrice: “E perché no? Sei giovane e capace e se questo è il tuo sogno devi crederci e darti da fare”.

23 anni più tardi Nespoli parte per la missione con lo Shuttle, in seguito trascorre  sei mesi sull’ISS, nel 2010. Nel mezzo, anni di fatica e di duro lavoro, sempre con la convinzione che i sogni si possano realizzare.

Nel libro di Nespoli ho trovato la risposta che cercavo – e che speravo di trovare: è per la realizzazione dei nostri sogni che vale la pena di lottare, faticare, senza arrendersi mai.

Che caratteristiche deve avere un sogno per essere realizzabile? Secondo Nespoli, deve essere un sogno realistico: “impossibile ma non troppo”, “lontano ma non irraggiungibile”, “da incosciente ma non da dissennato”.

E poi, il sogno deve essere coerente con i nostri valori profondi, deve dare significato agli sforzi profusi per realizzarlo e alla nostra vita stessa.

Nespoli si sorprende quando va nelle scuole a parlare della propria esperienza e ragazzi di 12-13 anni gli domandano quanto guadagna, per decidere se da grandi vorranno o meno fare gli astronauti. Il messaggio che cerca di trasmettere ai giovani è che l’impegno che metteranno per portare avanti le loro scelte darà buoni frutti se sostenuto da significati più alti e profondi del semplice desiderio di diventare “ricchi e famosi”.

L’obiettivo di Nespoli è

“spronare a sognare, a sognare cose impossibili, e poi svegliarsi e impegnarsi a realizzarle, perché se riesci ad andare in un posto con la mente, probabilmente ci potrai arrivare anche con il corpo. Tutti, se ci credono, possono accedere al proprio sogno, ma occorrono perseveranza, sacrificio, impegno e soprattutto passione. Alla fine è meglio essere preparati per qualcosa che non succederà mai piuttosto che lasciarsi sfuggire un’opportunità perché non si era pronti.” 

Paolo Nespoli, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli. Lezioni di vita imparate dallo spazio, Mondadori 2012

Amori supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché 

Amori supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché 

             Non sei tu, sono io. Sei una persona meravigliosa, ma… non ti amo più.

Inizia spesso con queste parole il tormento di chi, abbandonato senza un perché, subisce un tracollo emotivo devastante.

Dopo I narcisisti perversi e le unioni impossibili, Enrico Maria Secci va ancora una volta dritto al cuore dei suoi lettori, trattando dell’abbandono repentino e immotivato del partner in una relazione che appariva priva di problemi. 

Secci li chiama amori supernova: come le esplosioni stellari, sono improvvisi e devastanti.

Amori supernova conferisce dignità scientifica a un argomento spesso sbrigativamente reputato appannaggio della posta del cuore nelle riviste femminili.

Sfatando il luogo comune per cui, nella rottura di una coppia, la “colpa” è sempre di entrambi, Secci evidenzia una vera e propria psicopatologia in chi abbandona il partner dal giorno alla notte e senza conoscere le motivazioni del proprio cambiamento.

La vittima dell’abbandono incorre in un vero e proprio “disastro emozionale”, un trauma che, se non adeguatamente elaborato, può evolvere in una sindrome psicopatologica paragonabile al disturbo post traumatico da stress.

Disperazione, incredulità, autocolpevolizzazione, rabbia, amarezza, attesa, rassegnazione: così è lastricato il percorso di dolore di chi è stato abbandonato.

E’ un percorso che porta inevitabilmente alla perdita del senso della propria vita, e la perdita del senso – come ci ha insegnato il grande psicologo Viktor Frankl – conduce alla depressione.

Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché, recita il sottotitolo. 

Si può intervenire – e si deve – perchè la persona abbandonata elabori il lutto e non riproduca in una relazione futura le medesime dinamiche disfunzionali che hanno favorito la rottura.

Secci delinea i percorsi possibili. Parte dalla diagnosi, enucleando i tratti di personalità ricorrenti in chi abbandona e proponendo degli strumenti per individuarli.

Attraverso la narrazione di storie reali, tratte dalla sua esperienza professionale, l’Autore illustra i contesti psicologici che favoriscono il fenomeno, le dinamiche psicologiche di chi abbandona e di chi è abbandonato e le soluzioni possibili per ritrovare nuovi e più funzionali equilibri.

Suggerisce dunque i percorsi terapeutici più adatti, e lascia intendere che il sostegno dello psicoterapeuta è di vitale importanza per poter affrontare in maniera equilibrata le relazioni future.

Secci ha mantenuto i contatti con le coppie di cui ha narrato la storia, potendone così valutare la situazione a distanza di tempo dalla fine della terapia.

Sorprende constatare che spesso l’abbandono del partner non ha portato alle persone supernova la realizzazione sperata. Al contrario, le ritroviamo deluse e smarrite, a idealizzare l’amore ormai perduto che, al contrario, ha recuperato un sano equilibrio emotivo e affettivo.

Non sempre è così. Può anche accadere che  i partner riescano a ricostruire la coppia su basi rinnovate, ma per fare questo occorre la volontà e la capacità da parte di entrambi di mettersi seriamente in discussione.

Amori supernova è una lettura molto utile per chi subisce il trauma dell’abbandono, ma non è un manuale di auto aiuto: se mai, suggerisce spunti di riflessione su cui impostare il proprio percorso di superamento del trauma, possibilmente con il sostegno di un professionista.

È utile alla supernova, perché rifletta sul fatto che probabilmente non è l’abbandono del partner la soluzione al suo disagio, ma forse c’è dell’altro e vale la pena di approfondire.

È utile allo psicoterapeuta, che coglierà le coordinate cliniche efficaci nell’approccio alle dinamiche di chi è abbandonato e di chi abbandona.

Il linguaggio è quello consueto di Enrico Maria Secci, come lo conosciamo grazie al suo blog e ai suoi numerosi libri: chiaro e comprensibile a tutti, pur nel rispetto del rigore scientifico.

Infine, una considerazione. L’opera è il risultato degli studi e della esperienza clinica dell’Autore, ma riflette tutta la sua umanità. 

Secci, infatti, confida di sapere che cosa si provi, avendo sperimentato egli stesso il dolore di cui scrive. Lo psicoterapeuta non è esente dalla sofferenza e, quando arriva, ha il dovere morale di gestirla correttamente, per aiutare al meglio i pazienti.

Anche lui dunque ha sofferto e lavorato intensamente per riprendere in mano la sua vita.

E alla sua supernova il dottor Secci dedica questo libro.

Enrico Maria Secci

Amori Supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché

Youcanprint, 2017

Io ci sono

Io ci sono

Lucia Annibali Io ci sonoIl 16 aprile 2013 Lucia Annibali, giovane avvocatessa di Pesaro, rientrando la sera nel suo appartamento, trova ad attenderla un uomo che le lancia dell’acido sul viso e su una mano, sfigurandola. Lucida e determinata, pur nel dolore tremendo e nella confusione del momento, Lucia fa subito il nome del mandante: Luca Varani, anch’egli avvocato, con cui ha avuto una relazione tormentata. 

Varani viene arrestato la notte stessa.

Inizia per Lucia un calvario difficile da descrivere, fatto di interventi dolorosi e alternarsi di speranze e delusioni.

A distanza di un anno, proprio nei giorni in cui Varani viene condannato a vent’anni di carcere, Lucia Annibali pubblica la sua storia, in collaborazione con la giornalista Giusi Fasano, che con delicatezza e competenza la aiuta a dare parole al suo dolore.

E’ la storia di un anno di vita: dalla sera dell’acido – le Twin Towers della vita di Lucia – fino all’inizio della nuova vita.

Entriamo, anzi, veniamo catapultati, nella vita di Lucia la sera dell’agguato e la seguiamo con il fiato sospeso al Pronto Soccorso di Pesaro e poi al Centro Grandi Ustioni di Parma, mentre di ora in ora si svelano terribili verità: gli occhi non vedono più e non si sa se vedranno ancora, la pelle cola via e con essa i connotati del bellissimo volto di Lucia.

Lei non molla: decide subito di farcela, lo deve a se stessa, alla sua splendida famiglia che soffre accanto a lei, e, soprattutto, vuole, deve, voltare pagina, chiudere con la vita di prima, con il rapporto di non amore, il mostro che l’ha portata fin qui. E non c’è posto per l’odio e il rancore: chi ha voluto tutto questo diventa semplicemente “lui”, non merita nemmeno un nome, il suo nome Lucia non lo pronuncerà più.

Se c’è un mostro che ha voluto uccidere Lucia offendendone la bellezza, c’è anche un mondo di persone bellissime, Lucia le scopre giorno per giorno, mentre la prendono per mano per uscire dalla disperazione: dalla famiglia agli amici, dal personale medico agli investigatori, fino alla gente comune che vuole farle giungere una parola di solidarietà. Tutti hanno un posto in questa vicenda corale di solidarietà e di risposta all’odio e alla follia distruttiva.

Nel suo letto di ospedale, al buio in cui è sprofondata, Lucia rivive la sua storia di non amore, per raccontarla agli inquirenti, ma anche per liberarsene per sempre.

E noi la seguiamo con lei, stupiti quanto lei del fatto che non si sia accorta di tanti segnali, campanelli di allarme che – visti da fuori – farebbero dire a chiunque: “Ma come, non ti accorgi che in questa relazione troppe cose non vanno?”

Non deve essere stato facile scrivere queste pagine, ma leggendole si avverte l’urgenza che le ha dettate; è una sorta di percorso terapeutico che, come tale, ha in sé tanto dolore, ma promette alla fine la consapevolezza e la libertà.

Mi piacerebbe che tante persone leggessero questo libro per ricordarsi che il coraggio e la determinazione permettono di vincere anche le battaglie più dure e Lucia ce lo dimostra: è grazie al suo coraggio che giorno dopo giorno ha ricostruito il suo volto, ha ridato luce ai suoi occhi che sembravano spenti per sempre e ha iniziato una nuova vita, più intensa e significativa che mai.

Vorrei che lo leggessero in tanti – uomini e donne – perché il monito di Lucia è che la violenza, la mancanza di rispetto e di lealtà non sono mai segni di amore, ma atti da respingere sempre, fin dal primo momento: accettarne o sottovalutarne uno può significare l’inizio di una catena senza fine che può portare conseguenze tragiche.

Il Presiedente della Repubblica ha conferito a Lucia l’Onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana, e ha scelto l’8 marzo 2014, la giornata mondiale della donna, per onorare assieme a lei tutte le donne che hanno subito violenza.

Si tratta di un gesto significativo, ma non va dimenticato che la violenza non ha genere.

Lucia Annibali – Giusi Fasano, Io ci sono. La mia storia di non amore, Rizzoli, 2014.

 

I narcisisti perversi e le unioni impossibili

I narcisisti perversi e le unioni impossibili

I narcisisti perversiI narcisisti perversi sono uomini e donne incapaci di intessere relazioni d’amore sane e rispettose dell’altro. Sono innamorati di se stessi – come il mitico Narciso – e  sanno provocare tanta sofferenza in chi ha la sventura di innamorarsi di loro. Le vittime del loro fascino non riescono a farsi amare in maniera matura e cadono quasi sempre nella trappola della dipendenza affettiva. 

Ce ne parla lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci in questo bel libro I narcisisti perversi e le unioni impossibili, il cui sottotitolo è una speranza e una promessa: Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi.   

Secci ha individuato i Narcisisti perversi attraverso le narrazioni dei suoi pazienti e le testimonianze dei numerosissimi frequentatori del suo Blog Therapy.  

Egli osserva che molti pazienti approdati al suo studio  perché sofferenti di  attacchi di panico, depressione, fobie, disturbi alimentari, in realtà celano un disagio più profondo. Infatti, una volta sconfitto il sintomo per il quale è stato chiesto aiuto, permane un malessere, la sensazione che  ci sia ancora qualcosa da affrontare. Approfondendo la relazione terapeutica, emerge che questo “qualcosa” ha a che fare con una relazione sentimentale dolorosa, impossibile da migliorare ma anche da sciogliere: la dipendenza affettiva da un narcisista.

Il narcisismo è una struttura psicologica complessa e Secci ce ne illustra le caratteristiche con un excursus storico degli autori che l’hanno descritta. Va precisato che il narcisismo di per sé non è una patologia: esistono personalità narcisiste sane, di solito gradevoli e affascinanti. Diventa un elemento insano quando inserito in una struttura di personalità mal adattata e patologica.

Passando dalla teoria alla pratica, il libro presenta chiari modelli interpretativi, test di autovalutazione, e numerosi esempi pratici, ponendosi in tal modo anche come manuale di auto-aiuto. Certamente, non intende sostituire il terapeuta, ma fornisce gli strumenti per valutare se ci si trova davanti a un narcisista perverso e se si è caduti nella trappola della dipendenza affettiva.

Come sempre, il linguaggio di Enrico Maria Secci – dai post sul suo Blog ai testi professionali o divulgativi – è chiaro e accessibile a tutti, pur mantenendo la correttezza del rigore scientifico.

Per finire, vale la pena di sottolineare che I narcisisti perversi rappresenta un caso editoriale su cui riflettere. E’ stato pubblicato presso una piattaforma di self publishing, sia nella sua veste cartacea che in e-book. Secci è Autore affermato e avrebbe trovato accoglienza presso qualsiasi Casa editrice a cui avesse proposto il suo testo, ma, volendo evitare i tempi lunghi del percorso editoriale classico, ha scelto la strada più veloce dell’auto-pubblicazione.

Senza il sostegno di un importante Editore, il libro sta scalando le vette delle classifiche di vendita con la sola forza del passaparola e soprattutto della validità del suo contenuto. C’è una lezione da imparare: un libro si promuove da solo quando è ben scritto e il suo messaggio è utile alle persone.

Enrico Maria Secci,  Il narcisisti perversi e le unioni impossibili.  Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi,  Youcaprint Editore, 2015

Emicrania

Emicrania

Oliver Sacks EmicraniaOliver Sacks, il grande neurologo scomparso da poco, viene ricordato in questi giorni per i suoi libri più famosi, come “Risvegli” e “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mi piace ricordarlo anche con un libro meno conosciuto, “Emicrania”, che a mio avviso è ancora oggi – a distanza di tanti anni dalla sua pubblicazione  – un punto di riferimento sull’argomento.

L’emicrania è descritta da almeno 2000 anni: sconcertava Ippocrate, ha accompagnato la vita di personaggi come Giulio Cesare, Kant e Freud, e ancora oggi tormenta tante persone in tutto il mondo e in tutte le culture.

Sacks ne dà una descrizione esauriente e minuziosa, esaminandola da tutte le prospettive. Il libro è composto da cinque parti:

1. L’ esperienza dell’emicrania

Nella prima parte del trattato, Sacks ci guida alla sua scoperta dell’emicrania descrivendo le manifestazioni che incidono profondamente nel vissuto emotivo di chi ne soffre, tanto da da parlare di esperienza dell’emicrania.

I suoi sintomi sono così drammatici da terrorizzare chi li sperimenta per la prima volta, così complessi da sconcertare a volte persino il medico.

Non è semplicemente “mal di testa”, ma una costellazione di sindromi che esitano in diverse forme di emicrania, ciascuna caratterizzata da manifestazioni differenti, alcune bizzarre come l’aura emicranica, che provoca disturbi visivi, o inconsueti come lo strano benessere che precede alcuni attacchi.

Sacks elabora una classificazione in base ai sintomi, descrivendone minuziosamente le manifestazioni, con molti esempi concreti, tratti dai numerosi casi clinici che ha trattato:

° Emicrania comune

° Equivalenti emicranici

° L’aura emicranica e l’emicrania classica

° Nevralgia emicranica (“mal di testa a grappolo”), emicrania emiplegica, oftalmoplegica,   psueudoemicrania.

2. L’insorgenza dell’emicrania

La seconda parte è dedicata all’eziologia dell’emicrania, alle ragioni per cui insorge, e all’analisi delle circostanze e degli agenti esterni che scatenano gli attacchi

3. Le basi dell’emicrania

La terza parte del libro è la più difficile per il lettore profano, poiché analizza i meccanismi fisiologici dell’emicrania.

4. Criteri terapeutici

La quarta parte del trattato parla di come si cura l’emicrania, sia nella fase acuta sia nell’ottica della prevenzione. Si parla di farmaci, ma non solo: anche di igiene di vita e di buone pratiche per evitare lo scatenarsi degli attacchi.

5. L’emicrania come universale

L’ultima parte del libro ci guida alla scoperta dell’aura emicranica, un fenomeno così complesso che è riduttivo ascrivere alla categoria dei disturbi visivi. Qui, il medico Sacks è anche artista, e con sguardo affascinato descrive l’aura nella storia e nell’arte, come l’hanno vissuta e tanti personaggi famosi e gente comune.

Non dobbiamo cercare di guarire se prima non abbiamo ascoltato

E’ sorprendente come la lettura di un trattato di medicina risulti così affascinante per il profano e questa è la grandezza di Sacks: aver scritto di argomenti difficili, trasformandoli in avvincenti viaggi nel cervello umano.

Anche quando affronta i risvolti più tecnici dell’emicrania, Sacks non perde mai di vista che, al di là delle classificazioni, delle ipotesi eziologiche e terapeutiche, è sempre alla persona emicranica e al suo vissuto emotivo che dobbiamo guardare.

Scrive Sacks:

Oggi noi ci diamo un gran da fare, attorno al paziente emicranico, con iniezioni e interventi che avrebbero fatto inorridire Liveing o i medici vittoriani, ed è proprio questa sorta di agitazione che può avere l’esito paradossale di aggravare anziché alleviare la malattia che cerca di guarire. Nella migliore clinica per emicranici da me visitata, il malato veniva condotto senza un movimento o una parola di troppo, in una stanza da letto buia; lì poteva stendersi, riposare, e volendo, ricevere un po’ di tè e un paio di aspirine.
I risultati di questo regime semplice e naturale erano di gran lunga più significativi di quelli da me osservati in altre cliniche, anche nei casi di attacchi di emicrania classica molto gravi. Ne ricavai la piena convinzione che, per la grande maggioranza dei pazienti e degli attacchi, la risposta non sta in farmaci sempre più potenti, e nemmeno nell’aggressione terapeutica, bensì nella sensibile comprensione della sofferenza; in un profondo senso della capacità guaritrice della natura stessa (vis medictrix naturae) e nell’umiltà con cui si cerca di armonizzarsi con la natura, mai di tiranneggiarla. (p. 390).

In quest’ottica, può anche accadere che l’emicrania abbia un senso nella vita del paziente, gli può persino “servire”, e non è prudente liberarlo dal suo giogo senza aver a lungo dialogato con lui. Paradossale – ma non troppo per chi conosce la psicosomatica – il caso del paziente matematico:

Un altro paziente tra i primi che visitai, il matematico sofferente di emicrania, impose alla mia attenzione considerazioni di tipo “economico”. Con lui, fu facile trovare farmaci antiemicranici efficaci. L’ergotamina funzionava, e anche molto bene; ma, quando lo guarii dall’emicrania, lo guarii anche dalla matematica: per quanto paradossale, sembrava che egli avesse bisogno della prima per conservare la seconda. Ed egli concluse: “Mi terrò l’emicrania: penso che sia meglio lasciare le cose come stanno”. Questa esperienza servì anche a contenere il mio smanioso bisogno di “curare”, mi portò ad ascoltare con più attenzione i pazienti e quello schema di “caratteristiche e fattori sempre mutevoli che il paziente emicranico subisce e al tempo stesso alimenta” (pag. 410).

Consiglio la lettura di questo libro innanzi tutto agli emicranici: si sentiranno meno soli e meno incompresi e impareranno a guardare con speranza al proprio problema, per  dare un senso alla propria sofferenza, primo passo per poterla curare nel senso più completo del termine.

Credo che lo debbano leggere anche i medici: soprattutto quei medici troppo sicuri che la pillola giusta risolverà il problema, quei medici che davanti a un paziente che soffre di emicrania pensano subito alla soluzione più rapida per la patologia e non all’approccio migliore – e unico – per “quella” persona:

Perché se qualcosa affligge i pazienti emicranici, oltre all’emicrania, è il fatto di non essere ascoltati dai medici; osservati, analizzati, imbottiti di farmaci, spremuti, ma non ascoltati. (pag. 361).

Ma non è forse così per tutte le sofferenze?

 

 

Oliver Sacks Emicrania, Adelphi, 1992

 

 

 

 

 

 

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi Still AliceCome si può sentire una persona cui viene diagnosticata la malattia di Alzheimer? Come si sentirebbe ciascuno di noi? Come si convive giorno dopo giorno con il progressivo sgretolarsi della memoria e con essa la propria stessa vita?

Prova a immaginarlo Lina Genova, neuropsichiatra del Massachusetts, studiosa del cervello e delle sue degenerazioni, in particolare dell’Alzheimer.

Dalla sua fantasia e dalla sua esperienza clinica nasce il romanzo Perdersi, che narra la storia di Alice Howland, brillante docente universitaria di linguistica a Harvard.

Un matrimonio riuscito, tre figli ormai indipendenti, Alice vive una vita piena e realizzata tra affetti e impegno professionale.

Da un po’ di tempo soffre di qualche vuoto di memoria: durante una lezione le sfugge una parola, a casa cerca inutilmente un oggetto per poi ritrovarlo proprio dove deve essere, dimentica un appuntamento, promette di inviare una e-mail e non lo fa.

Sarà lo stress, pensa, o l’effetto del naturale avanzare dell’età.

Ma le dimenticanze e le lacune si fanno sempre più frequenti, finché un giorno Alice si smarrisce mentre fa jogging a due passi da casa e per un po’ non sa più dove si trova.

Decide di sottoporsi agli accertamenti medici e la diagnosi è terribile: Alzheimer precoce, a cinquant’anni appena compiuti.

De-menza vuol dire senza mente ed è la perdita più drammatica che possa capitare a un essere umano. Alice, con la lucida consapevolezza di una addetta ai lavori, sa che cosa l’aspetta: assistere al deteriorarsi della memoria, fino a perdere la sua stessa esistenza, perché i ricordi sono l’essenza della vita stessa.

Donna colta e avvezza alla tecnologia, Alice la utilizza per non perdersi nella nebbia della sua memoria sempre più labile, e vale la pena riflettere sul ruolo che gli strumenti tecnologici possono rivestire come sostegno ai malati di demenza.

Alice delega al suo Blackberry il compito di supportare la sua memoria e di compensarne le falle sempre più grandi. Non solo, lo ha programmato per porle ogni mattina alcune domande, sempre le stesse, per verificare che le informazioni più preziose non siano perdute.

Significativo l’episodio in cui il marito di Alice trova il Blackbarry nel freezer, ormai distrutto, ed è l’inizio della fine.
La solidarietà di amici e colleghi e soprattutto l’amore dei familiari hanno un ruolo fondamentale nel sostegno del malato di Alzheimer, ma loro, i sani, non possono comprendere fino in fondo come ci si sente quando si perdono giorno dopo giorno tasselli di vita.

Consapevole di ciò, Alice cerca un gruppo di sostegno per affrontare la sua malattia assieme ad altri con le medesime problematiche e scopre che tali gruppi non esistono: tutte le iniziative sono rivolte ai parenti, per condividere lo stress dell’assistenza. Crea lei stessa un gruppo di auto-aiuto, cercando altri malati di Alzheimer che vogliano parteciparvi e scopre che il bisogno di condividere e di farsi coraggio l’un l’altro c’è e va accolto.

Ma con l’evolvere della malattia, anche i membri del gruppo si perdono e l’amore della famiglia non basta più: man mano che si perde la possibilità di comunicare, emerge lo sconcerto di non riconoscere la persona amata e di allontanarsi sempre di più. Alice lo sa molto prima che accada:

“Desiderò di avere piuttosto un cancro. Avrebbe barattato l’Alzheimer con il cancro in un batter d’occhio. Si vergognò per averlo desiderato e di sicuro era un patto inutile, ma si concesse comunque la fantasticheria. Un cancro era qualcosa contro cui potersi battere. C’erano la chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia. La sua famiglia e la comunità di Harvard l’avrebbero sostenuta nella sua lotta e l’avrebbero considerata nobile. E se anche ne fosse stata sconfitta, alla fine, avrebbe potuto guardarli consapevolmente negli occhi e salutarli tutti prima di andarsene.
L’Alzheimer invece era una brutta bestia. (…)
E se una testa calva e un nastrino anticancro erano considerati emblemi di coraggio e speranza, il suo vocabolario difficoltoso e i ricordi annebbiati parlavano invece di instabilità mentale e demenza incombente. Chi era malato di cancro poteva contare sul sostegno della comunità. Alice si aspettava di essere emarginata. Persino le persone più istruite e meglio intenzionate tendevano a tenersi a timorosa distanza dai malati mentali. Non voleva diventare qualcuno che la gente temeva e allontanava.”

Da alcuni anni di Alzheimer si occupa la divulgazione scientifica, la letteratura e il cinema, ma l’attenzione è quasi sempre rivolta a chi deve assistere un ammalato, perché è devastante perdere una persona amata ancora viva, ma ormai lontana. L’originalità di Lina Genova è l’aver raccontato l’Alzheimer dalla parte di chi ne è affetto.

Il romanzo ha avuto un enorme successo, tanto da diventare un film, Still Alice, con la splendida Julianne Moore, Premio Oscar per la miglior attrice protagonista, registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland.

Julianne Moore in Still Alice

Julianne Moore in Still Alice

Particolare commovente, nel 2011, poco prima dell’inizio dei lavori di Still Alice, fu diagnosticata a Richard Glatzer la sclerosi laterale amiotrofica e la malattia ha avuto un decorso molto rapido. Ciò non gli ha impedito  di continuare a lavorare accanto a Westmoreland.

Glatzer è morto il 10 marzo 2015, poco dopo la conclusione delle riprese del film.

Lisa Genova, Perdersi, Edizioni Piemme, 2012

Guarda il trailer del film

 

Afrika is Afrika

Afrika is Afrika

Afrika is Afrika

Vito Sgrò è un pediatra malato di ‘mal d’Africa’. La sua malattia consiste nell’incapacità di vivere sereno nel suo paese finché in Africa – terra che ama fin da ragazzo – ci saranno bambini che muoiono di fame, di stenti, di mancanza di cure.

Così, ‘Doktor Vitto’, come lo chiamano da quelle parti, da trent’anni alterna la sua vita di medico a Roma a periodi di permanenza in Africa, al servizio dei più umili, lavorando per diverse ONG.

La storia del libro Afrika is Afrika è singolare. Quanto si trova in Africa – e solo là – Doktor Vitto scrive: “Un’avventura nata per caso, per tenermi compagnia e darmi coraggio nei momenti di difficoltà ma che presto mi ha preso la mano lasciandomi scoprire il piacere della parola scritta, della condivisione e del confronto.”

E la condivisione e il confronto passano attraverso Whatsapp: potere della tecnologia. Ogni sera Vito manda un messaggio agli amici in Italia, e sono messaggi di amore, di dolore, di vita e di morte, di nostalgia di casa.

Vito ci racconta la sua giornata, condivide con noi la gioia di aver salvato un bambino, il dolore di una morte inaspettata, l’impotenza davanti all’assurdità della guerra, che consegna ogni giorno al piccolo e malandato ospedale in cui lavora persone martoriate nel corpo e nell’anima.

I racconti di Vito entrano nelle nostre vite, alla fine di giornate che magari ci erano sembrate faticose o difficili, e ci costringono a rimettere tutto in discussione, a cambiare il punto di osservazione delle nostre stesse vite e a ridimensionare le nostre preoccupazioni.

Leggendoli, mi chiedo spesso che cosa spinga un medico affermato e molto amato dai suoi pazienti a lasciare il suo studio, il bel quartiere dove la vita è gradevole, i figli, gli affetti più cari, per trascorrere lunghi periodi dove le condizioni di vita sono estreme a dir poco.

E mi chiedo anche come faccia a sdoppiarsi: quando è costretto a decidere a chi dare (e a chi negare) l’ultimo pasto proteico, dovendo scegliere il più grave tra tanti bambini provati dagli stenti. E quanto, sempre lui, nel suo studio romano, ascolta pazientemente la mamma che si lamenta perché il suo bambino le sembra inappetente.

Forse una risposta non c’è, o forse Vito la sta ancora cercando ed è insita nel senso della vita, della morte e della professione. Lui di sicuro dà significato ai suoi giorni.

Grazie, Vito per la tua testimonianza. Quando tornerai in Africa, e sarà presto, non dimenticare che noi aspettiamo i tuoi messaggi.

Vito Sgrò Afrika is Afrika Herald Editore 2016