Scrittura introspettiva con il Training Autogeno

Scrittura introspettiva con il Training Autogeno

La scrittura rappresenta un formidabile strumento terapeutico e di autoconoscenza, come sanno bene gli psicoterapeuti che la utilizzano.

La pratica del Training Autogeno può essere anche una occasione per praticare la scrittura introspettiva?

Sì, può esserlo, a patto che dedichiamo l’opportuno spazio alla stesura del Protocollo: si tratta di un diario di bordo dove annotare le sensazioni provate durante le esercitazioni del Training Autogeno, ma può diventare anche tanto altro.

Il terapeuta e l’allievo discutono assieme contenuto del diario e individuano per tempo eventuali errori di esecuzione degli esercizi, favorendo così il percorso di conquista del benessere psicofisico.

Per chi inizia a praticare il TA, il Protocollo è utile poiché assume due importanti funzioni.

  • È un compagno di viaggio, utile non solo per imparare il Training, ma anche per scoprire quello che avviene al proprio interno mentre si progredisce nel percorso.

     

  • È un canale aperto con il terapeuta, che leggerà con attenzione i progressi dei suoi allievi, ma anche le emozioni che si manifestano man mano che essi progrediscono nell’esplorazione di sé, tipica del TA.

Da molti anni insegno il TA a distanza nei miei percorsi online e ho potuto apprezzare l’importanza del Protocollo, poiché è il mezzo che tiene viva la relazione con gli allievi, dal momento che manca l’interazione dal vivo.

I miei corsi privilegiano la parola scritta, importante strumento di comunicazione e di introspezione.

Invito i partecipanti a utilizzare il Protocollo, descrivendo, oltre alle sensazioni fisiche provate durante gli esercizi anche ciò che la mente produce in termini di emozioni, ricordi, visualizzazioni spontanee.

È sorprendente osservare che tante persone vanno oltre la semplice annotazione “di servizio”, e desiderano esprimere i contenuti psichici emersi durante il Training.

Si delinea così un dialogo specialissimo e assai intenso tra terapeuta e addestrando, un valore in più – uno dei molti – del Training Autogeno.

In quest’ottica, possiamo considerare il Protocollo del TA un vero Diario terapeutico, una esperienza di scrittura introspettiva, da cui emergono spesso – e del tutto spontaneamente – vissuti intensi che, partendo dal corpo, raggiungono il mondo interiore. 

Si svelano così traumi irrisolti, ricordi rimossi, nuove intuizioni per voltare pagina nella propria vita.

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Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Due metodi di rilassamento a confronto

Il Training Autogeno (TA), e il Rilassamento Muscolare Progressivo (RMP) sono tra i metodi consigliati per prevenire e curare l’ansia e i disturbi che ne derivano e più in generale per promuovere il benessere psicofisico.

Entrambi sono stati sottoposti a verifiche scientifiche rigorose e possiamo affermare con certezza che sono affidabili ed efficaci.

Come orientarsi nella scelta dell’uno o dell’altro?

Esaminiamo affinità e differenze.

La storia

Il TA e il RMP hanno una lunga storia.

Il Training Autogeno è stato elaborato tra il 1908 e il 1912 da Johannes Heinrich Schultz , neurologo e psichiatra tedesco (1884-1970) .

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e basandosi sulla sua esperienza clinica ha elaborato un metodo in grado di procurare gli stessi benefici dell’ipnosi senza la necessità dell’intervento diretto del terapeuta.

Grazie all’allenamento (training), il benessere psicofisico si genera da sé (autogeno).

Schultz conosceva anche lo Yoga e si è in parte ispirato anche a questa antica pratica, tanto che il TA è conosciuto anche come “Yoga occidentale”.

Leggi anche: La storia del Training Autogeno

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è stato elaborato dal neurologo americano Edmund Jacobson (1888-1983) dal 1936 fino agli anni 70.

Jacobson parte da un presupposto molto semplice: lo stress induce tensione muscolare.

Gli stati d’animo influenzano le risposte del corpo, ma è vero anche il contrario: se impariamo a rilassare il corpo, calmiamo anche la mente.

Poiché dopo ogni tensione muscolare avviene una distensione, l’apprendimento del RMP consiste nell’allenarsi a contrarre e poi decontrarre tutti i muscoli del corpo secondo uno schema ben preciso.

Un gioco di tensione-distensione, in virtù del quale si raggiunge il rilasciamento muscolare e la calma psichica.

La diffusione

La divulgazione del Training Autogeno è stata inizialmente lenta, e solo dagli anni 70 in poi il pubblico più vasto ha iniziato a conoscere e apprezzare il metodo.

Se ne iniziò a parlare quando la squadra italiana di sci venne allenata con il TA per migliorare la concentrazione nelle prestazioni sportive. Era la mitica “valanga azzurra” protagonista di un grande successo.

Da allora il TA si diffuse sia a livello clinico, come tecnica per curare l’ansia, che nelle situazioni non cliniche: nello sport, nel lavoro, nell’arte e nello studio, solo per fare alcuni esempi.

Il RMP è stato a lungo trascurato a causa della complessità degli esercizi ideati da Jacobson.

L’intera sequenza richiedeva tempi di esecuzione molto lunghi e poche persone avevano la costanza di portare a termine l’intero percorso.

In anni più recenti, Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec  hanno rielaborato il RMP abbreviando la sequenza degli esercizi.

In tal modo lo hanno reso accessibile anche a chi non ha troppo tempo da dedicare alla pratica.

Per approfondire: Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec, New Directions in Progressive Relaxation Training: A Guidebook for Helping Professionals, Praeger, 2000.

Come si praticano

Entrambi i metodi richiedono una ripetizione quotidiana, regolare e costante, di esercizi specifici.

Per praticare il Training Autogeno occorre ripetere mentalmente delle formule verbali, in posizione comoda e rilassata, per una sequenza di sette esercizi.

La pratica del RMP, invece, richiede movimento.

Occorre allenarsi a contrarre e poi rilasciare tutti i muscoli con una successione prestabilita: dalla mano dominante, al bicipite, e così via per tutti i distretti muscolari.

Vedi il Corso online di Training Autogeno

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Lo stato mentale

Con il Training Autogeno si raggiunge uno stato di coscienza in cui prevale l’attivazione dell’emisfero destro del cervello e si raggiunge un restringimento del campo di coscienza.

Si rinuncia all’attenzione e ci si immerge in un’esperienza passiva di abbandono e di profonda immersione nelle profondità di sé.

Questo stato mentale è conosciuto come concentrazione passiva.

Il RMP richiede uno stato mentale di attenzione, poiché gli esercizi consistono in sequenze di movimenti fisici strutturati.

Dunque, lo stato mentale del TA è passivo, quello del RMP è attivo.

Quando sono indicati

In linea di massima tutti e due i metodi sono utili come pratica di igiene mentale, per la prevenzione degli effetti dello stress.

Le ricerche sul Training Autogeno ce ne assicurano l’efficacia negli stati di ansia, nell’insonnia, nel controllo del dolore, nella normalizzazione delle funzioni corporee, e in generale in tutti i disturbi psicosomatici.

Leggi anche: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

Il RMP è efficace nel trattamento dei dolori derivati dall’ansia e dalla relativa tensione, come il dolore cervicale e la cefalea tensiva, e, più in generale, nei disturbi dovuti a un eccesso – spesso inconsapevole – di tensione muscolare, come ad esempio il bruxismo.

Come si integrano con la psicoterapia

Sia il TA che il RMP possono essere appresi come metodi di rilassamento a sé stanti, da autogestire una volta appresi con la guida di un esperto.

Possono anche essere integrati in un percorso di psicoterapia.

Il Training Autogeno viene utilizzato in diversi approcci terapeutici: può essere utilizzato nell’ambito della Psicoterapia cognitivo comportamentale, della Logoterapia, e anche in Percorsi analiticamente orientati.

Può anche costituire una terapia in sé, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Si tratta di un percorso psicologico ed esistenziale che permette una vera immersione nelle parti più profonde di sé.

Anche il RMP può essere inserito nel contesto di una psicoterapia, di solito viene utilizzato nella psicoterapia cognitivo comportamentale per apprendere atteggiamenti corretti al posto di situazioni disfunzionali, ad esempio nell’ambito dell’igiene del sonno.

Entrambi efficaci, quale scegliere dunque?

Sulla base della mia esperienza, mi sento di suggerire il Training Autogeno a chi desidera impadronirsi di un metodo che vada oltre il semplice rilassamento, ma desideri sperimentare una conoscenza di sé più profonda.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è più immediato nel dare sollievo ai disturbi derivati dall’eccesso di tensione muscolare.

Può anche essere praticato prima del TA per favorire il rilasciamento muscolare e aprire la strada alla pratica dell’Esercizio della Pesantezza.

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La terapia della foresta

La terapia della foresta

Quando il benessere viene dalla natura

 

Si chiama Shinrin-Yoku, letteralmente Bagno nel bosco, in inglese Forest Bathing.

Non è una solo una passeggiata nel bosco – che già di per sé è piacevole e rilassante – e nemmeno semplicemente un esercizio fisico.

È una pratica terapeutica che richiede di immergersi nella natura attivando e utilizzando consapevolmente tutti e cinque i nostri sensi.

Gli esperti consigliano di incominciare così:

Trova il posto giusto per te: un parco cittadino, o un bosco e non cercare una meta.

Il posto deve piacerti. Puoi amare l’acqua e scegliere un luogo con dei ruscelli, o preferire l’odore della terra o la vegetazione più fitta.

È fondamentale che tu ti senta a tuo agio nel luogo che hai scelto.

Spegni il telefono, disconnettiti anche mentalmente dalla tua quotidianità.

Poniti nello stato d’animo di comunicare con la natura, semplicemente lasciandoti guidare dalle sue suggestioni.

Cammina senza chiederti dove andare.

Per tutto il tempo della tua immersione nella natura, attiva i cinque sensi e sperimenta attraverso di essi la fusione con il bosco.

Scopri i colori, i suoni, gli odori, le sensazioni tattili che ti provoca quando tocchi gli alberi, i sapori se assaggi qualche frutto.

Rallenta: immergiti nel presente. Non pensare ai tuoi impegni o a quello che dovrai fare più tardi.

Durante l’immersione nel bosco è anche possibile – di sicuro molto utile – praticare discipline come la Mindfulness, lo Yoga, la Meditazione camminata.

Se ti è possibile, cammina per almeno due ore, senza una meta.

Praticando con regolarità il bagno nel bosco torni “a casa” seguendo un istinto primordiale, e ritrovi esperienze e sensazioni che sempre sono appartenute al genere umano, fino a quando la civilizzazione non lo ha costretto ai ritmi e ai luoghi innaturali delle città.

Benché sia intuitivo il benessere che deriva dalla natura, gli effetti salutari del bosco sulle persone sono stati osservati sistematicamente e su basi scientifiche solo dal 1982, in Giappone.

In seguito, l’interesse per la Terapia delle foreste si è estesa in tutto il mondo e oggi abbiamo moltissime prove sperimentali del suo enorme potere terapeutico.

 

Quali sono i benefici della Terapia della foresta?

 

 

La ricerca scientifica ha dimostrato che la pratica costante terapia della foresta:

  • Rinforza le difese immunitarie.
  • Riduce il livello degli ormoni dello stress: il cortisolo e l’adrenalina.
  • Contrasta l’iperattività del sistema simpatico, responsabile delle risposte di lotta o fuga.
  • Stimola il sistema parasimpatico, deputato alle reazioni di riposo e recupero.
  • Abbassa la pressione del sangue e aumenta la nostra capacità di variare frequenza cardiaca.
  • Migliora la salute cardiovascolare e metabolica.
  • Far calare i livelli di zucchero nel sangue.
  • Potenzia il sistema immunitario attraverso l’incremento delle ‘cellule killer naturali’ del corpo.
  • Accresce la produzione di proteine antitumorali.

Pertanto, la pratica costante:

  • Aumenta la nostra energia.
  • Riduce lo stress e facilita il rilassamento.
  • Allevia l’ansia.
  • Mitiga la depressione.
  • Aiuta a gestire l’aggressività e la rabbia.
  • Facilita il sonno.
  • Regola il metabolismo aiutando a perdere peso.
  • Migliora la concentrazione e la memoria.
  • Innalza la soglia del dolore.

 

Praticare la Terapia forestale

 

In Giappone esistono dei veri e propri programmi di terapia forestale, seguiti da medici esperti che monitorano le condizioni psicofisiche prima e dopo l’immersione nella foresta e ne guidano il cammino.

La Terapia forestale si sta diffondendo ormai in tutto il mondo.

In Italia, tra le varie iniziative, segnalo l’ebook Terapia Forestale a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con il Club Alpino Italiano, scaricabile gratuitamente.

In Toscana, a Pian dei Termini è attivo il Progetto Pilota di Ricerca e Sviluppo della Terapia forestale.

Ogni regione ormai ha i suoi gruppi di incontro tra persone che vogliono approfondire questa pratica e – perché no? – anche conoscersi e camminare assieme.

La ricerca scientifica ha dimostrato infatti che, benché il movimento favorisca sempre il benessere psicofisico, non è la stessa cosa praticarlo in una palestra o in città, oppure camminando nel bosco.

 

Il Rilassamento Muscolare Progressivo

Il Rilassamento Muscolare Progressivo

 

 

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica efficace per curare l’ansia e gli effetti negativi dello stress.

È semplice da apprendere: in pratica occorre allenarsi a contrarre e rilasciare tutti i muscoli in successione fino a raggiungere uno stato di rilassamento fisico, che a sua volta porta alla calma mentale e al recupero delle energie.

Il programma richiede alcune settimane di allenamento e soprattutto costanza nell’eseguire gli esercizi.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è stato elaborato all’inizio del ‘900 dal neurologo americano Edmund Jacobson (1888-1983).

Egli affermava che lo stress induce la tensione muscolare.

Inoltre, se una persona è già tesa, una sollecitazione provoca una risposta più elevata rispetto a quando è in stato di calma.

Si pensi ad esempio a come ci comportiamo di fronte a un rumore improvviso: se ci troviamo già in tensione, trasaliamo in maniera più marcata.

Secondo Jacobson, i pensieri, le emozioni e le percezioni hanno come conseguenza delle modificazioni che coinvolgono il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema muscolare.

In altre parole, i nostri stati d’animo influenzano le risposte corporee e viceversa.

Proviamo a immaginare o rievocare una situazione che ci genera ansia: i nostri muscoli si contraggono e consumiamo maggiore energia.

E’ vero anche il contrario: se immaginiamo una situazione di calma, anche i muscoli si rilassano.

Con un percorso di Rilassamento Muscolare Progressivo possiamo imparare a rilassare i muscoli e di conseguenza calmare la mente.

 

La tensione residua

 

 

Un altro obiettivo del RMP è la riduzione della tensione residua.

Si tratta di un eccesso di tensione muscolare che impieghiamo quando non serve.

Immaginiamo una situazione tipica: seduti al tavolo di lavoro, stiamo utilizzando il pc. I muscoli impegnati sono solo quelli deputati al compito (braccia, mani, ecc.), ma molti altri sono tesi inutilmente, come le spalle o le gambe.

Attraverso l’allenamento al RMP si apprende a utilizzare solo i muscoli che servono, lasciando rilassati quelli che non servono, risparmiando così una notevole quantità di energia.

Il risultato sarà di sentirci molto meno stanchi e tesi dopo aver terminato il compito.

 

A chi e a che cosa serve: le indicazioni

 

Il RMP è adatto a tutte le età, anche i senior possono trarne giovamento.

E’ efficace sia per prevenire che per curare molti disturbi derivati dall’ansia e dallo stress.

Inoltre, facilita l’apprendimento di metodi più introspettivi, come il Training Autogeno.
Vediamo quali disagi psicofisici possiamo affrontare meglio grazie al RMP.

L’ansia

 

Il RMP non incide direttamente sulle cause profonde dell’ansia – per questo occorre la psicoterapia – tuttavia può alleviarne le conseguenze.

Le persone ansiose, infatti, hanno la tendenza a contrarre involontariamente i muscoli, provocando uno stato di tensione che a sua volta alimenta l’ansia.

Grazie al Training di Rilassamento Muscolare Progressivo è possibile imparare a decontrarre i muscoli, abbandonare la tensione, raggiungere uno stato di benessere psicofisico che ha effetti benefici anche sullo stato mentale.

 

Il dolore

 

Il dolore viene trattato efficacemente quando ha origine dall’ansia e dallo stress e dal conseguente eccesso di tensione.

Dolori cervicali, cefalea tensiva, mal di schiena

In particolare, con l’allenamento al RMP traggono giovamento i dolori cervicali, la cefalea tensiva, il mal di schiena.

Quasi sempre questi dolori hanno origine da contratture muscolari dovute a posture innaturali, come l’eccessivo tempo trascorso al computer o alla guida.

Con l’allenamento possiamo imparare a rilassare tutti i muscoli, in particolare quelli che non utilizziamo direttamente nel compito che stiamo svolgendo.

 

La fibromialgia

 

Una patologia specifica dove il dolore è una costante è la fibromialgia.

Si tratta di un disturbo di natura reumatica, a origine probabilmente autoimmune.

Si pensa che sia mediato anche dallo stress ed è caratterizzato, tra molti altri sintomi, anche da dolore diffuso cronico e rigidità.

Almeno per quanto riguarda la possibilità di allentare la tensione, la pratica costante del Rilassamento Muscolare Progressivo ha prodotto risultati interessanti per questa patologia.

 

I disturbi gastro-intestinali

 

Il dolore è quasi sempre presente anche nei disturbi gastro-intestinali.

In questi casi la componente emotiva è spiccata e i trattamenti che includono il training di rilassamento sono risultati efficaci, in combinazione con la psicoterapia.

Sebbene il trattamento in sé non sia in grado di curare patologie come ad esempio la sindrome da colon irritabile, può alleviare in gran parte la tensione che la aggrava.

Il bruxismo

 

Il bruxismo è un’altra situazione caratterizzata dal dolore.

Si tratta dell’abitudine digrignare i denti involontariamente, soprattutto durante il sonno.

Le cause possono essere molteplici, ma le più comuni sono di natura psico emotiva.

Chi ne è affetto non se ne rende conto direttamente, ma può soffrire di dolori al risveglio e soprattutto, a lungo andare, i denti si danneggiano.

In questi casi, dopo aver completato il Training di RMP, si può lavorare specificatamente sui muscoli del volto e della mascella, per imparare a distenderli e rilassarli.

 

L’insonnia

 

Chi soffre di insonnia ha la tendenza a rimuginare e a perdersi in pensieri negativi. In questo modo, contrae i muscoli, in un circolo vizioso da cui è difficile districarsi.

Se si esegue l’esercizio la sera prima di dormire, si ottiene un doppio risultato: La concentrazione sull’esercizio distrae dai pensieri e il rilasciamento muscolare che si ottiene rilassa i muscoli.

 

L’ipertensione

 

L’ipertensione arteriosa è una patologia che va affrontata seriamente e sotto stretto controllo del medico.

Le cause sono molteplici, e a volte sono presenti cause diverse che concorrono al problema.

Con il parere del medico, ed eventualmente in aggiunta a una terapia farmacologica, il RMP, così come anche altre tecniche di rilassamento può concorrere alla normalizzazione della pressione e al benessere psicofisico.

 

Le prestazioni sportive

 

In tutte le discipline sportive, l’aspetto psicologico è determinante, tanto è vero che la figura dello psicologo dello sport affianca sempre gli sportivi professionisti.

Il RMP viene utilizzato per migliorare la conoscenza del proprio corpo e per gestire lo stress che interferisce negativamente nelle prestazioni.

Il controllo del peso

 

E’ evidente che nessuna tecnica di rilassamento in sé può far perdere peso.

Come tutti sanno, è necessaria una seria motivazione, coadiuvata dal movimento e dalla dieta corretta, meglio se seguita da un professionista esperto.

Detto questo, rilassarsi aiuta a attenuare gli effetti dello stress e del nervosismo che spesso sono causa e conseguenza dell’aumento di peso.

Il RMP può essere utile in questa ottica.

 

Le situazioni impegnative

 

Affrontare situazioni come esami, colloqui di lavoro o prestazioni che ci impegnano mentalmente ed emotivamente, comporta un notevole esborso di energie psicofisiche.

Spesso ne utilizziamo più di quante ne occorrono, sottraendo energia al compito che dobbiamo affrontare. Nello stesso tempo, l’ansia da prestazione inibisce la qualità della prestazione stessa.

Chi è allenato a rilassare il corpo e la mente, sarà più efficace e presente nelle situazioni impegnative.

 

Come imparare a praticare il Rilassamento Muscolare Progressivo

 

Il Training di allenamento al RMP consta di 6 esercizi da apprendere in successione.

Con i primi 3 si impara a contrarre e decontrarre in successione i vari gruppi muscolari con lo scopo di raggiungere il rilassamento totale di tutti i muscoli del corpo e il conseguente benessere mentale.

Con i successivi 3 esercizi si richiama mentalmente quanto appreso, al fine di ritrovare rapidamente le stesse sensazioni di rilassamento e di benessere anche in assenza della sequenza contrazione-decontrazione.

L’intero percorso richiede alcune settimane.

Il tempo necessario a un corretto apprendimento è variabile e dipende dall’impegno personale e dalla costanza nell’allenamento.

 

 

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Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno può rivelarsi un valido aiuto per chi soffre di insonnia.

Praticando il TA con costanza ci si addormenta con facilità, si prevengono i risvegli notturni e, se avvengono, si riprende sonno facilmente. In generale, la qualità del sonno tende a migliorare. 

L’insonnia non si presenta sempre allo stesso modo

Ci sono tanti tipi di insonnia e diversi sono i modi di curarla.

L’insonnia può essere occasionale: a chi non è capitato, qualche volta, di non riuscire ad addormentarsi, oppure di svegliarsi in piena notte senza poter riprendere sonno?

Può verificarsi in situazioni particolari come l’eccesso di stanchezza o in presenza di emozioni forti, o di malesseri fisici. 

Si parla invece di insonnia abituale quando la difficoltà si ripete notte dopo notte, per un lungo periodo.

In entrambi i casi – occasionale o abituale – può presentarsi con difficoltà ad addormentarsi, e, in tal caso,  si chiama insonnia primaria, oppure, con risvegli notturni, e si tratta di insonnia secondaria.

Cause

Le cause dell’insonnia sono le più svariate. Distinguiamo tra:

Cause organiche

  • malattia,
  • dolore cronico,
  • difficoltà di respirazione

Cause psicologiche

  • Stress,
  • Superlavoro,
  • Ansia,
  • Depressione

La psicosomatica ci insegna che le cause organiche e quelle psichiche non sono nettamente distinguibili e la suddivisione spesso è utilizzata soprattutto per fini descrittivi. 

Nella realtà, la sofferenza fisica e quella psichica si accompagnano e l’una può rafforzare l’altra.

Va pertanto preso in considerazione un percorso di individuazione delle cause, per rimuoverle, quando è possibile.

ll medico di fiducia può aiutare a identificare eventuali patologie e i rimedi per affrontarle, mentre un colloquio con lo psicologo può essere utile a capire se l’insonnia costituisce un sintomo di un disagio più profondo.

Rivolgersi al medico e allo psicologo ė particolarmente consigliabile quando l’insonnia compare all’improvviso in persone che non ne avevano sofferto in precedenza.

Per far fronte alle difficoltà del sonno, vengono spesso consigliate le tecniche di modificazione comportamentale*, associate a tecniche di rilassamento.

Tra le tecniche di rilassamento Training Autogeno è assai efficace per favorire il recupero di un sano ritmo sonno veglia.

Nella pratica, come si può curare l’insonnia con il Training Autogeno?

Innanzi tutto, occorre mettere in conto un certo periodo di tempo da dedicare all’apprendimento della tecnica: di solito circa tre mesi.

Se ci si allena con costanza, si possono ottenere dei risultati apprezzabili già durante la fase di apprendimento.

Fin dalle prime esercitazioni, infatti, si verifica un abbassamento del livello di ansia generalizzata, uno smorzamento delle tensioni, e. di conseguenza, si inizia a dormire meglio.

Inoltre, va adottato un atteggiamento mentale adeguato. 

Il timore di non dormire può diventare un cruccio e generare proprio ciò che temiamo: l’insonnia

B.H. Hoffmann*, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno, descrive ‘l’ipocondriaco del sonno’: quella persona che, nel timore di non dormire, diventa eccessivamente attenta al sonno, privandolo della necessaria spontaneità.

Si instaura così il circolo vizioso dell’insonne: dorme male e durante il giorno accusa pesantemente gli effetti della carenza di sonno, talora ingigantendoli.

La sera, cerca attivamente di addormentarsi, ottenendo di rimanere ancora più sveglio.

Secondo Hoffmann, per vincere l’insonnia con il TA è necessario:

Non aspettarsi di risolvere il problema in tempi brevi. I tempi dipendono da tre fattori:

  • la durata del disturbo, 
  • la quantità e la  composizione dei farmaci usati per combatterlo,
  • l’atteggiamento nei confronti del sonno.

Durante l’esercizio il sonno non deve essere ricercato attivamente: si esegue il TA concentrandosi sui vissuti somatici, il sonno si realizza naturalmente. 

Conviene, dunque,  adottare il “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

È vero che chi deve svegliarsi la mattina molto presto e sa di avere una giornata impegnativa, trova quasi impossibile non preoccuparsi.

D’altra parte il circolo vizioso nasce proprio dal timore di non farcela.

Meglio entrare nell’ordine di idee che “se dormo tanto meglio, se non dormo affronterò ugualmente la mia giornata – certo con qualche difficoltà in più, ma ce la farò”.

Sembrerà banale, ma funziona: provare per credere.

Una volta entrati in questo ordine di idee e acquisito il corretto atteggiamento, si può iniziare a praticare il TA.

Che cosa bisogna sapere prima di iniziare a praticare il Training Autogeno

Come già detto, è necessario un certo tempo da dedicare all’apprendimento.

Condizione necessaria per apprendere il TA è la costanza: è indispensabile allenarsi tutti i giorni con regolarità. Il TA non è una soluzione magica, né immediata.

Vedi anche:

Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

e:

15 domande sul training Autogeno

L’apprendimento degli esercizi di base del TA richiede dai due ai sei mesi, ma, come ho scritto sopra, già dalle prime settimane è possibile apprezzare i primi benefici: senso di calma e smorzamento dell’ansia generalizzata. 

Già questo può creare un substrato psico-fisico adatto a favorire il sonno, sia nella fase dell’addormentamento, sia nella riduzione dei risvegli precoci.

Per apprendere correttamente il Training Autogeno è indispensabile rivolgersi a un professionista esperto nella tecnica.

Sono da sconsigliare gli improvvisatori, o chi non possiede adeguate competenze psicologiche, e i “fai da te”, magari con qualche lettura divulgativa.

Se si stanno assumendo psicofarmaci, non si deve interrompere bruscamente il trattamento in concomitanza con l’inizio dell’apprendimento del TA.

Prima si impara il TA e poi, gradualmente e con l’assistenza del medico, si inizia a diminuire giorno dopo giorno la dose del farmaco, fino a smettere del tutto.

Come agiscono gli esercizi del TA per favorire il sonno

L’intero ciclo di TA è utile nella predisposizione al sonno.

La pratica stessa del TA indica un restringimento del campo di coscienza, vale a dire che ci si concentra su un elemento specifico, lasciando sullo sfondo tutti gli altri.

Nel caso specifico, con i due esercizi fondamentali (della Pesantezza e del Calore) ci si concentra sul rilasciamento muscolare e sul calore distraendo l’attenzione dal consueto rimuginìo sull’aspettativa di addormentarsi e sul timore che ciò non avvenga, e – inaspettatamente e spontaneamente – ci si addormenta.

In più, l’esercizio del Calore, provocando una vasodilatazione superficiale dei vasi sanguigni delle gambe e delle braccia, alleggerisce l’irrorazione sanguigna della testa, deviando il sangue verso gli arti e ciò provoca un effetto soporifero.

Anche l’esercizio del Plesso Solare – dato che i suoi effetti corrispondono a quelli della digestione – ha un effetto soporifero.

L’esercizio della Fronte, infine, completa gli effetti di quello del Calore: ‘alleggerisce’ la testa, lasciando che il calore fluisca nel resto del corpo Hoffmann * (pp. 333-337).

Una volta terminato l’apprendimento del TA di base, di sicuro si dormirà meglio, e magari già a questo punto non saranno necessari ulteriori interventi. Si può comunque approfondire e personalizzare il percorso attraverso l’uso di formule specifiche.

Le formule vanno elaborate con l’aiuto del terapeuta che ha seguito l’apprendimento del TA, poiché devono rispettare alcune regole ben precise.

Le formule che secondo la mia esperienza funzionano meglio sono quelle che fanno riferimento ai ritmi immutabili della natura. Ad esempio, si possono elaborare formule che associno il ritmo sonno veglia all’avvicendarsi della notte e del giorno. 

È anche possibile utilizzare l’orologio interno, elaborato da I.H. Schultz , il creatore del Training Autogeno:

Si tratta della possibilità di predeterminare un risveglio ad ora prefissata, dopo il normale sonno notturno; questo fenomeno veniva definito nella vecchia letteratura sull’ipnosi: orologio mentale inconscio. (Schultz***, pag.167).

Nei casi di risveglio prematuro si raccomanda l’uso di formule specificamente elaborate; se, ad esempio, il risveglio si verifica regolarmente dopo 5 ore di sonno, si cercherà di condizionarsi ad un risveglio progressivamente ritardato di mezz’ora in mezz’ora. Nei disturbi del sonno giocano un ruolo determinante le cattive abitudini. Rinvio ai precedenti protocolli nei quali avevo riferito dei buoni risultati che si possono ottenere con la rieducazione di abitudini di sonno anormali. (p.254).

Altrettanto come in questo caso e come nelle già riferite esperienze del “risveglio a comando,” è possibile ottenere con formulazioni particolari il condizionamento di uno stato di benessere al risveglio. (p.255).

In conclusione, il Training Autogeno, migliorando lo stato generale dell’organismo e abbassando il livello di ansia generalizzata, è in grado di dare giovamento nei casi di insonnia.

Può essere utilizzato da solo o, a seconda dei casi, in combinazione con un percorso di psicoterapia, o in associazione con gli psicofarmaci, che il medico eliminerà gradualmente, man mano che il paziente procede con l’apprendimento del TA.

* La tecniche di modificazione comportamentale più utilizzate sono: la psicoeducazione, l’igiene del sonno, la ristrutturazione cognitiva.
Per saperne di più consiglio: Colin A. Espie e Laura Palagini, Superare l’insonnia, Erickson, 2018.

** Hoffmann B.H. Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

*** Schultz, I.H., Il Training Autogeno, I, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, 1972. (ed. originale 1932).

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Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

 

Il panico si manifesta all’improvviso e i sintomi sono drammatici: il cuore batte forte, il respiro diventa affannoso, compaiono vampate di caldo o brividi di freddo, tremori, nausea e disturbi addominali, accompagnati dalla sensazione di perdere il controllo, di impazzire, di morire.

Chi ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico tende a vivere nell’angoscia che l’esperienza si ripeta.

Leggi anche: Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

E’ un evento spaventoso, chi non lo ha mai provato stenta a comprenderlo.

Secondo la mia esperienza, il Training Autogeno (TA) è molto efficace nel trattamento degli attacchi di panico.

 

 

Il Training Autogeno può aiutare in tre modi

 

 

° A prevenire gli attacchi

 

° A calmarsi se insorgono

 

° A scoprirne le cause profonde

 

La prima cosa da fare è imparare il Training Autogeno

 

Occorre essere disponibili a dedicare un po’ di tempo al percorso di apprendimento.

Ci si allena ogni giorno – due, volte, meglio tre – svolgendo dei brevi esercizi. Il tempo necessario è davvero poco: solo alcuni minuti ogni volta. Quello che serve è la regolarità e la costanza.

In tal modo si può utilizzare il TA in maniera efficace, per liberarsi degli attacchi di panico, ma anche per migliorare la qualità della propria vita.

Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

La prevenzione

 

Già dalle prime settimane di allenamento, si realizza una sedazione emotiva che provoca sollievo, poiché diminuisce l’ansia generalizzata.

In un tempo variabile dai tre ai sei mesi si potrà prevenire la maggior parte degli attacchi di panico e utilizzare il TA per calmarsi se si manifestano.

Può sembrare un periodo lungo – soprattutto se il panico influisce pesantemente nella quotidianità – ma non bisogna scoraggiarsi.

Si lavora per impedire che si realizzi il circolo vizioso della paura che genera paura.

Dopo aver conosciuto l’attacco di panico, infatti, si tende a vivere nell’attesa del prossimo attacco, alimentando così il meccanismo della paura che cresce sempre di più.

In questo modo si creano proprio le condizioni per l’avverarsi di ciò che temiamo: il panico.

Possiamo spezzare questo circolo vizioso, innanzi tutto proprio in virtù dell’abbassamento del livello di ansia generalizzata, poiché, quando si vive in una condizione generale di tranquillità, non si creano le condizioni per l’instaurarsi dell’attacco: diminuisce la paura della paura.

A questa prima fase di sedazione emotiva, seguirà una successiva di normalizzazione neurovegetativa: miglioreranno tutte le funzioni dell’organismo.

Verranno meno quelle condizioni di disagio emotivo che costituiscono il terreno adatto all’instaurarsi dell’attacco acuto di ansia.

 

Calmarsi durante un attacco

 

E se, anche praticando il Training con regolarità, comparisse un attacco di panico?

Una cosa è certa: l’intensità delle sensazioni sarà più lieve e soprattutto ci sarà la consapevolezza di saperle affrontare.

Un importante studioso del Training Autogeno*, osservava che “quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare”.

In altre parole, è consigliabile allenarsi con il TA in ambiente protetto – a casa propria e nei momenti di calma – e in seguito si potrà utilizzarlo nelle emergenze, per tranquillizzarsi in maniera veloce ed efficace, entrando nello stato autogeno in 2/3 secondi.

Si potrà dunque utilizzare il Training Autogeno per calmarsi in brevissimo tempo, alle prime avvisaglie.

Una volta appreso il Training Autogeno è possibile entrare in pochi secondi nello stato autogeno, smorzando così la risonanza emotiva della paura.

Non capiterà più, come in passato, di irrigidirsi aumentando la tensione, ma la risposta al panico sarà il rilassamento: come spegnere il fuoco gettandoci sopra dell’acqua!

 

Le cause profonde

 

 

Molto spesso il disagio psicologico, di qualsiasi natura, è un campanello di allarme che ci ricorda che qualcosa non va a livello profondo.

In questo caso viene in aiuto la psicoterapia.
Ci sono molti approcci utili nel trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico.

La psicoterapia autogena si avvale dell’esperienza del Training per accompagnare il paziente in un viaggio all’interno di sé, alla scoperta delle dinamiche più profonde.

Gli strumenti a disposizione del terapeuta partono dal TA, per proseguire attraverso la desensibilizzazione autogena, le tecniche autogene superiori, le visualizzazioni guidate.

Si tratta di una esperienza che non si limita ad affrontare il panico e le sua cause profonde, ma permette un approfondimento della conoscenza di sé, un viaggio che non può che arricchire chi lo intraprende.

E così si può arrivare a scoprire che il panico:

“E’ un gigante dai piedi di argilla, con molti punti deboli. Si dà delle arie, ma in realtà non è capace di far del male a una mosca.”

Così lo psicoterapeuta Luciano Masi** usa dire ai suoi pazienti quando gli parlano del “mostro” che li ha portati da lui: il panico.

E prosegue con un’altra frase a effetto:

“Non c’è mai stato il caso di una persona che sia morta durante un attacco di panico. E’ impossibile!”

NOTE

* B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980. *

*Luciano Masi, Storia di una poltrona. Il Lettino dell’analista racconta, Roma, Edizioni Il Calamaio, 2009.

 

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Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

’attacco di panico arriva all’improvviso e da quel momento niente è più come prima.

Chi lo ha sperimentato in prima persona – o ha assistito qualcuno  – ha di sicuro notato che l’esperienza del panico mette in moto una serie di tentativi di soluzione, non tutti utili, alcuni decisamente controproducenti.

Vediamo quali tentate soluzioni mette in atto chi cerca di affrontare il panico.

 

Di fronte a un evento che provoca tanta angoscia, il primo passo la ricerca di una causa.

Si tratta di una decisione corretta: è giusto poter disporre di una diagnosi differenziale per escludere che alla base del disturbo vi sia una causa organica.

Di norma, il medico prescrive gli accertamenti per escludere le patologie che potrebbero dar luogo a sintomi assimilabili all’attacco di panico.

Nella maggior parte dei casi, i risultati delle indagini sono negativi e la sentenza del medico è disorientante:

“Si è trattato di un attacco di panico, il male è solo nella sua testa”

 

Invece di rassicurare, questa affermazione può dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti non sempre funzionali al ripristino del benessere.

Per molte persone, infatti, è più accettabile avere un malanno “reale” che un disagio psicologico.

Che fare dunque?

 

Il giro dei dottori

 

Dopo una prima rassicurazione, sorge un dubbio: “il medico di base può aver sbagliato, occorre sentire uno specialista!”

Inizia così il giro dei dottori, per escludere una causa “vera”, più spesso nella speranza di trovarla.

Più volte i miei pazienti mi hanno detto: “Questo male misterioso mi disorienta e mi spaventa. Vorrei poter avere una malattia reale, con una terapia ben definita”.

Si chiede dunque il parere del cardiologo, del gastroenterologo, del neurologo e l’elenco può continuare.

Ogni specialista dirà la sua, rassicurerà per un po’, ma il prossimo attacco rimetterà tutto in discussione e il girotondo ricomincerà…

 

La condotta di evitamento

 

La prima volta è successo in metropolitana? Forse la “colpa” è di quel mezzo. Meglio evitare, posso usare l’auto.

E se la volta successiva accade in banca? O all’ufficio postale?

Attribuire al luogo o alla circostanza la responsabilità di aver provocato il panico avrà come conseguenza di rendere il mondo sempre più piccolo, perché tanti, troppi, saranno i luoghi e le circostanze interdetti.

Di solito si evitano i luoghi chiusi (claustrofobia), o affollati (agorafobia).

Sarà sempre più una vita costellata di “vorrei, ma non posso”, ma il problema non si risolverà.

L’atteggiamento evitante peggiora la situazione invece di risolverla.

 

Trovare un accompagnatore

 

Una presenza amica rassicura ed è tanto più vero se sei in preda all’ansia.

C’è sempre qualcuno che, in perfetta buona fede, per affetto, ti può accompagnare nei luoghi che temi e sostenere in quelle circostanze che prima affrontavi in piena autonomia e oggi ti mettono apprensione.

La persona cara assumere il ruolo di accompagnatore, per propria scelta, o perché le viene espressamente richiesto.

E’ un vero aiuto? No, non lo è.

Si crea un legame non sano con l’accompagnatore che diventa vittima “mi devo sacrificare per accompagnarti”, ma anche carnefice dal momento che impedisce a chi gli si affida di evolvere verso la guarigione.

Questo legame disfunzionale ha come conseguenza la perdita dell’autonomia, il calo dell’autostima, un rapporto di dipendenza che genera un circolo vizioso difficile da spezzare.

 

Il controllo

 

L’attacco d’ansia è di per sé una perdita di controllo: più cerchiamo di controllarci e più ci rendiamo conto che è impossibile, sicché la paura e l’ansia aumentano sempre iù.

Il tentativo di controllo è un altro degli atteggiamenti non funzionali.

Basti pensare a una persona che in acqua ha il terrore di annegare: metterà in atto tutti i movimenti scomposti che la faranno annegare davvero.

Calmandosi, galleggerebbe.

La stessa cosa avviene con il panico. Ci sono tante tecniche e strategie per calmarsi durante un attacco e imparare a prevenire il panico.

Il Training Autogeno ti può aiutare in tre modi

L’ipnosi

L’ipnosi

Che cosa è la trance?

 

La trance è un fenomeno naturale, che tutti sperimentiamo inconsapevolmente più volte al giorno.

Quando ci “perdiamo” durante una conversazione o con una tazza di caffè tra le mani, quando l’ascolto di una canzone ci riporta all’improvviso a un evento lontano nel tempo, quando ci troviamo nei pressi di casa e abbiamo la sensazione che l’automobile sia arrivata fin lì da sola, quando, coinvolti da un film avvincente, solo alla fine dello spettacolo, un dolore alla schiena ci fa rendere conto che la poltrona era scomoda: in queste occasioni abbiamo sperimentato un lieve, inconsapevole, stato di trance.

Si tratta di situazioni in cui la nostra mente si è fissata su un particolare aspetto, lasciando sullo sfondo gli altri: un po’ come quando guardiamo intensamente una persona e non “vediamo” gli oggetti che le sono attorno.

Un grande ipnotista americano, Milton Erickson, ha chiamato questi fenomeni “la comune trance quotidiana” Secondo le sue suggestive e assai plausibili spiegazioni, ciascuno di noi andrebbe spontaneamente in trance durante il giorno diverse volte per alcuni minuti, con il medesimo ritmo con cui durante la notte si alterna il sonno REM con quello NON-REM. Si tratterebbe di momenti in cui l’organismo si “riposa”, recupera le energie secondo un immutato codice ontologico che ancora ci accomuna ai nostri progenitori. Questo momento può essere sfruttato dall’ipnotista abile che lo riconosce e approfondisce la trance per utilizzarla in senso terapeutico.

 

Anche questa è trance:

 

Esistono anche forme di trance eccezionali, come le danze tribali primitive o i balli sfrenati nelle discoteche, capaci di indurre stati ipnoidi collettivi. Secondo alcuni studiosi, persino l’innamoramento sarebbe assimilabile in qualche modo alla trance, trattandosi di una condizione (Freud la paragonava addirittura alla psicosi) per cui all’improvviso una persona diventa il centro di tutti i pensieri, di tutte le emozioni, sicché il resto della vita, anche ciò che era parso importantissimo, scolorisce.

Che cos’è, dunque, l’ipnosi?

 

Franco Granone, il più autorevole esperto italiano (1911-2000) la definisce “la possibilità di indurre in un soggetto un particolare stato psicofisico che permette di influire sulle condizioni psichiche, somatiche e viscerali del soggetto stesso, per mezzo del rapporto creatosi tra questi e l’ipnotizzatore.” La possibilità, quindi, di indurre volontariamente la trance a un’altra persona.

Che cosa non è, allora:

 

Non è un fenomeno paranormale, né un modo per fare del male a un’altra persona, né per indurla a commettere azioni che non commetterebbe abitualmente. Con la guida di un terapeuta competente e rispettoso, è un metodo terapeutico in grado di alleviare sintomi penosi e di aprire una porta in direzione del mondo interno del paziente.

 

Come si induce la trance.

 

La trance, può realizzarsi spontaneamente, come abbiamo visto, ma può anche essere indotta e le modalità per farlo sono infinite. Tutte hanno in comune il fatto che l’ipnotista crea con l’ipnotizzando una relazione particolarmente intensa e lo porta a concentrare la propria attenzione su una parte della realtà trascurandone il resto. Vi sono metodi diretti e indiretti per l’induzione. Tra i metodi diretti, i più utilizzati consistono nel parlare a lungo al paziente, con voce bassa e monotona, suggerendogli sensazioni fisiche di pesantezza e di rilassamento.

Può essere utile il conteggio all’indietro (ad esempio da venti a uno), suggerendogli che a ogni numero sentirà il suo rilassamento diventare sempre più profondo. Esistono anche metodi indiretti, che possono essere utilizzati quando è necessario aggirare le resistenze del paziente. Si tratta di metodi atti a “distrarre” l’emisfero cerebrale deputato alla logica, il sinistro, per favorire la predominanza dell’emisfero destro, che presiede, tra l’altro, alle emozioni.

Qualunque sia la tecnica induttiva, resta comunque irrinunciabile la regola etica secondo la quale non si dovrebbe procedere all’ipnosi senza il consenso informato da parte del paziente.

 

Come si approfondisce la trance.

 

Lo stato di trance, una volta indotto, può essere approfondito. Esistono vari metodi atti allo scopo e livelli diversi di profondità. Alcuni autori riconoscono una decina di livelli di approfondimento, altri ne descrivono fino a trenta. Abitualmente vengono presi in considerazione i seguenti livelli o stadi di profondità: – Pesantezza e rilassamento profondo – Levitazione di un braccio – Catalessi, cioè rigidità del braccio stesso – Inibizione dei movimenti volontari – Contrattura – Movimenti automatici ritmici, di solito rotatori di un braccio o di entrambe le braccia – Iperalgesia o analgesia – Sogni – Illusioni sensoriali.

Alcune persone possono sperimentare soltanto i primi livelli, altre, nel corso di successive induzioni, realizzano anche gli stadi più profondi. Nella possibilità di “scendere” a livelli profondi vanno tenute in conto molte variabili.

Tra queste:

  • Le differenze individuali: alcuni sono più ipnotizzabili di altri;
  • Il  terapeuta: dove non riesce uno può riuscire un altro;
  • Il rapporto tra paziente e terapeuta, fatto di fiducia, complicità, collaborazione;
  • Le ripetizioni dei tentativi di induzione: una trance diventa di norma sempre più profonda a ogni successiva induzione;
  • La motivazione del paziente al trattamento;
  • L’ambiente, e tante altre ancora.

 

 

Siamo tutti ipnotizzabili?

 

 

Una leggera trance può essere indotta nella maggior parte della popolazione. Gli individui assolutamente refrattari (se si escludono le patologie psichiatriche in cui è impossibile stabilire una relazione tra il terapeuta e il paziente) sono assai rari. La differenza consiste nel grado di approfondimento. Molte persone non vanno al di là dei primi stadi, altre arrivano a esperire distorsioni percettive (allucinazioni) e anche anestesia.

E’ noto che in molti casi è possibile effettuare interventi chirurgici in ipnosi.

In psicoterapia è sufficiente un livello leggero di trance, mentre un approfondimento eccessivo, magari con conseguente amnesia, renderebbe impossibile la relazione con il terapeuta.

Chi può ipnotizzare

Nell’immaginario comune si pensa all’ipnotista come a una persona dalla personalità “magnetica”, forte e magari dallo sguardo penetrante.

In realtà chiunque può ipnotizzare qualcun altro nel senso comune che abbiamo visto.

Per utilizzare l’ipnosi in chiave terapeutica è necessario essere medici o psicologi, ed essere inoltre in possesso dell’abilitazione alla psicoterapia.

E’ fondamentale aver appreso l’ipnosi da un Maestro esperto ed averla innanzi tutto sperimentata su di sé.

Questo è un campo dove i libri sono indispensabili, ma non sufficienti. Non è necessaria una personalità particolare, men che mai autoritaria, per esercitare l’ipnosi.

E’ importante piuttosto credere nella validità della tecnica e conoscerla bene.

Altrettanto importante è stabilire una buona relazione con il paziente: per poterlo fare, a mio avviso, è indispensabile aver prima ottenuto la sua fiducia e aver avuto in qualche modo il “diritto”, accordato dal paziente stesso, di lavorare con lui. Il terapeuta esperto può utilizzare questa tecnica, di per sé neutra, per aiutare le persone nel loro percorso psicoterapeutico.

In linea di massima l’ipnosi dovrebbe essere considerata un ausilio, uno strumento in più.

Si dovrebbe tener presente che un buon risultato terapeutico che si ottiene con l’aiuto dell’ipnosi, dovrebbe potere essere ottenuto anche senza.

 

L’ipnosi nella storia.

 

L’ipnotismo è fenomeno sempre presente nella vita dell’uomo, in tutti i tempi e in tutte le culture, denominato in modi diversi e inserito in contesti differenti.

Ha conosciuto periodi in cui è stato intensamente praticato, con intenti magici o religiosi, ma anche periodi in cui è stato deriso o addirittura aspramente condannato.

Negli ultimi decenni si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti dell’ipnosi da parte della comunità scientifica.

Nella storia dell’ipnosi, si usa parlare di tre periodi, quello mistico, quello di mezzo, detto anche mesmerismo, e quello attuale, scientifico.

 

Il periodo mistico.

 

Testi cinesi di 18 secoli prima di Cristo parlano di un metodo per mettersi in contatto con i morti, ma anche per curare i vivi.

L’imposizione delle mani per curare è nota in tante civiltà, e se ne fa menzione anche nel Vecchio Testamento.

Gli indovini persiani e i fachiri indiani utilizzavano tecniche che oggi chiameremmo di autoipnosi per curare le malattie.

Si trovano testimonianze dell’uso dell’ipnotismo da parte degli Assiri, dei Babilonesi e dei Caldei nelle iscrizioni sulle mura dell’antica Babilonia.

Conoscevano tecniche ipnotiche gli antichi Esquimesi e anche gli Indiani d’America.

Metodiche assimilabili all’ipnosi sono descritte in documenti relativi ai sacerdoti del Celti, i Druidi, che le utilizzavano sia per fare predizioni che per curare.

L’uso dell’ipnosi presso gli Egiziani è documentata e si sa che era appannaggio dei sacerdoti. Anche gli antichi Greci la conobbero, probabilmente proprio grazie agli Egizi.

Nell’antica Roma Esculapio induceva il sonno negli ammalati e tramite l’imposizione delle mani interveniva sulla parte malata per risanarla.

Paracelso, nel XVI secolo, subì una condanna per aver affermato che suggestione e fede potevano causare, ma anche guarire, le malattie: incompreso e illustre precursore di discipline oggi all’avanguardia, come la psico-neuro-immunologia e la psico-neuro-endocrinologia.

Il periodo in cui l’ipnosi si confonde con la magia, la medicina e la religione, si protrasse per molti secoli e ancora nel 1774 il medico-religioso Gassner induceva l’ipnosi con un rituale mistico in cui invocava contemporaneamente Dio e i dèmoni.

 

Il periodo mesmeriano.

 

A un medico viennese del settecento, Franz Anton Mesmer (1734-1815) si deve il passaggio dal periodo mistico ad un tentativo di sistematizzazione scientifica del fenomeno ipnosi. Egli, basandosi su un’interpretazione fisico naturalistica, riteneva che i fenomeni ipnotici fossero attribuibili al fluido magnetico animale.

Secondo la teoria mesmeriana, un fluido vitale presente in tutto l’universo, determinerebbe le proprietà di tutti i corpi con il variare delle sue concentrazioni. Secondo Mesmer, un organismo umano può influenzarne magneticamente un altro e curarlo riequilibrandone l’armonia. Ciò può avvenire indirizzandogli il flusso magnetico proveniente da una calamita (magnetismo minerale) o dall’imposizione e lo sfregamento delle mani (magnetismo animale). L’effetto è tanto più efficace tanto più potente è il “magnetizzatore” .

Mesmer ebbe numerosi sostenitori e altrettanti detrattori, i primi affascinati dalle suggestioni delle sue teorie, in un periodo, la fine del secolo, che coincide con l’inizio della sensibilità romantica.

La medicina ufficiale viennese gli fu ostile e per questa ragione egli lasciò Vienna per Parigi, nel 1778. Anche a Parigi non tardò ad affascinare un grande pubblico, tanto che le sue sedute divennero collettive, per poter accontentare le tante persone che ricorrevano a lui. Si trattava di incontri che oggi ci farebbero pensare alle terapie di gruppo, che il Maestro presenziava in abiti di seta lilla.

Non mancava la musica: Mesmer era amico di Mozart, e oggi sappiamo, grazie agli studi nel settore della musicoterapia, quanto questo elemento sia importante nella pratica psicologica.

Un personaggio complesso e affascinante, insomma, per certi versi precursore di tante acquisizioni della moderna psicologia.

Anche a Parigi la medicina ufficiale prese posizioni molto severe nei confronti Mesmer. L’Accademia delle Scienze nel 1784 emise un verdetto secondo il quale il magnetismo animale era inutile e inefficace, ma soprattutto contrario alla morale pubblica.

Accusato dunque di ciarlataneria, Mesmer nel 1792 lasciò anche Parigi, dove la sua fama ben presto si offuscò, per tornare in patria. Qui morì nel 1815 dimenticato da tutti.

Non ebbe in sorte la soddisfazione di sapere che l’Accademia delle Scienze, richiesta di un nuovo parere sulle sue teorie, dieci anni dopo la sua morte, emise un giudizio favorevole.

Le teorie di Mesmer oggi fanno sorridere, ma non bisogna dimenticare che si deve a lui il primo passo verso un’interpretazione scientifica dell’ipnosi, in un periodo in cui superstizione e magia ancora la facevano da padrone in campo medico, basti pensare che, se da un lato il ‘700 è il secolo degli Enciclopedisti, dall’altro si bruciavano ancora le streghe, l’ultima nel 1782.

 

Il periodo scientifico.

 

Le teorie di Mesmer furono riprese ed elaborate dopo la sua morte, in una successione di tentativi di darne una interpretazione che oggi chiameremmo scientifica. Il fenomeno del magnetismo mutò nome, si incominciò a parlare di sonnambulismo (Chastenet de Puységur) e a pensare che qualche parte nell’insorgenza del fenomeno dovesse essere attribuita anche all’immaginazione del paziente: il primo a formulare questa ipotesi fu l’abate Faria.

L’ottocento è il secolo in cui l’ipnosi entrò a pieno titolo nel mondo medico. La si studiava in campo odontoiatrico per la possibilità di indurre anestesia nel paziente: il dentista francese Jean Etienne Oudt presentò dei lavori all’Accademia di Medicina di Parigi nel 1837, in cui riferiva appunto di aver proceduto all’estrazione di denti in anestesia ottenuta per mezzo del magnetismo. In Inghilterra Ellioston e in India Esdaile sperimentano la tecnica in chirurgia.

Al medico inglese Braid si deve il termine ipnotismo che egli conia ispirandosi al greco ypnos (sonno) e soprattutto il primo importante ribaltamento delle concezioni del mesmerismo. Non con i fluidi magnetici si deve spiegare il fenomeno dell’ipnotismo, ma studiando la concentrazione della mente del paziente su un’unica idea o su un unico oggetto. Siamo alle premesse dello studio della suggestione, l’interpretazione moderna dell’ipnosi.

Un’ulteriore importante svolta si deve a un poco conosciuto medico di Nancy, A.A. Lièbault. Egli spiega i meccanismi dell’ipnosi attraverso il concetto di suggestione e per primo riconosce la presenza di fattori psicologici nel determinarsi dello stato ipnotico. Lièbault, che soleva dire ai suoi pazienti di non possedere alcun potere misterioso, sottolineava l’importanza sulla fissazione su un’unica idea o oggetto, sull’importanza dell’isolamento dell’ambiente, pur non rinnegando del tutto ancora i concetti mesmeriani del magnetismo animale. I seguaci di Lièbeault dettero vita alla cosiddetta scuola di Nancy, culla degli studi moderni sull’ipnosi.

Ancora un passo avanti nella concezione dell’ipnotismo viene dal francese Jean Martin Charcot (1825-1893) della Scuola parigina di Salpetrière. Egli rimane ancorato alle concezioni del mesmerismo, e ritiene addirittura che l’ipnotismo sia un fenomeno patologico associabile all’isteria. La sua impostazione è ancora lontana dal vero, tuttavia anche i suoi studi costituiscono un ulteriore passo avanti nell’introduzione dell’ipnosi nel mondo della medicina ufficiale e la definitiva distanza dalle interpretazioni mistiche e magiche.

La Scuola di Nancy e quella della Salpetrière dettero vita ad aspre polemiche sull’interpretazione dell’ipnosi e si contrapposero a lungo l’una all’altra.

L’avvento della psicoanalisi segnò una battuta d’arresto nello sviluppo degli studi sull’ipnosi. Sigmund Freud (1856-1939), che la conosceva e l’applicava, la rifiutò a favore delle libere associazioni. La psicoanalisi sembrò il nuovo metodo vincente per curare le nevrosi, d’altra parte l’avvento dell’etere in anestesia fece cadere anche l’interesse degli studi in questo senso.

Con la fine degli anni Cinquanta si assistette ad un nuovo interesse per l’ipnosi.

In Italia si riprese a studiarla in odontoiatria, come mezzo per realizzare l’anestesia: nel 1957 venne tenuto un corso di Ipnosi presso la Clinica Odontoiatrica Universitaria di Pavia e nel 1960 si costituisce l’AMISI Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi, fondata da Franco Granone, il più importante studioso moderno dell’ipnosi, scomparso nel 2000.

Nel medesimo periodo a Phoenix, in Arizona, studia e lavora con l’ipnosi Milton Erickson (1901-1980) geniale e originalissimo interprete dell’ipnosi moderna, i cui metodi sono oggi studiati ed apprezzati in tutto il mondo.

Letture consigliate

 

Chertock L., L’ipnosi. Teoria – Pratica – Tecnica, Roma, Edizioni Mediterranee, 1995.
Copelan R., Ipnosi e autoipnosi, Milano, Armenia, 1994.
Erickson M.H., A scuola di ipnosi, Torino, Boringhieri, 1983.
Gamberoni G., Ipnosi, dilatare la mente per conoscere e tarsformare la realtà, Firenze, Giunti (su licenza Demetra), 2002.
Gibson H.B., Ipnosi medica, Como, Edizioni RED,1977.
Granone F., Trattato di ipnosi, Torino, Utet, 1989.
Nardone G. – C. Loriedo – J. Zeig – P. Watzlawick, Ipnosi e terapie ipnotiche. Misteri svelati e miti sfatati, Milano, Ponte alle Grazie, 2006.
Pacciolla A., Ipnosi. Benessere psicofisico e risorse mentali, Torino, San Paolo, 1994.
Piscicelli U, Trance e psicoterapie brevi, Roma, Società Editrice Universo, 1995.

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Una mia paziente, nel  raccontarmi le tensioni nella sua famiglia, mi ha detto: “Scriva sul suo sito quali sono le parole che una persona ansiosa e depressa non vorrebbe mai sentirsi dire, soprattutto dai propri familiari.

Forse qualcuno, leggendo, rifletterà su quanto certe parole ci possano ferire.”

Pensando a lei, e ai tanti pazienti che hanno condiviso con me le proprie sofferenze, e pensando anche alla sensazione di impotenza che spesso si prova nei confronti delle persone care sofferenti, provo a elencare quello che secondo me sarebbe meglio non dire a chi soffre di un disagio psicologico.

È tutta questione di volontà, devi sforzarti.

È sorprendente notare come anche le persone dotate di una forte volontà, quando cadono in uno stato di sofferenza psicologica, faticano persino a decidere che abito indossare.

La volontà si paralizza, soprattutto negli stati depressivi. Il paziente non vuole, non può volere: se solo potesse, sarebbe il primo a voler uscire dal suo stato.

È doloroso e umiliante sentirsi dire: “sforzati, metticela tutta”, quando la volontà è paralizzata.

L’atteggiamento più efficace consiste nel comunicare che comprendiamo bene che è non è per cattiva volontà, ma per reale difficoltà che certe azioni diventano difficili.

È utile dare messaggi di fiducia nel futuro, magari raccontando storie di persone che sono uscite da periodi neri e adesso stanno bene.

Lascia stare, ci penso io.

Vedendo un familiare che fatica a portare a termine le proprie incombenze abituali, può venire naturale cercare di sollevarlo.

Pensiamo ad esempio al marito che si occupa delle faccende di casa quando la moglie non ci riesce più.

Così facendo, però, aumentano le sensazioni di inadeguatezza e di fallimento e rinforza nella moglie la convinzione di “non essere più capace di fare nulla”.

La persona cara va aiutata, senza però sottrarle i ruoli che abitualmente ricopriva.

Va piuttosto incoraggiata ad andare avanti comunque, enfatizzando i suoi successi, grandi o piccoli che siano, nella battaglia quotidiana contro il malessere psicologico.

Guarda chi sta peggio di te. 

Il senso di colpa e di inadeguatezza sono tra le caratteristiche principali del disagio psicologico, primo tra tutti la depressione.

Il depresso, o chi è preda dell’ansia, o è prigioniero degli attacchi di panico, sa benissimo che c’è chi sta molto peggio, ed è anche per questo che si sente ancora più in colpa.

Non serve ricordarglielo.

E’ necessario invece fargli sentire che comprendiamo molto bene che il suo malessere è davvero difficile da gestire, ma siamo fiduciosi nel fatto che è possibile sconfiggerlo.


Pensa a quanto fai soffrire chi ti vuole bene

Una variante è: sto male per causa tua.

Anche affermazioni di questo genere aumentano i sensi di colpa.

Chi sta male, soffre anche per la consapevolezza del disagio che provoca ai suoi cari: è inutile e dannoso ricordarglielo.

Le persone care dovrebbero fare un passo indietro rispetto al loro personale (e comprensibile) dolore e rassicurare rimarcando la loro affettuosa presenza.

Frasi come: “assieme ce la faremo” sono efficaci e fanno un gran bene.

Non sono questi i veri mali.

Simile alla affermazione precedente è l’insinuazione che, in definitiva, chi soffre di problemi psicologici non sta male “davvero”. I veri malanni sono quelli che si vedono, che si “toccano con mano”.

Così si sminuisce la sofferenza dell’altro provocandogli dolore, impotenza, frustrazione.

E’ più efficace dire: “mi è difficile comprenderti, perché non ho mai provato quello che provi tu”.

Con te non c’è nulla da fare: tutti gli sforzi per aiutarti sono inutili.

Parole del genere non faranno che rinforzare i sentimenti negativi e i sensi di colpa che già accompagnano il disagio psicologico. Fanno sentire inadeguati e incapaci di ricambiare tutto l’affetto che viene profuso.

L’aiuto vero è quello di chi sa dare senza aspettarsi nulla in cambio.

La terapia che hai scelto non va bene, prova a cambiare.

È assai probabile che il paziente sia giunto a chiedere aiuto dopo un periodo di incertezze e timori.

Mettere in discussione la sua decisione e l’autorevolezza della figura terapeutica prescelta lo riporterà indietro, facendolo precipitare in un vortice di dubbi e di ricerche spasmodiche della terapia “giusta”.

Così, sortirà l’effetto della farfalla impazzita che, accecata dalla luce, sbatte qua e là, senza riuscire a uscire dalla stanza.

È meglio rinforzare la scelta fatta – che sia un percorso di psicoterapia o una cura farmacologica o la sinergia tra le due – parlando in termini positivi del professionista che ha preso in carico il proprio caro.

È evidente che dopo un periodo ragionevole di terapia, in assenza di miglioramenti significativi, sarà il paziente stesso a porsi il problema di cercare altre soluzioni.

Butta via le medicine, ti fanno solo male.

Spesso il paziente arriva ad assumere i farmaci dopo aver vinto molte paure: degli effetti collaterali, di diventare dipendente, di cambiare personalità.

Se con la guida dello specialista è arrivato a decidere di assumerli, sarebbe un grave errore indurlo a interrompere la terapia, soprattutto bruscamente e senza la supervisione del medico.

In conclusione.

Ricordiamoci che i consigli spesso irritano, soprattutto quando non sono richiesti.

Ancor più possono risultare sgradevoli per coloro che con ogni probabilità hanno già tentato, senza successo, di mettere in pratica quanto stiamo suggerendo loro.

Teniamo anche in considerazione il fatto che, quando elargiamo consigli, ci sovrapponiamo all’altra persona, suggerendole di comportarsi come noi ci comporteremmo nella sua situazione.

Ma ciascuno di noi è diverso, ha la sua storia e, soprattutto, chi non sperimenta sulla propria pelle la sofferenza psicologica non può dire che cosa farebbe se la vivesse davvero.

Le persone che soffrono di disagi psicologici hanno bisogno di sentirsi comprese, sostenute e incoraggiate a guardare avanti: come scrive lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel titolo di un suo libro: “Non c’è notte che non veda il giorno”.

 

Mindfulness

Mindfulness

Che cosa è la Mindfulness

Jon Kabat Zinn

Jon Kabat Zinn

La Mindfulness è una disciplina meditativa che mira al raggiungimento della consapevolezza di sé e del benessere psicofisico.
La sua pratica costante è efficace nella prevenzione e nella cura degli effetti negativi dello stress.

Da dove viene

La Mindfulness è molto antica e al tempo stesso moderna: nasce infatti dall’incontro tra la meditazione buddista vipassana di duemila anni fa e la moderna psicologia.

E’ stata elaborata negli anni 70 dal medico Jon Kabat-Zinn, ricercatore dell’Università del Massachussets.

Egli, buddista convinto, provò a proporre pratiche di meditazione ai pazienti ricoverati nel suo ospedale. Ben presto osservò che i pazienti più assidui nella pratica meditativa mostravano miglioramenti significativi, sia riguardo la patologia che la qualità della vita.

Da questa osservazione vennero elaborati i protocolli Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), che hanno trovato largo riscontro negli psicoterapeuti di tutto il mondo e tuttora sono utilizzati con risultati molto soddisfacenti.

Che cosa vuol dire Mindfulness

Mindfulness è la traduzione inglese del termine “sati” che nella lingua pali (una antica lingua indiana che ancora oggi viene utilizzata come lingua liturgica buddista) significa “ricordare, tenere a mente, prestare attenzione”.

Secondo Kabat-Zinn, per praticare la Mindfulness, è necessario prestare attenzione al momento presente, con atteggiamento non giudicante.

Detto così sembra molto semplice, ma come dice lo stesso Kabat-Zinn semplice non vuol dire facile.

Analizziamo la definizione:

Prestare attenzione

La nostra attenzione è spesso dispersiva. Scriviamo al computer, e nello stesso tempo teniamo d’occhio le notifiche della posta elettronica e dei social. Conversiamo con una persona e, mentre questa parla, pensiamo già alla risposta da darle, e magari anche alla telefonata che dobbiamo fare di lì a poco: a chi non è capitato?

La Mindfulness ci insegna a focalizzare l’attenzione su ciò che stiamo facendo in un preciso momento, e solo su quello.

Al momento presente

Siamo spesso ossessionati dal passato, soprattutto nella direzione del rimpianto: “avrei potuto, non avrei dovuto, se avessi…”.

Anche il futuro ci ossessiona, quando lo temiamo. Siamo spaventati da eventi che potrebbero verificarsi, e soffriamo prima ancora che avvengano, e magari, non si verificheranno affatto, o, se avvenissero realmente, non sarebbero così catastrofici, ma tant’è.

Le persone che si volgono al passato in maniera esagerata tendono alla depressione, chi pensa al futuro con apprensione tende ad essere preda dell’ansia.

Prestare attenzione al momento presente, dunque è il modo per non cadere vittima dei fantasmi del passato (che non c’è più) e del futuro (che non c’è ancora), contribuendo così a prevenire disturbi come l’ansia, la depressione, le ideazioni ossessive.

Con atteggiamento mentale non giudicante

Una parte della nostra mente vaglia le esperienze mentre avvengono e le mette a confronto con giudizi precostituiti, aspettative, paure.

Il risultato è che applichiamo a ciascuna esperienza una etichetta.

Così, se proviamo un forte stato d’ansia, tendiamo a dire “sono una persona ansiosa”, o, se ci riesce difficile un compito che ci eravamo prefissati, il giudizio è: “sono incapace”.

E’ più appropriato, invece, prendere atto di quello che stiamo vivendo, astenendoci da giudizi fuorvianti. 

Se ci alleniamo all’attenzione non giudicante, dunque, impariamo a vivere le esperienze proprio come vengono percepite: sto vivendo una sensazione di ansia, oppure, ho difficoltà a portare a compimento questo compito (“questo”, non tutti gli altri compiti che affronterò!).

Come si pratica la Mindfulness

Nella Mindfulness sono previste pratiche formali e pratiche informali.

La pratica formale richiede di focalizzare l’attenzione su un una specifica esperienza: il respiro, ad esempio, oppure assaporare del cibo, o ancora esperire consapevolmente le sensazioni del proprio corpo.

Classiche sono la Meditazione del respiro, la Meditazione dell’acino di uva e il Body scan, per citare le più conosciute.

Inizialmente la meditazione è guidata dalla voce del terapeuta (anche registrata), poi è bene abituarsi a realizzarla da soli, nella propria mente, senza supporti esterni.

La pratica informale può essere applicata a qualsiasi azione quotidiana. Si sceglie un’azione, ad esempio fare la doccia, o una passeggiata, e la si sperimenta in modalità mindful: prestando attenzione a tutte le sensazioni che si provano, cercando di focalizzare l’attenzione solo su quelle, senza filtri.

All’inizio non è affatto facile, poiché siamo avvezzi a eseguire distrattamente la maggior parte delle azioni quotidiane, come guidati da un pilota automatico, mentre siamo travolti da pensieri, giudizi, rimuginii del pensiero che – intrappolandoci – pongono le basi dello stress che tutti conosciamo.

Diventare consapevoli dei nostri vissuti è un’esperienza sorprendente, il primo passo verso un nuovo modo di vivere la nostra realtà.

Come imparare a praticare la Mindfulness

Esistono ottimi manuali per imparare gradualmente a praticare la Mindfulness, tuttavia, la presenza di un maestro esperto è sempre consigliabile.

Quando si segue un percorso di gruppo, si può trarre vantaggio anche dal vissuto degli altri partecipanti, che spesso costituisce un rinforzo positivo al prosieguo dell’esperienza.

La guida dello psicoterapeuta diventa indispensabile quando si vuole apprendere la Mindfulness per affrontare problematiche specifiche: in tal caso non è affatto consigliabile un approccio da autodidatta.

La Mindfulness in psicoterapia


La Mindfulness può integrare e arricchire molti approcci psicoterapeutici e risulta efficace nel trattamento di problematiche quali l’ansia, le ideazioni ossessive, la tendenza a rimuginare pensieri, il dolore cronico, la depressione, il panico.

Nel caso delle depressioni ricorrenti, è provato che la pratica della Mindfulness riduce il numero delle ricadute e queste tendono a verificarsi con intervalli sempre più distanziati.

Nei casi di sofferenza psicologica, è bene affidarsi a un professionista abilitato all’esercizio della psicoterapia, che abbia esperienza di Mindfulness e che la sappia integrare nel proprio approccio terapeutico.

Letture utili

Jon Kabat-Zinn, Dovunque tu vada, ci sei già,  1994 (ultima ristampa Corbaccio, 2011).

Ronald D. Siegel, Qui e ora. Strategie quotidiane di Mindfulness, Erickson, 2010.

Ennio Preziosi: Corso di meditazione di Mindfulness. Conosco, conduco, calmo il mio pensare, Franco Angeli, 2012.

Bob Stahl e Elisa Goldstein, Il programma Mindfulness, Editore Essere Felici, 2013.

Danny Penman e Mark Williams, Metodo Mindfulness: 56 giorni alla felicità, Mondadori, 2014.

Metodologie autogene

Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

 

Luciano Palladino propone una riflessione matura sul Training Autogeno nelle sue diverse declinazioni, da metodo di rilassamento a formidabile accesso alle istanze più sane, più ricche, più profonde della persona.

L’Autore non indica punti di arrivo, ma l’apertura a nuove esplorazioni, e il sottotitolo è una promessa.

Con l’autorevolezza conquistata in anni di studio e di confronto con i pazienti e con i professionisti che ha formato, Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla  luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

La chiave di lettura è la collocazione del TA nell’ambito della scienza della complessità.

Palladino ha avuto per Maestri i padri del TA e il loro influsso si avverte, e suona tributo affettuoso a ciascuno di loro.

Metodologie Autogene ci conferma che il TA può dare grandi soddisfazioni quando il terapeuta e il paziente assieme investono tempo, dedizione, apertura all’ascolto, ma anche umiltà, perché, come scrive Tullio Bazzi, un grande Maestro del Training Autogeno:

Se chiedete poco, avrete molto, se chiedete molto, non vi sembrerà mai abbastanza.

Luciano Palladino, Metodologie autogene. Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa, Torino, Etimpresa Edizioni, 2016.