Cambiare vita è possibile. Carlo Budel ha scelto la montagna

Cambiare vita è possibile. Carlo Budel ha scelto la montagna

Cambiare vita per ritrovare sé stessi e raggiungere la pace interiore: chi non lo desidera?

 
 

I percorsi per arrivarci sono tanti, e differenti per ciascuno di noi, così come diversi sono i momenti della in cui avvertiamo l’urgenza del cambiamento.

 
 

Carlo Budel ha dato un senso alla sua esistenza sulla Regina delle Dolomiti, la Marmolada: da tre anni gestisce il rifugio Capanna di Punta Penia, a 3343 metri di altezza.

 
 

Per raggiungerlo occorrono ramponi e piccozze, e la forza di affrontare passaggi sul ghiacciaio e due ferrate: non è propriamente una meta turistica per montanari della domenica!

 
 

Durante i 100 giorni della stagione, Carlo vive in condizioni estreme. Nessuna comodità, freddo, isolamento, temporali spaventosi e tanta neve da spalare, anche solo per entrare nella capanna.

 
 

Talvolta rimane solo, altre volte non ha un attimo di riposo per accogliere gli ospiti che si avventurano fin lassù. Per tutti ha un sorriso, un pasto caldo e una fetta del suo proverbiale strudel.

 
 

La storia di Carlo Budel è singolare, l’ha scritta lui stesso nel suo libro La sentinella delle Dolomiti.

 
 

Ci racconta di un ragazzo molto vivace e refrattario alle regole, diventato grande tra le montagne trentine e quelle bellunesi, a contatto con la natura che ha imparato ad amare e a rispettare fin da piccolo.

 
 

Come accade a molti, ad un certo punto della sua vita si è “sistemato”: posto fisso, stipendio sicuro, le montagne nel week end, quando era possibile.

 
 
E’ stato così per quasi vent’anni, ogni giorno uguale all’altro, sempre la stessa voglia di cambiare.
 

Poi un giorno, in auto, andando al lavoro:

 
Questa strada, che conosco a memoria in ogni centimetro, mi dà la nausea (…).
Penso ai miei colleghi, alle migliaia di persone che vanno avanti con un unico obiettivo: godersi la pensione, dimenticando il presente.
Penso a quelli che vedo entrare in fabbrica con il muso lungo, alle facce grigie che incontro a ogni cambio turno. Non vedo gente gioiosa, vedo gente che si rassegna. E io non voglio vivere così, attendendo la vecchiaia per poter essere libero. Arrivato a questo punto, mi dico: o continuo a ripeterlo, come fanno tutti, oppure prendo la rincorsa e spicco il volo.
Accosto.
Respiro.
Faccio inversione.
È finita.
Comincia una vita nuova.

Sono matto, forse.

 

Inizia per Carlo un periodo in cui si libera da  vecchi schemi e da  abitudini tossiche, e scala le vette, tutte quelle che conosce: per venti mesi, tanto quando durano i suoi risparmi.

 
 

Poi realizza che per lui il lavoro deve identificarsi con ciò che ama, la montagna.

 
 

Andare in montagna mi ha curato. Più ci vai, più cresci, più impari.

 

 
 
Lavora in rifugi famosi e la bellezza è parte del gioco.
 

Un giorno Aurelio, un amico non vedeva da tempo, gli racconta di aver da poco ha acquistato la Capanna di Punta Penìa e adesso cerca un gestore per i mesi estivi:

 

 

«Ci vado io!». Quelle parole sono uscite dalla mia bocca senza che ci avessi realmente riflettuto. E mentre le pronunciavo, mi sono illuminato, non avevo dubbi, all’improvviso avevo un obiettivo: diventare il gestore del rifugio più alto delle Dolomiti. Era il mio nuovo limite da superare, riuscire a stare da solo in un luogo freddo e ostile. Sarei stato più forte, ce l’avrei fatta.

 

 

Era il 2016, aveva 42 anni. Non ha mai rimpianto quella decisione.

 

Oggi Carlo gestisce la Capanna di Punta Penìa ed è diventato, suo malgrado, anche una star dei social, grazie alle sue pagine Facebook e Instagram.

 

Non sono i like che gli interessano, ma la sensazione di non poter tenere solo per sé il privilegio di tutta quella bellezza.

 

Con le sue foto vuole farla godere almeno un po’ alle tante persone che non possono arrivare fin lassù.

 

Carlo Budel è un esempio: ci insegna che con coraggio e perseveranza si può davvero abbandonare una strada che non fa per noi e fare della propria passione un lavoro. Come dice lui stesso, tanti dicono di volerlo

 

ma poi continuano ad accettare una vita piatta, senza emozioni. Cambiare è possibile.

 

 
Dopo il successo de La sentinella delle Dolomiti, è uscito il nuovo libro di Carlo Budel, il racconto per immagini delle montagne che esplora con Paris, il suo cane lupo: Le montagne che vivo. Racconto per immagini delle uscite con Paris sulle Dolomiti e della vita sulla Marmolada.
La sentinella delle Dolomiti

La sentinella delle Dolomiti

Carlo Budel, La sentinella delle Dolomiti, Ediciclo, 2019.

Le montagne che vivo

Carlo Budel, Le montagne che vivo. Racconto per immagini delle uscite con Paris sulle Dolomiti e della vita sulla Marmolada, Ediciclo, 2021.

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

E’ il 24 marzo 2020 quando Teddy Sciurti, fisioterapista alla Clinica ad Alta Specializzazione Riabilitativa di Ceglie Messapica, avverte i primi sintomi del virus Covid 19.

In breve tempo la malattia si manifesta in forma molto violenta: febbre, brividi, mal di testa, dolori diffusi e soprattutto difficoltà respiratoria: è la polmonite.

Teddy è uno sportivo: istruttore di apnea e di respirazione consapevole, pratica e insegna il Training Autogeno. Prima di ammalarsi si stava allenando per due maratone.

Il fisico allenato e l’amore per la vita lo sostengono nel lungo percorso dall’abisso della malattia alla lenta ripresa.

Ho letto la sua storia in alcune toccanti interviste rilasciate appena ha iniziato a sentirsi meglio.

Egli afferma che in questo momento così difficile gli è di grande aiuto il Training Autogeno: per questa ragione ho voluto conoscerlo.

Teddy è una persona gentile e disponibile e ha accettato di buon grado di parlare con me dall’ospedale in cui si sta sottoponendo alla riabilitazione.

Nonostante una leggera fatica appena percettibile nella voce, mi ha parlato di come ha praticato il TA nelle ultime settimane.

I principi che lo ispirano sono quelli che caratterizzano la filosofia di fondo del Training Autogeno. Vediamoli.

 

La disposizione mentale

 

Mi ha colpito innanzitutto la sua disposizione mentale.

Lasciar accadere è l’atteggiamento tipico del Training e Teddy lo vive appieno nel suo approccio alla malattia.

Non spreca energie in inutili lamentele o in atteggiamenti di sfida “muro contro muro”.

Non a caso, parlando della malattia, preferisce utilizzare termini come “opportunità”, piuttosto che “lotta”.

Appena le sue condizioni glielo hanno permesso, ha chiesto di avere dei libri e adesso sta studiando la fisiologia dell’apparato respiratorio.

Ma soprattutto, si sta chiedendo come la sua esperienza possa essere utile ad altre persone.

 

La motivazione

 

Uno degli elementi indispensabili per chi desidera avvicinarsi al TA è la motivazione 

Per Teddy, la motivazione  è data dall’aver già sperimentato gli effetti positivi del Training nella quotidianità e anche in prove eccezionali.

Leggo in uno degli articoli che nuotava e correva quattro giorni a settimana e ha battuto il suo record personale di nuoto continuato, percorrendo 19,770 chilometri in poco più di 5 ore .

 

La pratica

 

Nella pratica, Pesantezza e il Respiro sono i due esercizi che Teddy esegue ogni giorno, preceduti dalla Formulazione della Calma.

Nei giorni in cui la febbre era molto alta e i brividi lo squassavano, riusciva a calmarsi grazie al vissuto della Pesantezza, che evocava in graduale successione in tutti i distretti muscolari.

Si lasciava sprofondare e riusciva a calmarsi, mentre tutto il corpo diventava pesante e rilassato.

In una situazione clinica in cui la funzionalità respiratoria  era gravemente compromessa, l’esercizio del Respiro, la Respirazione consapevole, fondamentale nella sua esperienza da sub, ha contribuito al recupero.

Così  ha potuto riprendere ad alimentarsi, dopo che la gastroenterite gli aveva fatto perdere molto peso.

L’effetto più sorprendente è quello che Teddy ha chiamato “cupola”. Attorno a lui, i “rumori di morte”, prodotti dai respiratori dei suoi compagni di stanza erano incessanti, ma lui riusciva, man mano che sprofondava dentro di sé, a estraniarsi, dentro alla sua cupola protettiva e a dormire almeno un poco. Ma soprattutto, la cupola lo proteggeva dall’angoscia che quel rumore gli evocava.

Ecco che cosa scrive il 14 aprile 2020 sul suo profilo Facebook:

 

È un inferno … due persone che nella stanza combattono con la vita è un inferno…
I ventilatori che cercano di aiutarli a respirare, emettendo suoni di guerra, riempiono i loro polmoni d’aria affinché la funzione primaria per la vita continui, è un inferno…
L’aria cerca di entrare nei polmoni con spasmodica fatica è un inferno…
La lotta incessante per sopravvivere, così come lo svilimento dei nostri Amici, la senti presente nella stanza, è un inferno…
Ogni loro flebile movimento, ogni accenno di reazione, dove la loro anima è persa chissà dove, ti stringe il cuore. Ora più che mai bisogna, con pensieri di speranza e solidarietà, cercare il modo di aiutarli ad uscire da quest’inferno per tornare a vivere.
Scrivo queste parole alle 2.30 di notte del 14 aprile in una stanza di un reparto COVID-19 dove tanti operatori sanitari, carichi di grinta e professionalità, ci stanno aiutando a vincere questa battaglia infernale contro questo mostro.

 

La regolarità e la costanza

 

Condizioni indispensabili perché il Training sia davvero efficace sono la regolarità e la costanza negli allenamenti, soprattutto nella fase iniziale dell’apprendimento.

Teddy Sciurti ha trovato utile darsi dei ritmi che scandiscano il tempo in ospedale.

La sua giornata inizia alle 4 con gli esercizi di Traning Autogeno e di stretching.

 

Il tempo come opportunità

 

Come tanti di noi, anche Sciurti prima di ammalarsi rincorreva il tempo, impegnato con la sua famiglia, la professione, lo sport e l’attività sociale e politica.

In ospedale, nelle giornate sempre uguali, decide di “fermare il tempo”.

Ecco le sue riflessioni, dal profilo Facebook:

COVID19 ti trasformeremo in una opportunità.
Ognuno di noi attraverso una ponderata riflessione, se lo vorrà, potrà fermare il tempo e far girare le lancette dell’orologio a ritroso, a proprio favore.
Siamo sempre stati a rincorrere il tempo, affannati e tormentati dallo stesso che passa, dal “non ho tempo”, “il tempo fugge via…”
Oggi, in una anomalia dove tutto è stato cementato, dove ognuno di noi sta vivendo degli attacchi alle esigenze universali, il tempo che passa può viverlo non come angoscia ma come conquista.
Seppur attanagliati da una realtà dove la sofferenza si mastica, possiamo essere fruitori di un nostro intimo riscatto. Fermiamo il tempo e imponiamo a noi stessi un ritmo dove si possa respirare a pieni polmoni, saziamo il corpo e l’anima attraverso UN RESPIRO LUNGO LENTO E PROFONDO.
Le mie considerazioni nascono dal non voler essere un individuo passivo e vittima di questo attacco alla vita e a tutto ciò che di fermo e sacro c’è in essa. Teniamo ferma la volontà per poter essere padroni di decidere che in qualsiasi situazione essa è un dono e come tale va esaltata.
Comodamente fermiamoci a meditare e attraverso ogni molecola di ossigeno entreranno in noi propositi felici. Ovunque siamo, stesi su di un letto d’ospedale o sul divano della nostra casa, asseconderemo il battito del nostro cuore al mantice del nostro respiro che, con ferma decisione, porterà in noi tutto ciò che è positivo ed espellerà ogni pensiero negativo.

Con occhi chiusi il corpo comincerà a cedere, esso abbandonerà piacevolmente le sue tensioni e attraverso un lungo respiro matureremo la consapevolezza di aver fermato il tempo e vissuto un’esperienza che ci sta fortificando, con la soddisfazione di aver ricongiunto anima e corpo in un piacere unico e di aver fatto ripartire IL GIUSTO TEMPO .
Ce la faremo!

 

Dare un senso alla sofferenza

 

Ciò che più mi ha commosso del colloquio con Teddy è il desiderio che la sua sofferenza serva a qualcuno:

È doveroso, partendo dalla mia situazione clinica in costante miglioramento, così come di tutte le persone che stanno bene, aiutare con le nostre energie positive,queste anime ad uscire da questo inferno dove ora sono prigioniere.
Quanto siamo fortunati.

Grazie Teddy per la testimonianza e l’esempio.

Ti auguro di gran cuore di tornare presto ai tuoi affetti, allo sport e agli impegni professionali e sociali che riprenderai con rinnovata energia.

Come un pugno nello stomaco

Come un pugno nello stomaco

Vito Sgrò è uno come tanti di noi, privilegiato per essere nato dalla parte “giusta” del mondo.

Lui non lo dà per scontato e da trent’anni vive diviso tra due mondi: a Roma è medico di famiglia e pediatra, amato e stimato da tante persone, in Africa è il doctor Vitto che cura i bambini afflitti dalla povertà, la fame e la guerra.

Quando è in Africa Vito scrive. La sera e nelle notti insonni, rivive la sua giornata, racconta le storie dei suoi piccoli pazienti, rivela i suoi stati d’animo.

I suoi scritti, consegnati a Whatsapp, raggiungono gli amici in Italia, così lui si sente meno solo e noi meno indifferenti.

E’ nato così il suo primo libro, Afrika is Afrika, che nel 2016 ha svelato la sua vocazione letteraria.

Come un pugno nello stomaco è la prosecuzione del dialogo a distanza tra Vito e i suoi amici che lo seguono da lontano nelle sue missioni con il CUAMM – Medici con l’Africa.

Questa nuova opera raccoglie la testimonianza di due anni di lavoro in due diversi Paesi africani: nel 2017 in Tanzania “lussureggiante, colorata, morbida, pacifica, accogliente” e nel 2018 in Sud Sudan “poverissimo, torrido, inospitale a tratti ostile, come un pugno nello stomaco, con una popolazione indurita da anni di guerre, carestie, privazioni d’ogni tipo.”

Sparsi nel testo, ci sono scritti che si riferiscono a luoghi e anni precedenti – “ricicli” li chiama Vito – che ben si integrano nel tessuto dell’opera.

Le pagine narrano di dolore, di fatica, di frustrazione, di nostalgia per gli affetti lontani, a volte persino di leggerezza, nonostante tutto.

Parlano di morte e di speranza.

Parlano di morte, con parole nuove, così diverse dal nostro comune sentire:

L’Afrika, per quanto cruda, essenziale, al limite della ferocia possa sembrare, non toglie proprio nulla, sa solo donare meraviglie uniche: colori forti, sapori inimitabili, odori inebrianti, distese immense, nature mozzafiato, atmosfere magiche, cieli stellati, musiche accattivanti, danze sensuali, canti commoventi, sorrisi ammalianti, contrasti incolmabili e…potrei andare avanti così, all’infinito. Ma tra i suoi doni ve ne è anche uno molto particolare, la Morte che, anch’essa, è vita o meglio ne è la naturale conclusione. Siamo noi occidentali che la temiamo e la attendiamo come una arcigna nemica pronta, malvagiamente, a colpirci. Ma l’Afrika lo sa bene che così non è, e bene lo sanno anche i suoi figli che questa verità la posseggono dall’eternità marcata a fuoco sulla propria carne. La rispettano e non la demonizzano come noi moderni padroni del sapere sempre facciamo. Non la amano ma la conoscono bene, eccome se la conoscono, profondamente. Con una saggezza antica che noi ingrati figli di questa terra abbiamo da tempo perduto, la accettano viceversa, come tappa ineluttabile del mistero straordinario che impregna la nostra inquieta esistenza.

Parlano di speranza.

La speranza di un ragazzo di sessant’anni che sente  l’urgenza di lasciare la sua vita comoda e realizzata per andare incontro a malattie e fatica, ancora, anno dopo anno.

La speranza di tanti giovani, che nel libro prendono la parola per raccontare le loro storie. Giovanissimi figli della nostra epoca e della nostra cultura, che lavorano a contatto con il dolore e lo fanno con il sorriso. Loro sono la nostra speranza.

Ancora una volta: grazie Vito.

Quando le immagini del dolore scorrono sugli schermi dei nostri televisori, troppo spesso andiamo oltre, distrattamente, forse per una inconscia difesa che ci rende assuefatti e insensibili.

Ma quando a raccontarci il dolore sei tu, il nostro amico, tu che lo vivi in prima persona, allora no: non possiamo voltarci, ci fermiamo a leggere e a pensare.

Vito Sgrò, Come un pugno nello stomaco. Diario tragicomico del doctor Vitto, medico con l’Africa, Herald Editore, 2018.

 

Nota

 

I diritti che spettano all’Autore saranno devoluti a due associazioni no profit.

Una ragione di più per acquistare questo bel libro.

102 chili sull’anima

102 chili sull’anima

È possibile perdere 40 chili in un anno e rinascere a  nuova vita?

Francesca Sanzo lo ha fatto a quarant’anni.

Con 102 chili sull’anima, La storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità, Francesca condivide la sua esperienza e testimonia che cambiare è possibile se  lo si vuole davvero.

In un silenzioso crescendo, mese dopo mese, mentre gli anni passano, Francesca aumenta di peso e la consapevolezza arriva quando la bilancia mostra tre cifre: 102 chili. Inizia così il processo che Francesca chiama “muta”, una trasformazione assai più profonda del semplice intraprendere una dieta.

Oggi Francesca è una donna realizzata, bella, sportiva, e pesa 60 chili.

Quali sono gli elementi che hanno reso possibile un cambiamento così radicale? Proviamo a individuali attraverso la storia di Francesca.

Anzitutto, la consapevolezza. Solo se prendiamo coscienza del nostro disagio possiamo risolverlo, e non serve che gli altri ce lo rimarchino. Non si cambia per obbedire a ingiunzioni esterne (ti stai facendo del male, fallo per me…). La consapevolezza che è giunto il momento di dare una svolta viene quando abbiamo toccato un fondo che solo noi sappiamo riconoscere.

Per trovare la forza di cambiare, è necessario comprendere le ragioni del nostro malessere, attraverso una profonda autoanalisi. Possiamo smettere di agire contro noi stessi se comprendiamo perché lo facciamo. Francesca ha dialogato con se stessa e fatto pace con la sua “anima nera”, quella parte di sé che remava contro il suo benessere.

Si è posta la domanda “Perché mangio?” e ha scoperto che le risposte sono molteplici e non tutte sane, così ha cercato e trovato nuove risposte a vecchie domande. Oggi, di sicuro, mangia per un reale e sano bisogno, e ciò comporta che la quantità e la qualità del nutrimento siano adeguate a esigenze corrette.

L’essere umano ha bisogno di significato. Francesca ha saputo trovare significati profondi in tutte le scelte legate alla sua muta: il significato ultimo è certamente la conquista di una donna equilibrata, non più soffocata dai condizionamenti del passato, ma Francesca ha dato un senso anche a tanti singoli passaggi del percorso. Un esempio per tutti: nel suo programma di recupero del benessere psicofisico c’è la corsa, a cui si dedica tre volte a settimana. Lei ha trovato il modo di dare alla corsa un ulteriore significato, correndo anche per raccogliere fondi a favore di un ente benefico.

La disposizione mentale positiva. La psicologia ci insegna che le profezie si auto avverano: se crediamo che i nostri sforzi saranno premiati, inseriamo quella marcia in più che ci permette di ottenere il risultato. Al contrario, se consideriamo il nostro percorso come lastricato di lacrime e sangue, difficilmente riusciremo a farcela.

Francesca ha ben compreso che tante diete falliscono, sebbene siano state intraprese con serietà e portate avanti con costanza, perché vengono intese come una punizione della quale di agogna la fine. La muta, invece, non è una punizione, ma una trasformazione, preziosa come il significato stesso della vita.

La molla: sappiamo bene di dover far qualcosa per migliorare la nostra vita, ma cambiare ci sembra troppo difficile e troviamo mille scuse per rimandare. Poi accade qualcosa di apparentemente poco rilevante e scatta la molla.  Per Francesca non sono stati i commenti poco gradevoli delle persone insensibili, né la consapevolezza di danneggiare la sua salute, ma … il camper. Al momento in cui, assieme al suo compagno e alla loro bambina, ha deciso di acquistare un camper, ha aperto gli occhi su una realtà molto dolorosa: i suoi 102 chili erano assai poco compatibili con lo stile di vita libero e avventuroso che le vacanze in camper comportano.

Porsi obiettivi intermedi. Quando l’obiettivo è molto arduo, piuttosto che guardare alla fine del traguardo, è più utile puntare a una serie di obiettivi intermedi. Francesca si è posta come obiettivo arrivare a pesare 80 chili, fare qualche passeggiata a piedi, e poi qualche breve tratto di corsa, migliorare l’asma che l’affliggeva: oggi pesa 60 chili e corre la mezza maratona, con buona pace del medico sportivo!

La condivisione: Francesca scrive per professione, è una blogger e consulente  di comunicazione on line, per lei è stato quasi naturale condividere il suo percorso in rete sul suo blog Panzallaria. L’impatto è stato stimolante: ha riscosso simpatia e ammirazione, ha ricevuto incoraggiamenti, e il rinforzo positivo che ne è derivato l’ha aiutata a non mollare, non solo per se stessa, ma anche per i molti che dimostravano di credere in lei e di prenderla a esempio.

Last but not least, l’amore. I cambiamenti più significativi sono mossi dall’amore, di noi stessi, anzitutto, ma anche di chi abbiamo a fianco nel percorso di vita. Il compagno di Francesca ha condiviso tutti i passaggi della muta, con amore, nel giusto equilibrio tra presenza e discrezione, e credo che la sua presenza sia stata determinante.  

Francesca Sanzo non elargisce consigli, né pretende di sostituirsi a un professionista. Con umiltà e lucidità ci racconta qual è stato il suo personale percorso verso il cambiamento e chi leggerà il libro comprenderà che il messaggio dell’Autrice è applicabile a qualsiasi muta.

Rimarrà deluso, invece, chi cercherà ricette e suggerimenti per dimagrire in fretta e senza sforzo: 102 chili sull’anima non parla di diete, ma di cambiamento: è la storia di dodici mesi di un percorso destinato a non terminare mai, perché la ricerca dell’equilibrio e della realizzazione personale è lunga quanto la nostra stessa vita.

Francesca Sanzo, 102 chili sull’anima, Giraldi Editore, 2015.

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

Chi ha amato Gaber non può non commuoversi leggendo questa bella testimonianza di Sandro Luporini, che con Gaber ha condiviso più di trent’anni di sodalizio artistico e personale.

E’ schivo Luporini, e il suo nome lo leggevamo solo nelle locandine degli spettacoli. Oppure lo scandiva Gaber, alla fine dei concerti, prima degli storici bis: “SANDRO LUPORINI!”

Oggi l’amico esce dal suo silenzio e parla, finalmente, non solo regalandoci quel Gaber che solo lui avrebbe potuto raccontare, ma soprattutto facendoci capire quanto profondo e intenso sia stato il loro legame. Senza Luporini non ci sarebbero stati il signor G. e tutte le esperienze musicali e teatrali, fino a “Non insegnate ai bambini”, ultimo struggente atto del percorso artistico di Gaber, ma anche del sodalizio Gaber Luporini.

Per tutto il libro ho avuto la sensazione di sentir parlare Gaber: ogni frase sembra scritta per essere letta da lui. Leggendo il libro si capisce bene perché. Gaber e Luporini non sono stati rispettivamente il musicista e il paroliere dei loro lavori, ma ciascun lavoro è nato da un dialogo intenso tra i due, fino a diventare il frutto di una voce sola.

Una voce sempre presente a commentare gli anni difficili della nostra storia, una voce libera dai condizionamenti e dalle appartenenze, anche a costo di pesanti critiche. 
Così, noi che siamo cresciuti assieme al signor G., mentre ripercorriamo la storia del Teatro Canzone, riviviamo anche la storia della nostra vita, e il malessere esistenziale di fronte a un mondo che ci piace sempre meno è stato anche il nostro malessere. 

Chi cerca in questo libro il Gaber privato, rimarrà deluso. La riservatezza che ha caratterizzato la vita di Gaber è la stessa del suo amico Luporini. Ci concede solo qualche tenera incursione: Gaber con le Clark in spiaggia, e con il cappotto al ristorante in riva al mare in giugno, “per via degli spifferi”. E poi si ferma, con delicato pudore, di fronte alla malattia.

A me, e a tanti come me che c’eravamo, rimane un rimpianto: non aver fatto in tempo a condividere con i nostri figli gli spettacoli di Gaber, e sono tanti i ragazzi che avrebbero voluto esserci. Forse è anche per questo che nel libro Luporini immagina di raccontare il suo Gaber a un giovane, Lorenzo. 

Degli spettacoli sono rimaste pochissime tracce, come lo stesso Luporini lamenta, chiedendosi lui per primo come mai non abbiano mai pensato di filmarli. Ma forse è meglio così. La magia rimane nei nostri ricordi e in parte la ritroviamo leggendo questo libro. 

Io ricorderò i bis. Era un momento speciale: terminato lo spettacolo, Gaber tornava sul palcoscenico, le luci rimanevano accese, lui prendeva la chitarra e, stanco e sudato, cantava le canzoni più amate, trasformando il teatro nel luogo di una festa tra amici. Ogni volta ci faceva credere che era lì solo per quella sera, solo per noi. Grazie Gaber. Grazie Luporini.

Sandro Luporini, G. Vi racconto Gaber,  Mondadori, 2013

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall'alto i problemi sembrano più piccoliAvere un sogno, realizzarlo e non smettere di sognare: questo spinge l’astronauta italiano Paolo Nespoli a tornare nello spazio a sessant’anni.

L’Agenzia Spaziale Italiana ASI e l’Agenzia Spaziale Europea ESA hanno annunciato che il 29 maggio del 2017 Paolo Nespoli partirà per una missione di sei mesi sulla Stazione Internazionale ISS. Nespoli, alla sua terza esperienza, a quella data avrà sessant’anni e sarà il più anziano astronauta a rimanere così a lungo nello spazio.

Mi sono chiesta che cosa spinga un uomo della sua età, che dalla vita ha avuto molto e ha centrato gli obiettivi che si era posto, ad accettare un incarico così gravoso sul piano fisico e psicologico.  Incuriosita ho cercato la risposta nel suo libro.

Paolo Nespoli da ragazzo aveva un sogno: diventare astronauta. Poi la vita lo ha portato altrove e il sogno è rimasto a lungo nel cassetto.

A 27 anni ha una carriera militare ben definita: fa parte delle Forze Speciali come incursore paracadutista presso il 9° Reggimento Col Moschin e si trova in Libano nella Forza Multinazionale di Pace.

Un giorno riceve l’incarico di accompagnare Oriana Fallaci ovunque lei voglia andare nelle zone di guerra, e di vigilare affinché non le accada nulla.

Terminata per entrambi l’avventura libanese, sulla via del ritorno, la Fallaci gli chiede: “Ma tu, cosa vuoi fare da grande?”. A lui viene in mente il regalo di Caterina, la sua fidanzatina dell’adolescenza: il libro della Fallaci Se il sole muore, che aveva contribuito a far nascere il sogno di volare nello spazio. Dopo averci pensato un po’, risponde “l’astronauta”, aggiungendo subito di essere ormai troppo anziano, senza laurea e privo della conoscenza dell’inglese. Implacabile la risposta della scrittrice: “E perché no? Sei giovane e capace e se questo è il tuo sogno devi crederci e darti da fare”.

23 anni più tardi Nespoli parte per la missione con lo Shuttle, in seguito trascorre  sei mesi sull’ISS, nel 2010. Nel mezzo, anni di fatica e di duro lavoro, sempre con la convinzione che i sogni si possano realizzare.

Nel libro di Nespoli ho trovato la risposta che cercavo – e che speravo di trovare: è per la realizzazione dei nostri sogni che vale la pena di lottare, faticare, senza arrendersi mai.

Che caratteristiche deve avere un sogno per essere realizzabile? Secondo Nespoli, deve essere un sogno realistico: “impossibile ma non troppo”, “lontano ma non irraggiungibile”, “da incosciente ma non da dissennato”.

E poi, il sogno deve essere coerente con i nostri valori profondi, deve dare significato agli sforzi profusi per realizzarlo e alla nostra vita stessa.

Nespoli si sorprende quando va nelle scuole a parlare della propria esperienza e ragazzi di 12-13 anni gli domandano quanto guadagna, per decidere se da grandi vorranno o meno fare gli astronauti. Il messaggio che cerca di trasmettere ai giovani è che l’impegno che metteranno per portare avanti le loro scelte darà buoni frutti se sostenuto da significati più alti e profondi del semplice desiderio di diventare “ricchi e famosi”.

L’obiettivo di Nespoli è

“spronare a sognare, a sognare cose impossibili, e poi svegliarsi e impegnarsi a realizzarle, perché se riesci ad andare in un posto con la mente, probabilmente ci potrai arrivare anche con il corpo. Tutti, se ci credono, possono accedere al proprio sogno, ma occorrono perseveranza, sacrificio, impegno e soprattutto passione. Alla fine è meglio essere preparati per qualcosa che non succederà mai piuttosto che lasciarsi sfuggire un’opportunità perché non si era pronti.” 

Paolo Nespoli, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli. Lezioni di vita imparate dallo spazio, Mondadori 2012

Io ci sono

Io ci sono

Lucia Annibali Io ci sonoIl 16 aprile 2013 Lucia Annibali, giovane avvocatessa di Pesaro, rientrando la sera nel suo appartamento, trova ad attenderla un uomo che le lancia dell’acido sul viso e su una mano, sfigurandola. Lucida e determinata, pur nel dolore tremendo e nella confusione del momento, Lucia fa subito il nome del mandante: Luca Varani, anch’egli avvocato, con cui ha avuto una relazione tormentata. 

Varani viene arrestato la notte stessa.

Inizia per Lucia un calvario difficile da descrivere, fatto di interventi dolorosi e alternarsi di speranze e delusioni.

A distanza di un anno, proprio nei giorni in cui Varani viene condannato a vent’anni di carcere, Lucia Annibali pubblica la sua storia, in collaborazione con la giornalista Giusi Fasano, che con delicatezza e competenza la aiuta a dare parole al suo dolore.

E’ la storia di un anno di vita: dalla sera dell’acido – le Twin Towers della vita di Lucia – fino all’inizio della nuova vita.

Entriamo, anzi, veniamo catapultati, nella vita di Lucia la sera dell’agguato e la seguiamo con il fiato sospeso al Pronto Soccorso di Pesaro e poi al Centro Grandi Ustioni di Parma, mentre di ora in ora si svelano terribili verità: gli occhi non vedono più e non si sa se vedranno ancora, la pelle cola via e con essa i connotati del bellissimo volto di Lucia.

Lei non molla: decide subito di farcela, lo deve a se stessa, alla sua splendida famiglia che soffre accanto a lei, e, soprattutto, vuole, deve, voltare pagina, chiudere con la vita di prima, con il rapporto di non amore, il mostro che l’ha portata fin qui. E non c’è posto per l’odio e il rancore: chi ha voluto tutto questo diventa semplicemente “lui”, non merita nemmeno un nome, il suo nome Lucia non lo pronuncerà più.

Se c’è un mostro che ha voluto uccidere Lucia offendendone la bellezza, c’è anche un mondo di persone bellissime, Lucia le scopre giorno per giorno, mentre la prendono per mano per uscire dalla disperazione: dalla famiglia agli amici, dal personale medico agli investigatori, fino alla gente comune che vuole farle giungere una parola di solidarietà. Tutti hanno un posto in questa vicenda corale di solidarietà e di risposta all’odio e alla follia distruttiva.

Nel suo letto di ospedale, al buio in cui è sprofondata, Lucia rivive la sua storia di non amore, per raccontarla agli inquirenti, ma anche per liberarsene per sempre.

E noi la seguiamo con lei, stupiti quanto lei del fatto che non si sia accorta di tanti segnali, campanelli di allarme che – visti da fuori – farebbero dire a chiunque: “Ma come, non ti accorgi che in questa relazione troppe cose non vanno?”

Non deve essere stato facile scrivere queste pagine, ma leggendole si avverte l’urgenza che le ha dettate; è una sorta di percorso terapeutico che, come tale, ha in sé tanto dolore, ma promette alla fine la consapevolezza e la libertà.

Mi piacerebbe che tante persone leggessero questo libro per ricordarsi che il coraggio e la determinazione permettono di vincere anche le battaglie più dure e Lucia ce lo dimostra: è grazie al suo coraggio che giorno dopo giorno ha ricostruito il suo volto, ha ridato luce ai suoi occhi che sembravano spenti per sempre e ha iniziato una nuova vita, più intensa e significativa che mai.

Vorrei che lo leggessero in tanti – uomini e donne – perché il monito di Lucia è che la violenza, la mancanza di rispetto e di lealtà non sono mai segni di amore, ma atti da respingere sempre, fin dal primo momento: accettarne o sottovalutarne uno può significare l’inizio di una catena senza fine che può portare conseguenze tragiche.

Il Presiedente della Repubblica ha conferito a Lucia l’Onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana, e ha scelto l’8 marzo 2014, la giornata mondiale della donna, per onorare assieme a lei tutte le donne che hanno subito violenza.

Si tratta di un gesto significativo, ma non va dimenticato che la violenza non ha genere.

Lucia Annibali – Giusi Fasano, Io ci sono. La mia storia di non amore, Rizzoli, 2014.

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi Still AliceCome si può sentire una persona cui viene diagnosticata la malattia di Alzheimer? Come si sentirebbe ciascuno di noi? Come si convive giorno dopo giorno con il progressivo sgretolarsi della memoria e con essa la propria stessa vita?

Prova a immaginarlo Lina Genova, neuropsichiatra del Massachusetts, studiosa del cervello e delle sue degenerazioni, in particolare dell’Alzheimer.

Dalla sua fantasia e dalla sua esperienza clinica nasce il romanzo Perdersi, che narra la storia di Alice Howland, brillante docente universitaria di linguistica a Harvard.

Un matrimonio riuscito, tre figli ormai indipendenti, Alice vive una vita piena e realizzata tra affetti e impegno professionale.

Da un po’ di tempo soffre di qualche vuoto di memoria: durante una lezione le sfugge una parola, a casa cerca inutilmente un oggetto per poi ritrovarlo proprio dove deve essere, dimentica un appuntamento, promette di inviare una e-mail e non lo fa.

Sarà lo stress, pensa, o l’effetto del naturale avanzare dell’età.

Ma le dimenticanze e le lacune si fanno sempre più frequenti, finché un giorno Alice si smarrisce mentre fa jogging a due passi da casa e per un po’ non sa più dove si trova.

Decide di sottoporsi agli accertamenti medici e la diagnosi è terribile: Alzheimer precoce, a cinquant’anni appena compiuti.

De-menza vuol dire senza mente ed è la perdita più drammatica che possa capitare a un essere umano. Alice, con la lucida consapevolezza di una addetta ai lavori, sa che cosa l’aspetta: assistere al deteriorarsi della memoria, fino a perdere la sua stessa esistenza, perché i ricordi sono l’essenza della vita stessa.

Donna colta e avvezza alla tecnologia, Alice la utilizza per non perdersi nella nebbia della sua memoria sempre più labile, e vale la pena riflettere sul ruolo che gli strumenti tecnologici possono rivestire come sostegno ai malati di demenza.

Alice delega al suo Blackberry il compito di supportare la sua memoria e di compensarne le falle sempre più grandi. Non solo, lo ha programmato per porle ogni mattina alcune domande, sempre le stesse, per verificare che le informazioni più preziose non siano perdute.

Significativo l’episodio in cui il marito di Alice trova il Blackbarry nel freezer, ormai distrutto, ed è l’inizio della fine.
La solidarietà di amici e colleghi e soprattutto l’amore dei familiari hanno un ruolo fondamentale nel sostegno del malato di Alzheimer, ma loro, i sani, non possono comprendere fino in fondo come ci si sente quando si perdono giorno dopo giorno tasselli di vita.

Consapevole di ciò, Alice cerca un gruppo di sostegno per affrontare la sua malattia assieme ad altri con le medesime problematiche e scopre che tali gruppi non esistono: tutte le iniziative sono rivolte ai parenti, per condividere lo stress dell’assistenza. Crea lei stessa un gruppo di auto-aiuto, cercando altri malati di Alzheimer che vogliano parteciparvi e scopre che il bisogno di condividere e di farsi coraggio l’un l’altro c’è e va accolto.

Ma con l’evolvere della malattia, anche i membri del gruppo si perdono e l’amore della famiglia non basta più: man mano che si perde la possibilità di comunicare, emerge lo sconcerto di non riconoscere la persona amata e di allontanarsi sempre di più. Alice lo sa molto prima che accada:

“Desiderò di avere piuttosto un cancro. Avrebbe barattato l’Alzheimer con il cancro in un batter d’occhio. Si vergognò per averlo desiderato e di sicuro era un patto inutile, ma si concesse comunque la fantasticheria. Un cancro era qualcosa contro cui potersi battere. C’erano la chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia. La sua famiglia e la comunità di Harvard l’avrebbero sostenuta nella sua lotta e l’avrebbero considerata nobile. E se anche ne fosse stata sconfitta, alla fine, avrebbe potuto guardarli consapevolmente negli occhi e salutarli tutti prima di andarsene.
L’Alzheimer invece era una brutta bestia. (…)
E se una testa calva e un nastrino anticancro erano considerati emblemi di coraggio e speranza, il suo vocabolario difficoltoso e i ricordi annebbiati parlavano invece di instabilità mentale e demenza incombente. Chi era malato di cancro poteva contare sul sostegno della comunità. Alice si aspettava di essere emarginata. Persino le persone più istruite e meglio intenzionate tendevano a tenersi a timorosa distanza dai malati mentali. Non voleva diventare qualcuno che la gente temeva e allontanava.”

Da alcuni anni di Alzheimer si occupa la divulgazione scientifica, la letteratura e il cinema, ma l’attenzione è quasi sempre rivolta a chi deve assistere un ammalato, perché è devastante perdere una persona amata ancora viva, ma ormai lontana. L’originalità di Lina Genova è l’aver raccontato l’Alzheimer dalla parte di chi ne è affetto.

Il romanzo ha avuto un enorme successo, tanto da diventare un film, Still Alice, con la splendida Julianne Moore, Premio Oscar per la miglior attrice protagonista, registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland.

Particolare commovente, nel 2011, poco prima dell’inizio dei lavori di Still Alice, fu diagnosticata a Richard Glatzer la sclerosi laterale amiotrofica e la malattia ha avuto un decorso molto rapido. Ciò non gli ha impedito  di continuare a lavorare accanto a Westmoreland.

Glatzer è morto il 10 marzo 2015, poco dopo la conclusione delle riprese del film.

Lisa Genova, Perdersi, Edizioni Piemme, 2012

Guarda il trailer del film

 

Afrika is Afrika

Afrika is AfrikaVito Sgrò è un pediatra malato di ‘mal d’Africa’. La sua malattia consiste nell’incapacità di vivere sereno nel suo paese finché in Africa – terra che ama fin da ragazzo – ci saranno bambini che muoiono di fame, di stenti, di mancanza di cure.

Così, ‘Doktor Vitto’, come lo chiamano da quelle parti, da trent’anni alterna la sua vita di medico a Roma a periodi di permanenza in Africa, al servizio dei più umili, lavorando per diverse ONG.

La storia del libro Afrika is Afrika è singolare. Quanto si trova in Africa – e solo là – Doktor Vitto scrive: “Un’avventura nata per caso, per tenermi compagnia e darmi coraggio nei momenti di difficoltà ma che presto mi ha preso la mano lasciandomi scoprire il piacere della parola scritta, della condivisione e del confronto.”

E la condivisione e il confronto passano attraverso Whatsapp: potere della tecnologia. Ogni sera Vito manda un messaggio agli amici in Italia, e sono messaggi di amore, di dolore, di vita e di morte, di nostalgia di casa.

Vito ci racconta la sua giornata, condivide con noi la gioia di aver salvato un bambino, il dolore di una morte inaspettata, l’impotenza davanti all’assurdità della guerra, che consegna ogni giorno al piccolo e malandato ospedale in cui lavora persone martoriate nel corpo e nell’anima.

I racconti di Vito entrano nelle nostre vite, alla fine di giornate che magari ci erano sembrate faticose o difficili, e ci costringono a rimettere tutto in discussione, a cambiare il punto di osservazione delle nostre stesse vite e a ridimensionare le nostre preoccupazioni.

Leggendoli, mi chiedo spesso che cosa spinga un medico affermato e molto amato dai suoi pazienti a lasciare il suo studio, il bel quartiere dove la vita è gradevole, i figli, gli affetti più cari, per trascorrere lunghi periodi dove le condizioni di vita sono estreme a dir poco.

E mi chiedo anche come faccia a sdoppiarsi: quando è costretto a decidere a chi dare (e a chi negare) l’ultimo pasto proteico, dovendo scegliere il più grave tra tanti bambini provati dagli stenti. E quanto, sempre lui, nel suo studio romano, ascolta pazientemente la mamma che si lamenta perché il suo bambino le sembra inappetente.

Forse una risposta non c’è, o forse Vito la sta ancora cercando ed è insita nel senso della vita, della morte e della professione. Lui di sicuro dà significato ai suoi giorni.

Grazie, Vito per la tua testimonianza. Quando tornerai in Africa, e sarà presto, non dimenticare che noi aspettiamo i tuoi messaggi.

Vito Sgrò Afrika is Afrika Herald Editore 2016

Vittime della strada

Vittime della strada

Dialogo con Stefania Tucci, Psicoterapeuta che si occupa da molti anni delle conseguenze psicologiche dei traumi.

Quando accade, nessuno sa davvero che cosa fare.

Viviamo ogni giorno una vita frenetica, ricca di stimoli, di impegni, di progetti, di sogni. Programmiamo che cosa faremo stasera, domani, tra un mese, come se fossimo certi del nostro futuro.

Poi, all’improvviso, la vita può cambiare, nello spazio di pochi minuti.

In Italia muoiono ogni anno 7.000 persone per incidenti stradali, 300.000 rimangono ferite, 20.000 subiscono gravi handicap permanenti.

Sono cifre a cui siamo abituati, che quasi non ci toccano, perché si pensa sempre che questi eventi tragici accadano agli “altri”.

E quando accade, nessuno sa davvero che cosa fare.

Non lo sanno coloro che devono comunicare la notizia luttuosa, non lo sanno le madri che perdono i figli, non lo sanno le vittime, devastate nel corpo e nella mente.

La dottoressa Stefania Tucci, psicoterapeuta, si occupa da molti anni delle conseguenze psicologiche dei traumi.

Ringraziandola per aver accettato di parlarci della sua esperienza, le pongo alcune domande.

 

Come sei arrivata a maturare la necessità di accrescere la conoscenza e affinare l’esperienza nella psicologia del trauma?

Tu hai detto, nella premessa, che, “quando accade, nessuno sa davvero cosa fare”. Ecco, è andata proprio così!

Quando avevo 29 anni, sono stata una vittima della strada, sopravvissuta ad un incidente mortale nel quale ho perso una sorella di 25 anni. Quel giorno sono morta con lei, e ritornare alla vita non è stato facile, anzi. Ho impiegato tredici anni ad uscirne, e quando sono riuscita trovare un senso a quello che mi era capitato, mi sono sentita finalmente viva.

Nessuno mi ha aiutata in questo percorso, e molte esperienze vissute in concomitanza e negli anni successivi all’incidente hanno contribuito ad aggravare le mie condizioni fisiche e psicologiche e a procrastinare nel tempo la mia rinascita. Allora ho pensato che la mia esperienza e le mie competenze professionali potevano, se integrate tra loro, aiutare altri a ridare un senso alla propria vita.

Allo stesso tempo, la vita per me poteva ripartire da lì, da dove era stata interrotta, perché dal giorno dell’incidente era come se non riuscisse più a scorrere. Mi sono detta: visto che ogni volta che provo a prendere un’iniziativa i miei sforzi risultano vani e scopro sempre di essere finita in un vicolo cieco, perché non riprovare da lì: dall’incidente?
Per tredici anni ho parlato a tutti quelli che incontravo, chiunque essi fossero, del mio incidente, come se non potessi fare a meno di farlo. Da quando so di avere superato il trauma che ho vissuto, sono gli altri a chiedermi di parlarne. E lo faccio volentieri, non per farmi commiserare, ma per spingere gli altri a riflettere sulle conseguenze psicologiche degli incidenti.

Ho iniziato così a studiare e a fare ricerca, elaborando il tutto alla luce della mia esperienza, perché mi sono resa conto che quando accadono tragedie così grandi non esistono reti sociali di sostegno, e ognuno è abbandonato al proprio dolore. Nel nostro paese, siamo davvero indietro su questi problemi: è giunto il momento che qualcuno si attivi per porre rimedio a questa situazione che arreca disagio a moltissime persone!

 

Puoi definire il problema?

 

Per cercare di essere chiara direi che il trauma si verifica ogni volta che ci confrontiamo con un’esperienza che esorbita le nostre capacità di contenimento emotivo. Sul piano fisico, il trauma ci espone al pericolo più grande: quello della morte. Sul piano psichico, è trauma tutto ciò che infrange la nostra integrità psichica e ci fa vivere una discontinuità con la nostra vita precedente.

Numerose sono le circostanze della nostra esistenza nelle quali possiamo trovarci a vivere esperienze traumatiche, si pensi alle violenze fisiche e psicologiche, ai traumi di guerra, alla condizione dei profughi e dei rifugiati o a quella dei perseguitati politici, alle catastrofi naturali o dolose, come terremoti, incendi, ecc. Ma sono causa di trauma anche condizioni di disagio protratte per lungo tempo, come precarietà economica o maltrattamenti. Insomma, il trauma è la più diffusa forma di disagio che affligge il mondo.

Gli effetti psicologici del trauma spesso non vengono riconosciuti, ma le ripercussione di un incidente automobilistico sull’individuo e sulle famiglie hanno gravi conseguenze anche sulla società nel suo complesso. Basti pensare al costo degli interventi sanitari, giuridici, per non parlare dei costi sotto il profilo del lavoro e quindi della produzione di reddito, ecc.

L’incidente stradale non è mai questione di un attimo, ma è un impatto che si ripete, al quale segue un decadimento della qualità della vita dei superstiti. Se questi subiscono danni permanenti o muoiono, il decadimento è subito da chi sta loro vicino, cioè i familiari. Il danno conseguente la perdita di un familiare o il danno per l’infermità riportata da quest’ultimo, sono destinati a crescere fino a dar luogo a malattie conseguenti serie.

Vittime e parenti soffrono di cefalee, insonnia e incubi notturni con senso di paura o terrore e manifestazioni neurovegetative quali tachicardia, sudorazione, tremore, destinate a protrarsi nel tempo, indice di una sofferenza psicologica che spesso diviene permanente; perdita di interesse nelle attività quotidiane; perdita di fiducia in se stessi; massiccio incremento dello stato d’ansia e delle risposte fisiologiche e comportamentali ad esso correlate, angoscia, irritabilità o scoppi d’ira, ipervigilanza, esagerate risposte d’allarme, problemi di memoria e concentrazione, fobie, depressione, disordini alimentari o altre manifestazioni psicopatologiche, propositi suicidari; problemi relazionali, difficoltà di comunicazione, problemi sessuali; evitamento degli stimoli che possono evocare ricordi del trauma; eventuali problemi dovuti al rifiuto da parte dell’individuo verso ciò che è necessario, immediatamente dopo il trauma, per la propria salute e sicurezza; manifestazione di comportamenti impulsivi o rischiosi; attenuazione della reattività generale, uno stato di intorpidimento, insensibilità o paralisi emozionale-affettiva (numbing) che porta ad una limitazione della gamma affettiva, al disinvestimento dalla famiglia, al ritiro sociale, al distacco ed all’estraniamento dall’ambiente; consumo di maggiori quantità di sostanze psicotrope (tranquillanti, sonniferi), nicotina, alcool e droghe; diminuzione di interesse per il futuro e carenza di prospettive.
Se il trauma ha determinato a qualcuno la morte o gravi lesioni, i sopravvissuti possono sentirsi in colpa per essere rimasti indenni o per non avere sufficientemente aiutato la persona deceduta; gli individui con questo disturbo spesso possono sentire una responsabilità, per le conseguenze del trauma, maggiore rispetto a quanto sia giustificato.

L’assistenza psicologica, in questo senso, è fondamentale non solo per la cura, ma anche che per il reinserimento in società.

Nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali i problemi conseguenti al trauma sono presi in attenta considerazione, perché se ne sono studiate le ricadute sulla collettività oltreché sul singolo. Perciò esistono reti di assistenza sociale e psicologica integrata che non lasciano sole le vittime e i loro familiari. Purtroppo in Italia siamo molto lontani da tutto questo, e se per esempio esistono dei centri per l’assistenza alle vittime di violenze sessuali, non esiste niente o quasi per le vittime di incidente, di qualunque tipo esse siano: stradale, domestico o sul lavoro.

Che cosa può fare lo psicologo?

Lo psicologo può fare moltissimo, perché si deve considerare che quando qualcuno si trova coinvolto in un incidente, quand’anche l’incidente non abbia arrecato danni fisici e materiali, vive comunque un trauma. Quel trauma lascia una traccia indelebile sulla sua anima, una traccia che il tempo da solo non può cancellare. Ecco allora che l’intervento dello psicologo risulta essenziale, perché lo psicologo è l’unico professionista che può intervenire sul vissuto traumatico di una persona, aiutandola ad elaborarlo e depotenziarne gli effetti negativi sulla sua vita.

Lo psicologo è in grado di intervenire sui tre gradi di prevenzione:

 

  • quella terziaria, nel caso in cui un disturbo post traumatico, conseguente ad un incidente, si sia già cronicizzato e quindi richieda una psicoterapia a lungo termine;
  • secondaria, quando, immediatamente dopo un trauma, aiuti la persona che lo ha vissuto a superarlo ed elaborarlo;
  • primaria, sia direttamente, lavorando sulla prevenzione delle cause, per esempio, attraverso campagne informative, ecc., sia indirettamente, perché ogni intervento psicologico fatto su persone che abbiano vissuto un trauma o su sopravvissuti a lutti ha come ricaduta una riduzione della propensione al rischio di una persona e conseguentemente degli incidenti.

Sostanzialmente non si può fare prevenzione degli incidenti stradali senza usufruire di tutte le risorse che la psicologia e solo la psicologia è in grado di mettere in campo.

 

 

Chi non ha vissuto l’esperienza drammatica del trauma e del lutto, tende a pensare che, al di là del danno fisico, o dell’elaborazione del lutto, non vi sia altro di cui tener conto: è proprio così?

 

Come dicevo, un’esperienza traumatica lascia un segno indelebile dentro di noi, ma anche nelle persone che vivono al nostro fianco: i nostri familiari e i nostri amici, che con noi possono trovarsi a non sapere come fare fronte ad un’esperienza che esorbita le nostre capacità di contenimento emotivo.

Oltre ai sintomi che riferivo, in una società organizzata come la nostra, la persona che vive un trauma si trova isolata e sente di non essere compresa. In genere, le persone sottovalutano gli effetti di un trauma e non sono disposte a dare ascolto a chi si trova in difficoltà, non solo perché tutti vanno di fretta, ma perché il trauma fa paura. Fa paura calarsi nei panni dell’altro e sperimentarsi fragile e in balia degli eventi. Nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi in una condizione di vittima.

Se invece fossimo capaci di empatia verso il nostro prossimo, potremmo organizzare meglio le nostre società, anche perché, prima o poi, ognuno di noi può trovarsi ad essere vittima di qualcosa e di qualcuno. Allora quel giorno si sentirà solo, e scoprirà che non è sufficiente rimettere a posto il corpo o sotterrare l’amico o il parente per ritrovare il coraggio di vivere ancora.

 

Vuoi parlarci delle iniziative che hai attuato, come psicoterapeuta, in questo ambito?

 

Innanzitutto, sono consulente della più grande associazione italiana di familiari e vittime della strada, l’AIFVS.
All’inizio pensavo che sarebbe stato più facile passare al livello dell’intervento clinico e creare una rete di assistenza nazionale per le vittime della strada. Il mio progetto iniziale, “Isola Bella”, era stato impostato proprio a questo scopo. Poi mi sono resa conto che prima di questo era necessario sensibilizzare le persone che nella loro globalità ignorano le drammatiche conseguenze psicologiche degli incidenti stradali.

Perciò da anni mi rendo disponibile per qualunque campagna, intervista o intervento che sensibilizzi l’opinione pubblica. Non si possono saltare i passaggi, che sono passaggi mentali. Negli altri paesi occidentali, sono attivi sul territorio sistemi integrati di assistenza alle vittime della strada. Da noi ancora si ritiene – nonostante le statistiche ci ricordino continuamente che sono più frequenti di quello che immaginiamo – che gli incidenti capitino per caso, e che siano legati alla sfortuna personale. E, in funzione di questa logica, le vittime sono abbandonate al proprio destino e vivono continue ritraumatizzazioni.

Dopo anni di lavoro, inizio a vedere i primi risultati e a ricevere richieste di intervento di vario genere. Organizzo gruppi clinici per familiari di vittime della strada, allo scopo di aiutarli ad elaborare i lutti che li hanno colpiti. E, naturalmente, seguo in psicoterapie individuali persone che hanno subito incidenti o che hanno perso i propri cari.

 

Conduci qualche ricerca sull’argomento?

 

Sì, mi occupo da anni di cosa accomuni tante storie, apparentemente senza relazione tra loro. Ho scoperto che spesso, dietro a morti improvvise, si celano storie familiari dolorose da più generazioni. Gli psicologi chiamano queste storie trans-generazionali, proprio perché legano tra loro più generazioni di una stessa famiglia. Ciò mi ha portato ad ipotizzare l’esistenza di cause oggettive e soggettive degli incidenti. Le prime sono quelle che tutti noi conosciamo e che ogni giorno ci vengono segnalate anche dai mass media: velocità, ebbrezza, stanchezza, abuso di droghe, mancato rispetto delle norme del codice, sicurezza del fondo stradale, propensione al rischio, ecc. Le cause che chiamo soggettive sono quelle che emergono dai miei studi e che riguardano livelli molto profondi della nostra esistenza e ci mettono in relazione con la nostre origini e le nostre famiglie. Sono spesso queste le cause reali di un incidente e che conducono alcune persone a una morte precoce.

 

Ti ringrazio di cuore per aver risposto alle mie domande e anche per la toccante testimonianza personale.

Stefania Tucci è psicologa, psicoterapeuta. Svolge la sua attività a Roma e a Fonte Nuova (RM).
Già assistente per la cattedra di Teorie della personalità, esperta di disturbi alimentari e psicotraumatologia, conduce attualmente ricerche sui traumi da incidente. Membro di Psycommunity, partecipa al Progetto di Ricerca sul Counseling on line.
E’ Capo Ufficio Stampa per il MIP, Maggio di Informazione Psicologica (www.psicologimip.it ).
Svolge attività di ricerca sulla psicotraumatologia in relazione alle dinamiche transgenerazionali nei sopravvissuti a incidenti stradali e promuove iniziative che conducano alla costituzione di una rete nazionale di assistenza psicologica alle vittime della strada.