Il Training Autogeno per i senior

Il Training Autogeno per i senior

Il Training Autogeno può essere un valido aiuto per i Senior in diverse situazioni

 

 • la gestione dello stress
• il miglioramento della qualità della vita
• il mantenimento della salute fisica e mentale
• l’adattamento ai cambiamenti dovuti all’età

I sessantenni di oggi, ma anche i settantenni,  godono di un’aspettativa di vita e di un benessere economico migliori rispetto ai loro genitori e hanno una maggiore consapevolezza del corpo e della mente.
Sempre più spesso entrano nel terzo tempo della vita con sfide lavorative ancora in atto, figli da sostenere, genitori anziani da aiutare, amori che finiscono e nuovi amori che nascono: tutto sembra possibile e realizzabile.
“Vivere da giovani”, però,  ha un prezzo e comporta molte sfide, ma anche nuove opportunità.
Come affrontarle al meglio?
Gli esperti suggeriscono di praticare le tecniche di rilassamento, e il Training Autogeno è tra le più efficaci: a fronte di un allenamento quotidiano di alcuni minuti, può regalare risultati davvero sorprendenti e soprattutto scientificamente validati.

La salute

Con la pratica del TA possiamo ridurre il livello di ansia generalizzata e la tensione fisica e psichica, incrementando il benessere fisico e psicologico.
La naturale conseguenza è normalizzazione di tutte le funzioni: cardiaca, respiratoria, digestiva, sessuale.
Gli organi e apparati funzionano meglio e dimuniscono gli effetti dello stress: ansia, insonnia, stanchezza eccessiva, difficoltà di concentrazione, calo delle difese immunitarie.
Lo stato generale di salute, dunque, tende a migliorare.

Le dipendenze: fumo, alcol, cibo.

Rimanendo in tema di salute, spesso è proprio in questa fascia di età che si rende necessario liberarsi da cattive abitudini, come il fumo, l’alcol o l’alimentazione disordinata.
Grazie a un allenamento con il Training Autogeno – opportunamente monitorato da un professionista esperto – ci si può liberare dalle dipendenze in maniera graduale e dolce.
Una volta appresi gli esercizi del TA di base, si elaborano delle tecniche personalizzate per affrontare il problema specifico.

Il sonno

L’insonnia è un malessere che si manifesta spesso con l’avanzare degli anni e può dare l’innesco a un circolo vizioso di malesseri: cattivo umore durante il giorno, senso di stanchezza, difficoltà di concentrazione, calo delle difese immunitarie.
Per mantenersi in buona salute fisica e psichica è necessario dormire bene.
Il Training Autogeno si è dimostrato efficace sia nella difficoltà di addormentamento (insonnia primaria) che per riaddormentarsi rapidamente nel caso dei risvegli notturni (insonnia secondaria).
La pratica del TA viene spesso associata a tecniche cognitivo comportamentali come la psicoeducazione e l’igiene del sonno. In tal modo si ottengono effetti duraturi nel tempo.

La malattia

Il TA è utile non solo nella prevenzione, ma anche nel sostegno in numerose situazioni patologiche.
La malattia – qualunque essa sia – comporta la perdita di equilibri personali di varia natura.
Anche in questo caso, il Training Autogeno è di in aiuto a vari livelli:
Rinforzo del sistema immunitario
Controllo del dolore
• Promozione di reazioni collaborative nei confronti della terapia
• Promozione di una visione realisticamente positiva, tendente alla guarigione.

Il benessere psicologico

L’età senior può coincidere con squilibri emotivi di varia natura, collegati alle paure più comuni a questa età.
Solo per citare le più comuni e diffuse, paura:
• della vecchiaia
• della solitudine
• delle malattie
• della perdita (delle persone care, del benessere economico, o in generale di ciò che si è conquistato)
In una fase della vita in cui si è più aperti all’introspezione, accostarsi al Training Autogeno può assumere il significato di un vero viaggio all’interno di sé: un percorso di autoconsapevolezza ricco di sorprese.
Con la guida del terapeuta, la pratica del Training Autogeno è una psicoterapia breve, efficace  per l’autoconoscenza e il benessere psicologico.
Una volta appresa, diventa una autoterapia che può accompagnarci sempre.
Il Training Autogeno è dunque una panacea utile per tutto e per tutti?
No, naturalmente, e nemmeno promette l’eterna giovinezza. Tuttavia, può accompagnare piacevolmente le persone in una fase della vita che vale la pena di esplorare con curiosità e mente aperta.
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Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare con il Training Autogeno

Smettere di fumare grazie al Training Autogeno: è possibile?

 

Esistono molti metodi efficaci per liberarsi dalla dipendenza dal fumo e il Training Autogeno è uno di questi.

Tuttavia, teniamo presente che non ci sono soluzioni “magiche”, ma è sempre necessaria una reale motivazione, e questo vale per qualsiasi dipendenza.

Chi fuma o ha fumato sa bene che è difficile trovare motivazioni valide al di là del generico “il fumo fa male”.

Può accadere che un evento improvviso renda necessario interrompere bruscamente l’abitudine al fumo.

In questi casi, che si tratti di una malattia, o di una circostanza felice come l’insorgere della gravidanza, la spinta a smettere è più forte, per paura o per amore.

Quale che sia il motivo che spinge alla decisione di smettere di fumare, è necessario fare alcune riflessioni.

Alla base della dipendenza dal fumo – come da ogni dipendenza del resto – possono esserci bisogni psichici profondi che vanno indagati.

Per fare un esempio, il fumo della sigaretta può colmare – illusoriamente – bisogni di intimità e sicurezza legati all’esperienza del seno materno.

Inoltre, accendere la sigaretta è ormai un rituale consolidato, una dipendenza psicologica a volte più resistente dei quella chimica provocata dalla dalla nicotina.

 

In che modo il Training Autogeno può essere di aiuto?

 

Se non si ha alcuna conoscenza del metodo, occorre apprenderlo. Per questo occorre un tempo variabile dai tre ai sei mesi.

In tal caso, si può decidere di dedicarsi prima del tempo per imparare il TA e, successivamente, iniziare a lavorare sull’utilizzo del TA mirato alla disassuefazione dal fumo.

Il tempo dedicato all’apprendimento del TA sarà comunque utile a creare uno stato mentale di serenità e ad apprezzare tutti i benefici del metodo: abbassamento dello stato di ansia generalizzato e megliore gestione dello stress, solo per citare i più comuni.

Spesso accade che la maggior tranquillità personale porti già di per sé a ridurre spontaneamente il numero delle sigarette.

Vedi anche: Corso online di Training Autogeno

 

La formula comportamentale

 

Se invece si è già padroni del Training Autogeno, si può iniziare subito a lavorare sul progetto di smettere di fumare.

Occorre elaborare una formula comportamentale finalizzata a smettere di fumare.

Le formule, nel Training Autogeno, sono frasi da ripetere mentalmente durante lo stato autogeno.

Il risultato che si ottiene è paragonabile agli ordini post ipnotici impartiti alle persone in trance.

La formula deve essere sempre la stessa. La sua funzione è quella di innescare una reazione stimolo-risposta, secondo i più classici postulati delle leggi dell’apprendimento.

Per questo è importante che una volta scelta non venga modificata.

 

La formula deve essere:

 

breve per ricordarla senza sforzo e per ripeterla in poco tempo.

positiva o neutra, mai negativa. Questo nel rispetto del “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

La sigaretta è indifferente”, pertanto, va senz’altro preferita a “Fumare fa male”, oppure “Non devo più fumare”.

 

Si può scegliere tra tre tipi di formula:

 

Una sola parola che sintetizza il comportamento che si vuole realizzare: ad esempio costanza, perseveranza, impegno, vittoria.

Una frase con lo stesso significato, ad esempio: sono costante, perseverante, ecc..

L’immagine mentale di una scena in cui tale comportamento viene messo in atto: ad esempio la sigaretta spenta tra le mani, oppure la scena di altri che fumano senza che ciò crei desiderio.

 

Le resistenze

 

Durante l’esecuzione del Training, possono insorgere delle difficoltà: attacchi di prurito, dimenticare di fare l’esercizio, abbandonare il TA.

Si tratta di resistenze. Può voler dire che le motivazioni a smettere di fumare non sono state ben analizzate e i bisogni profondi e le paure impediscono di abbandonare la dipendenza.

In questi casi, con il sostegno del terapeuta, non ci si deve arrendere, ma è necessario continuare a lavorare con perseveranza e fiducia.

Un percorso ben effettuato permette di riattivare tante potenzialità apparentemente sopite.

Si può ridurre l’ansia, ritrovare fiducia nelle proprie possibilità, rinforzare la motivazione a smettere, migliorare le proprie funzioni organiche disturbate, riassestare il sonno alterato.

Quando poi il percorso viene effettuato in gruppo, il gruppo stesso può offrire sostegno reciproco ai partecipanti.

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Il test di gravidanza è positivo!

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Il tuo test di gravidanza è risultato positivo.

 

Sia che tu abbia tanto desiderato una gravidanza, sia che questa giunga inaspettata, adesso è il momento di prendere consapevolezza delle tue emozioni e delle tue reazioni.

Accettale con serenità, senza giudicarti o sentirti a disagio, anche quando avverti ambivalenza o conflittualità in quello che provi.

Pensando alle tante donne che ho accompagnato dall’inizio della gravidanza alla nascita dei loro bambini, provo ad accennarti alle reazioni più comuni: così chiariamo subito che non sei sola!

Incredulità

Soprattutto se da un po’ di tempo provi a rimanere incinta, o se hai avuto delle precedenti esperienze negative, la tua prima reazione potrebbe essere di incredulità: “Sarà vero?”

Felicità

Finalmente si avvera il tuo sogno e ti senti davvero felice.

Orgoglio

Sei fiera di te, senti di essere stata “brava”.

Amore

Ti senti piena di tenerezza e di amore, immagini di avere già il piccolo tra le braccia, sogni a occhi aperti quello che farete tutti e tre assieme.

Entusiasmo, progettualità

Ti senti carica di energia, vuoi preparare la casa per accogliere il bambino, acquistare i suoi abitini, comunicare a tutti la vostra gioia.

Tutto bene dunque? Niente affatto!

Assieme all’entusiasmo e alla positività, potranno manifestarsi sentimenti del tutto opposti e ciò potrebbe spiazzarti.

Sentimenti di Ambivalenza

Credevi di volere tanto questo bambino, e, adesso che sta per arrivare, a volte ti sorprendi ad avere dei dubbi.

Paura

Le paure sono tante e compaiono fin dal primo momento: timore che la gravidanza non vada a buon fine, paura del parto, o che il bambino non sia sano.
Una delle paure più frequenti che mi capita di sentire è quella di morire, anche in donne che prima della gravidanza non avevano questo timore. Con la consapevolezza della gravidanza, compare l’angoscia al pensiero che il piccolo possa crescere senza la mamma.

Insicurezza

Se non hai altri figli e se non hai esperienza di bambini piccoli, puoi sentirti insicura e temere di non essere all’altezza di essere mamma, in fondo nessuno ce lo insegna!

Preoccupazioni

Stai per affrontare un cambiamento così grande le preoccupazioni sono più che comprensibili.
Potrai chiederti se la nascita del bambino potrà portare cambiamenti nel tuo lavoro, se avrete difficoltà economiche, o se la vostra casa è adatta ad accoglierlo, o ancora se ci saranno persone nella tua famiglia disposte ad aiutarti.

Apprensioni relative al partner

Ti chiedi se lui accetterà i cambiamenti del tuo corpo, o se si allontanerà. Qualche volta avrai il timore che la vostra vita di coppia possa perdere intensità, altre volte ancora ti chiederai se sarà un buon padre.

Inquietudine, ansia

Va tutto bene, però non sei mai del tutto tranquilla e ogni tanto compaiono pensieri negativi che ti inquietano.

Pensiero ambivalente riguardo al tuo corpo

Se da un lato ti senti fiera della tua pancia che crescerà, dall’altro potrai nutrire delle preoccupazioni riguardo i cambiamenti del tuo corpo.
Potrai chiederti se il tuo partner ti apprezzerà ancora, se ti piacerai, se dopo il parto tornerai come prima.

Isolamento

Soprattutto se sei una donna molto attiva e con una vita sociale intensa, potrai vivere con frustrazione le inevitabili limitazioni imposte dalla gravidanza e qualche volta avrai l’impressione di sentirti sola.

Che fare?

Accetta tutto quello che provi senza giudicarti.

L’ambivalenza è presente in tutti i rapporti umani veramente autentici e ne devi semplicemente prendere atto.

Sarà la stessa ambivalenza che ti farà sentire una “cattiva mamma” quando ti alzerai a fatica dopo l’ennesimo risveglio notturno, e piena di amore due secondi dopo!

Confrontati con le altre donne.

Scoprire che le tue emozioni, le tue paure, le tue contraddizioni sono comuni ti aiuterà di sicuro, così come ti aiuterà vedere come le altre donne affrontano le tue stesse ansie.

Aspetti un bambino e desideri essere seguita online?

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Puoi usufruire di una guida dedicata alle mamme e alle coppie per accompagnarle dall’inizio della gravidanza fino al parto e al puerperio.
Con la mia guida, imparerai il RAT (Training Autogeno Respiratorio) la tecnica di rilassamento più utilizzata per la preparazione al parto.
L’obiettivo è vivere con serenità una fase della vita ricca di emozioni, a volte contrastanti e arrivare preparati alla grande festa della nascita.

Psicoterapia online: pro e contro

Psicoterapia online: pro e contro

La psicoterapia online ha la stessa efficacia di quella in presenza?

Non c’è una risposta univoca a questa domanda: la scelta dipende da molti fattori.

Una cosa è certa: in seguito al lockdown del 2020, la modalità “agile” di fare terapia si è diffusa moltissimo, dimostrando la sua validità.

Analizziamo i pro e i contro della psicoterapia online, in base alle diverse esigenze.

I pro della psicoterapia online

 

Annulla le distanze

Si può scegliere il terapeuta più gradito, anche se si trova geograficamente lontano.

Allo stesso modo, si può proseguire regolarmente la terapia se momentaneamente distanti dalla residenza abituale.

È più economica

Nelle grandi città, si evitano perdite di tempo e di denaro se lo studio del terapeuta si trova lontano da casa.

Attenua le inibizioni

Con la protezione dello schermo molte persone si aprono e riescono a lasciarsi andare più facilmente che di persona.
Questo effetto disinibente può accelerare il processo di apertura nei confronti della terapia.

Consente di mostrare al terapeuta una parte privata di sé

Il paziente sceglie la postazione in cui avverrà la seduta: in questo modo rivela al terapeuta una parte del suo ambiente personale o lavorativo.
Può scegliere uno sfondo neutro, oppure far vedere oggetti significativi – quadri, poster, libri – che comunicano informazioni al terapeuta.

Permette di sentirsi più sicuri nel proprio ambiente

Le persone che vivono come una minaccia gli ambienti estranei si sentono rassicurate se possono dialogare con il terapeuta rimanendo nella propria abitazione.

Ci si può esporre gradualmente in caso di fobie

Per chi soffre di fobie, la psicoterapia a distanza è utile per rompere il ghiaccio e facilita il primo passo nel richiedere aiuto.
Sarà poi compito del terapeuta prendere per mano il paziente e aiutarlo ad abbandonare le condotte di evitamento conseguenti alle sue fobie.
Una volta stabilita una buona alleanza terapeutica, il paziente si muoverà gradualmente nell’affrontare le situazioni temute.

Consente di trovare con più facilità il tempo per le sedute

Chi lavora, in smart working, o anche in ufficio, riesce a collocare la seduta tra un impegno e l’altro, non dovendo impiegare tempo per raggiungere lo studio del terapeuta.

Nonostante questi indubbi vantaggi, la psicoterapia online presenta anche alcune criticità, vediamo quali.

 

I contro della psicoterapia online

 

Può andare soggetta a interruzioni di natura tecnica

I problemi più seri della psicoterapia online riguardano, a mio avviso, l’aspetto tecnico.

Il terapeuta che vuole lavorare online deve dotarsi della migliore attrezzatura – computer, microfoni, webcam – e della migliore connessione a Internet e deve saper maneggiare con disinvoltura tali strumenti.

Non sempre avviene altrettanto da parte del paziente, che magari si connette con apparecchiature e connessioni poco idonee.

Inoltre, soprattutto in Italia, ci sono ancora aree geografiche scarsamente connesse.

È evidente che una seduta disturbata di frequente a causa di rallentamento o interruzioni scade di qualità.

Secondo la mia esperienza, i problemi tecnici sono comunque meno gravi se la relazione paziente terapeuta è già stabile: con un po’ di fantasia, si può tranquillamente proseguire la conversazione al telefono.

Limita la comunicazione non verbale

La persona che entra in studio porta tutto di sé: il suo modo di muoversi, di camminare, di porsi in relazione con il terapeuta, mostra per intero come si veste, che profumo usa (o non usa): sono informazioni che il terapeuta sa utilizzare e che nella relazione online vanno perdute.

Dal canto suo, anche il terapeuta in presenza mette in atto una comunicazione non verbale più ricca.

Annulla i tempi di riflessione prima e dopo la seduta

Spesso i miei pazienti mi parlano dello “spazio” prima e dopo la seduta. Che sia una passeggiata a piedi o un tragitto in macchina, utilizzano quel tempo per raccogliere le idee sul vissuto che mi porteranno, e, a seduta terminata, sulla via del ritorno, riflettono su quanto è stato detto.

La seduta online rischia di contrarre, o addirittura annullare questi spazi di riflessione, magari quando la si incastra, in una giornata di lavoro, tra un impegno e l’altro.

Modifica la magia della stanza della terapia

La stanza della terapia è un luogo “magico”, ricco di simboli, dove a ogni incontro si ricreano le dinamiche rassicuranti del setting terapeutico.

Molti anni di lavoro con la terapia online mi hanno insegnato che la stessa magia si può ricreare anche a distanza, ma occorre esperienza e apertura alla comunicazione da parte di entrambi.

Pone problemi di riservatezza

C’è chi decide di non comunicare ai familiari che sta seguendo un percorso di psicoterapia: in tal caso deve trovare un luogo tranquillo e riservato per connettersi.
Altresì, è possibile non sentirsi del tutto a proprio agio durante la seduta, se a casa, nelle altre stanze, ci sono persone che potrebbero sentire.

Le piattaforme a basso costo

Alcuni vantaggi possono trasformarsi in svantaggi.

Ad esempio, per rendere la psicoterapia online più economica e alla portata di tutti, sono nate piattaforme online che forniscono prestazioni con onorari molto bassi.

Questo comporta che i terapeuti, tolto il tasso dovuto alla piattaforma stessa, devono accontentarsi di compensi davvero assai esigui.

Va da sé la conseguente selezione naturale dei terapeuti: coloro che hanno anzianità ed esperienza probabilmente non vi aderiranno.

In certi casi non è indicata

La terapia a distanza va evitata quando chi la richiede manifesta idee suicide, gravi disturbi della personalità, disturbi dello spettro psicotico.

Ci sono poi terapie a orientamento prevalentemente corporeo che richiedono necessariamente la presenza fisica del terapeuta e spesso anche del gruppo.

 

Che cosa fare prima di intraprendere una psicoterapia online

 

Predisporre l’ambiente adeguato

Se si decide per la terapia online occorre anzitutto avere un’ottima connessione internet, dispositivi adeguati, e uno spazio riservato dove poter parlare liberamente senza che altri sentano.

Se non si vive da soli, la stanza dovrebbe essere ben separata dalle altre per evitare che i familiari possano sentire.

Scegliere il terapeuta

Così come per la terapia di persona, è indispensabile dedicare del tempo alla scelta del terapeuta a distanza.

Occorre accertarsi che sia iscritto all’Ordine professionale e all’Elenco degli Psicoterapeuti, e farsi un’idea del suo approccio teorico.

Per approfondire, leggi:
Come scegliere lo psicoterapeuta
Il decalogo dello psicoterapeuta
Consulenza psicologica online

Una volta scelto il professionista, le fasi iniziali del rapporto sono le stesse: analisi del problema del paziente, illustrazione del lavoro da svolgere, individuazione degli obiettivi terapeutici.

Per approfondire, leggi:
Il primo colloquio

Infine, non basta saper utilizzare Internet per potersi definire terapeuta online.

È necessaria una solida esperienza nelle relazioni a distanza e soprattutto la convinzione dell’utilità della Rete nelle professioni di aiuto.

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Quando si è impossibilitati a raggiungere lo studio del terapeuta, per problemi di salute, di orario, di distanza geografica, o semplicemente per ritrosia, si può ricorrere alla consulenza psicologica online: a chi serve e come funziona.

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Richiesta di consulenza online

Dott.ssa Patrizia Belleri

Psicologa Psicoterapeuta

Ordine Psicologi Lazio 2016

Affamati d’amore

Affamati d’amore

Ti guardi allo specchio, ma non vedi il tuo corpo come è davvero. 

Dispercezione, la chiamano gli esperti. Vedi troppa pancia, le cosce ti sembrano grosse, i fianchi abbondanti: pesi meno di 40 chili.

Sono i segnali dell’anoressia, un disturbo alimentare come la bulimia e il binge eating, solo per citare i più diffusi.

Come ti accorgi di soffrirne?

All’inizio lo neghi, la difficoltà maggiore è prendere atto di avere un problema.

A nulla valgono gli avvertimenti di medici, familiari e amici, non ti senti malata o malato.

Poi, un giorno, ti vedi per davvero.

A Fiorenza Sarzanini è successo riguardando le fotografie della sua vacanza in Grecia con i familiari.

«E quella chi è?»
«Sei tu.»
«Dai, sul serio, chi è quella?»
«Sei tu.»
Non è possibile, mi stanno prendendo in giro. Quella ragazza sta male, è uno stecco. Ha l’occhio spento, sta al mare ma è pallida. Ha i capelli lunghi, effettivamente mi assomiglia. Però come fanno a dire che sono io, ma non lo vedono che siamo diverse? Come fanno a non accorgersene?

Perché succede? E perché questi disturbi sono aumentati in maniera significativa nei mesi del lockdown?

Fiorenza Sarzanini, giornalista, vicedirettore del Corriere della Sera, fa il punto sulla situazione con il suo ultimo libro Affamati d’amore.

Sarzanini è sensibile all’argomento, avendo lei stessa sofferto di anoressia da ragazza, e, proprio con questa “credenziale”, riesce a entrare in empatia con i giovani che intervista.

Con il suo libro non vuole suggerire facili ricette di guarigione, né pretende di indicare le cause di un disagio così complesso.

Prende atto della consistenza del fenomeno e, partendo dalla sua storia personale, racconta quella di ragazzi e ragazze che stanno facendo del proprio meglio per salvarsi.

Attraverso i racconti dei giovani che intervista, ci mostra le tante declinazioni del disturbo alimentare.

C’è chi smette di mangiare, fino a sparire, come Simona, “affamata d’amore” che ha vissuto tante vicissitudini dolorose: la morte della madre, la depressione della sorella, il terremoto della città dove vive, L’Aquila.

È affamata d’amore, Simona, come tutti coloro che hanno un disturbo alimentare. Perché sono mille le cause scatenanti, spesso non si riesce a individuarle. Ma c’è un dettaglio che accomuna tutti coloro che si ammalano: aver bisogno di affetto, di attenzioni. Sentirsi trascurati non è ammissibile, la ricerca di conferme diventa ossessiva.

Matteo soffre di vigoressia, l’eccessiva preoccupazione per il tono muscolare e gli allenamenti estenuanti e ossessivi per mantenerlo.

Corsa, bicicletta, arti marziali, palestra: ore e ore di sport ogni giorno, all’alba o di notte, in ogni momento libero. Con un unico obiettivo: compensare anche le pochissime calorie ingerite.

Quando stava per perdere la sua famiglia, la moglie e i bambini, ha accettato il ricovero.

Sul versante opposto del disagio, c’è Paolo, 290 chili:

Il suo non è più un corpo, è come un enorme lenzuolo che si porta addosso e pende di qua e di là, ondeggia. Lì sotto, da qualche parte, c’è un ragazzo di diciannove anni che grida aiuto, che sogna di prendere la patente, di poter guidare un’auto, di andare lontano da dove è cresciuto.

Marilù cerca la perfezione. È bravissima a scuola, ma quando all’Università scopre di non riuscire a prendere tutti 30, smette di mangiare.

Così ho iniziato a mangiare sempre meno, quello mi riusciva bene. In fondo era sempre una faccenda di numeri: i trenta sul libretto universitario che non riuscivo a ottenere diventavano i grammi di pasta che mi concedevo.

Le strutture per accogliere e curare questi giovani ci sono, anche se meno numerose rispetto ai tanti che ne avrebbero bisogno.

Sono gli “ospedali a forma di casa”, dove ragazzi e ragazze rimettono assieme i pezzi delle loro vite, assistiti da psichiatri, psicoterapeuti, esperti di alimentazione, e si impegnano in percorsi lunghi e faticosi.

I giovani intervistati da Fiorenza Sarzanini sono ancora in cammino, è importante ricordare loro di non sentirsi “guariti” troppo presto, poiché il rischio della ricaduta è elevato.

È un percorso lungo e doloroso, una strada che devi scegliere consapevole che potrai fare un passo avanti e dieci indietro. Potrai cadere e dovrai cercare la forza di rialzarti, dovrai lottare convinta che la sconfitta non è ammessa. Soltanto in quel momento riuscirai a vedere la porta dell’uscita.

 

Fiorenza Sarzanini
Affamati d’amore
Solferino, 2022

La desensibilizzazione autogena

La desensibilizzazione autogena

Con la desensibilizzazione autogena possiamo superare ansia, fobie, paure immotivate,  utilizzando lo stato di benessere psicofisico tipico del Training Autogeno.

La desensibilizzazione autogena è una delle molte risorse della psicoterapia autogena, che, nel caso specifico, utilizza una tecnica  della psicoterapia cognitivo comportamentale, la desensibilizzazione sistematica.

Con la desensibilizzazione autogena, possiamo imparare ad ad affrontare le situazioni che ci spaventano, esponendoci gradualmente ad esse, fino a non averne più timore.

A che cosa serve

La desensibilizzazione autogena serve a vincere le fobie e a alleviare l’ansia legata a qualcosa che temiamo.

Ad esempio, si può praticare la desensibilizzazione autogena per superare la paura di prendere l’aereo, di parlare in pubblico, di guidare l’auto: sono azioni di per sé abituali, ma in alcune persone generano paura, o addirittura panico anche al solo pensiero.

Come si procede

Innanzi tutto, è necessario apprendere il Training Autogeno.

Per padroneggiare il Training e poterlo utilizzare nelle situazioni specifiche, occorrono circa tre mesi di allenamento regolare e costante.

Consiglio vivamente di farsi guidare da una persona esperta, per poter trarre il massimo beneficio dal TA ed evitare delusioni.

Una volta che il Training Autogeno è ben padroneggiato possiamo procedere così:

Scegliamo una situazione che ci genera paura e la programmiamo, come se dovessimo affrontarla nella realtà.

La immaginiamo in ordine crescente di ansiogenicità, cioè in base a quanta ansia si genera ciascuna azione dell’intera sequenza.

In altre parole, dobbiamo produrre immagini mentali via via sempre più impegnative rispetto all’ansia che ci generano.

Ad esempio, se la situazione temuta è prendere l’aereo, programmiamo una successione di azioni che inizia a casa, quando usciamo e saliamo in auto. Poi visualizziamo mentalmente la strada per l’aeroporto, il check in, salire a bordo e così via.

Troviamo un ambiente tranquillo e un momento in cui non ci sono particolari limiti di tempo.

Eseguiamo tutti gli esercizi del TA di base, dalla Formulazione della Calma, fino alla Fronte Fresca.

A questo punto, iniziamo a immaginare la situazione che ci siamo programmati. In questo particolare stato di coscienza, chiamato stato autogeno, le immagini saranno molto realistiche e le nostre emozioni assai simili a quelle che proveremmo nella realtà.

Dobbiamo aver cura di intercalare una immagine ansiogena con una fase tranquillizzante.

Ad esempio, per affrontare la paura di prendere l’aereo possiamo procedere così:

Sto per uscire di casa per andare all’aeroporto (intensità minima di ansia) -> Sono in uno stato di calma e rilassamento

Salgo in auto in direzione aeroporto e mi raffiguro mentalmente il percorso (l’ansia tende a crescere) -> Mantengo la calma e sicuramente ce la farò

Arrivo in aeroporto e parcheggio l’auto -> Mantengo la calma e sono all’altezza della situazione

Mi avvio al check in -> Mantengo la calma e la serenità

E così via, fino alla fine del volo.

Con questo procedimento, possiamo associare frasi tranquillizzanti, come “mantengo la calma e la serenità” con i vari passaggi della situazione temuta, in una sequenza crescente di impegno emotivo.

La procedura può essere adattata a tutte le situazioni che ci generano ansia.

L’ideale sarebbe poter programmare il procedimento con la guida del terapeuta che ci ha insegnato a praticare il Training Autogeno.

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Scrittura introspettiva con il Training Autogeno

Scrittura introspettiva con il Training Autogeno

La scrittura rappresenta un formidabile strumento terapeutico e di autoconoscenza, come sanno bene gli psicoterapeuti che la utilizzano.

La pratica del Training Autogeno può essere anche una occasione per praticare la scrittura introspettiva?

Sì, può esserlo, a patto che dedichiamo l’opportuno spazio alla stesura del Protocollo: si tratta di un diario di bordo dove annotare le sensazioni provate durante le esercitazioni del Training Autogeno, ma può diventare anche tanto altro.

Il terapeuta e l’allievo discutono assieme contenuto del diario e individuano per tempo eventuali errori di esecuzione degli esercizi, favorendo così il percorso di conquista del benessere psicofisico.

Per chi inizia a praticare il TA, il Protocollo è utile poiché assume due importanti funzioni.

  • È un compagno di viaggio, utile non solo per imparare il Training, ma anche per scoprire quello che avviene al proprio interno mentre si progredisce nel percorso.

     

  • È un canale aperto con il terapeuta, che leggerà con attenzione i progressi dei suoi allievi, ma anche le emozioni che si manifestano man mano che essi progrediscono nell’esplorazione di sé, tipica del TA.

Da molti anni insegno il TA a distanza nei miei percorsi online e ho potuto apprezzare l’importanza del Protocollo, poiché è il mezzo che tiene viva la relazione con gli allievi, dal momento che manca l’interazione dal vivo.

I miei corsi privilegiano la parola scritta, importante strumento di comunicazione e di introspezione.

Invito i partecipanti a utilizzare il Protocollo, descrivendo, oltre alle sensazioni fisiche provate durante gli esercizi anche ciò che la mente produce in termini di emozioni, ricordi, visualizzazioni spontanee.

È sorprendente osservare che tante persone vanno oltre la semplice annotazione “di servizio”, e desiderano esprimere i contenuti psichici emersi durante il Training.

Si delinea così un dialogo specialissimo e assai intenso tra terapeuta e addestrando, un valore in più – uno dei molti – del Training Autogeno.

In quest’ottica, possiamo considerare il Protocollo del TA un vero Diario terapeutico, una esperienza di scrittura introspettiva, da cui emergono spesso – e del tutto spontaneamente – vissuti intensi che, partendo dal corpo, raggiungono il mondo interiore. 

Si svelano così traumi irrisolti, ricordi rimossi, nuove intuizioni per voltare pagina nella propria vita.

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Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Training Autogeno e Rilassamento Muscolare Progressivo: quale scegliere?

Due metodi di rilassamento a confronto

Il Training Autogeno (TA), e il Rilassamento Muscolare Progressivo (RMP) sono tra i metodi consigliati per prevenire e curare l’ansia e i disturbi che ne derivano e più in generale per promuovere il benessere psicofisico.

Entrambi sono stati sottoposti a verifiche scientifiche rigorose e possiamo affermare con certezza che sono affidabili ed efficaci.

Come orientarsi nella scelta dell’uno o dell’altro?

Esaminiamo affinità e differenze.

La storia

Il TA e il RMP hanno una lunga storia.

Il Training Autogeno è stato elaborato tra il 1908 e il 1912 da Johannes Heinrich Schultz , neurologo e psichiatra tedesco (1884-1970) .

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e basandosi sulla sua esperienza clinica ha elaborato un metodo in grado di procurare gli stessi benefici dell’ipnosi senza la necessità dell’intervento diretto del terapeuta.

Grazie all’allenamento (training), il benessere psicofisico si genera da sé (autogeno).

Schultz conosceva anche lo Yoga e si è in parte ispirato anche a questa antica pratica, tanto che il TA è conosciuto anche come “Yoga occidentale”.

Leggi anche: La storia del Training Autogeno

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è stato elaborato dal neurologo americano Edmund Jacobson (1888-1983) dal 1936 fino agli anni 70.

Jacobson parte da un presupposto molto semplice: lo stress induce tensione muscolare.

Gli stati d’animo influenzano le risposte del corpo, ma è vero anche il contrario: se impariamo a rilassare il corpo, calmiamo anche la mente.

Poiché dopo ogni tensione muscolare avviene una distensione, l’apprendimento del RMP consiste nell’allenarsi a contrarre e poi decontrarre tutti i muscoli del corpo secondo uno schema ben preciso.

Un gioco di tensione-distensione, in virtù del quale si raggiunge il rilasciamento muscolare e la calma psichica.

La diffusione

La divulgazione del Training Autogeno è stata inizialmente lenta, e solo dagli anni 70 in poi il pubblico più vasto ha iniziato a conoscere e apprezzare il metodo.

Se ne iniziò a parlare quando la squadra italiana di sci venne allenata con il TA per migliorare la concentrazione nelle prestazioni sportive. Era la mitica “valanga azzurra” protagonista di un grande successo.

Da allora il TA si diffuse sia a livello clinico, come tecnica per curare l’ansia, che nelle situazioni non cliniche: nello sport, nel lavoro, nell’arte e nello studio, solo per fare alcuni esempi.

Il RMP è stato a lungo trascurato a causa della complessità degli esercizi ideati da Jacobson.

L’intera sequenza richiedeva tempi di esecuzione molto lunghi e poche persone avevano la costanza di portare a termine l’intero percorso.

In anni più recenti, Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec  hanno rielaborato il RMP abbreviando la sequenza degli esercizi.

In tal modo lo hanno reso accessibile anche a chi non ha troppo tempo da dedicare alla pratica.

Per approfondire: Douglas A. Bernstein e Thomas D. Borkovec, New Directions in Progressive Relaxation Training: A Guidebook for Helping Professionals, Praeger, 2000.

Come si praticano

Entrambi i metodi richiedono una ripetizione quotidiana, regolare e costante, di esercizi specifici.

Per praticare il Training Autogeno occorre ripetere mentalmente delle formule verbali, in posizione comoda e rilassata, per una sequenza di sette esercizi.

La pratica del RMP, invece, richiede movimento.

Occorre allenarsi a contrarre e poi rilasciare tutti i muscoli con una successione prestabilita: dalla mano dominante, al bicipite, e così via per tutti i distretti muscolari.

Vedi il Corso online di Training Autogeno

Vedi il Corso online di Rilassamento Muscolare Progressivo

Lo stato mentale

Con il Training Autogeno si raggiunge uno stato di coscienza in cui prevale l’attivazione dell’emisfero destro del cervello e si raggiunge un restringimento del campo di coscienza.

Si rinuncia all’attenzione e ci si immerge in un’esperienza passiva di abbandono e di profonda immersione nelle profondità di sé.

Questo stato mentale è conosciuto come concentrazione passiva.

Il RMP richiede uno stato mentale di attenzione, poiché gli esercizi consistono in sequenze di movimenti fisici strutturati.

Dunque, lo stato mentale del TA è passivo, quello del RMP è attivo.

Quando sono indicati

In linea di massima tutti e due i metodi sono utili come pratica di igiene mentale, per la prevenzione degli effetti dello stress.

Le ricerche sul Training Autogeno ce ne assicurano l’efficacia negli stati di ansia, nell’insonnia, nel controllo del dolore, nella normalizzazione delle funzioni corporee, e in generale in tutti i disturbi psicosomatici.

Leggi anche: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

Il RMP è efficace nel trattamento dei dolori derivati dall’ansia e dalla relativa tensione, come il dolore cervicale e la cefalea tensiva, e, più in generale, nei disturbi dovuti a un eccesso – spesso inconsapevole – di tensione muscolare, come ad esempio il bruxismo.

Come si integrano con la psicoterapia

Sia il TA che il RMP possono essere appresi come metodi di rilassamento a sé stanti, da autogestire una volta appresi con la guida di un esperto.

Possono anche essere integrati in un percorso di psicoterapia.

Il Training Autogeno viene utilizzato in diversi approcci terapeutici: può essere utilizzato nell’ambito della Psicoterapia cognitivo comportamentale, della Logoterapia, e anche in Percorsi analiticamente orientati.

Può anche costituire una terapia in sé, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Si tratta di un percorso psicologico ed esistenziale che permette una vera immersione nelle parti più profonde di sé.

Anche il RMP può essere inserito nel contesto di una psicoterapia, di solito viene utilizzato nella psicoterapia cognitivo comportamentale per apprendere atteggiamenti corretti al posto di situazioni disfunzionali, ad esempio nell’ambito dell’igiene del sonno.

Entrambi efficaci, quale scegliere dunque?

Sulla base della mia esperienza, mi sento di suggerire il Training Autogeno a chi desidera impadronirsi di un metodo che vada oltre il semplice rilassamento, ma desideri sperimentare una conoscenza di sé più profonda.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è più immediato nel dare sollievo ai disturbi derivati dall’eccesso di tensione muscolare.

Può anche essere praticato prima del TA per favorire il rilasciamento muscolare e aprire la strada alla pratica dell’Esercizio della Pesantezza.

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno, o del Rilassamento Muscolare Progressivo, da casa con la guida online della psicoterapeuta.

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La terapia della foresta

La terapia della foresta

Quando il benessere viene dalla natura

 

Si chiama Shinrin-Yoku, letteralmente Bagno nel bosco, in inglese Forest Bathing.

Non è una solo una passeggiata nel bosco – che già di per sé è piacevole e rilassante – e nemmeno semplicemente un esercizio fisico.

È una pratica terapeutica che richiede di immergersi nella natura attivando e utilizzando consapevolmente tutti e cinque i nostri sensi.

Gli esperti consigliano di incominciare così:

Trova il posto giusto per te: un parco cittadino, o un bosco e non cercare una meta.

Il posto deve piacerti. Puoi amare l’acqua e scegliere un luogo con dei ruscelli, o preferire l’odore della terra o la vegetazione più fitta.

È fondamentale che tu ti senta a tuo agio nel luogo che hai scelto.

Spegni il telefono, disconnettiti anche mentalmente dalla tua quotidianità.

Poniti nello stato d’animo di comunicare con la natura, semplicemente lasciandoti guidare dalle sue suggestioni.

Cammina senza chiederti dove andare.

Per tutto il tempo della tua immersione nella natura, attiva i cinque sensi e sperimenta attraverso di essi la fusione con il bosco.

Scopri i colori, i suoni, gli odori, le sensazioni tattili che ti provoca quando tocchi gli alberi, i sapori se assaggi qualche frutto.

Rallenta: immergiti nel presente. Non pensare ai tuoi impegni o a quello che dovrai fare più tardi.

Durante l’immersione nel bosco è anche possibile – di sicuro molto utile – praticare discipline come la Mindfulness, lo Yoga, la Meditazione camminata.

Se ti è possibile, cammina per almeno due ore, senza una meta.

Praticando con regolarità il bagno nel bosco torni “a casa” seguendo un istinto primordiale, e ritrovi esperienze e sensazioni che sempre sono appartenute al genere umano, fino a quando la civilizzazione non lo ha costretto ai ritmi e ai luoghi innaturali delle città.

Benché sia intuitivo il benessere che deriva dalla natura, gli effetti salutari del bosco sulle persone sono stati osservati sistematicamente e su basi scientifiche solo dal 1982, in Giappone.

In seguito, l’interesse per la Terapia delle foreste si è estesa in tutto il mondo e oggi abbiamo moltissime prove sperimentali del suo enorme potere terapeutico.

 

Quali sono i benefici della Terapia della foresta?

 

 

La ricerca scientifica ha dimostrato che la pratica costante terapia della foresta:

  • Rinforza le difese immunitarie.
  • Riduce il livello degli ormoni dello stress: il cortisolo e l’adrenalina.
  • Contrasta l’iperattività del sistema simpatico, responsabile delle risposte di lotta o fuga.
  • Stimola il sistema parasimpatico, deputato alle reazioni di riposo e recupero.
  • Abbassa la pressione del sangue e aumenta la nostra capacità di variare frequenza cardiaca.
  • Migliora la salute cardiovascolare e metabolica.
  • Far calare i livelli di zucchero nel sangue.
  • Potenzia il sistema immunitario attraverso l’incremento delle ‘cellule killer naturali’ del corpo.
  • Accresce la produzione di proteine antitumorali.

Pertanto, la pratica costante:

  • Aumenta la nostra energia.
  • Riduce lo stress e facilita il rilassamento.
  • Allevia l’ansia.
  • Mitiga la depressione.
  • Aiuta a gestire l’aggressività e la rabbia.
  • Facilita il sonno.
  • Regola il metabolismo aiutando a perdere peso.
  • Migliora la concentrazione e la memoria.
  • Innalza la soglia del dolore.

 

Praticare la Terapia forestale

 

In Giappone esistono dei veri e propri programmi di terapia forestale, seguiti da medici esperti che monitorano le condizioni psicofisiche prima e dopo l’immersione nella foresta e ne guidano il cammino.

La Terapia forestale si sta diffondendo ormai in tutto il mondo.

In Italia, tra le varie iniziative, segnalo l’ebook Terapia Forestale a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con il Club Alpino Italiano, scaricabile gratuitamente.

In Toscana, a Pian dei Termini è attivo il Progetto Pilota di Ricerca e Sviluppo della Terapia forestale.

Ogni regione ormai ha i suoi gruppi di incontro tra persone che vogliono approfondire questa pratica e – perché no? – anche conoscersi e camminare assieme.

La ricerca scientifica ha dimostrato infatti che, benché il movimento favorisca sempre il benessere psicofisico, non è la stessa cosa praticarlo in una palestra o in città, oppure camminando nel bosco.

 

Il Rilassamento Muscolare Progressivo

Il Rilassamento Muscolare Progressivo

 

 

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica efficace per curare l’ansia e gli effetti negativi dello stress.

È semplice da apprendere: in pratica occorre allenarsi a contrarre e rilasciare tutti i muscoli in successione fino a raggiungere uno stato di rilassamento fisico, che a sua volta porta alla calma mentale e al recupero delle energie.

Il programma richiede alcune settimane di allenamento e soprattutto costanza nell’eseguire gli esercizi.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo è stato elaborato all’inizio del ‘900 dal neurologo americano Edmund Jacobson (1888-1983).

Egli affermava che lo stress induce la tensione muscolare.

Inoltre, se una persona è già tesa, una sollecitazione provoca una risposta più elevata rispetto a quando è in stato di calma.

Si pensi ad esempio a come ci comportiamo di fronte a un rumore improvviso: se ci troviamo già in tensione, trasaliamo in maniera più marcata.

Secondo Jacobson, i pensieri, le emozioni e le percezioni hanno come conseguenza delle modificazioni che coinvolgono il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema muscolare.

In altre parole, i nostri stati d’animo influenzano le risposte corporee e viceversa.

Proviamo a immaginare o rievocare una situazione che ci genera ansia: i nostri muscoli si contraggono e consumiamo maggiore energia.

E’ vero anche il contrario: se immaginiamo una situazione di calma, anche i muscoli si rilassano.

Con un percorso di Rilassamento Muscolare Progressivo possiamo imparare a rilassare i muscoli e di conseguenza calmare la mente.

 

La tensione residua

 

 

Un altro obiettivo del RMP è la riduzione della tensione residua.

Si tratta di un eccesso di tensione muscolare che impieghiamo quando non serve.

Immaginiamo una situazione tipica: seduti al tavolo di lavoro, stiamo utilizzando il pc. I muscoli impegnati sono solo quelli deputati al compito (braccia, mani, ecc.), ma molti altri sono tesi inutilmente, come le spalle o le gambe.

Attraverso l’allenamento al RMP si apprende a utilizzare solo i muscoli che servono, lasciando rilassati quelli che non servono, risparmiando così una notevole quantità di energia.

Il risultato sarà di sentirci molto meno stanchi e tesi dopo aver terminato il compito.

 

A chi e a che cosa serve: le indicazioni

 

Il RMP è adatto a tutte le età, anche i senior possono trarne giovamento.

E’ efficace sia per prevenire che per curare molti disturbi derivati dall’ansia e dallo stress.

Inoltre, facilita l’apprendimento di metodi più introspettivi, come il Training Autogeno.
Vediamo quali disagi psicofisici possiamo affrontare meglio grazie al RMP.

L’ansia

 

Il RMP non incide direttamente sulle cause profonde dell’ansia – per questo occorre la psicoterapia – tuttavia può alleviarne le conseguenze.

Le persone ansiose, infatti, hanno la tendenza a contrarre involontariamente i muscoli, provocando uno stato di tensione che a sua volta alimenta l’ansia.

Grazie al Training di Rilassamento Muscolare Progressivo è possibile imparare a decontrarre i muscoli, abbandonare la tensione, raggiungere uno stato di benessere psicofisico che ha effetti benefici anche sullo stato mentale.

 

Il dolore

 

Il dolore viene trattato efficacemente quando ha origine dall’ansia e dallo stress e dal conseguente eccesso di tensione.

Dolori cervicali, cefalea tensiva, mal di schiena

In particolare, con l’allenamento al RMP traggono giovamento i dolori cervicali, la cefalea tensiva, il mal di schiena.

Quasi sempre questi dolori hanno origine da contratture muscolari dovute a posture innaturali, come l’eccessivo tempo trascorso al computer o alla guida.

Con l’allenamento possiamo imparare a rilassare tutti i muscoli, in particolare quelli che non utilizziamo direttamente nel compito che stiamo svolgendo.

 

La fibromialgia

 

Una patologia specifica dove il dolore è una costante è la fibromialgia.

Si tratta di un disturbo di natura reumatica, a origine probabilmente autoimmune.

Si pensa che sia mediato anche dallo stress ed è caratterizzato, tra molti altri sintomi, anche da dolore diffuso cronico e rigidità.

Almeno per quanto riguarda la possibilità di allentare la tensione, la pratica costante del Rilassamento Muscolare Progressivo ha prodotto risultati interessanti per questa patologia.

 

I disturbi gastro-intestinali

 

Il dolore è quasi sempre presente anche nei disturbi gastro-intestinali.

In questi casi la componente emotiva è spiccata e i trattamenti che includono il training di rilassamento sono risultati efficaci, in combinazione con la psicoterapia.

Sebbene il trattamento in sé non sia in grado di curare patologie come ad esempio la sindrome da colon irritabile, può alleviare in gran parte la tensione che la aggrava.

Il bruxismo

 

Il bruxismo è un’altra situazione caratterizzata dal dolore.

Si tratta dell’abitudine digrignare i denti involontariamente, soprattutto durante il sonno.

Le cause possono essere molteplici, ma le più comuni sono di natura psico emotiva.

Chi ne è affetto non se ne rende conto direttamente, ma può soffrire di dolori al risveglio e soprattutto, a lungo andare, i denti si danneggiano.

In questi casi, dopo aver completato il Training di RMP, si può lavorare specificatamente sui muscoli del volto e della mascella, per imparare a distenderli e rilassarli.

 

L’insonnia

 

Chi soffre di insonnia ha la tendenza a rimuginare e a perdersi in pensieri negativi. In questo modo, contrae i muscoli, in un circolo vizioso da cui è difficile districarsi.

Se si esegue l’esercizio la sera prima di dormire, si ottiene un doppio risultato: La concentrazione sull’esercizio distrae dai pensieri e il rilasciamento muscolare che si ottiene rilassa i muscoli.

 

L’ipertensione

 

L’ipertensione arteriosa è una patologia che va affrontata seriamente e sotto stretto controllo del medico.

Le cause sono molteplici, e a volte sono presenti cause diverse che concorrono al problema.

Con il parere del medico, ed eventualmente in aggiunta a una terapia farmacologica, il RMP, così come anche altre tecniche di rilassamento può concorrere alla normalizzazione della pressione e al benessere psicofisico.

 

Le prestazioni sportive

 

In tutte le discipline sportive, l’aspetto psicologico è determinante, tanto è vero che la figura dello psicologo dello sport affianca sempre gli sportivi professionisti.

Il RMP viene utilizzato per migliorare la conoscenza del proprio corpo e per gestire lo stress che interferisce negativamente nelle prestazioni.

Il controllo del peso

 

E’ evidente che nessuna tecnica di rilassamento in sé può far perdere peso.

Come tutti sanno, è necessaria una seria motivazione, coadiuvata dal movimento e dalla dieta corretta, meglio se seguita da un professionista esperto.

Detto questo, rilassarsi aiuta a attenuare gli effetti dello stress e del nervosismo che spesso sono causa e conseguenza dell’aumento di peso.

Il RMP può essere utile in questa ottica.

 

Le situazioni impegnative

 

Affrontare situazioni come esami, colloqui di lavoro o prestazioni che ci impegnano mentalmente ed emotivamente, comporta un notevole esborso di energie psicofisiche.

Spesso ne utilizziamo più di quante ne occorrono, sottraendo energia al compito che dobbiamo affrontare. Nello stesso tempo, l’ansia da prestazione inibisce la qualità della prestazione stessa.

Chi è allenato a rilassare il corpo e la mente, sarà più efficace e presente nelle situazioni impegnative.

 

Come imparare a praticare il Rilassamento Muscolare Progressivo

 

Il Training di allenamento al RMP consta di 6 esercizi da apprendere in successione.

Con i primi 3 si impara a contrarre e decontrarre in successione i vari gruppi muscolari con lo scopo di raggiungere il rilassamento totale di tutti i muscoli del corpo e il conseguente benessere mentale.

Con i successivi 3 esercizi si richiama mentalmente quanto appreso, al fine di ritrovare rapidamente le stesse sensazioni di rilassamento e di benessere anche in assenza della sequenza contrazione-decontrazione.

L’intero percorso richiede alcune settimane.

Il tempo necessario a un corretto apprendimento è variabile e dipende dall’impegno personale e dalla costanza nell’allenamento.

 

 

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Cambiare vita è possibile. Carlo Budel ha scelto la montagna

Cambiare vita è possibile. Carlo Budel ha scelto la montagna

Cambiare vita per ritrovare sé stessi e raggiungere la pace interiore: chi non lo desidera?

 
 

I percorsi per arrivarci sono tanti, e differenti per ciascuno di noi, così come diversi sono i momenti della in cui avvertiamo l’urgenza del cambiamento.

 
 

Carlo Budel ha dato un senso alla sua esistenza sulla Regina delle Dolomiti, la Marmolada: da tre anni gestisce il rifugio Capanna di Punta Penia, a 3343 metri di altezza.

 
 

Per raggiungerlo occorrono ramponi e piccozze, e la forza di affrontare passaggi sul ghiacciaio e due ferrate: non è propriamente una meta turistica per montanari della domenica!

 
 

Durante i 100 giorni della stagione, Carlo vive in condizioni estreme. Nessuna comodità, freddo, isolamento, temporali spaventosi e tanta neve da spalare, anche solo per entrare nella capanna.

 
 

Talvolta rimane solo, altre volte non ha un attimo di riposo per accogliere gli ospiti che si avventurano fin lassù. Per tutti ha un sorriso, un pasto caldo e una fetta del suo proverbiale strudel.

 
 

La storia di Carlo Budel è singolare, l’ha scritta lui stesso nel suo libro La sentinella delle Dolomiti.

 
 

Ci racconta di un ragazzo molto vivace e refrattario alle regole, diventato grande tra le montagne trentine e quelle bellunesi, a contatto con la natura che ha imparato ad amare e a rispettare fin da piccolo.

 
 

Come accade a molti, ad un certo punto della sua vita si è “sistemato”: posto fisso, stipendio sicuro, le montagne nel week end, quando era possibile.

 
 
E’ stato così per quasi vent’anni, ogni giorno uguale all’altro, sempre la stessa voglia di cambiare.
 

Poi un giorno, in auto, andando al lavoro:

 
Questa strada, che conosco a memoria in ogni centimetro, mi dà la nausea (…).
Penso ai miei colleghi, alle migliaia di persone che vanno avanti con un unico obiettivo: godersi la pensione, dimenticando il presente.
Penso a quelli che vedo entrare in fabbrica con il muso lungo, alle facce grigie che incontro a ogni cambio turno. Non vedo gente gioiosa, vedo gente che si rassegna. E io non voglio vivere così, attendendo la vecchiaia per poter essere libero. Arrivato a questo punto, mi dico: o continuo a ripeterlo, come fanno tutti, oppure prendo la rincorsa e spicco il volo.
Accosto.
Respiro.
Faccio inversione.
È finita.
Comincia una vita nuova.

Sono matto, forse.

 

Inizia per Carlo un periodo in cui si libera da  vecchi schemi e da  abitudini tossiche, e scala le vette, tutte quelle che conosce: per venti mesi, tanto quando durano i suoi risparmi.

 
 

Poi realizza che per lui il lavoro deve identificarsi con ciò che ama, la montagna.

 
 

Andare in montagna mi ha curato. Più ci vai, più cresci, più impari.

 

 
 
Lavora in rifugi famosi e la bellezza è parte del gioco.
 

Un giorno Aurelio, un amico non vedeva da tempo, gli racconta di aver da poco ha acquistato la Capanna di Punta Penìa e adesso cerca un gestore per i mesi estivi:

 

 

«Ci vado io!». Quelle parole sono uscite dalla mia bocca senza che ci avessi realmente riflettuto. E mentre le pronunciavo, mi sono illuminato, non avevo dubbi, all’improvviso avevo un obiettivo: diventare il gestore del rifugio più alto delle Dolomiti. Era il mio nuovo limite da superare, riuscire a stare da solo in un luogo freddo e ostile. Sarei stato più forte, ce l’avrei fatta.

 

 

Era il 2016, aveva 42 anni. Non ha mai rimpianto quella decisione.

 

Oggi Carlo gestisce la Capanna di Punta Penìa ed è diventato, suo malgrado, anche una star dei social, grazie alle sue pagine Facebook e Instagram.

 

Non sono i like che gli interessano, ma la sensazione di non poter tenere solo per sé il privilegio di tutta quella bellezza.

 

Con le sue foto vuole farla godere almeno un po’ alle tante persone che non possono arrivare fin lassù.

 

Carlo Budel è un esempio: ci insegna che con coraggio e perseveranza si può davvero abbandonare una strada che non fa per noi e fare della propria passione un lavoro. Come dice lui stesso, tanti dicono di volerlo

 

ma poi continuano ad accettare una vita piatta, senza emozioni. Cambiare è possibile.

 

 
Dopo il successo de La sentinella delle Dolomiti, è uscito il nuovo libro di Carlo Budel, il racconto per immagini delle montagne che esplora con Paris, il suo cane lupo: Le montagne che vivo. Racconto per immagini delle uscite con Paris sulle Dolomiti e della vita sulla Marmolada.
La sentinella delle Dolomiti

La sentinella delle Dolomiti

Carlo Budel, La sentinella delle Dolomiti, Ediciclo, 2019.

Le montagne che vivo

Carlo Budel, Le montagne che vivo. Racconto per immagini delle uscite con Paris sulle Dolomiti e della vita sulla Marmolada, Ediciclo, 2021.

Che cosa è il Training Autogeno

Che cosa è il Training Autogeno

A chi e a che cosa serve il Training Autogeno? Come agisce? Ha controindicazioni? Perché sceglierlo? Come si impara a praticarlo?

Sono solo alcune delle molte domande che mi vengono rivolte da chi vorrebbe accostarsi alla pratica del TA.

Questo articolo è una mappa per orientarsi tra gli argomenti principali con i link per approfondire quelli che interessano.

 

Training Autogeno: di che si tratta

 

ll Training Autogeno è un  metodo di rilassamento e di autodistensione fisica e psichica.

È una tecnica meditativa, in particolare nella sua fase Superiore, tanto che è conosciuto anche con il nome di yoga occidentale.

Non tutti sanno che è alla base di una psicoterapia, la Psicoterapia autogena o bionomica, da Bios, vita e Nomos, Legge: che segue e rispetta le leggi della vita.

Consta di due cicli di esercizio: il Training Autogeno di Base o Somatico e il Training Autogeno Superiore. 

Per la preparazione al parto si utilizza il Training Autogeno Respiratorio.

 

Training Autogeno di base o Somatico

 

È un percorso di sei esercizi, da sperimentare in successione, preceduti dalla Formulazione della calma:

 

Formulazione della Calma

Esercizio della pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso Solare

Esercizio della Fronte Fresca

 

L’apprendimento richiede un periodo di tempo variabile dai tre ai sei mesi.

Per una descrizione dettagliata degli esercizi e le indicazioni per eseguirli: Training Autogeno di base

Training Autogeno Superiore

 

Chi ha completato il percorso di base, può accedere al Training Autogeno Superiore, che consta a sua volta di sette esperienze:

 

L’esperienza del colore personale

L’esperienza dello spettro dei colori

L’esperienza degli oggetti

L’esperienza dei concetti astratti

L’esperienza del vissuto personale

L’esperienza delle persone

Il dialogo con l’inconscio

 

Per una descrizione dettagliata delle esperienze: Training Autogeno Superiore

La preparazione al parto con il RAT – Training Autogeno Respiratorio

 

Una emanazione molto interessante del TA è il RAT – Training Autogeno Respiratorio – ideato da Umberto Piscicelli presso il Policlinico Gemelli di Roma, tra il 1965 e il 1977.

Si tratta di un metodo che aiuta le gestanti a spezzare il circolo vizioso paura-tensione-dolore attraverso l’allenamento autogeno.

È utilizzato nei migliori corsi di preparazione alla nascita e la sua efficacia è ampiamente comprovata.

 

Leggi di che si tratta: Training Autogeno Respiratorio RAT

La storia

 

Per accostarsi al metodo, è utile sapere da dove viene, chi lo ha ideato, avere un’idea della sua storia.

Il Training Autogeno è stato ideato negli anni tra il 1908 e il 1912 da Johannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen.

Nel tempo la tecnica è stata sottoposta a numerosissime verifiche sperimentali e ha avuto un’enorme diffusione in tutto il mondo.

Il suo successo è dovuto alla relativa facilità con cui può essere appresa e ai grandi benefici di cui gode chi la pratica con regolarità.

Nasce dalla profonda esperienza di Schultz con l’ipnosi e supera alcuni limiti dell’ipnosi stessa, primo fra tutti la dipendenza del paziente nei confronti dell’ipnotista.

Il Training, in quanto Autogeno – che si genera da sé – permette una completa indipendenza nei confronti del terapeuta. Una volta appresa, la tecnica può essere amministrata in proprio, in qualsiasi circostanza, in piena autonomia.

 

Per approfondire, leggi La storia del Training Autogeno

A che cosa serve

 

Il Training Autogeno è conosciuto come un metodo per controllare l’ansia e gli effetti dello stress.

Ha un ventaglio enorme di indicazioni, sia di natura psicologica e psichiatrica che medica.

Con la pratica del TA si possono curare le fobie, gli attacchi di panico, l’ansia generalizzata.

Può coadiuvare il trattamento delle dipendenze: molte persone smettono di fumare con l’aiuto del Training.

E’ utile per trattare e per prevenire numerosi disturbi psicofisici di tutti gli organi e apparati: dalla gastrite alla colite, a molte forme di cefalea, all’ipertensione, solo per fare alcuni esempi.

Funziona bene anche per curare i disturbi sessuali, quando la causa è di natura psicogena.

Si può utilizzare il metodo anche in contesti non clinici, per il miglioramento delle prestazioni sportive, dello studio e artistiche.

Le controindicazioni sono veramente poche. Si può parlare piuttosto di non indicazioni o controindicazioni parziali.

Per una disamina molto dettagliata sulle indicazioni del TA, sulle controindicazioni, e sulle non indicazioni, leggi: Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

 

A chi serve

 

In linea di massima, il TA è utile alla maggior parte delle persone, in tutte le fasce di età.

Esistono numerose ricerche che ne testimoniano l’utilità nell’età evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza.

Può essere appreso senza difficoltà anche dagli anziani.

Alcune persone sono più recettive di altre. Di solito lo apprende meglio chi è fortemente motivato e dotato di una certa disciplina nell’allenamento.

Sono facilitate le persone che hanno fantasia, creatività, sensibilità artistica.

Hanno più difficoltà, invece, le persone ipercritiche, eccessivamente pragmatiche, poco fantasiose.

 

Come agisce

 

Il meccanismo di azione del Training Autogeno consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Ciascun esercizio ha effetti sull’organismo e nel contempo riveste forti contenuti simbolici.

Così, l’esperienza del TA di base costituisce di per sé una terapia di riequilibrio personale, la “piccola psicoterapia” come la definì Schultz.

Per una disamina dei meccanismi di azione di ciascun esercizio, leggi: Come agisce il Training Autogeno

Training Autogeno: che cosa occorre per apprenderlo

 

Qualunque contenuto vogliamo imparare, da una poesia a memoria al programma di un esame universitario, da cucinare a guidare l’auto, è sempre necessario obbedire alle leggi dell’apprendimento, valide in qualsiasi situazione.

Ecco le principali:

Motivazione

Occorre voler apprendere a praticare il TA, perché convinti che ci possa fare bene.

Ripetizione

Come già detto, ci vuole la pratica: ci si deve allenare ogni giorno con regolarità e costanza

Significatività

E’ necessario che imparare a praticare il TA abbia un senso per noi, perché già abbiamo letto o sentito dire che funziona e ha una certa affinità con il nostro modo di pensare e il nostro universo culturale.

Per approfondire, leggi:  Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

In pratica: come imparare il TA?

I libri 

 

Dai libri c’è sempre tanto da imparare. Per una panoramica dei più utili e interessanti vai alla pagina: Libri sul Training Autogeno

I tutorial 

 

In Rete si possono trovare svariati tutorial online che lo insegnano, ma nessuno è davvero consigliabile.

Qualunque percorso guidato produce una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno

Inoltre, la voce è standard e non tiene conto del tempo – diverso da persona a persona – necessario per sperimentare ciascun esercizio, né del ritmo del respiro e di tutta la vasta gamma delle reazioni individuali.

Il vero Training è “autogeno”, si genera da sé, senza interferenze esterne.

Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).

 

Il Maestro

 

E’ assai consigliabile avere un Maestro.

Questi segue il percorso di apprendimento, aiuta a evitare errori di esecuzione che potrebbero pregiudicare i benefici del metodo, guida nella personalizzazione di quanto appreso.

Purtroppo, in mancanza di una normativa in materia, chiunque può insegnare il TA. Il risultato è che molti si improvvisano insegnanti senza averne la preparazione e magari propongono metodi che – pur essendo denominati Training Autogeno – nulla hanno a che vedere con la tecnica di Schultz.

Il modo migliore per tutelarsi è cercare un insegnante che abbia una competenza psicologica: uno psicologo o psicoterapeuta iscritto all’albo o un medico psicoterapeuta.

In Italia, l’albo più accreditato è l’ICSAT, una emanazione della fondazione a cui ha dato vita lo stesso Schultz.

Qui si può trovare l’elenco degli operatori di TA di base e di Tecniche autogene superiori (che possono insegnare il TA di base e Training Autogeno Superiore): ICSAT

Il Training Autogeno si può imparare online?

 

Sì, Il Training Autogeno si presta molto bene a essere appreso a distanza.

Proprio perché ‘Autogeno’ (che si genera da sé) non necessita della presenza fisica del terapeuta.

L’esperienza di ciascun esercizio, infatti, va vissuta in proprio, senza interferenze esterne.

Tuttavia, per un corretto apprendimento è necessaria una guida esperta.

La guida del terapeuta serve, come già detto, a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. 

Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Da molti anni conduco corsi online di Training Autogeno e l’esperienza è stata positiva per le tante persone che lo hanno appreso con soddisfazione.

Per approfondire e per accedere ai miei corsi online: Corsi online di Training Autogeno

E per essere seguiti di persona?

 

Insegno il Training Autogeno nel mio studio di Roma.

Il percorso prevede dalle otto alle dieci sedute.

Per scelta, conduco corsi individuali, in coppia, o in gruppi molto ristretti (massimo cinque persone).

Ritengo molto importante che ciascuno possa esprimersi in completa libertà e un gruppo troppo numeroso non lo consentirebbe.

Inoltre, nel percorso individuale, o in gruppi ristretti, posso rispettare i tempi di apprendimento, che sono diversi per ciascuna persona.

Per eventuali domande, informazioni e costi scrivere a info@patriziabelleri.it

 

 

 

Desidera una guida personalizzata?

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

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Come agisce il Training Autogeno

Come agisce il Training Autogeno

 

 

 

“Penso che sia possibile, come un giardiniere che ripulisce dagli intralci il giardino, rimuovere gli ostacoli che impediscono il vero sviluppo individuale”.

Così rispose Iohannes Heinrich Schultz, l’ideatore del Training Autogeno, a Sigmund Freud che gli chiedeva se pensasse di poter guarire con il suo metodo.1

 

Con la felice metafora del giardiniere, Schultz delinea il campo di azione del Training Autogeno inteso come psicoterapia e non soltanto come un metodo di rilassamento tra i più efficaci.

 

La Piccola psicoterapia: così lo definisce Schultz, mentre il Training Autogeno Superiore è la Grande psicoterapia.2

Meccanismi di azione

 

  

Grazie alla pratica costante si possono alleviare con ottimi risultati i disagi generati dallo stress: gli stati ansiosi, l’insonnia, i disturbi digestivi, la difficoltà di concentrazione, le difficoltà sessuali, i comportamenti inadeguati, come mangiare o fumare troppo, e l’elenco potrebbe continuare, come ben sanno le persone che soffrono per le conseguenze dell’ansia.

Il meccanismo di azione consiste nel ripristino dell’equilibrio delle funzioni dei tre sistemi involontari: il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario.

Per comprendere come agisce il TA in pratica, analizziamo per ciascun esercizio gli effetti e i significati simbolici. 3

 

La Formulazione della Calma

 

 

Il primo approccio con il TA consiste nella Formulazione della Calma, una preparazione ai veri e propri esercizi che seguiranno.

In questa fase l’allievo inizia a sperimentare quella che Schultz ha definito concentrazione passiva.

La concentrazione passiva è il particolare stato mentale che si sperimenta con la commutazione autogena. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

Uno dei massimi studiosi viventi del TA, Heinrich Wallnöfer, la descrive così:

“Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)
Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.
Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla.(pag. 17).”4

E’ ancora presto per cogliere miglioramenti apprezzabili, tuttavia molte persone manifestano già uno stato d’animo più positivo.

L’allievo sa di avere un metodo a sua disposizione e si rende conto che dipende da lui apprenderlo e utilizzarlo correttamente. Sente di poter gestire in proprio il suo percorso di guarigione, senza necessità di ricorrere agli psicofarmaci, spesso sbrigativamente prescritti dal medico di base.

 

L’Esercizio della Pesantezza

 

Dopo alcuni giorni di allenamento, l’allievo è pronto per il primo vero esercizio, la Pesantezza.

Gradualmente sperimenta il rilasciamento muscolare, e fa una scoperta straordinaria: l’abbandono delle tensioni muscolari permette anche una distensione psichica, la morsa dell’ansia si allenta e diminuiscono le tensioni.

Inizia a migliorare la qualità del sonno.

L’entusiasmo iniziale aumenta la motivazione proseguire il percorso.

E’ la “luna di miele” con il TA, si vorrebbe ripetere più volte gli esercizi, oppure di farli durare più a lungo del previsto: il terapeuta spiegherà che ci si deve limitare ad allenarsi con costanza e regolarità, come prescritto.

Dopo un periodo di allenamento variabile da persona a persona, il vissuto della pesantezza diventa un automatismo: è giunto il momento di sperimentare il calore.

 

L’Esercizio del Calore

 

L’esercizio del Calore comporta un rilasciamento dei vasi sanguigni e la conseguente vasodilatazione: da qui la percezione di calore diffuso in tutto il corpo. La sensazione del corpo caldo aumenta il benessere generale.

Una conseguenza è la sedazione emotiva, che comporta la possibilità di bloccare il circolo vizioso delle emozioni negative: la paura che genera paura.

Sul piano psichico, l’esperienza del calore libera l’energia vitale e scioglie i blocchi emotivi e affettivi. Spesso le persone parlano di un senso di “rinascita”.

Una ricaduta positiva assai frequente è il miglioramento nei rapporti sociali, che l’ansioso tende di solito a evitare.

 

L’Esercizio del Cuore

 

Il cuore nell’immaginario di tutti è fortemente legato all’affettività, ai sentimenti.

Il battito del cuore materno accompagna e rassicura il feto per tutta la durata della gestazione e probabilmente questa sensazione rimane fissata nella memoria corporea di ciascuno.

Per molti il battito del cuore è fonte di angoscia, a causa della tachicardia che spesso accompagna gli stati ansiosi. Adesso avviene una “riconciliazione” con il proprio cuore: la contemplazione del battito favorisce il rilassamento e, procedendo con l’allenamento, è anche possibile ricondurre il ritmo alla normalità.

C’è un elemento in più per tranquillizzarsi: in caso di accenno di tachicardia, è possibile imparare a interrompere il circolo vizioso dell’ansia che genera altra ansia, riconducendo il ritmo cardiaco alla regolarità.

In questa fase, il risultato evidente è la tranquillizzazione neurovegetativa.

Migliora ancor di più la qualità del sonno.

Si manifesta un recupero delle energie: dormendo meglio e soprattutto non “sprecando” energie con l’ansia e il rimuginio che ne è il correlato, ci si sente più energici e ben disposti al risveglio. Di conseguenza migliora il tono dell’umore durante il giorno.

Scompaiono la tachicardia, il senso di oppressione e soffocamento degli attacchi di ansia, di conseguenza riprendono le relazioni sociali.

 

L’Esercizio del Respiro

 

Con l’esperienza del Respiro autogeno si sperimenta ancora più profondamente la passività.

L’allievo impara a immedesimarsi nel proprio respiro con un atteggiamento non giudicante: comprende che non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” di respirare, ma semplicemente si lascia trasportare dal suo respiro.

Di conseguenza e senza che vi sia alcuna intenzione, il respiro tende a trasformarsi, fino a diventare “respiro autogeno”, caratterizzato da un andamento simile, seppure non identico, al respiro di sonno.

Nel TA è interessante notare che il respiro autogeno è una conseguenza dello stato autogeno e nello stesso tempo lo approfondisce.

In questa fase dell’allenamento i progressi sono molto evidenti. Il raggiungimento del distacco emotivo consente di vedere i problemi personali nella giusta dimensione e di conseguenza è più facile individuarne le soluzioni.

 

L’Esercizio del Plesso Solare

 

Si tratta dell’esercizio più complesso di tutto il percorso.

E’ un’esperienza di calore, di vasodilatazione dunque, e consiste, per usare le parole di Schultz, nel “realizzare una sensazione di calore diffusa nella regione dell’addome” fino a raggiungere “un effetto generalizzato di sopore e di distensione”. La vasodilatazione in questo caso interesserà i vasi che irradiano gli organi viscerali, e provocherà sensazioni di profondo benessere.

Molte sono le implicazioni psicologiche legate agli organi interessati all’esperienza del Plesso Solare (o Ganglio celiaco).

Durante l’esercizio del Plesso Solare, la mente si rivolge alla regione pubica, coinvolgendo dunque gli organi deputati a funzioni contrastanti: il nutrimento, l’eliminazione delle scorie, la sessualità.

Si tratta di zone corporee dove si fondono vissuti legati al desiderio e alla repulsione, e ai numerosi tabù che vi si correlano.

La sensazione avvertita più di frequente è un’ondata di calore nella regione addominale, come conseguenza della vasodilatazione.

Viene anche riferito come: “qualcosa che pulsa nell’addome”, “un altro cuore che batte”, “un nodo che si scioglie”. Sono vissuti molto intensi, spesso legati a blocchi antichi che adesso si sciolgono.

Con il plesso solare si assiste spesso a un notevole miglioramento della funzione digestiva e la scomparsa delle contrazioni dolorose al colon.

Migliora anche l’attività sessuale, sia in termini di desiderio che di performance.

 

L’Esercizio della Fronte Fresca

 

E’ l’ultimo esercizio del ciclo di base. E’ un esercizio di confine tra il ciclo somatico e i vissuti superiori e per molte persone rappresenta un’esperienza meditativa con notevoli implicazioni spirituali.

La sensazione della fronte fresca (dovuta alla vasocostrizione) determina un senso di benessere generalizzato.

Dal punto di vista psicologico è possibile sperimentare un distacco emotivo e la sensazione di poter vedere i propri problemi dall’esterno, con più lucidità e chiarezza.

Aumenta la fiducia in se stessi, e si sperimenta una capacità di introspezione nuova.

 

La formulazione dei proponimenti

 

Il Training Autogeno prevede la possibilità di personalizzare il percorso, elaborando formule specifiche per situazioni particolari, sia per quanto riguarda aspetti somatici che comportamenti indesiderati.

Ciò significa disporre di un metodo che permette vere e proprie modificazioni comportamentali.

A questo punto è possibile – dopo un congruo periodo di allenamento – proseguire con le Tecniche autogene superiori, esperienze di profonda introspezione, un vero e proprio viaggio all’interno di sé.

Ci si può anche fermare qui, accontentandosi di aver lasciato alle spalle le sensazioni negative legate agli stati di ansia.

Una volta che si padroneggia il metodo lo si potrà utilizzare in chiave preventiva e anche come “pronto soccorso”, qualora dovessero presentarsi situazioni di pericolo.

Si può anche personalizzare il percorso, elaborando formule ad hoc per situazioni specifiche, sia per quanto riguarda aspetti fisici che comportamenti indesiderati.

Adesso l’allievo, ormai esperto, può andare avanti da solo.

_____________________________________________________________________________

1. Einrich Wallnöfer, Anima senz’ansia, Torino, Gli Archi, 1989.

2. Johannes Heinrich Schultz, Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1 Edizione tedesca 1932).

3. Luciano Masi, autorevole studioso del Training Autogeno, illustra l’utilizzo del TA come psicoterapia psicosomatica in un bel libro purtroppo con più in catalogo. Il questo articolo faccio riferimento al libro di Masi e alla esperienza di tanti anni di lavoro con i miei pazienti.

Luciano Masi, Il Training Autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.

4. Einrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17.

 

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Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

Indicazioni del Training Autogeno: A chi serve e a chi no

Il Training Autogeno è per tutti?

Il Training Autogeno di I. H. Schultz è una tecnica di autodistensione assai duttile, dalla ampia applicabilità. 

Scorrendo la vasta bibliografia, sia scientifica sia divulgativa, si rimane impressionati dalle moltissime aree di applicazione del TA, e ciò può colpire positivamente, ma anche lasciare interdetti.

Tante indicazioni, infatti, potrebbero far pensare al TA come a una panacea, una di quelle metodiche che, poiché sono buone per tutto, finiscono per non essere utili ad alcunché di specifico.

In realtà non è così, e la spiegazione sta nel fatto che la sedazione emotiva che si raggiunge praticando il Training Autogeno influenza positivamente il sistema nervoso autonomo, favorendo l’equilibrio tra i suoi due sottosistemi: simpatico e parasimpatico.

La conseguenza naturale di tale equilibrio è il raggiungimento della quiete emotiva, con le naturali ricadute positive su tutti i disagi sia psicologici che fisici.

Wallnöfer con un arguto parallelismo, lo spiega così:

Quando le cure Kneipp vengono utilizzate con successo sia per i reumatismi, sia per i dolori cardiaci, sia per la gastrite, la cosa ad un primo sguardo sembra un po’ taumaturgica. In realtà lo stimolo dell’acqua calda o fredda sulla pelle aumenta l’irrorazione sanguigna e regola, quando viene adoperato sistematicamente, il lavoro del sistema nervoso vegetativo. Poiché questo è implicato sia nella sintomatologia gastrica sia in quella dell’angina pectoris, si spiega perché con tale metodo si può migliorare o addirittura guarire una tale gamma di disturbi diversi.
La stessa cosa vale – nell’ambito somatico – per il Training Autogeno, poiché l’attenuazione della risonanza emotiva, dell’area dei sentimenti, va di pari passo con l’attenuazione della risonanza dell’area del sistema nervoso vegetativo, che svolge i suoi effetti sia nel paziente gastrico, sia nel paziente con l’infiammazione cronica della prostata o della vescica, o, ancora nella donna che soffre della cosiddetta ‘infiammazione delle ovaie’ (…). (Wallnöfer, 2008, p. 79).

Nelle pagine che seguono, esaminerò le indicazioni del TA, attenendomi a quanto scrivono sull’argomento gli Autori più qualificati.

Nella disamina segnalerò di volta in volta in casi in cui il TA non è indicato, cioè quelle situazioni in cui, pur non essendo di per sé dannoso, non risulta utile.

Analogamente, segnalerò anche i casi in cui è controindicato, sia in senso assoluto, sia parziale.

Schultz, nelle sue opere, ha riportato numerose situazioni in cui si può impiegare il TA con buone probabilità di successo, sia in ambito psicologico che medico.

Assieme a W. Luthe, il suo più stretto collaboratore, inviava ogni anno ai cultori della tecnica in tutto il mondo un minuzioso questionario in cui si richiedevano testimonianze e arricchimenti sul lavoro clinico condotto da ciascun destinatario.

L’archiviazione delle numerosissime risposte costituiva un aggiornamento costante circa i nuovi campi di applicabilità del metodo.

I risultati di questo paziente e accurato lavoro di archiviazione di dati e di casistica clinica vennero pubblicati dagli Autori nel 1969, in due volumi: Autogenic Therapy. Applications e Psychotherapy e Autogenic Therapy. Medical Applications.

Un excursus delle indicazioni di Luthe si può trovare in lingua italiana nell’articolo di Pilla (1977).

Nell’elencare le applicazioni del TA terrò presenti principalmente l’opera di Schultz e Luthe citata sopra, e i più recenti contributi di Hoffman, Peresson, Bazzi, Giorda, Masi, Wallnöfer e De Rivera Y Revuelta.

Il Training Autogeno in situazioni non patologiche

Schultz riteneva il Training Autogeno una pratica di igiene mentale utile nella prevenzione di numerosi disturbi provocati dallo stress.

Nei soggetti non patologici, il TA è indicato nei seguenti casi:

  • Autosedazione;
  • Recupero di energie;
  • Modificazioni del vissuto cenestesico;
  • Regolazione vasomotoria;
  • Potenziamento delle capacità mnemoniche;
  • Introspezione e presa di coscienza di sé;
  • Formulazione di proponimenti.

 

Esaminiamo le indicazioni una per una.

Autosedazione

La possibilità di realizzare in pochi istanti lo stato della calma, prima importante acquisizione di chi accede all’apprendimento del TA, porta allo smorzamento della risonanza emotiva attraverso l’autosedazione

Schultz spiega che:

Le stimolazioni emotive non determinano soltanto astratte ripercussioni localizzate nella corteccia, ma provocano onde di eccitamento che coinvolgono l’organismo nella sua totalità, in ogni sistema (…). Una tecnica che permetta, a colui che ad essa si allena, di raggiungere per mezzo di una momentanea concentrazione psichica una messa a riposo di così importanti sistemi di espressione, come i muscoli, i vasi, il cuore, il respiro e persino entro certi limiti gli organi addominali, è facilmente comprensibile che possa smorzare in modo rilevante la componente somatica delle reazioni affettive” (Schultz, 1972, 188-189).

Queste possibilità rivestono grande importanza in un numero elevato di situazioni della vita quotidiana, per far fronte agli effetti dello stress e per prevenirli.

Un altro vantaggio consiste nella possibilità di prendere le distanze da se stessi e dai problemi personali:

L’autosedazione ci permette di cogliere i nostri problemi nella loro reale dimensione (…) staccarci da essi, osservarli con distacco, facendo una specie di passo indietro quasi per ammirare un ideale quadro d’autore nella sua più vera e autentica prospettiva grafica (Peresson, 1980, pag. 145).

 

Recupero di energie

L’esperienza clinica ha dimostrato che un periodo anche breve in cui si sperimenta la concentrazione passiva, atteggiamento mentale caratteristico del TA, porta come conseguenza un aumento oggettivabile della capacità lavorativa.

Secondo Schultz, ciò è spiegabile con la diminuzione della tensione. 

Peresson cita a questo proposito i lavori di scienziati sovietici e americani sull’addestramento degli astronauti al TA, proprio nella direzione di un rapido recupero delle energie. (Peresson, op. cit.).

 

Modificazioni del vissuto cenestesico

Si tratta di ciò che Schultz denomina “intensificazione del vissuto sensoriale” (Schultz, op. cit., pag. 156).

In pratica, la profonda presa di coscienza del soma, attraverso l’esperienza del TA, può provocare una amplificazione delle sensazioni cenestesiche: queste diventano più precise e più vivaci, permettendo un miglioramento delle prestazioni e intensificando la percezione delle sensazioni esterne.

Schultz, ad esempio, riporta il caso di una cantante che descrisse una modificazione positiva dell’udito, non solo relativamente alla percezione del mondo esterno, ma anche alla propria voce mentre cantava. (Schultz, op. cit.).

Analgesia

L’altra utilizzazione de TA nella modificazione del vissuto cenestesico avviene con la analgesia. Tale possibilità è stata studiata e impiegata in campo medico in svariate situazioni, dagli interventi odontoiatrici alla profilassi al parto.

I meccanismi attraverso i quali agisce sono di natura psicosomatica. Con il TA, infatti, non è tanto il dolore in sé che si attenua, ma la reazione emotiva ad esso, allentando la morsa del circolo vizioso paura-tensione-dolore.

 

Regolazione vasomotoria

Per mezzo degli esercizi specifici del TA, si può indurre la percezione del calore e del fresco, provocando rispettivamente vasodilatazione e vasocostrizione.

Nel primo caso (calore) si può intervenire con successo per sedare sensazioni dolorose, ad esempio spasmi degli organi addominali. Il calore, inoltre, aumenta il rilassamento generale, diminuendo la risposta emotiva di tensione al dolore.

Schultz riporta casi in cui la pratica dell’esercizio del calore ha protetto dai rigori del clima molto freddo. Molto conosciuto è il caso di un suo paziente che, smarritosi in montagna, si salvò dal congelamento delle estremità, praticando l’esercizio del calore, mentre attendeva i soccorsi. Al contrario i suoi compagni di sventura subirono il congelamento e l’amputazione di alcune dita.

Analogamente, ci si può difendere dal clima troppo caldo praticando esercizi atti a provocare la vasocostrizione.

Anche il fresco può essere impiegato per scopi terapeutici, ad esempio in caso di pruriti persistenti: in questi casi, si indirizza la vasocostrizione nell’area disturbata.

In odontoiatria, il paziente esperto di TA, può prepararsi a interventi chirurgici – ad esempio di implantologia – allenandosi a convogliare il fresco (vasocostrizione) nell’area della bocca soggetta all’intervento: in tal modo, si riduce significativamente il sanguinamento durante l’intervento.

 

Potenziamento delle capacità mnemoniche

Con l’allenamento autogeno le capacità mnemoniche sono rafforzate. Schultz afferma che, analogamente a ciò che avviene con il fenomeno dell’ipermnesia ipnotica, le persone allenate con il TA possono richiamare alla memoria eventi dimenticati da molto tempo.

Con il Training, inoltre, si possono migliorare le capacità di fissazione del materiale da memorizzare.

 

Introspezione e presa di coscienza di sé

Si tratta della possibilità di autoconoscenza e scoperta dei propri vissuti profondi offerta dal Training Autogeno Superiore e impiegata nel corso della Psicoterapia autogena.

Anche durante l’allenamento con il ciclo inferiore, tuttavia, può accadere che soggetti particolarmente sensibili e dotati di capacità meditative sperimentino vissuti di profondo contatto con se stessi e acquisiscano più lucida consapevolezza delle problematiche profonde.

Formulazione di proponimenti

Durante lo stato di concentrazione passiva, il paziente già ben allenato viene addestrato a rappresentarsi mentalmente delle formule personali rivolte ad organi specifici, oppure a comportamenti che egli desidera modificare.

Nel primo caso si intende agire su un determinato organo per migliorarne le condizioni o le prestazioni, ovvero per curarne eventuali affezioni.

Nel secondo caso si agisce con un procedimento analogo a quella che in ipnosi è chiamata suggestione postipnotica (Schultz, op. cit. pag. 163) ossia quegli “ordini” che si impartiscono alla persona in stato ipnotico affinché li esegua al risveglio.

In questo caso, a differenza dell’ipnosi, è il paziente stesso, e non il terapeuta, a impartire gli ordini.

Dal punto di vista psicologico si può affermare che tale procedimento comporta un vero e proprio decondizionamento e si avvicina pertanto – in parte identificandovisi – alle tecniche di terapia comportamentale.

Il ricorso alle formule di proponimento può rivelarsi efficace nel trattamento delle paure e anche delle fobie con substrato ansioso: ad esempio, timore di parlare in pubblico, o di non essere all’altezza di sostenere alcune situazioni nei rapporti interpersonali.

Sono applicabili con buona aspettativa di successo anche nell’insonnia, in alcune sindromi ossessive lievi (in questo caso il terapeuta deve evitare accuratamente che l’esercitazione dl TA diventi essa stessa un rituale ossessivo), e come coadiuvante nella terapia del tabagismo, dell’alcolismo e di altri tipi di dipendenza.

 

Il Training Autogeno in patologia

In medicina

Va tenuto presente che l’utilizzo del TA in medicina avviene all’interno di approccio globale alla persona, nella sua unità psicosomatica. 

  • In ambito medico, con il TA si ottengono in generale buoni risultati quando alla base di una affezione vi è l’alterazione dell’equilibrio del sistema nervoso vegetativo.

    Gli apparati che meglio rispondono al trattamento con il TA e che vengono pertanto comunemente trattati con esso sono:
    • Apparato digerente;
    • Apparato cardiocircolatorio;
    • Apparato respiratorio;
    • Apparato genitale.

 

Apparato digerente

E’ comunemente accettato da parte della Comunità scientifica il ruolo determinante dei fattori psichici e dello stress nella genesi dei disturbi dell’apparato digerente. Tali disturbi ormai sono talmente frequenti da essere considerati il tributo da pagare allo stile di vita della società odierna.

Si parla di disturbi cronici, come la gastrite, il colon irritabile, i disturbi funzionali della cistifellea e dei dotti biliari, la nausea, il vomito e la diarrea a eziologia psicogena.

L’evidenza clinica mostra un miglioramento o una remissione dei sintomi. Al riscontro strumentale se ne ha la conferma: ad esempio è possibile rilevare la riduzione della motilità gastrica in eccesso durante la gastroscopia, non appena il paziente inizia la sua esercitazione autogena.

Ovviamente, si tratta di esprimenti condotti con soggetti così ben allenati con il TA, da poter svolgere il proprio esercizio durante un esame sgradevole come la gastroscopia.

Vale la pena di citare anche successi ottenuti in casi di obesità, laddove le cause di questa avevano chiara origine psicogena: conflitti sessuali, regressione difensiva allo stadio di gratificazione orale, ecc. (Peresson, op. cit.).

 

Apparato cardiocircolatorio

Si tratta di un campo di applicazione assai delicato, dove le precauzioni da tener presenti sono evidenti. Nei soggetti portatori di disturbi cardiocircolatori, l’intervento con i Training Autogeno deve essere accuratamente vagliato e programmato, e condotto in collaborazione con un cardiologo.

Particolare circospezione deve essere messa in atto nelle cardiopatie per evitare reazioni paradosse parossistiche, soprattutto quando si fa eseguire l’esercizio del controllo del ritmo cardiaco (Esercizio del Cuore). E’ doveroso rimarcare che tale esercizio rappresenta una delle rare controindicazioni del TA, precisamente – e limitatamente – alla fase acuta dell’infarto miocardico.

Va tuttavia tenuto presente che, una volta risolta la fase acuta, l’autosedazione procurata per mezzo del TA può essere molto efficace per interrompere la catena della paura che genera tensione, evenienza che frequentemente affligge questi pazienti quando temono una ricaduta.

Nella sua ultima pubblicazione, Wallnöfer dichiara che “oggi non c’è clinica di riabilitazione per pazienti cardiaci in cui il “programma standard” non preveda il TA o esercizi simili. Proprio nel gruppo dei ‘manager’, particolarmente esposto a infarti, abbiamo potuto constatare che coloro che si allenano con regolarità, anche dopo un primo infarto, hanno buone chances di guarigione” (2008, p. 82). L’Autore si riferisce alla realtà austriaca: c’è da augurarsi che l’esempio abbia seguito anche in Italia.

Risultati positivi relativamente all’apparato circolatorio si ottengono anche in alcuni casi di ipertensione arteriosa, quando i valori della pressione sistolica si normalizzano significativamente dopo alcune settimane di allenamento autogeno.

Più consistenti, infine, sono i risultati a livello di circolazione periferica, grazie alla possibilità di apportare benefiche modificazioni sulla regolazione vasomotoria.

Apparato respiratorio

I casi più citati di affezioni respiratorie in cui il TA può rivelarsi utile sono la rinite vasomotoria e l’asma.
Va comunque tenuto presente, qui come nel trattamento di qualunque altra classe di disturbi, l’inscindibilità dell’unità bio-psichica della persona sana. Così, ad esempio, trattando l’asma, va tenuto in considerazione che spesso ne sono portatori pazienti ansiosi, che approdano al TA dopo aver tentato una serie di terapie rivelatesi inefficaci e sono pertanto scoraggiati. Spesso la frustrazione rende il sintomo più penoso e addirittura lo peggiora.

All’opposto, può capitare, come annota Peresson parlando della propria esperienza clinica (Peresson, op. cit.), che pazienti che intraprendono il TA per curare un’affezione principale, scoprono con sorpresa che scompaiono altri sintomi, che non avevano considerato di importanza preponderante, molti tra questi riguardano proprio l’apparato respiratorio.

Apparato genitale

Sono trattabili con buone prospettive terapeutiche problemi dell’apparato genitale femminile, quali ladismenorrea e la dispareunia (sempre che la causa non sia organica, bensì psicogena).

Notevole successo si riscontra nella psicoprofilassi al parto, soprattutto con il Metodo RAT(Training Autogeno Respiratorio) messo a punto da Umberto Piscicelli.

Per quanto concerne l’apparato genitale maschile, sono riconosciute ottime prospettive nella terapia dell’impotenza psicogena.

In psicoterapia

Il Training Autogeno può essere considerato a buon diritto un metodo psicoterapeutico, se utilizzato da uno psicoterapeuta formato nella psicoterapia autogena.

Non si tratta dunque di un metodo di per sé psicoterapeutico, ma di una modalità di impiego che diventa psicoterapeutica se amministrata da persona preparata e nell’ambito di un progetto specifico.

Così si esprime Masi: “…la psicoterapia è un metodo di cura rivolto all’unità psicosomatica, mirante cioè a sanare sia i disturbi psichici, sia quelli somatofunzionali, ai primi strettamente connessi. Se ciò è esatto, possiamo dire senza incertezze che il TA possiede in massimo grado questi requisiti.” (Masi, 1987, pag. 107).

La psicoterapia autogena è breve, non comporta legami di dipendenza nei confronti del terapeuta, in circostanze selezionate è combinabile con altri approcci terapeutici e, all’occorrenza, anche con la psicofarmacoterapia (Giorda – Bazzi, 1980).

Una volta appresa la tecnica del Training Autogeno, il paziente può adattarla alle proprie esigenze personali e proseguire a utilizzarla, come stile di vita e nell’ottica della prevenzione, anche dopo la fine del rapporto con il terapeuta.

Nel suo livello Somatico (non si può dire altrettanto per il Training Autogeno Superiore) è indicata anche per le persone di non elevato livello intellettuale e culturale (Bazzi-Giorda, 1979).

Semplificando molto, si può affermare che il TA, nel suo ciclo inferiore, può essere inserito in un approccio terapeutico di smorzamento del sintomo, o di “copertura”, dando così al paziente sollievo immediato e migliore disposizione alla fase successiva, quando lo si guiderà alla ricerca delle ragioni profonde del sintomo.

Proprio la peculiarità e la duttilità delle Tecniche Autogene Superiori ha fatto sì che la ricerca e l’esperienza terapeutica con tale metodo si sia estesa nell’ambito di diversi approcci teorici.

Abbiamo ad esempio esperienze autorevoli di TAS ad orientamento analitico, a cominciare dai lavori di Wallnöfer, già allievo di Schultz.

Il Training Autogeno è utilizzato di frequente dagli psicoterapeuti ad orientamento umanistico-esistenziale. Ad esempio, è un metodo che si integra armoniosamente con la logoterapia di V. Frankl.

Per quanto riguarda le indicazioni in psicoterapia, in discorso non è né semplice né univoco. E’ indiscusso quanto detto sopra a proposito delle indicazioni in situazioni non patologiche: queste, prese nel loro insieme, dimostrano che il TA rappresenta un valido presidio di prevenzione nei confronti degli effetti deleteri dello stress, nonché una pratica di igiene mentale quasi sempre gradita a chi la sperimenta.

In ambito psicoterapeutico, l’ansia è senza dubbio l’indicazione elettiva del TA , che è pertanto indicato e utile nelle turbe nevrotiche la cui genesi è ansiosa. In particolare, tendono a scomparire o a migliorare sensibilmente:

    • I sintomi somatici di derivazione ansiosa;
    • L’eccessivo peso (talora ossessivo) che il paziente ansioso tende ad attribuire a tali sintomi;
    • Le reazioni fobiche;

       

    • L’alterazione del ritmo sonno-veglia

       

    • La sfiducia in se stessi e il pessimismo relativamente al futuro.

Il trattamento delle nevrosi d’ansia mediante il TA può essere vantaggiosamente integrato con l’introduzione di formule specifiche con obiettivo della modificazione comportamentale di cui si è detto precedentemente.

Per fare qualche esempio, la modificazione comportamentale tramite il TA è particolarmente efficace:

  • Nel timore di parlare in pubblico;
  • Nel blocco emotivo in occasione di esami o prove impegnative che mettano in discussione la stima di sé;
  • Nelle reazioni ansiose esagerate degli sportivi in occasione di competizioni (Peresson, op. cit.).

Rientrano nei disturbi a genesi ansiosa trattabili con il TA le cosiddette nevrosi d’attesa, reazioni nevrotiche a causa delle quali i pazienti sono ansiosi perché temono l’ansia stessa o gli effetti che questa può provocar loro. Tipiche sintomatologie che esitano nelle modalità comportamentali dell’ansia da attesa sono quelle che investono la sfera sessuale: eiaculactio praecox, impotenza, dispareunia. Anche i casi di ansia da attesa sono vantaggiosamente trattabili con il TA.

Diverso è il discorso se si prendono in considerazione le vere e proprie nevrosi d’angoscia: in questi casi i risultati terapeutici del TA sono abbastanza deludenti, mentre sembra più indicato il trattamento psicoanalitico, Lo stesso Schultz così si esprime: “E’ ben difficile poter realizzare una buona tranquillizzazione autogena nelle nevrosi d’angoscia specifiche: l’esperienza mi ha infatti dimostrato che in tali forme, come in tutte le nevrosi gravi, è opportuno far precedere una rielaborazione della personalità per mezzo di un trattamento analitico in profondità” (op. cit. pag. 233).

In altre forme di nevrosi grave non vi sono prove dell’utilità del TA che, pertanto, si considera non indicato nelle reazioni isteriche e nelle reazioni dissociative.

Sia nel primo caso, soprattutto quando sono presenti i sintomi di isteria grave, o reazioni compulsive coatte, sia nelle reazioni dissociative, il TA, ancorché non indicato, può rivelarsi addirittura contro indicato. La concentrazione sul soma, infatti, può provocare, in taluni pazienti gravemente disturbati, sensazioni di estraneità nei confronti del corpo stesso.

La regolarità propria dell’allenamento autogeno, infine, può condurre il paziente ossessivo a fare dell’esercitazione del TA un rituale ossessivo.

In conclusione, in questi casi, la gravità della situazione può rendere l’eventuale trattamento con il Training Autogeno da non indicato, ossia inutile ai fini terapeutici, a contro indicato, cioè potenzialmente in grado di peggiorare il quadro clinico.

Per quanto riguarda invece le reazioni fobiche, il trattamento con il Training Autogeno è sempre indicato. Di norma, viene associato con tecniche di decondizionamento, sia la classica terapia comportamentale, sia le tecniche di desensibilizzazione autogena.

Anche le nevrosi ipocondriache, infine, possono essere trattate con successo mediante il TA, nonostante l’apparente preoccupazione, rilevata anche da Schultz, che la concentrazione sul soma possa aggravare il peso dell’attenzione nevrotica sullo stesso.

I risultati clinici sembrano dimostrare il contrario: la miglior consapevolezza del vissuto somatico ha spesso come conseguenza un miglior autocontrollo funzionale del corpo.

Per quanto riguarda, infine, le psicosi, generalmente parlando, queste non sono trattabili con il TA. Infatti, il contatto troppo labile con la realtà, caratteristico dei pazienti affetti da turbe psicotiche, impedisce il corretto apprendimento degli esercizi e la gestione in proprio degli stessi.

Questa generica premessa, tuttavia, è in parte contraddetta dalla segnalazione di alcuni casi, ad esempio di schizofrenia non grave, trattati da Peresson (op. cit.), con qualche successo. Tuttavia non mi sembrano significativi, sia per l’esiguo numero dei casi riportati, sia perché il trattamento con il TA nei casi di psicosi è sempre associato a terapia psicofarmacologica, ed è pertanto impossibile isolare gli eventuali successi ascrivibili al TA.

Si può dunque affermare che il TA è una tecnica dalle molte indicazioni e che solo raramente è necessario sconsigliarla o, addirittura, vietarla.

In una recentissima pubblicazione, G. De Rivera (2009) riporta una lista di non indicazioni e contro indicazioni assolute e contro indicazioni relative, elaborata dall’ICAT, il Comitato Internazionale per i Coordinamento dell’insegnamento e dell’Applicazione clinica della Psicoterapia Autogena.

Si tratta di casi e situazioni particolari, spesso legate all’esecuzione di un singolo esercizio in una situazione patologica delimitata.

Conclusioni e note critiche

Da quanto detto fin qui, si può senza dubbio affermare che il TA è molto indicato come pratica di igiene mentale e di prevenzione degli effetti dello stress.

E’ altresì indicato in medicina psicosomatica e in psicoterapia, per i disordini comportamentali a sfondo ansioso, con o senza somatizzazioni, purché non vi siano turbe di personalità che coinvolgano dinamiche troppo profonde.

In queste ultime situazioni può essere, a seconda dei casi: indicato in combinazione con altre tecniche, non indicato, o, addirittura contro indicato.

Le molte indicazioni riportate dai manuali di TA vanno lette con spirito critico, alla luce di alcune riflessioni. Tra queste le più costruttive ed equilibrate mi sembrano quelle di Bazzi (1980).

Bazzi, la voce italiana più autorevole sul Training Autogeno, fa notare che l’adesione acriticamente entusiastica a questo come a qualsiasi altro metodo terapeutico, delude e danneggia il paziente, discreditando la terapia stessa.

A proposito delle indicazioni pressoché infinite riportate da alcuni Autori, egli ne ridimensiona la portata, facendo notare che nella terminologia anglosassone clinical application ha un significato assai vasto, perché comprende sia le indicazioni possibili che quelle preferenziali.

In altre parole, non è sufficiente che in un determinato soggetto o in una determinata affezione il TA sia attuabile; possiamo parlare di indicazione vera e propria quando il metodo in questione, oltre che attuabile sia preferibile ad altri approcci terapeutici.

Naturalmente, se nel primo caso le applicazioni possono essere moltissime, nel secondo caso il campo si restringe di molto. Inoltre, sempre secondo Bazzi, nella monumentale mole di pubblicazioni (difficilmente quantificabile, ma si pensi che nel 1967 Schultz e Luthe ne catalogarono più di 1000) scarseggiano notizie attendibili circa la casistica clinica dei soggetti trattati con il TA e la situazione non può dirsi diversa allo stato attuale.

Ancora, soprattutto in campo medico, i risultati della terapia sono talora di difficile interpretazione, dato l’uso frequente, e spesso irrinunciabile, di associare al TA la farmacoterapia.

Infine, Bazzi fa notare come i terapeuti di TA – seguendo del resto un costume diffuso – pubblichino volentieri e tendano ad enfatizzare i propri successi terapeutici, dando scarso rilievo o tralasciando il resoconto degli insuccessi.

Sarebbe, al contrario, assai utile disporre di materiale su cui studiare i casi di insuccesso per trarne insegnamento.

Bazzi, basandosi sulla personale esperienza clinica, così riassume l’argomento delle indicazioni, dei successi e insuccessi e di una loro corretta interpretazione:

I.Se si tiene conto delle indicazioni ristrette cioè i casi in cui il TA non solo è possibile, ma anche preferibile ad altre tecniche, la percentuale degli insuccessi supera il 10%. Al contrario, attendendosi alle indicazioni allargate, cioè alla semplice applicabilità dl TA, la stessa percentuale sale moltissimo.

II. Si può parlare di successo quando si assiste alla totale remissione della sintomatologia, o quanto meno ad una “marcata riduzione delle sofferenze nevrotiche” (op. cit. pag. 58), obiettivamente constatabili dal ripristino delle abituali attività dei soggetti. Più difficile è la valutazione del miglioramento dei tratti di personalità: apprensività, insicurezza, ecc.

III. Il successo o l’insuccesso vengono valutati alla fine del trattamento. Sarebbero tuttavia interessanti anche della catamnesi a distanza di anni. Per ragioni pratiche, purtroppo, ciò non avviene, se non in un numero ristretto (dunque poco significativo) di casi.

IV. Le caratteristiche del TA renderebbero necessario un criterio di valutazione del successo terapeutico non solo basato sull’effettiva scomparsa dei sintomi, ma anche sulla “presa di posizione ” del paziente riguardo i sintomi stessi. In altre parole, il soggetto dovrebbe anche acquisire un’indipendenza nei confronti del terapeuta, avendo appreso a gestire da sé il proprio trattamento con il TA e anche i propri sintomi.

V. Infine, va sottolineata la difficoltà, comune a tutte le psicoterapie, di distinguere gli effettivi benefici della terapia dai miglioramenti spontanei o dai benefici ascrivibili al rapporto positivo tra terapeuta e paziente.

In conclusione, lungi dal considerare il Training Autogeno come un facile rimedio a tutti i mali del corpo e della psiche, mi sembra di poter condividere l’affermazione di Bazzi:

Il TA non deve essere sopravalutato né sottovalutato; in esso, come ovunque in psicoterapia (…) se chiedete poco avrete molto; se chiedete molto non vi sembrerà mai abbastanza (Bazzi – Giorda, op. cit. pag 105).

 

Bibliografia essenziale

Bazzi T.- R.Giorda, Il training autogeno, teoria e pratica, Roma, Città Nuova, 1979.
De Rivera Y Revuelta J.L.G., Psicoterapia Autogena. I parte. Training Autogeno di Base, Torino, Cortina, 2009. Traduzione italiana a cura del Centro Divenire.
Giorda R. – T.Bazzi, I nuovi orizzonti del training autogeno, Roma, Città Nuova, 1980.
Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Medical Applications II , New York, Grune and Stratton, 1969.
Luthe W. – J. H. Shultz, Autogenic Therapy. Application in Psychotherapy III, New York, Grune and Stratton, 1969.
Masi L., Training autogeno. Una psicoterapia breve, Roma, Il Ventaglio, 1987.
Masi L., Le tecniche autogene superiori. Verso la sintesi mente-corpo, Roma, Il Ventaglio, 1989.
Masi L., L’analisi tematica: un viaggio nel mondo iponoico-ipobulico, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 1993.
Peresson L., Psicoterapia autogena, Faenza, Faenza Editrice, 1985. 
Pilla A, Inconvenienti – difficoltà, contro indicazioni in psicoterapia autogena, in “Training Autogeno. Nuovi contributi ed esperienze cliniche, 1° Seminario Nazionale ICSAT, Jesolo (Venezia), 8 maggio 1977, CISSPAT Edizioni, pp. 53-66.
Schultz J.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Schultz J.H., Il training autogeno. II. Esercizi superiori, Milano, Feltrinelli, 2002.
Wallnöfer H., Anima senz’ansia. Training Autogeno. Ipnosi. Le vie del rilassamento, Roma, E.U.R., 1993 
Wallnöfer H., Sani con il Training Autgeno e la psicoterapia autogena, Roma, Armando (AIRDA), 2008.

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

Training Autogeno e Covid19: l’esperienza di Teddy Sciurti

E’ il 24 marzo 2020 quando Teddy Sciurti, fisioterapista alla Clinica ad Alta Specializzazione Riabilitativa di Ceglie Messapica, avverte i primi sintomi del virus Covid 19.

In breve tempo la malattia si manifesta in forma molto violenta: febbre, brividi, mal di testa, dolori diffusi e soprattutto difficoltà respiratoria: è la polmonite.

Teddy è uno sportivo: istruttore di apnea e di respirazione consapevole, pratica e insegna il Training Autogeno. Prima di ammalarsi si stava allenando per due maratone.

Il fisico allenato e l’amore per la vita lo sostengono nel lungo percorso dall’abisso della malattia alla lenta ripresa.

Ho letto la sua storia in alcune toccanti interviste rilasciate appena ha iniziato a sentirsi meglio.

Egli afferma che in questo momento così difficile gli è di grande aiuto il Training Autogeno: per questa ragione ho voluto conoscerlo.

Teddy è una persona gentile e disponibile e ha accettato di buon grado di parlare con me dall’ospedale in cui si sta sottoponendo alla riabilitazione.

Nonostante una leggera fatica appena percettibile nella voce, mi ha parlato di come ha praticato il TA nelle ultime settimane.

I principi che lo ispirano sono quelli che caratterizzano la filosofia di fondo del Training Autogeno. Vediamoli.

 

La disposizione mentale

 

Mi ha colpito innanzitutto la sua disposizione mentale.

Lasciar accadere è l’atteggiamento tipico del Training e Teddy lo vive appieno nel suo approccio alla malattia.

Non spreca energie in inutili lamentele o in atteggiamenti di sfida “muro contro muro”.

Non a caso, parlando della malattia, preferisce utilizzare termini come “opportunità”, piuttosto che “lotta”.

Appena le sue condizioni glielo hanno permesso, ha chiesto di avere dei libri e adesso sta studiando la fisiologia dell’apparato respiratorio.

Ma soprattutto, si sta chiedendo come la sua esperienza possa essere utile ad altre persone.

 

La motivazione

 

Uno degli elementi indispensabili per chi desidera avvicinarsi al TA è la motivazione 

Per Teddy, la motivazione  è data dall’aver già sperimentato gli effetti positivi del Training nella quotidianità e anche in prove eccezionali.

Leggo in uno degli articoli che nuotava e correva quattro giorni a settimana e ha battuto il suo record personale di nuoto continuato, percorrendo 19,770 chilometri in poco più di 5 ore .

 

La pratica

 

Nella pratica, Pesantezza e il Respiro sono i due esercizi che Teddy esegue ogni giorno, preceduti dalla Formulazione della Calma.

Nei giorni in cui la febbre era molto alta e i brividi lo squassavano, riusciva a calmarsi grazie al vissuto della Pesantezza, che evocava in graduale successione in tutti i distretti muscolari.

Si lasciava sprofondare e riusciva a calmarsi, mentre tutto il corpo diventava pesante e rilassato.

In una situazione clinica in cui la funzionalità respiratoria  era gravemente compromessa, l’esercizio del Respiro, la Respirazione consapevole, fondamentale nella sua esperienza da sub, ha contribuito al recupero.

Così  ha potuto riprendere ad alimentarsi, dopo che la gastroenterite gli aveva fatto perdere molto peso.

L’effetto più sorprendente è quello che Teddy ha chiamato “cupola”. Attorno a lui, i “rumori di morte”, prodotti dai respiratori dei suoi compagni di stanza erano incessanti, ma lui riusciva, man mano che sprofondava dentro di sé, a estraniarsi, dentro alla sua cupola protettiva e a dormire almeno un poco. Ma soprattutto, la cupola lo proteggeva dall’angoscia che quel rumore gli evocava.

Ecco che cosa scrive il 14 aprile 2020 sul suo profilo Facebook:

 

È un inferno … due persone che nella stanza combattono con la vita è un inferno…
I ventilatori che cercano di aiutarli a respirare, emettendo suoni di guerra, riempiono i loro polmoni d’aria affinché la funzione primaria per la vita continui, è un inferno…
L’aria cerca di entrare nei polmoni con spasmodica fatica è un inferno…
La lotta incessante per sopravvivere, così come lo svilimento dei nostri Amici, la senti presente nella stanza, è un inferno…
Ogni loro flebile movimento, ogni accenno di reazione, dove la loro anima è persa chissà dove, ti stringe il cuore. Ora più che mai bisogna, con pensieri di speranza e solidarietà, cercare il modo di aiutarli ad uscire da quest’inferno per tornare a vivere.
Scrivo queste parole alle 2.30 di notte del 14 aprile in una stanza di un reparto COVID-19 dove tanti operatori sanitari, carichi di grinta e professionalità, ci stanno aiutando a vincere questa battaglia infernale contro questo mostro.

 

La regolarità e la costanza

 

Condizioni indispensabili perché il Training sia davvero efficace sono la regolarità e la costanza negli allenamenti, soprattutto nella fase iniziale dell’apprendimento.

Teddy Sciurti ha trovato utile darsi dei ritmi che scandiscano il tempo in ospedale.

La sua giornata inizia alle 4 con gli esercizi di Traning Autogeno e di stretching.

 

Il tempo come opportunità

 

Come tanti di noi, anche Sciurti prima di ammalarsi rincorreva il tempo, impegnato con la sua famiglia, la professione, lo sport e l’attività sociale e politica.

In ospedale, nelle giornate sempre uguali, decide di “fermare il tempo”.

Ecco le sue riflessioni, dal profilo Facebook:

COVID19 ti trasformeremo in una opportunità.
Ognuno di noi attraverso una ponderata riflessione, se lo vorrà, potrà fermare il tempo e far girare le lancette dell’orologio a ritroso, a proprio favore.
Siamo sempre stati a rincorrere il tempo, affannati e tormentati dallo stesso che passa, dal “non ho tempo”, “il tempo fugge via…”
Oggi, in una anomalia dove tutto è stato cementato, dove ognuno di noi sta vivendo degli attacchi alle esigenze universali, il tempo che passa può viverlo non come angoscia ma come conquista.
Seppur attanagliati da una realtà dove la sofferenza si mastica, possiamo essere fruitori di un nostro intimo riscatto. Fermiamo il tempo e imponiamo a noi stessi un ritmo dove si possa respirare a pieni polmoni, saziamo il corpo e l’anima attraverso UN RESPIRO LUNGO LENTO E PROFONDO.
Le mie considerazioni nascono dal non voler essere un individuo passivo e vittima di questo attacco alla vita e a tutto ciò che di fermo e sacro c’è in essa. Teniamo ferma la volontà per poter essere padroni di decidere che in qualsiasi situazione essa è un dono e come tale va esaltata.
Comodamente fermiamoci a meditare e attraverso ogni molecola di ossigeno entreranno in noi propositi felici. Ovunque siamo, stesi su di un letto d’ospedale o sul divano della nostra casa, asseconderemo il battito del nostro cuore al mantice del nostro respiro che, con ferma decisione, porterà in noi tutto ciò che è positivo ed espellerà ogni pensiero negativo.

Con occhi chiusi il corpo comincerà a cedere, esso abbandonerà piacevolmente le sue tensioni e attraverso un lungo respiro matureremo la consapevolezza di aver fermato il tempo e vissuto un’esperienza che ci sta fortificando, con la soddisfazione di aver ricongiunto anima e corpo in un piacere unico e di aver fatto ripartire IL GIUSTO TEMPO .
Ce la faremo!

 

Dare un senso alla sofferenza

 

Ciò che più mi ha commosso del colloquio con Teddy è il desiderio che la sua sofferenza serva a qualcuno:

È doveroso, partendo dalla mia situazione clinica in costante miglioramento, così come di tutte le persone che stanno bene, aiutare con le nostre energie positive,queste anime ad uscire da questo inferno dove ora sono prigioniere.
Quanto siamo fortunati.

Grazie Teddy per la testimonianza e l’esempio.

Ti auguro di gran cuore di tornare presto ai tuoi affetti, allo sport e agli impegni professionali e sociali che riprenderai con rinnovata energia.

La storia del Training Autogeno

La storia del Training Autogeno

 

L’ideatore del Training Autogeno è Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, e morto a Berlino nel 1970.

Egli lavorò alla elaborazione del TA negli anni tra il 1908 e il 1912 ed è impressionante constatare che il metodo da lui ideato non ha affatto subito i segni del tempo, al contrario, oggi è più attuale ed efficace che mai.

La storia del TA ci aiuta a comprendere anche i suoi presupposti teorici, per questo la accenno brevemente.

Schultz era un profondo conoscitore dell’ipnosi e la utilizzava nella sua pratica clinica, ma non ne era completamente soddisfatto.

Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo,  riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica. 

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio  che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva, avendo conosciuto personalmente Sigmund Freud: la psicoanalisi.

Schulz – cosa inconsueta per l’epoca –  era anche un buon conoscitore dello yoga, che cita spesso nelle sue opere, tanto che egli stesso chiamò il suo metodo yoga occidentale. Il limite dello yoga era la difficoltà di adattare alla cultura europea del tempo un approccio dalle profonde radici orientali, con basi filosofiche e culturali difficili da integrare in quelle occidentali.

Oggi, con l’ampia diffusione dello yoga nella nostra cultura, questo limite è in gran parte superato.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe all’ipnosi, alla psicoanalisi e allo yoga,ma che ne superasse i limiti.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica che fosse di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone.

Studiò approfonditamente i lavori di un grande esperto di autoipnosi, Oskar Vogt (1893-1900), e quelli di altri Autori che negli Stati Uniti studiavano il fenomeno dell’autoipnosi.

In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in autonomia dal paziente, il quale avrebbe gradualmente fatto a meno dell’opera del terapeuta.

Elaborò  il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé (autogeno).

Lavorando con tanti pazienti sottoposti all’ipnosi,  Schultz aveva osservato che questi – una volta usciti dalla trance –  riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente.

In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver sperimentato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore. Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere sperimentate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. 

Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi. Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

Come si esegue in pratica il Training Autogeno: gli esercizi

 

 

Partendo da queste premesse sono stati elaborati i sei esercizi del Ciclo Inferiore – detto anche Somatico – preceduti dalla Formulazione della Calma:

   Formulazione della Calma

   Esercizio della Pesantezza

   Esercizio del Calore

   Esercizio del Cuore

   Esercizio del Respiro

   Esercizio del Plesso Solare

   Esercizio della Fronte

Gli esercizi  del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascuno degli esercizi.

Tali formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

A questo primo Ciclo di Base, segue il cosiddetto Ciclo Superiore. Quest’ultimo è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Si tratta di una tecnica che risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione (questo secondo ciclo richiede la presenza del terapeuta).

Benefici

 

Alla fine del periodo di allenamento, che varia dai tre ai sei mesi, si incominciano ad apprezzare i benefici del Training. Questi sono sia di natura fisica che psicologica e comportamentale. Alcuni tra i più comuni sono:

A livello fisico:

 

La possibilità di raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere  durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno).

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche.

A livello psicologico:

 

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza.

A livello comportamentale:

 

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

Per una dettagliata panoramica delle indicazioni del metodo, delle controindicazioni e delle non indicazioni, vedi: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no

 

Evoluzione

 

E’ interessante osservare che molti dei benefici a livello fisico sono stati ipotizzati da Schultz all’inizio del ‘900.

Nei decenni successivi le sue ipotesi sono state convalidate grazie all’introduzione di strumenti diagnostici sempre più sofisticati, tanto che oggi possiamo “monitorare” lo stato autogeno.

L’Elettroencefalogramma, la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) ci indicano i mutamenti cerebrali positivi durante l’esecuzione del TA, l’Elettrocardiogramma quelli cardiaci, e così via.

Pertanto, allo stato attuale, si può affermare con il conforto delle prove scientifiche, che, durante lo stato autogeno, si realizzano effettivi mutamenti in tutto l’organismo; tale mutamento riguarda tutti gli organi e apparati e tende alla normalizzazione delle funzioni.

Quanto detto ci fa ben comprendere l’utilità del TA nella medicina psicosomatica.

Un’altra osservazione degna di nota è che il TA è forse la tecnica di rilassamento che più è stata sottoposta a verifiche e sperimentazioni.

Questo anche grazie al fatto che il suo fondatore ha dato vita ad un Comitato internazionale di cultori del TA per promuovere la ricerca e studiare sempre nuove applicazioni (nella sua emanazione italiana ICSAT, Italian Committee for the Study of Autogenic Training).

Ad esso afferiscono operatori del Training, medici e psicologi, che devono affrontare prove severe per potervi accedere.

Chi ne fa parte deve mostrare una presenza attiva all’interno dell’organizzazione, cosicché è stato possibile raccogliere una quantità sterminata di articoli, descrizioni di casi clinici, sperimentazioni riguardo l’applicazione del TA, in una vastissima gamma di situazioni cliniche e non.

Tale comitato è attivo ancora oggi (a più di 30 anni dalla morte di Schultz), e rappresenta una garanzia per l’utente che vuole essere sicuro della preparazione del suo terapeuta.

Curiosità. Il Ta nello sport: la Valanga Azzurra

 

Il TA è stato utilizzato per la prima volta in Italia a livello non clinico con la preparazione psicofisica della squadra italiana di sci, erano gli anni di Thoeni e Gros. Il 7 gennaio 1974 cinque italiani occupano i primi cinque posti del gigante: fu la famosa “valanga azzurra”!

L’ideatore del progetto era il prof. Luigi Peresson, esperto di Training Autogeno, autore di numerosi libri e articoli sull’argomento.

Oggi il TA è assai diffuso nella preparazione atletica di moltissime discipline sportive.

 

 

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

Concetti fondamentali: Ideoplasia e Concentrazione passiva

Per comprendere i meccanismi di azione del Training Autogeno e valutarne l’efficacia, è necessario conoscere i due concetti fondamentali che sono alla base del metodo: Ideoplasia e Concentrazione passiva.

Vediamo di che si tratta

 

Ideoplasia

 

L’ideoplasia è un fenomeno naturale, messo in rilievo da Schultz.

Egli ipotizzava che pensare di compiere un movimento generasse, dal punto di vista neurofisiologico, delle modificazioni elettriche a livello di neuroni, in corrispondenza del centro cerebrale interessato al movimento stesso.

Tale fenomeno avviene, parzialmente anche a livello delle fibre nervose motorie dell’organo coinvolto.

Analogamente, immaginare e rappresentarsi mentalmente stati di calma, di pesantezza, di calore, induce realmente, con opportuno allenamento, i suddetti stati.

Proprio in virtù di questo principio, con l’esecuzione del TA è possibile apportare modifiche sostanziali e significative a livello di tutti gli organi e apparati.

 

Curiosità. La prova del pendolo

La prova del pendolo

Per far comprendere questo concetto, Schultz usava eseguire la cosiddetta “prova del pendolo”.

Chiedeva ai suoi pazienti di prendere tra due dita l’estremo di un filo di circa 15 cm. alla fine del quale era appeso un pendolo, proprio quello strumento che alcuni “veggenti” utilizzano ancor oggi per predire il futuro o indovinare il sesso del nascituro.

Li invitava quindi a rimanere immobili con il braccio rilassato e il gomito piegato. Quindi, chiedeva loro di immaginare un certo movimento. Ad esempio, potevano immaginare un movimento circolare, o da destra verso sinistra, o a croce.

Dopo pochi istanti, il pendolo iniziava a muoversi proprio secondo il movimento immaginato, nonostante tutti i presenti constatassero che il braccio fosse fermo.

Questa “magia” ha una spiegazione: se immaginiamo un movimento senza eseguirlo, dalla corteccia cerebrale partono micro impulsi motori (riscontrabili solo con gli strumenti) che vengono amplificati dalla lunghezza del filo.

 

Concentrazione passiva: lasciar accadere

 

La concentrazione passiva è il particolare atteggiamento mentale che permettere di accedere allo stato autogeno. E’ un concetto vicino allo yoga e all’ipnosi. Prevede l’abbandono di qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza (l’emisfero razionale del cervello) si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio può sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, quando lo si sperimenta, si scopre quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Heinrich Wallnöfer, autorevole studioso del TA, così descrive la concentrazione passiva:

Concentrarsi passivamente significa raccogliersi in un centro e registrare ciò che si sente spontaneamente; (…)

Questa disposizione passiva a lasciare che in sé accada ciò che vuole accadere durante l’esercizio, è una condizione fondamentale del Training Autogeno, spesso difficile da attuarsi.

Nessuno, cresciuto nella nostra cultura, può conquistarla all’istante, ma con un po’ di costanza ognuno di noi può impararla. (Heinrich Wallnöfer, Sani con il Training Autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l’armonia, Roma, Armando, 2008, p.17)

Il concetto di Concentrazione passiva richiama alla mente la leggenda del Ju Jitzu:

Narra la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si flettevano, lasciando scivolar via la neve non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli.

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju flessibile, cedevole; jutzu arte), l’arte della cedevolezza, da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti.

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere. Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile, spesso doloroso, “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo.

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

Se vogliamo sintetizzare in due parole l’atteggiamento mentale per descrivere come ci si accosta al TA, credo che non ci sia di meglio che: “lasciar accadere”. Chi si accosta al TA senza volere nulla, senza aspettarsi nulla, senza fare nulla, probabilmente avrà delle piacevolissime sorprese!

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno nelle situazioni estreme

Il Training Autogeno può essere di aiuto in situazioni estreme?

Sembra di sì, anche se può risultare davvero efficace solo per chi è già esperto della tecnica. In questo caso, vale l’osservazione di Hoffmann: quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare.

Già Schultz riporta due casi esemplificativi:

Quanto detto a proposito dei farmaci vasodilatatori può essere ottenuto, in soggetti ben allenati al TA, con lo svolgimento dell’esercizio del calore. Ricordo, ad esempio, il caso di un noto atleta che ormai da tre anni praticava la mia tecnica allo scopo di migliorare le proprie prestazioni; accadde che, in montagna, fu un giorno, con alcuni compagni, travolto da una slavina; furono tutti costretti a permanere per molte ore sotto la neve, a circa 30 gradi sotto zero; egli, ad intervalli distanziati di pochi minuti, praticava l’esercizio di concentrazione psichica cercando di indurre calore alle orecchie, al naso, alle dita della mani e dei piedi; di tutto quel gruppo di escursionisti fu l’unico a poter così difendersi dalle conseguenze del freddo e fu l’unico a non riportare lesioni da congelamento.
Numerosi casi simili ci vennero riferiti da ex-prigionieri di guerra che passarono lunghi anni di cattività; tra essi un ingegnere, di circa sessant’anni,che dal 1937 al 1940 aveva praticato gli esercizi del T.A.; egli mi scrisse: “II training mi fu sempre di immenso aiuto; durante due anni di prigionia trascorsi in Russia riuscii grazie ad esso a sopravvivere e potei evitare qualsiasi lesione da congelamento. (Schultz, I vol, p. 159).

Ancora Schultz:

Sotto il regime di Hitler, a causa della persecuzione razziale, dovetti sopportare ore terribili di angoscia. Ogni volta, passato il pericolo, la distensione mi permetteva di ritrovare la mia tranquillità e di ritrovare le mie energie. Per evitare di essere deportata e uccisa, nel 1942, abbandonai la mia casa e mi rifugiai da dei conoscenti. Da allora e per due anni e mezzo vissi nell’illegalità tra angosce e privazioni: dovevo affrontare i bombardamenti restando in casa da sola al buio. In tali circostanze il T.A. mi si dimostrò in tutta la sua efficacia: penso che senza questa tecnica, non sarei riuscita a superare quelle ore di angoscioso terrore. Non era che temessi di venir colpita da una bomba, ma temevo invece di poter essere ferita in conseguenza di ciò, di coinvolgere nella mia tragedia le persone che mi ospitavano per salvarmi dalla Gestapo. Al segnale di allarme, iniziava per me, ogni volta, un’orribile paura che però riuscivo rapidamente a contenere e ad allontanare, grazie agli esercizi; ero così in grado, per mezzo del T.A., di restare tranquilla ed aspettare senza paura l’imminente pericolo; quando l’attacco aereo si scatenava la distensione non poteva servirmi più a nulla. Passata l’incursione, per mezzo di una breve concentrazione potevo riacquistare la mia tranquillità. (p.141).

Assai interessante è l’esperienza di Hannes Lindemann, medico e buon conoscitore del TA.

Lindemann era un appassionato velista, amante delle avventure che oggi chiamiamo “estreme”. Nel 1955, quando aveva 33 anni, attraversò l’Atlantico in una piccola imbarcazione, senza riserve di cibo né di acqua.

Si era ripromesso di fare un’esperienza da “naufrago volontario”, essendosi posto l’obiettivo di studiare le capacità di sopravvivenza umane in caso di naufragio, sia dal punto di vista fisico che psicologico. In particolare, voleva confutare, da medico, un’idea infondata e pericolosa, che circolava in quel periodo: che in caso di necessità si potesse sopravvivere bevendo l’acqua del mare.

Scelse per il suo esperimento una piroga dell’Africa occidentale, un kru-kanu, un vero e proprio guscio di noce, con il quale, partendo dalla Liberia, giunse ad Haiti, attraversando l’Atlantico con una navigazione solitaria di 65 giorni.

Giunto sano e salvo a destinazione, dopo aver superato prove molto dure, si rese conto che l’ottima preparazione fisica con cui aveva affrontato la prova, non lo aveva messo al riparo da problemi psicologici talmente gravi da mettere a repentaglio la sua stessa vita.

Lindemann era consapevole che in casi estremi la mente può cedere prima del corpo, e che l’angoscia, il panico e la disperazione possono in questi casi risultare fatali. Pertanto, iniziò a chiedersi quale fosse l’”arma segreta” per superare quello che, secondo lui era stato il fallimento della sua impresa: il cedimento psicologico.

Si ripromise che sarebbe stato Training Autogeno, di cui lui era esperto.

Questa volta decise di riprovare, con un canotto smontabile, di sicuro inadatto alla navigazione dell’Oceano. Avrebbe avuto con sé anche l’arma segreta: il TA.

Lindemann organizzò l’impresa con la solita dura preparazione fisica, e dedicò molto tempo anche alla preparazione psicologica.

Si rivolse innanzi tutto alla fede, attribuendole un duplice significato: la fede religiosa con la forza della preghiera, ma non solo. Egli aveva “fede” anche nel senso della ferma convinzione della riuscita della sua impresa. Questo per lui rappresentava una condizione irrinunciabile per riuscire davvero.

Sei mesi prima della partenza, elaborò la sua prima formula di proponimento: “Ci riesco”. Si dedicava a questa frase durante l’esecuzione del TA, e la ripeteva e vi si concentrava spesso in vari momenti della giornata, finché il proponimento diventò motto di vita.

Dopo circa tre settimane di intenso lavoro con il proponimento “ci riesco”, Lindemann avvertì all’improvviso un profondo senso di sicurezza, e “seppe” che sarebbe tornato sano e salvo dall’impresa. Ecco le sue parole:

Avevo più volte cercato di attivare il mio inconscio, al fine di ricevere in sogno, o come “voce interiore”, una risposta alla domanda: questo viaggio è giustificato dal punto di vista morale? Arriverò sano e salvo? La risposta fu un “senso di sicurezza cosmico”, un senso cosmico di protezione, molto simile a un sentimento di tipo religioso, se non identico a esso. Solo quando mi sentii pervaso e sostenuto da questa sensazione decisi definitivamente di intraprendere la traversata.

Durante la navigazione il proponimento emerse sempre automaticamente ogni qual volta dovetti superare momenti critici. Al primo capovolgimento, soprattutto, mi commossi dolorosamente, quando il proponimento “Ci riesco” emerse improvvisamente dal buio, mi guidò, mi sostenne e quasi mi inebriò. (Lindemann, 2003, pag. 6).

E’ evidente che si tratta di casi eccezionali e di persone eccezionali. E’ altresì fuori discussione che solo una persona già molto esperta di TA può giovarsene in situazioni estreme.
A noi persone “normali” basti pensare che il TA ci può essere di aiuto in tante situazioni difficili della nostra vita quotidiana, purché abbiamo avuto la pazienza e la costanza di apprenderlo correttamente.

Opere citate

Hoffmann B.H., Manuale di training autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.
Lindemann H., Training autogeno – Il più diffuso metodo di rilassamento, Milano, Tecniche Nuove,
2003.
Schultz I.H., Il training autogeno. I. Esercizi inferiori, Milano, Feltrinelli, 2002 (1. ed tedesca 1932).

 

Il Training Autogeno in menopausa

Il Training Autogeno in menopausa

La menopausa ieri e oggi

Una ventina di anni fa, le prime femministe arrivate alla soglia dei loro cinquanta anni incominciarono a sfatare i pregiudizi sulla menopausa, loro che ne avevano già sfatati tanti sulla sessualità, sulla contraccezione e – in generale – sulla femminilità.

Anche grazie a loro, oggi non abbiamo più in mente lo stereotipo della cinquantenne in procinto di entrare nel tunnel della vecchiaia, della inefficienza fisica, dei rimpianti.

Molto è cambiato da quando le donne – ma anche la scienza medica – confondevano la fine della fertilità con la fine della femminilità, e pensavano che la menopausa cancellasse entrambe.

Oggi siamo propense a considerare questo evento una normale fase di passaggio, e nemmeno la peggiore.

Ha i suoi vantaggi e spesso coincide con momenti della vita ricchi di progetti, produttivi e creativi nel lavoro come nella vita privata.

La cinquantenne di oggi è attraente, si prende cura di sé, vuole vivere bene e dare significato alla propria vita. E’ oggetto di attrazione sessuale, anche da parte di uomini più giovani, e le cronache rosa ce ne danno puntualmente conferma.

Leggi anche La menopausa: progettare un nuovo inizio

Ciò nonostante, alcuni disturbi legati ai mutati equilibri ormonali possono risultare fastidiosi.

La terapia ormonale sostitutiva

 

 

La terapia ormonale sostitutiva – che ha molto arricchito le case farmaceutiche – non è più vista come la panacea per tutti i piccoli o grandi disturbi della menopausa.

Per anni le terapie ormonali sono state sopravvalutate e prescritte a tutte, quasi la menopausa fosse una malattia da curare, o un difetto da eliminare.

Oggi se ne valutano i rischi e vengono prescritte quando proprio non se ne può fare a meno. In tutti gli altri casi, i disturbi più o meno fastidiosi possono essere affrontati con un sano stile di vita, con le terapie naturali, e con un atteggiamento psicologico positivo nei confronti del climaterio e della vita in generale.

Comportamenti virtuosi

 

Negli anni della menopausa, spesso ci si decide a mettere in atto quei comportamenti virtuosi che negli anni precedenti venivano sottovalutati, per mancanza di tempo e di disposizione mentale.

Tra questi, la pratica regolare del Training Autogeno è a buon diritto uno tra gli strumenti più efficaci.

I disturbi della menopausa


I disturbi più comuni in menopausa sono l‘irritabilità, l’insonnia, le vampate di calore, l’aumento di peso, la tendenza all’umore depresso e agli sbalzi di umore. Vediamo come il TA può essere di aiuto.

Irritabilità

Il TA, in quanto tecnica di autodistensione, promuove uno stato di benessere psicofisico e può diventare una piacevole abitudine quotidiana per mantenere uno stato di tranquillità e per rispondere in maniera adeguata agli eventi stressanti.

L’allenamento regolare con il TA abbassa il livello degli ormoni dello stress e aumenta la produzione delle endorfine, contribuendo in tal modo a mantenere stabile l’umore.

Può anche potenziare gli effetti di altre pratiche di igiene psicofisica, quali la meditazione, il movimento fisico, la dieta equilibrata.

Insonnia

La pratica regolare e costante del Training Autogeno aiuta a prevenire e curare l’insonnia che sovente si presenta in menopausa.

L’esercizio di Training Autogeno eseguito la sera favorisce la qualità del sonno e riduce i risvegli notturni. Quando questi si verificano, è possibile riaddormentarsi con facilità praticando brevemente il TA per qualche minuto.

Si possono elaborare delle formule comportamentali specifiche per favorire l’addormentamento e anche per prevenire i risvegli precoci.

Si può utilizzare anche la tecnica dell’orologio interno, programmandosi, tramite una formula specifica, a svegliarsi a una certa ora e non prima.

Leggi anche: Il training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

 

Vampate

Le famigerate vampate sono tra gli effetti più fastidiosi, sia perché disturbano il sonno, sia perché hanno fastidiose implicazioni sociali. Spesso si ha la sensazione che tutti si accorgano dell’improvviso rossore e del disagio che ne consegue, anche se non è quasi mai così.

Per ridurle, si può agire con il TA in due modi:

Indirettamente: il fatto stesso di praticare quotidianamente un metodo di autodistensione genera uno stato mentale di serenità rendendo la donna meno soggetta alle vampate. Queste, infatti, hanno in parte una origine psicosomatica, sebbene vi sia alla base una componente ormonale.

Molte donne riferiscono che, quando sono tranquille hanno meno vampate, mentre tendono a soffrirne di più nei momenti di agitazione o di stress.

Direttamente, le vampate possono essere affrontate attraverso la personalizzazione dell’ultimo esercizio del ciclo somatico, la Fronte fresca. Si tratta di un esercizio che provoca vasocostrizione.

La donna allenata può personalizzare l’esercizio, imparando a trasferire la vasocostrizione (sensazione di fresco) sul volto e sul tronco.

Un’altra possibilità è quella di imparare a convogliare il calore verso una parte del corpo non visibile, ad esempio i piedi. Con apposite formule personalizzate, la donna fa defluire il calore della vampata dal volto ai piedi, eliminando così non solo il disturbo in sé, ma anche l’ansia sociale ad esso correlata.

Aumento di peso

Alla menopausa e ai mutamenti ormonali ad essa correlati si attribuisce l’aumento di peso, ma oggi si tende a pensare che gli squilibri ormonali siano in minima parte “colpevoli” dell’aumento di peso.

Vanno presi anche in considerazione i fattori psicologici e le abitudini di vita.

La donna serena, motivata, attiva professionalmente è più propensa a prendersi cura di sé, ad alimentarsi correttamente e a dedicare del tempo al movimento fisico.

Queste buone abitudini sono più facili da acquisire e da mantenere se sostenute da un allenamento costante con il TA.

La tecnica, infatti, è utilizzata con successo quando è necessario sostenere la motivazione, la concentrazione e l’impegno in vista di un obiettivo, ad esempio nello studio, o nello sport.

La dieta, dunque, così come il movimento fisico quotidiano, possono rappresentare un obiettivo, proprio come affrontare un esame o una gara sportiva, e come per questi, ci si può aiutare con il TA.

Inoltre, poiché spesso di mangia per noia, o per riempire dei vuoti emotivi o affettivi, è possibile colmare tali vuoti con il piacevole appuntamento con se stese costituito dalla esercitazione con il Training Autogeno.

Infine, abbassando il livello di ansia generalizzata, il TA tende a impedire l’instaurarsi del circolo vizioso: tensione – cibo – senso di colpa – aumento della tensione.

Umore depresso

Sarebbe riduttivo pensare che lo squilibrio ormonale sia l’unico responsabile delle alterazioni dell’umore che affliggono alcune donne nel periodo della menopausa.

Accade di frequente che l’età del climaterio coincida con l’insorgere di problematiche esistenziali dovuti ai fattori più diversi: insoddisfazione sentimentale o professionale, sindrome del nido vuoto, difficoltà relazionali, sensazione di non sentirsi più a proprio agio in un certo ruolo e difficoltà di ridefinirlo, solo per fare alcuni esempi.

Si tratta magari di problemi a lungo latenti o ignorati, che si presentano solo apparentemente all’improvviso e che possono causare disagi di vario tipo, dalla malattia psicosomatica all’umore depresso, finanche alla depressione vera e propria.

Sarebbe altrettanto riduttivo aspettarsi che la pratica del TA – o anche della Meditazione o dello Yoga – possano di per sé guarire uno stato depressivo, seppur lieve.

La psicologia ritiene che il sintomo sia sempre una risposta a un disagio profondo, e tale disagio va scoperto, interpretato, elaborato: solo in questo modo, attraverso il lavoro che fanno assieme paziente e terapeuta, si arriva alla soluzione del problema.

In contesti del genere, il TA può essere di grande aiuto, ma solo se inserito nel più vasto progetto di una psicoterapia autogena.

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I nuovi Senior

I nuovi Senior

La generazione dei Senior di oggi è assai diversa dalle precedenti, in termini di aspettativa di vita, salute e benessere economico.

Si tratta anche di un gruppo demografico imponente – 78 milioni solo negli Stati Uniti, 15 milioni in Italia – molto attivo nel riflettere su di sé e nel proporre modalità nuove per vivere gli anni della maturità.

Dal 2012, proclamato dall’Unione Europea Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni, sono sempre più frequenti le Iniziative e le pubblicazioni sull’argomento.

Dal 2014 collaboro con Osservatorio Senior, un punto di osservazione qualificato del mondo dei Senior. Per la rubrica Letti e visti, recensisco libri che hanno attinenza con la vita delle persone dai 55 anni in poi.

Di seguito le recensioni pubblicate.

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno nel trattamento dell’insonnia

Il Training Autogeno può rivelarsi un valido aiuto per chi soffre di insonnia.

Praticando il TA con costanza ci si addormenta con facilità, si prevengono i risvegli notturni e, se avvengono, si riprende sonno facilmente. In generale, la qualità del sonno tende a migliorare. 

L’insonnia non si presenta sempre allo stesso modo

Ci sono tanti tipi di insonnia e diversi sono i modi di curarla.

L’insonnia può essere occasionale: a chi non è capitato, qualche volta, di non riuscire ad addormentarsi, oppure di svegliarsi in piena notte senza poter riprendere sonno?

Può verificarsi in situazioni particolari come l’eccesso di stanchezza o in presenza di emozioni forti, o di malesseri fisici. 

Si parla invece di insonnia abituale quando la difficoltà si ripete notte dopo notte, per un lungo periodo.

In entrambi i casi – occasionale o abituale – può presentarsi con difficoltà ad addormentarsi, e, in tal caso,  si chiama insonnia primaria, oppure, con risvegli notturni, e si tratta di insonnia secondaria.

Cause

Le cause dell’insonnia sono le più svariate. Distinguiamo tra:

Cause organiche

  • malattia,
  • dolore cronico,
  • difficoltà di respirazione

Cause psicologiche

  • Stress,
  • Superlavoro,
  • Ansia,
  • Depressione

La psicosomatica ci insegna che le cause organiche e quelle psichiche non sono nettamente distinguibili e la suddivisione spesso è utilizzata soprattutto per fini descrittivi. 

Nella realtà, la sofferenza fisica e quella psichica si accompagnano e l’una può rafforzare l’altra.

Va pertanto preso in considerazione un percorso di individuazione delle cause, per rimuoverle, quando è possibile.

ll medico di fiducia può aiutare a identificare eventuali patologie e i rimedi per affrontarle, mentre un colloquio con lo psicologo può essere utile a capire se l’insonnia costituisce un sintomo di un disagio più profondo.

Rivolgersi al medico e allo psicologo ė particolarmente consigliabile quando l’insonnia compare all’improvviso in persone che non ne avevano sofferto in precedenza.

Per far fronte alle difficoltà del sonno, vengono spesso consigliate le tecniche di modificazione comportamentale*, associate a tecniche di rilassamento.

Tra le tecniche di rilassamento Training Autogeno è assai efficace per favorire il recupero di un sano ritmo sonno veglia.

Nella pratica, come si può curare l’insonnia con il Training Autogeno?

Innanzi tutto, occorre mettere in conto un certo periodo di tempo da dedicare all’apprendimento della tecnica: di solito circa tre mesi.

Se ci si allena con costanza, si possono ottenere dei risultati apprezzabili già durante la fase di apprendimento.

Fin dalle prime esercitazioni, infatti, si verifica un abbassamento del livello di ansia generalizzata, uno smorzamento delle tensioni, e. di conseguenza, si inizia a dormire meglio.

Inoltre, va adottato un atteggiamento mentale adeguato. 

Il timore di non dormire può diventare un cruccio e generare proprio ciò che temiamo: l’insonnia

B.H. Hoffmann*, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno, descrive ‘l’ipocondriaco del sonno’: quella persona che, nel timore di non dormire, diventa eccessivamente attenta al sonno, privandolo della necessaria spontaneità.

Si instaura così il circolo vizioso dell’insonne: dorme male e durante il giorno accusa pesantemente gli effetti della carenza di sonno, talora ingigantendoli.

La sera, cerca attivamente di addormentarsi, ottenendo di rimanere ancora più sveglio.

Secondo Hoffmann, per vincere l’insonnia con il TA è necessario:

Non aspettarsi di risolvere il problema in tempi brevi. I tempi dipendono da tre fattori:

  • la durata del disturbo, 
  • la quantità e la  composizione dei farmaci usati per combatterlo,
  • l’atteggiamento nei confronti del sonno.

Durante l’esercizio il sonno non deve essere ricercato attivamente: si esegue il TA concentrandosi sui vissuti somatici, il sonno si realizza naturalmente. 

Conviene, dunque,  adottare il “lasciar accadere” tipico dello spirito del Training Autogeno.

È vero che chi deve svegliarsi la mattina molto presto e sa di avere una giornata impegnativa, trova quasi impossibile non preoccuparsi.

D’altra parte il circolo vizioso nasce proprio dal timore di non farcela.

Meglio entrare nell’ordine di idee che “se dormo tanto meglio, se non dormo affronterò ugualmente la mia giornata – certo con qualche difficoltà in più, ma ce la farò”.

Sembrerà banale, ma funziona: provare per credere.

Una volta entrati in questo ordine di idee e acquisito il corretto atteggiamento, si può iniziare a praticare il TA.

Che cosa bisogna sapere prima di iniziare a praticare il Training Autogeno

Come già detto, è necessario un certo tempo da dedicare all’apprendimento.

Condizione necessaria per apprendere il TA è la costanza: è indispensabile allenarsi tutti i giorni con regolarità. Il TA non è una soluzione magica, né immediata.

Vedi anche:

Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

e:

15 domande sul training Autogeno

L’apprendimento degli esercizi di base del TA richiede dai due ai sei mesi, ma, come ho scritto sopra, già dalle prime settimane è possibile apprezzare i primi benefici: senso di calma e smorzamento dell’ansia generalizzata. 

Già questo può creare un substrato psico-fisico adatto a favorire il sonno, sia nella fase dell’addormentamento, sia nella riduzione dei risvegli precoci.

Per apprendere correttamente il Training Autogeno è indispensabile rivolgersi a un professionista esperto nella tecnica.

Sono da sconsigliare gli improvvisatori, o chi non possiede adeguate competenze psicologiche, e i “fai da te”, magari con qualche lettura divulgativa.

Se si stanno assumendo psicofarmaci, non si deve interrompere bruscamente il trattamento in concomitanza con l’inizio dell’apprendimento del TA.

Prima si impara il TA e poi, gradualmente e con l’assistenza del medico, si inizia a diminuire giorno dopo giorno la dose del farmaco, fino a smettere del tutto.

Come agiscono gli esercizi del TA per favorire il sonno

L’intero ciclo di TA è utile nella predisposizione al sonno.

La pratica stessa del TA indica un restringimento del campo di coscienza, vale a dire che ci si concentra su un elemento specifico, lasciando sullo sfondo tutti gli altri.

Nel caso specifico, con i due esercizi fondamentali (della Pesantezza e del Calore) ci si concentra sul rilasciamento muscolare e sul calore distraendo l’attenzione dal consueto rimuginìo sull’aspettativa di addormentarsi e sul timore che ciò non avvenga, e – inaspettatamente e spontaneamente – ci si addormenta.

In più, l’esercizio del Calore, provocando una vasodilatazione superficiale dei vasi sanguigni delle gambe e delle braccia, alleggerisce l’irrorazione sanguigna della testa, deviando il sangue verso gli arti e ciò provoca un effetto soporifero.

Anche l’esercizio del Plesso Solare – dato che i suoi effetti corrispondono a quelli della digestione – ha un effetto soporifero.

L’esercizio della Fronte, infine, completa gli effetti di quello del Calore: ‘alleggerisce’ la testa, lasciando che il calore fluisca nel resto del corpo Hoffmann * (pp. 333-337).

Una volta terminato l’apprendimento del TA di base, di sicuro si dormirà meglio, e magari già a questo punto non saranno necessari ulteriori interventi. Si può comunque approfondire e personalizzare il percorso attraverso l’uso di formule specifiche.

Le formule vanno elaborate con l’aiuto del terapeuta che ha seguito l’apprendimento del TA, poiché devono rispettare alcune regole ben precise.

Le formule che secondo la mia esperienza funzionano meglio sono quelle che fanno riferimento ai ritmi immutabili della natura. Ad esempio, si possono elaborare formule che associno il ritmo sonno veglia all’avvicendarsi della notte e del giorno. 

È anche possibile utilizzare l’orologio interno, elaborato da I.H. Schultz , il creatore del Training Autogeno:

Si tratta della possibilità di predeterminare un risveglio ad ora prefissata, dopo il normale sonno notturno; questo fenomeno veniva definito nella vecchia letteratura sull’ipnosi: orologio mentale inconscio. (Schultz***, pag.167).

Nei casi di risveglio prematuro si raccomanda l’uso di formule specificamente elaborate; se, ad esempio, il risveglio si verifica regolarmente dopo 5 ore di sonno, si cercherà di condizionarsi ad un risveglio progressivamente ritardato di mezz’ora in mezz’ora. Nei disturbi del sonno giocano un ruolo determinante le cattive abitudini. Rinvio ai precedenti protocolli nei quali avevo riferito dei buoni risultati che si possono ottenere con la rieducazione di abitudini di sonno anormali. (p.254).

Altrettanto come in questo caso e come nelle già riferite esperienze del “risveglio a comando,” è possibile ottenere con formulazioni particolari il condizionamento di uno stato di benessere al risveglio. (p.255).

In conclusione, il Training Autogeno, migliorando lo stato generale dell’organismo e abbassando il livello di ansia generalizzata, è in grado di dare giovamento nei casi di insonnia.

Può essere utilizzato da solo o, a seconda dei casi, in combinazione con un percorso di psicoterapia, o in associazione con gli psicofarmaci, che il medico eliminerà gradualmente, man mano che il paziente procede con l’apprendimento del TA.

* La tecniche di modificazione comportamentale più utilizzate sono: la psicoeducazione, l’igiene del sonno, la ristrutturazione cognitiva.
Per saperne di più consiglio: Colin A. Espie e Laura Palagini, Superare l’insonnia, Erickson, 2018.

** Hoffmann B.H. Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980.

*** Schultz, I.H., Il Training Autogeno, I, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, 1972. (ed. originale 1932).

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La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

La leggenda del Ju Jitzu e il Training Autogeno

Narra  la leggenda che il medico giapponese Akiyama si recò in Cina per apprendere le antiche arti marziali, ma non  rimase completamente soddisfatto di nessuna delle tecniche apprese.  

Si ritirò dunque in meditazione per 100 giorni per affinare il suo sapere.

Un giorno, osservando una copiosa nevicata, notò che i rami delle possenti querce si spezzavano sotto il peso della neve, mentre il salice piangente rimaneva integro, poiché i suoi rami si  flettevano, lasciando scivolar via la neve: non è utile essere forti, dunque, ma cedevoli

Questa osservazione dette vita allo Ju Jitzu (Ju: flessibile, cedevole; jutzu: arte), l’arte della cedevolezza,  da cui in seguito ebbe origine il Judo.

Mi piace pensare a questo atteggiamento di cedevolezza durante l’allenamento autogenocontemplazione passiva del proprio corpo che si rilassa, nessun tentativo di resistenza attiva nei confronti dei pensieri che distolgono o degli stimoli esterni deconcentranti. 

Tale atteggiamento può essere assai efficace nei confronti dell’ansia, l’avversaria che, con spirito di cedevolezza, possiamo sconfiggere.

Troppo spesso, infatti, ingaggiamo contro di essa un inutile,  doloroso,  “muro contro muro”. Se imparassimo a “lasciarla andare”, probabilmente ce ne libereremmo. 

Attraverso la pratica quotidiana del Training Autogeno è possibile acquisire un atteggiamento di “cedevolezza” nei confronti delle nostre paure, molto simile al comportamento del salice, che non si lascia sopraffare dal peso della neve.

 

 

 

Per saperne di più

 

 

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La menopausa: progettare un nuovo inizio

La menopausa: progettare un nuovo inizio

 La menopausa può rappresentare un nuovo inizio se la si vive con la mente aperta e con un atteggiamento positivo nei confronti della vita.

È davvero la fine di qualcosa?

Le definizioni più comuni della menopausa parlano della cessazione di qualcosa: dell’ovulazione, del ciclo mestruale, della fertilità. Questo senso di fine evoca sentimenti negativi, di lutto. Ma non è proprio così: se qualcosa finisce, qualcosa d’altro può incominciare. E’ più corretto dunque parlare non di fine ma di passaggio.

Il modo migliore per celebrare questo passaggio è progettare una nuova fase della vita e non è affatto detto che sia meno intensa delle precedenti, soprattutto se si ha ben presente che la fine della fertilità non coincide affatto con la fine della femminilità.

Una donna che entra oggi in menopausa ha un’aspettativa di vita attiva e in buona salute assai maggiore di quella della propria madre: come vivere gli anni che le si prospettano?

Prendersi cura di sé

Prendendosi cura di sé, raccomandano i medici, con suggerimenti ben precisi sul piano del benessere fisico: prestare maggiore attenzione all’alimentazione, al movimento, alla prevenzione delle malattie.

Spesso le buone pratiche sono di per sé sufficienti per evitare che i disturbi tipici della menopausa diventino un problema, tuttavia il calo degli estrogeni e il mutamento degli equilibri ormonali provocano effetti diversi da donna a donna.

Va comunque considerato che di frequente gli squilibri ormonali si manifestano in un una fase della vita in cui altri avvenimenti possono turbare l’equilibrio psicologico della donna: i figli che si allontanano emotivamente e fisicamente, il partner che vive a sua volta un periodo di crisi e di turbamento nel passaggio di età, o le difficoltà sul lavoro dovute al confronto con colleghi più giovani.

È dunque difficile stabilire quanto incidano gli ormoni nel determinarsi dei disturbi fisici e dell’umore e quanto il dover far fronte a nuove situazioni non sempre facili da affrontare.

La terapia ormonale sostitutiva e le tecniche naturali

Ad ogni modo, quando i malesseri risultano difficili da tollerare è opportuno rivolgersi al ginecologo di fiducia e valutare l’opportunità del ricorso alla terapia ormonale sostitutiva (TOS).

Non è detto che sia sempre necessario farvi ricorso: ciascuna donna deve essere attiva nel valutare i pro e i contro di tale scelta, senza sopravvalutarla né demonizzarla, tenendo anche conto delle enorme risorse offerte dalle terapie naturali e da tecniche di rilassamento come il Training Autogeno.

Leggi anche: Il Training Autogeno in menopausa

L’importante è mantenere un atteggiamento costruttivo e mai rassegnato: non è affatto detto che i disturbi della menopausa vadano sopportati passivamente!

Il benessere fisico, si sa, non può prescindere da quello mentale e nel curare il nostro corpo dobbiamo tener conto delle nostre istanze psichiche più intime e profonde: stiamo bene con il nostro corpo se abbiamo raggiunto un buon equilibrio psicologico

Ciascuna donna affronta il periodo della menopausa con il proprio bagaglio di vissuti personali e di aspettative.

Chi si aspetta un periodo difficile e doloroso probabilmente metterà in atto una serie di atteggiamenti mentali che determineranno l’avverarsi della profezia.

Le donne che non attribuiscono connotazioni negative alla menopausa e non si aspettano di soffrire per i malesseri ad essa legati hanno maggiore probabilità di viverli senza disturbi o con effetti trascurabili.

A questo proposito, è significativo il fatto che presso le culture in cui la donna, con l’avvento della menopausa, acquista uno status sociale di prestigio, i disturbi fisici sono quasi del tutto sconosciuti.

Di norma, le donne che tendono a vivere più serenamente la fine dell’età fertile sono coloro che si sono realizzate, hanno una vita ricca di significati e intendono continuare a trarre il meglio da essa.

Al contrario, le donne con la tendenza ad auto-svalutarsi, tendenti al pessimismo, o che hanno incentrato la propria affermazione personale sull’avvenenza fisica, tendono a considerare la menopausa come un lutto.

Per tutte, comunque, la menopausa porta dei cambiamenti e la psicologia ci insegna che l’adattamento è la risposta sana al cambiamento.

Che cosa significa adattamento per la donna che entra in menopausa?

 

Di sicuro l’accettazione del corpo che cambia e la tendenza a valorizzarne gli aspetti positivi piuttosto che enfatizzare gli inevitabili aspetti negativi.

Ma non solo. Con il passare degli anni, cambiano i valori, le aspettative, il modo di vivere i rapporti interpersonali, tutte variabili che contribuiscono a conferire significato alla vita.

Talvolta può accadere di continuare a incentrare la propria vita su un sistema di valori non più attuale, e di avvertire, di conseguenza, un senso di disadattamento, di estraneità nei confronti di se stessa e del mondo esterno.

 

Che fare? Ridefinire il senso della vita

 

Le situazioni cambiano e quello che è andato bene finora potrebbe non essere più attuale.

Non sempre questo passaggio così delicato può essere fatto da sole e l’avvento della menopausa potrebbe rappresentare un’ottima occasione per ripensare al senso della propria vita, con il sostegno di una psicoterapia, per ridefinire le aspettative e gli obiettivi personali e per affrontare problemi rimasti irrisolti.

Nuovi obiettivi portano con sé voglia di nuovo, e un entusiasmo che aiuta a compensare gli aspetti negativi del cambiamento.

Ci si può focalizzare su:

La propria persona

Possiamo adattarci al cambiamento del corpo sottolineandone i lati positivi.

Si può curare la propria persona con maggiore attenzione a un sano stile di vita, come si è detto, ma anche valorizzando l’aspetto estetico: nuove scelte nell’abbigliamento, nel trucco, nel taglio e nel colore dei capelli possono diventare un modo per adattarsi in maniera armoniosa al cambiamento piuttosto che contrastarlo.

Chi lo contrasta a ogni costo corre il rischio di diventare patetica: anche chi a cinquant’anni ha ancora un bel corpo, non passa inosservata se si veste come un’adolescente!

Il rapporto con il partner

 

Chi vive con il partner di sempre può avvertire la necessità di ripensare il rapporto, trovare nuove forme di comunicazione, modalità differenti di condivisione.

O, ancora, se la relazione non funziona, potrebbe essere questo il momento di chiedere aiuto a un professionista, per valutare come migliorarla, o, se ciò non è più possibile, come chiuderla per guardare oltre. 

Chi invece è single può domandarsi che cosa si aspetta oggi da un uomo e aprirsi a nuove relazioni, magari diverse da quelle tradizionali. Ad esempio, molti senior preferiscono non rinunciare alla propria casa e alle proprie abitudini, pur condividendo spazi fisici ed affettivi con il nuovo partner.

In entrambi i casi, anche la sessualità può essere vissuta con modalità diverse, finalmente libere dal pensiero della contraccezione.

Una cosa è ormai accertata: la menopausa non porta inevitabilmente la fine del desiderio, né della possibilità di vivere una sessualità appagante!

La vita sociale

In tutte le età il rapporto con gli altri aiuta a vivere traendo stimoli positivi dal confronto. Tanto più in un momento delicato della vita, è utile non isolarsi, ma al contrario arricchirsi grazie agli stimoli che vengono dall’esterno.

È importante anche parlare tra donne, per confrontarsi su come ciascuna vive questa fase. Ci si sente meno sole e si comprende che ciò che si prova è normale, visto che tante altre vivono sensazioni analoghe. 

Il rapporto con i figli

Chi ha incentrato la propria vita sulla cura dei figli, deve ricalibrare il proprio ruolo di madre su una relazione tra adulti, con persone che non hanno più la necessità di essere protette e accudite, ma accettate per ciò che sono diventate.

Chi madre non lo è diventata, per scelta o per destino, deve fare i conti con la maternità non vissuta e investire le proprie energie affettive su oggetti d’amore alternativi.

Il lavoro

Le donne che hanno dedicato molte energie alla professione possono cercare nuovi stimoli, modalità nuove di re-interpretare il lavoro di sempre, o iniziare a pensare a quali sogni nel cassetto hanno rinunciato e immaginare come realizzarli, man mano che il lavoro diventerà meno centrale nella loro vita. 

Anche chi non ha mai lavorato può pensare a una seconda vita: magari coltivando hobby che possono trasformarsi in lavori.

In conclusione

In conclusione, se è vero che la menopausa rappresenta una crisi nella vita di una donna, è altrettanto vero che può essere trasformata in una opportunità di crescita e di maturazione personale, verso nuovi obiettivi di vita.

Training Autogeno Respiratorio RAT

Training Autogeno Respiratorio RAT

Il metodo RAT

 

Con il Training Autogeno Respiratorio si vivono meglio i mesi della gravidanza e si partorisce serenamente e con meno dolore.

La nascita di un bambino è un evento fisiologico da vivere con serenità, ed è anche una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Il metodo che utilizzo  è il Training Autogeno Respiratorio (RAT), una emanazione del Training Autogeno classico, appositamente modificato per la preparazione alla nascita.

Nei miei corsi mi rivolgo alla coppia,  chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma anche la  l’inserimento del bambino nella famiglia siano momenti molto delicati.

Se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Si parte dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Fondamento del metodo è l’apprendimento degli esercizi RAT.

Attraverso una progressione di sette esercizi di rilassamento,  la gestante impara unmetodo che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

È provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

 

Come e dove si svolge

 

Il corso può essere seguito online, oppure in studio.

Il corso online contiene le linee guida per una gravidanza serena e la descrizione degli esercizi RAT, corredata da una guida audio per eseguirli a casa.

Durante tutto il percorso, assisto personalmente da remoto le gestanti.

Il corso in studio si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Nella seconda parte, si eseguono assieme gli esercizi di rilassamento.

 

Quanto costa

 

Il corso online costa 142 euro e comprende l’assistenza da remoto per tutta la durata del percorso.

Si può trovare sulla piattaforma dedicata ai corsi online: corsi.patriziabelleri

In casi particolari, è possibile prenotare una o più sedute online per affrontare problematiche specifiche. In questi casi, il costo di ciascuna seduta è di 70 euro.

Per chi desidera seguire il corso in studio, il costo è di 70 euro per ogni seduta.

I costi dei corsi vengono fatturati come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro: Scrivere a info@patriziabelleri.it oppure Telefonare al 339.1480.554

In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

Desideri essere seguita online?

Desideri essere seguita online?

 

Puoi usufruire di una guida dedicata alle mamme e alle coppie per accompagnarle dall’inizio della gravidanza fino al parto e al puerperio.
L’obiettivo è vivere con serenità una fase della vita ricca di emozioni, a volte contrastanti e arrivare preparati alla grande festa della nascita.

Corso di Training Autogeno di base in studio

Corso di Training Autogeno di base in studio

Insegno il Training Autogeno nel mio studio di Roma.

Per scelta, conduco solo corsi individuali o in coppia e non in gruppo. In questo modo, ciascuno può esprimersi in completa libertà, senza il timore del confronto con il gruppo. Inoltre, nel percorso individuale, è possibile rispettare i tempi di apprendimento, che sono diversi per ciascuna persona.

Il TA può essere appreso per conoscenza personale, per prevenire gli effetti dello stress e anche per affrontare difficoltà specifiche, come l’ansia, le malattie psicosomatiche, le fobie.

Può anche essere utilizzato in contesti non clinici, per il miglioramento delle prestazioni sportive, dello studio e artistiche.

Quando serve, il Training Autogeno può essere inserito in un percorso di psicoterapia che si chiama appunto Psicoterapia autogena o bionomica.

Il percorso

Di norma, quando non ci sono particolari problemi e non è indicato un percorso di psicoterapia, dedico nove/dieci incontri all’apprendimento del TA, distribuiti nell’arco temporale di 3/6 mesi, a seconda delle risposte personali.

Il percorso di apprendimento del Training Autogeno richiede all’incirca 9/10 sedute, distribuite nell’arco temporale di 3/6 mesi, a seconda delle risposte personali.

Contenuti di ciascuna seduta

Prima seduta: Anamnesi, illustrazione del metodo, definizione degli obiettivi del percorso.

Seconda seduta: approfondimento della conoscenza e eventuale perfezionamento dell’anamnesi.
Illustrazione di come vanno eseguiti in pratoca gli esercizi. Come redigere il protocollo.

La Formulazione della Calma: illustrazione ed esecuzione in studio, commenti su come è stata vissuta l’esperienza della calma.

Terza seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio della Pesantezza: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.
Illustrazione del Rilassamento progressivo di Jacobson, in combinazione con il TA, quando si presentano delle difficoltà iniziali nell’apprendimento.

Quarta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Calore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Quinta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Cuore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Quinta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Cuore: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Sesta seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Respiro: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza. Illustrazione e sperimentazione in studio dell’ingresso rapido nel TA attraverso il respiro.

Settima seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio del Plesso solare: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Ottava seduta: Lettura e commento del protocollo. L’esercizio della Fronte: illustrazione ed esecuzione in studio. Commenti su come è stata vissuta l’esperienza.

Nona seduta: Lettura e commento del protocollo. Riflessioni sull’esperienza del TA in generale. Personalizzazione del percorso: le formule specifiche, la desensibilizzazione autogena. Prospettive futuro sull’uso del TA.

Come già detto, per apprendere correttamente il TA occorrono dai tre ai sei mesi di allenamento costante. Il tempo tra un incontro e l’altro varia in base al ritmo individuale di apprendimento. Tra un incontro e l’altro visiono il Protocollo online tramite scambio di email e garantisco così un feedback costante dell’apprendimento.

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Contatti

Per avere informazioni approfondite sul Training Autogeno, su tutte le consulenze e i corsi disponibili – in studio e online – sulla bibliografia, o semplicemente per uno scambio di esperienze, scrivi, oppure telefona

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Curarsi con i libri

Curarsi con i libri

Curarsi con i libriDue amiche,  Ella Berthoud e Susan Elderkin hanno condiviso gli studi di letteratura inglese all’Università di Cambridge e la passione per i libri, che amavano scambiarsi per tirarsi un po’ su tra un esame e l’altro. Ella è diventata pittrice e insegnante d’arte, Susan scrittrice. Assieme hanno fondato nel 2008 un servizio di biblioterapia con la School of Life di Londra.

Hanno pubblicato Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Si tratta di un originale prontuario terapeutico, dove si può trovare la prescrizione giusta per molte affezioni, sotto forma di lettura, invece che di pillole e sciroppi.

Fabio Stassi ha tradotto la versione italiana. In corso d’opera, Stassi ha chiesto a bibliotecari, librai e lettori di partecipare indicando i propri rimedi: le risposte sono state numerose e hanno arricchito la versione italiana del libro.

La Casa editrice Sellerio continua a ricevere altre prescrizioni, sul suo sito, nella pagina dedicata al libro.

Ella Berthoud, Susan Elderkin, Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, Sellerio, 2013

Psicologi in Ospedale

Psicologi in Ospedale

Percorsi operativi per la cura globale di persone

 

Un malore improvviso, una diagnosi inaspettata e la vita cambia: si aprono le porte di un mondo con regole e logiche a volte incomprensibili, tanto più se si è già provati dalla malattia e dalla paura: l’ospedale.

Alberto Vito è uno psicoterapeuta che lavora da anni in ospedale e conosce bene le dinamiche psicologiche dei pazienti e degli operatori sanitari.

Lo avevamo già visto all’opera con i suoi pazienti nel libro Affetti speciali. Uno psicologo (si) racconta. Con questa nuova opera, Psicologi in Ospedale, Vito approfondisce il ruolo dello psicologo ospedaliero e il senso della sua presenza in una realtà assai complessa, e lo fa coordinando un lavoro di squadra.

Gli Autori fanno parte del team di psicologi che compongono l’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Psicologia Clinica dell’Azienda”Ospedali delli Colli” di Napoli.

Tutti loro hanno come obiettivo la presa in carico dei bisogni emotivi e psicologici dei pazienti e dei loro familiari, di pari passo e in armonia con i percorsi specificatamente medici. Le loro esperienze partono dal presupposto che le competenze psicologiche hanno un significato forte nel contesto ospedaliero e credono nella collaborazione tra le diverse figure professionali all’interno dell’Ospedale.

La chiave di lettura è l’approccio sistemico, che considera ciascun intervento non fine a se stesso, ma in grado di incidere sull’intero sistema.

La collaborazione tra psicologi, medici e operatori sanitari si attua negli ambiti più importanti: Infettivologia, Neonatologia, Oncologia, Riabilitazione cardiologica, Trapianti del cuore, Tabaccologia, Psicoterapia Ambulatoriale e Formazione del personale sanitario.

A ciascuna di queste aree di intervento è dedicato un capitolo e l’indice ci dà la dimensione della complessità e della ricchezza dell’opera:

1. La psicologia ospedaliera
2. I bisogni psicologici del paziente ospedalizzato e della sua famiglia
3. Il ruolo della psicologia nell’umanizzazione delle strutture sanitarie e i rapporti con il volontariato
4. L’evoluzione dell’assistenza psicologica al paziente Hiv
5. Intervento psicologico in Terapia Intensiva Neonatale. La gestione della morte in T.I.N.
6. Le molteplici dimensioni della psiconcologia
7. Quando la psicologia incontra l’oncologia: quale relazione di cura?
8. Il paziente laringectomizzato: aspetti psicologici e prospettive di intervento
9. Un cuore che cambia: implicazioni psicologiche del trapianto
10. L’intervento psicologico in riabilitazione cardiologica
11. L’intervento psicologico nella lotta al tabagismo in contesto ospedaliero
12. L’attività di psicoterapia ambulatoriale in ambito ospedaliero
13. Ruolo e funzioni dello psicologo nella terapia del dolore e nelle cure palliative
14. In terra straniera. Il travaglio del lutto, la narrazione, l’ospedale
15. Per una carta d’identità dello psicologo – formatore in ambito ospedaliero.

Nel panorama purtroppo ancora molto negativo, almeno nel nostro Paese, il libro curato da Alberto Vito apre la porta alla speranza: le esperienze efficaci esistono, la collaborazione tra medici e psicologi è possibile e porta buoni frutti, ed è tanto più consolante poiché tutto questo avviene al Sud, in Campania, a dispetto di tanti ingiusti luoghi comuni.

Psicologi in Ospedale è un libro per addetti ai lavori.

È rivolto agli psicologi, che vi troveranno diverse chiavi di lettura e una speranza, soprattutto i tanti giovani che amano la professione, ma ritengono che non ci sia più posto per loro.

È rivolto agli operatori sanitari per ricordare loro che “non c’è salute senza salute mentale” (Organizzazione Mondiale della Sanità. Helsinki, Finlandia, 12-15 gennaio 2005) e anche la più sofisticata tecnologia medica non è sufficiente se non supportata dall’empatia con il paziente.

Auguro di cuore a dottor Vito che la sua profezia si realizzi: “Il libro sarà utile nella misura in cui, anche solo un tantino, avrà reso i sordi un po’ meno sordi, i ciechi un po’ meno ciechi”.

 

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale

TRAINING AUTOGENO. Piccolo Manuale per recuperare energia e forza interiore

 

Questo Manuale è il  dono* che gli psicologi Sara de Maria e Gionatan Mandice offrono ai loro lettori.

Si tratta di una agile guida pensata per chi ha intenzione di accostarsi al Training Autogeno e necessita di informazioni preliminari per orientarsi.

L’enorme diffusione del Training Autogeno ha fatto sì che talvolta se ne parli a sproposito, con messaggi privi di fondamento, fuorvianti, che ingenerano aspettative non realistiche.

Con l’autorevolezza derivata da anni di esperienza, gli Autori lo presentano per quello che è: un metodo dalle enormi potenzialità, purché vi si accosti con costanza e disciplina e con la guida di professionisti esperti.

Solo a queste condizioni si può ottenere ciò che il TA promette:

Raggiungere uno stato di rilassamento e di calma interiore (…) per arrivare ad una maggiore lucidità e avere più padronanza di noi stessi, così da sentirci più equilibrati, meno allarmati e più forti per raggiungere i nostri obiettivi.

 

In che cosa consiste il Training Autogeno? Come si fa ad apprenderlo? Quale sono le sue applicazioni?

 

Queste sono le domande cui rispondono gli Autori, in maniera chiara ed esaustiva, sgombrando il campo da pregiudizi e errate convinzioni.

Partono dalle origini, narrando il percorso di studio e di ricerca del neurologo berlinese I.H.Schulz.

Dall’ipnosi – di cui era profondo conoscitore – egli è arrivato alla ideazione di un metodo che può essere gestito in autonomia, una volta appreso correttamente.

Spiegano dunque le componenti psichiche e neurofisiologiche del TA, facendo ricorso, quando serve, anche ad esempi tratti dalla vita di tutti i giorni

Illustrano le applicazioni del metodo dalla clinica allo sport, soffermandosi anche sulle rare evenienze in cui non è indicato.

Una bibliografia essenziale completa il testo.

Il piccolo manuale non promette certo di esaurire in poche pagine una materia così ampia.

Riesce però a incuriosire, e offre una base solida da cui partire per una esplorazione più profonda del metodo.

 

Gli Autori

 

Sara De Maria

 

Psicologa clinica, psicoterapeuta della coppia e della famiglia, esperta di psicologia perinatale, operatrice di Training Autogeno.

Insegna il TA nel suo studio di Rivoli e lo integra nei percorsi di psicoterapia.

Se ne avvale anche nel sostegno in situazioni di disagio emotivo perinatale: depressioni e ansie perinatali, disturbi dell’attaccamento.

 

Gionatan Mandice

 

Psicologo del lavoro e delle organizzazioni, esperto in psicologia dello sport e della prestazione.

Utilizza il TA nell’ottica del miglioramento delle prestazioni sportive, integrandolo con altre tecniche e discipline, quali la Mindfulness, la Meditazione, l’Imagery, il Biofeedback, l’Apnea e lo Yoga.

 

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*Per ottenere il Manuale in omaggio occorre iscriversi alla Mailing list della dottoressa De Maria, seguendo uno dei link:

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Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

Attacco di panico: il Training Autogeno ti aiuta in tre modi

 

Il panico si manifesta all’improvviso e i sintomi sono drammatici: il cuore batte forte, il respiro diventa affannoso, compaiono vampate di caldo o brividi di freddo, tremori, nausea e disturbi addominali, accompagnati dalla sensazione di perdere il controllo, di impazzire, di morire.

Chi ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico tende a vivere nell’angoscia che l’esperienza si ripeta.

Leggi anche: Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

E’ un evento spaventoso, chi non lo ha mai provato stenta a comprenderlo.

Secondo la mia esperienza, il Training Autogeno (TA) è molto efficace nel trattamento degli attacchi di panico.

 

 

Il Training Autogeno può aiutare in tre modi

 

 

° A prevenire gli attacchi

 

° A calmarsi se insorgono

 

° A scoprirne le cause profonde

 

La prima cosa da fare è imparare il Training Autogeno

 

Occorre essere disponibili a dedicare un po’ di tempo al percorso di apprendimento.

Ci si allena ogni giorno – due, volte, meglio tre – svolgendo dei brevi esercizi. Il tempo necessario è davvero poco: solo alcuni minuti ogni volta. Quello che serve è la regolarità e la costanza.

In tal modo si può utilizzare il TA in maniera efficace, per liberarsi degli attacchi di panico, ma anche per migliorare la qualità della propria vita.

Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno

 

La prevenzione

 

Già dalle prime settimane di allenamento, si realizza una sedazione emotiva che provoca sollievo, poiché diminuisce l’ansia generalizzata.

In un tempo variabile dai tre ai sei mesi si potrà prevenire la maggior parte degli attacchi di panico e utilizzare il TA per calmarsi se si manifestano.

Può sembrare un periodo lungo – soprattutto se il panico influisce pesantemente nella quotidianità – ma non bisogna scoraggiarsi.

Si lavora per impedire che si realizzi il circolo vizioso della paura che genera paura.

Dopo aver conosciuto l’attacco di panico, infatti, si tende a vivere nell’attesa del prossimo attacco, alimentando così il meccanismo della paura che cresce sempre di più.

In questo modo si creano proprio le condizioni per l’avverarsi di ciò che temiamo: il panico.

Possiamo spezzare questo circolo vizioso, innanzi tutto proprio in virtù dell’abbassamento del livello di ansia generalizzata, poiché, quando si vive in una condizione generale di tranquillità, non si creano le condizioni per l’instaurarsi dell’attacco: diminuisce la paura della paura.

A questa prima fase di sedazione emotiva, seguirà una successiva di normalizzazione neurovegetativa: miglioreranno tutte le funzioni dell’organismo.

Verranno meno quelle condizioni di disagio emotivo che costituiscono il terreno adatto all’instaurarsi dell’attacco acuto di ansia.

 

Calmarsi durante un attacco

 

E se, anche praticando il Training con regolarità, comparisse un attacco di panico?

Una cosa è certa: l’intensità delle sensazioni sarà più lieve e soprattutto ci sarà la consapevolezza di saperle affrontare.

Un importante studioso del Training Autogeno*, osservava che “quando si cade in acqua, è il momento meno indicato per imparare a nuotare”.

In altre parole, è consigliabile allenarsi con il TA in ambiente protetto – a casa propria e nei momenti di calma – e in seguito si potrà utilizzarlo nelle emergenze, per tranquillizzarsi in maniera veloce ed efficace, entrando nello stato autogeno in 2/3 secondi.

Si potrà dunque utilizzare il Training Autogeno per calmarsi in brevissimo tempo, alle prime avvisaglie.

Una volta appreso il Training Autogeno è possibile entrare in pochi secondi nello stato autogeno, smorzando così la risonanza emotiva della paura.

Non capiterà più, come in passato, di irrigidirsi aumentando la tensione, ma la risposta al panico sarà il rilassamento: come spegnere il fuoco gettandoci sopra dell’acqua!

 

Le cause profonde

 

 

Molto spesso il disagio psicologico, di qualsiasi natura, è un campanello di allarme che ci ricorda che qualcosa non va a livello profondo.

In questo caso viene in aiuto la psicoterapia.
Ci sono molti approcci utili nel trattamento dell’ansia e degli attacchi di panico.

La psicoterapia autogena si avvale dell’esperienza del Training per accompagnare il paziente in un viaggio all’interno di sé, alla scoperta delle dinamiche più profonde.

Gli strumenti a disposizione del terapeuta partono dal TA, per proseguire attraverso la desensibilizzazione autogena, le tecniche autogene superiori, le visualizzazioni guidate.

Si tratta di una esperienza che non si limita ad affrontare il panico e le sua cause profonde, ma permette un approfondimento della conoscenza di sé, un viaggio che non può che arricchire chi lo intraprende.

E così si può arrivare a scoprire che il panico:

“E’ un gigante dai piedi di argilla, con molti punti deboli. Si dà delle arie, ma in realtà non è capace di far del male a una mosca.”

Così lo psicoterapeuta Luciano Masi** usa dire ai suoi pazienti quando gli parlano del “mostro” che li ha portati da lui: il panico.

E prosegue con un’altra frase a effetto:

“Non c’è mai stato il caso di una persona che sia morta durante un attacco di panico. E’ impossibile!”

NOTE

* B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Roma, Astrolabio, 1980. *

*Luciano Masi, Storia di una poltrona. Il Lettino dell’analista racconta, Roma, Edizioni Il Calamaio, 2009.

 

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Storia di una poltrona

Storia di una poltrona

 

 

 

Il lettino dell’analista racconta

 

Polax è la poltrona-relax che il dottor H utilizza da tanti anni nelle sue sedute di Psicoterapia autogena.

Il dottor H. è Luciano Masi, con lui ho approfondito le tecniche autogene immaginative. Conosco bene Polax, la poltrona foderata di tessuto a fiori, tante volte mi ci sono stesa durante gli incontri di supervisione con il dottor Masi, per sperimentare su di me le esperienze che avrei in seguito proposto ai miei pazienti.

Adesso Polax è addirittura protagonista di un libro.

E’ tipico di Masi armonizzare sapientemente il rigore scientifico, la finzione, l’ironia, e – perché no? – un pizzico di follia.

Forse solo lui avrebbe potuto far parlare la sua vecchia poltrona per raccontare la fatica, il dolore, e la vittoria finale di tanti percorsi di psicoterapia autogena.

Steso sulla poltrona, durante i vissuti autogeni immaginativi il paziente suda, piange, i suoi muscoli si irrigidiscono, e poi si distendono, e Polax registra la fisicità del vissuto terapeutico, che passa per il corpo, che si fa sofferenza, e poi esperienza di rinascita.

Così, leggendo il libro, partecipiamo alle piccole e grandi vittorie dell’alleanza terapeuta tra Masi e i suoi pazienti, e scopriamo che il rapporto difficile con il cibo, la paura, il panico, l’angoscia possono essere esperienze dolorose, sì, ma da cui si può riemergere.

Un momento doloroso della vita, infatti, può rappresentare l’occasione per iniziare un percorso di conoscenza di sé, che ci porta alla guarigione, o, per dirla con Masi, alla riscoperta del senso della vita.

Luciano Masi. Storia di una poltrona. Il lettino dell’analista racconta, Edizioni Il Calamaio, 2009.

Personalizzazione del percorso

Il Training Autogeno come psicoterapia breve

 

Il Training Autogeno non è soltanto una tecnica di rilassamento assai valida, ma con la guida dello psicoterapeuta, può costituire la base di una psicoterapia breve molto efficace che viene denominata psicoterapia autogena o bionomica (da bios, vita e nomos, legge, cioè che segue e rispetta le leggi della vita).

Grazie all’apprendimento del Training Autogeno di base si può, in prima battuta, raggiungere sedazione dell’ansia generalizzata e degli eventuali sintomi a questa correlati.

A questa prima fase di sedazione emotiva, segue una successiva di normalizzazione neurovegetativa: migliorano tutte le funzioni dell’organismo.

Ciò comporta maggior sicurezza e fiducia in se stessi e motivazione a proseguire nel percorso terapeutico.

In molti casi, già a questo punto migliorano i sintomi che hanno portato a rivolgersi al TA.

Successivamente è possibile proseguire nella terapia attraverso tecniche approfondimento della conoscenza della persona.

Tale ulteriore percorso esula dagli obiettivi di queste pagine e deve essere effettuato assieme allo psicoterapeuta esperto di psicoterapia autogena.

 

Il Training Autogeno come terapia: le formule specifiche

 

Arrivati a questo punto del percorso, è possibile personalizzare il TA tramite l’elaborazione di formule specifiche dirette al sintomo somatico (le cosiddette formuled’organo) e comportamentale (formule di proponimento).

Vediamo di che si tratta.

Abbiamo visto che la ripetizione di una formula porta a sperimentare il vissuto che la formula stessa suggerisce: grazie alla formula “mano destra pesante”, possiamo provocare un rilasciamento muscolare, che viene percepito appunto come pesantezza.

La stessa cosa – una volte che si è esperti di TA – può avvenire per provocare vissuti specifici, rivolti a un organo oppure a un comportamento.

Ad esempio possiamo “suggerire” allo stomaco di rilassarsi e di non secernere succhi gastrici in eccesso, e in tal modo possiamo prevenire e curare una gastrite.

Oppure, possiamo programmare la nostra mente a parlare in pubblico in maniera fluente, senza lasciarci influenzare dall’ansia o dalla tensione.

O, più in generale, possiamo modificare in senso positivo alcune caratteristiche di personalità, la fiducia in noi stessi, ad esempio.

Questo è possibile grazie a una serie di fenomeni complessi, che hanno a che vedere con i concetti di ideoplasia e concentrazione passiva, di cui si è parlato all’inizio del percorso.

Durante la contemplazione passiva si realizza un particolare stato di coscienza caratterizzato da una predominanza emisferica destra, in virtù della quale viene allentato il controllo razionale.

In tale situazione è possibile esperire vissuti tipici, che investono sia la sfera fisica che quella psichica, come sa bene chi è esperto di TA.

Per effetto dell’ideoplasia è possibile tramutare un’idea in un vissuto somatico: la distensione muscolare, la pesantezza, il calore, la sensazione di fresco.

Utilizzando questi due principi, nonché le leggi che governano l’apprendimento (la ripetizione dei contenuti da apprendere, la significatività degli stessi, la motivazione all’apprendimento), Schultz ha ritenuto di poter modificare alcuni vissuti corporei disfunzionali e anche alcuni comportamenti indesiderati, attraverso la ripetizione mentale di formule specifiche, o proponimenti.

Il risultato che si ottiene è molto simile alla realizzazione degli ordini post ipnotici che si usano in ipnosi.

Tali formule vanno elaborate alla fine dell’apprendimento dell’intero ciclo inferiore del T.A., quando ormai il paziente è padrone dei sette esercizi standard ed è in grado di richiamarne i vissuti in maniera automatica.

Una volta elaborata la o le formule utili al problema specifico, queste vanno ripetute alla fine delle abituali ripetizioni dei primi sette esercizi.

Schultz distingue tra le formule volte a modificare un vissuto corporeo, le Formule d’organo, e quelle che possono essere utilizzate per modificare comportamenti inefficaci, o disfunzionali, le Formule di comportamento, appunto.

Per elaborare le formule adatte alla propria situazione personale, è necessaria l’assistenza del terapeuta, che suggerirà il metodo per la creazione delle formule utili alla soluzione del problema e ne valuterà l’efficacia.

 

Desensibilizzazione autogena

 

Si tratta di una tecnica più complessa della semplice elaborazione di formule specifiche e può essere suggerita al paziente in aggiunta a queste ultime.

Anche in questo caso la base teorica del procedimento è assai simile a quel che avviene durante la trance ipnotica, quando il terapeuta guida il paziente ad immaginare la situazione che teme e, nel frattempo, pronuncia parole atte ad abbassare il livello di ansia riguardo la situazione stessa.

Nel caso della desensibilizzazione autogena si può ottenere una modificazione comportamentale in questo modo: si guida il paziente in stato autogeno ad immaginare la situazione che gli genera timore e lo si stimola a produrre immagini mentali di intensità crescente di ansia.

Ad esempio, nel già citato caso della fobia della guida dell’automobile, si può invitare il paziente ad immaginare se stesso nell’atto di prendere le chiavi dell’auto e uscire di casa (intensità minima di ansia). Poi si aumenta l’intensità, facendogli immaginare di salire in auto, accendere il motore, fare qualche breve giro intorno a casa e poi allontanarsi sempre di più dai luoghi familiari e rassicuranti, fino a fargli immaginare di poter andare ovunque. In seguito egli metterà in atto da solo il comportamento temuto, mentre le parole del terapeuta, registrate dalla sua mente inconscia, “lavorano” contro la sua paura.

Anche in questo caso, è necessaria l’assistenza del terapeuta.

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Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

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Il Protocollo

Il Protocollo

Durante il percorso di apprendimento del Training Autogeno, è utile compilare il protocollo dopo ogni esercitazione: si tratta di un Diario di bordo dell’esperienza.

È sufficiente scrivere una breve descrizione dei propri vissuti, da fissare alla fine dell’esercizio stesso.

Se, come spesso avviene, ci si addormenta la sera, durante o subito dopo aver completato l’esercizio, il protocollo può essere compilato il giorno successivo. 

Il protocollo con il resoconto di delle esercitazioni viene inviato al terapeuta per la valutazione, ogni settimana, oppure ogni giorno.

 

A che cosa serve il protocollo

Questa procedura ha diverse importanti funzioni:

• Attraverso il protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso tra il paziente e il terapeuta, a tutto vantaggio dell’efficacia dell’apprendimento del TA.

• Scrivere puntualmente le sensazioni subito dopo averle provate aiuta a fissarle. Con un riassunto a distanza di tempo, si perderebbero informazioni preziose.

• Avere un compito rinforza l’impegno preso verso se stessi al momento in cui si decide di iniziare il percorso di apprendimento del TA.

• Permette al terapeuta di valutare l’andamento dell’apprendimento del discente e di intervenire in tempo se riscontra errori nell’esecuzione.
E’ importante sottolineare che eventuali errori non corretti per tempo possono trasformarsi in “cattive abitudini”.
Come in ogni performance, si pensi ad esempio allo sport, le cattive abitudini possono di interferire pesantemente sulla prestazione. Nel caso del Training Autogeno, possono in alcuni casi, invalidarne i benefici. 

• Il terapeuta, visionando il protocollo, può evidenziare il momento giusto per suggerire all’allievo di passare all’esercizio successivo. 

• Leggendo il protocollo il terapeuta può accorgersi di eventuali situazioni di disturbo psicologico dell’allievo e intervenire adeguatamente. 

• Il terapeuta che dispone di molti protocolli può, in forma anonima, utilizzarli come materiale di studio, di ricerca e di scambio costruttivo con i colleghi, a tutto vantaggio del progredire delle conoscenze sul Training Autogeno. 

Per queste ragioni, conviene assoggettarsi di buon grado a questa piccola incombenza, anche se richiede qualche minuto di tempo ogni giorno.

 

Come si redige il protocollo

 

E’ necessario indicare il giorno e l’ora dell’esecuzione, specificare di che esercizio si tratta, e descrivere le percezioni fisiche e i vissuti mentali che si sono sperimentati durante l’esercizio.

Esempio di protocollo

 

Lunedì, ore 8:00,

Formulazione della calma: calma e benessere mentale.

Esercizio della pesantezza: mani e braccia pesanti, sensazione di sprofondare nel letto, torpore.

Lunedì, ore 14:00,

Formulazione della calma: irrequietezza, pensieri disturbanti rendono difficile portare a temine l’esercizio.

Esercizio della pesantezza: mani pesanti, difficoltà a sentire la pesantezza alle gambe.

Lunedì, ore 22:00,

Formulazione della calma: profondo benessere,

Esercizio della pesantezza: tutto il corpo pesante, come “incollato” al letto. Scivolo nel sonno.

Martedì, ore 8:00,

Formulazione della calma: sensazione quasi immediata di calma e benessere.

Esercizio della pesantezza: mani e braccia pesanti, sensazione di sprofondare nel letto, torpore. Calma e benessere mentale.

Martedì, ore 14:00

Formulazione della calma: qualche pensiero disturbante, seguito dalla sensazione della calma.

Esercizio della pesantezza: mani pesanti, difficoltà a sentire la pesantezza alle gambe. Irrequietezza, pensieri disturbanti rendono difficile portare a temine l’esercizio.

Martedì, ore 22:00,

Formulazione della calma: immediato senso di pace interiore.

Esercizio della pesantezza: tutto il corpo pesante, come “incollato” al letto. Profondo benessere, scivolo nel sonno.

E così via per tutti gli esercizi successivi. 

Non solo parole

 

Sebbene il protocollo nasca come un verbale dell’esperienza del Training, molte persone si trovano a proprio agio esprimendosi in altre forme, ad esempio il disegno.

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Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

Domande sull’esecuzione degli esercizi di Training Autogeno

 

All’inizio dell’allenamento con il Training Autogeno sorgono molte domande su come debbano essere effettuati gli esercizi.

Ho elencato quelle che mi vengono poste più di frequente, cercando di dare una risposta chiara per ciascuna.

Chi desidera  pormi altre domande, non comprese in questo elenco, può scrivermi.

C’è una posizione da preferire rispetto alle altre?

La posizione distesa a letto è di norma la più comoda.

E’ molto consigliabile anche la posizione in poltrona, purché si disponga di una poltrona adeguata, in grado di garantire un sostegno lungo tutta la colonna, la testa ben appoggiata, la colonna cervicale sostenuta, le gambe sostenute fino ai piedi. 

Le cosiddette poltrone relax, con possibilità di allungare le gambe sono l’ideale. Non è molto comoda, invece la posizione “del cocchiere a cassetta”. Per gli ipotesi è decisamente sconsigliata.

C’è un modo per capire se la posizione che ho assunto è corretta?

Quando non si avvertono tensioni al collo, alla nuca, alle spalle, alla parte cervicale della colonna, la posizione è corretta.

Che cosa posso fare se pensieri disturbanti mi distraggono durante l’esecuzione dell’esercizio?

Non si deve fare nulla. Nel pieno spirito dell’autogenìa, è il caso di lasciar fluire i pensieri e attendere passivamente che se ne vadano da sé.

Man mano che si procede nell’allenamento, il fenomeno tenderà a scomparire.

Ci sono orari più indicati di altri per eseguire gli esercizi?

L’ideale sarebbe eseguire gli esercizi la mattina al risveglio, dopo pranzo e la sera, prima di dormire.

Mentre ripeto mentalmente le formule, temo di perdere il conteggio delle ripetizioni, come posso fare per non sbagliarmi?

Il numero delle ripetizioni è puramente indicativo.

E’ bene lasciar andare la mente e non concentrarsi sul conteggio delle ripetizioni.

Non ha alcuna importanza se la formula viene ripetuta qualche volta in più o in meno.

Come faccio a sapere quando è il momento di passare all’esercizio successivo?

Conviene concordare con il terapeuta tale decisione.

Di norma, si suggerisce di passare all’esercizio successivo quando i vissuti dell’esercizio su cui ci si sta esercitando vengono sperimentati con un certo automatismo.

Ad esempio, quando – al solo evocare parola ‘pesante’ – si avverte la sensazione di pesantezza, è il momento giusto per passare all’esercizio del Calore.

Devo sempre eseguire tutti gli esercizi ogni volta?

Sì, ad ogni esercitazione si esegue l’intera sequenza degli esercizi appresi fino a quel momento.

Si inizia con la Calma, poi con Calma + Pesantezza, poi Calma + Pesantezza + Calore e così via, fino alla fine.

Dopo la fine dell’esercizio, mi “dispiace” smettere. Posso prolungarlo?

No. L’esercizio deve concludersi alla fine delle ripetizioni delle formule. Cercare di prolungarlo sarebbe inutile ai fini dell’apprendimento e porterebbe a “diluire” lo stato di concentrazione passiva.  Inevitabilmente, pensieri di vario genere inizierebbero a occupare la mente, distogliendo dallo stato autogeno.

Se se ne ha la possibilità, si può eseguire  la ripresa e rimanere comodamente distesi nel letto per un po’ di tempo ancora, prima di alzarsi.

Esiste il pericolo di non “risvegliarsi” dall’esercizio, o di perdere il controllo di sé?

Né l’uno né l’altro timore sono fondati.

Ci si può addormentare durante l’esercizio e poi risvegliarsi regolarmente.

Non vi è alcuna possibilità, nemmeno remota, di perdere il controllo.

In qualsiasi momento l’esercizio può essere interrotto volontariamente.

E’ necessario esercitarsi sempre tre volte al giorno?

E’ il percorso di apprendimento ideale e più proficuo.

Se non è possibile, si può procedere con due esercitazioni giornaliere e magari portarle a tre nel fine settimana, quando si ha più tempo a disposizione.

E’ utile che le esercitazioni avvengano sempre alla stessa ora?

Sì. Il Training Autogeno, infatti, segue le leggi dell’apprendimento e la ripetizione puntuale dell’esercitazione favorisce l’apprendimento.

La mattina vado al lavoro in automobile: rischio di avere sonnolenza mentre guido se eseguo l’esercizio prima di uscire?

No. Una delle peculiarità del Training Autogeno è quella di provocare rilassamento quando serve, ma anche migliorare il tono generale.

La mattina bisogna curare particolarmente la ripresa, con movimenti energici delle braccia e delle gambe per dare tono.

Lavoro lontano da casa e non torno per il pranzo. Come posso eseguire ugualmente l’esercizio di metà giornata?

Se si dispone di un ambiente tranquillo, si può provare al fare il Training nella posizione del cocchiere a cassetta, magari in ufficio se non c’è nessuno.

Vale quanto detto sopra per questa posizione: è sconsigliata agli ipotesi.

Non sarebbe meglio se la voce del terapeuta – anche registrata – ripetesse le formule durante l’esecuzione del TA?

No. La voce del terapeuta crea una eterosuggestione che nulla ha a che vedere con il processo di creazione dello stato autogeno.

Lo stesso vale per la propria stessa voce registrata. Shultz, a tal proposito scrive:

“possiamo affermare che per realizzare un autentico esercizio autogeno è indispensabile che la concentrazione psichica possa avvenire nel silenzio più assoluto; qualsiasi accompagnamento sonoro, da parte di un medico o per mezzo di dischi, trasforma la seduta in una ipnotizzazione eteroindotta e pertanto questa altro non sarebbe che una seduta eterogena di vecchio stile.” (I.H. Schultz, Il Training Autogeno, Esercizi Inferiori, Milano, Feltrinelli, p.47).    

Alcuni terapeuti usano ripetere al paziente le formule a scopo didattico, per indicare  come procedere, con la raccomandazione di proseguire in proprio.

La registrazione audio ha uno svantaggio in più rispetto alla voce del terapeuta in studio.

E’ standard, mentre dal vivo il terapeuta modula le sue parole a seconda del ritmo del respiro e di altri segnali da parte dell’allievo.

Quanto tempo deve durare una esercitazione?

All’incirca tre minuti all’inizio, con la Formulazione della Calma.

La durata dell’esercitazione aumenta man mano che si aggiungono gli esercizi successivi, per arrivare a dieci/venti minuti, circa.

Se eseguo l’esercizio la mattina al risveglio, ho la tendenza a riaddormentarmi, con il rischio di far tardi al lavoro. Come mi conviene procedere?

Conviene alzarsi, lavarsi, fare colazione e tornare momentaneamente a letto per eseguire l’esercizio.

Se eseguo l’esercizio la sera prima di addormentarmi, devo eseguire la ripresa alla fine?

No, finito l’esercizio ci si lascia scivolare nel sonno.

Naturalmente, se lo si desidera, si può cambiare posizione, assumendo quella preferita per dormire.

Se invece si desidera rialzarsi, oppure trascorrere un po’ di tempo a leggere, si deve eseguire la ripresa.

Sarebbe comunque meglio che l’esercizio della sera precedesse direttamente il sonno.

C’è un cuscino particolarmente indicato per eseguire gli esercizi di TA?

l cuscino migliore è quello con cui abitualmente si dorme.

Si possono inserire due piccoli cuscini sotto i gomiti se si avvertono tensioni alle braccia. Vanno bene anche asciugamani arrotolati.

Eseguo l’esercizio a letto. Devo coprirmi?

Durante l’esecuzione del Training non si deve avvertire né caldo né freddo.

Una coperta d’inverno è consigliata, facendo attenzione che non pesi sulla punta dei piedi impedendo il rilasciamento degli stessi.

Quando l’ambiente esterno è molto caldo, devo eseguire ugualmente l’esercizio del calore?

No, quando l’ambiente esterno è molto caldo è bene sospendere l’esercizio del Calore.

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Come si svolgono gli esercizi

Condizioni preliminari. Che cosa fare prima di iniziare ad allenarsi.

All’inizio dell’apprendimento è opportuno svolgere gli esercizi nella situazione fisica e ambientale più favorevole. Dopo un congruo periodo di allenamento si può eseguire il TA in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza (basti pensare alla sala parto!).

E’ utile seguire questi accorgimenti:

La stanza in cui si esegue l’esercizio dovrebbe essere silenziosa e in penombra.

La temperatura dovrebbe essere ideale: né troppo caldo, né troppo freddo. E’ consigliata una coperta d’inverno e una stanza fresca l’estate.

E’ opportuno che l’abbigliamento sia comodo, senza costrizioni.

La posizione deve essere rilassata: verificare che non si avvertano tensioni, soprattutto a livello cervicale.

Le condizioni fisiologiche devono essere neutre. Non si dovrebbero avere sensazioni di fastidio (bisogni fisiologici non soddisfatti, ad esempio, ma anche semplicemente non aver soffiato il naso).

E’ consigliabile spegnere il telefono.

Posizioni

Le tre posizioni principali: supina, in poltrona e del cocchiere.

 

Posizioni Training Autogeno

La tavola è stata creata dal Maestro Stelvio Beraldo, recentemente scomparso, che me ne ha gentilmente consentito la riproduzione.

Le posizioni suggerite per eseguire correttamente il Training sono tre: supina, in poltrona e, come la definì Schultz “del cocchiere a cassetta” o “del Pensatore di Rodin”, in riferimento alla celebre scultura.

La posizione supina è quella più raccomandata poiché è la più naturale. E’ molto simile alla antichissima “posizione del morto” nello yoga. Consiste nello stare stesi con le gambe e le braccia leggermente divaricate e un buon sostegno cervicale. Di solito il sostegno migliore è il cuscino con cui abitualmente si dorme.

La seconda posizione necessita di una poltrona che sostenga la nuca e che permetta di stendere completamente la gambe. Le braccia devono essere sostenute dai braccioli per l’intera estensione.

La terza posizione deve il nome al fatto che Schultz notava che i cocchieri della Berlino del tempo si addormentavano a cassetta tra una corsa e l’altra. Ne dedusse … che doveva essere comoda! Si tratta di star seduti su uno sgabello, le mani appoggiate alle cosce e la testa morbidamente sospesa in avanti. Ricorda vagamente la scultura di Rodin “Il Pensatore”, tanto che è anche conosciuta anche come “posizione del pensatore di Rodin”.

 

Rodin Il Pensatore

Rodin Il Pensatore

Non è la migliore: decisamente sconsigliata a chi soffre di pressione bassa, va considerata una posizione d’emergenza per eseguire il Training fuori casa.

Wallnöfer ne suggerisce anche altre:

La posizione del re
La poltrona del nonno
La posizione alla scrivania
Posizione seduti, appoggiati al muro

Come già detto, quella supina è da preferire, ma è utile provarle tutte e trovare quella più adatta.

Una volta acquisita una buona posizione, l’esercizio del TA prevede la ripetizione mentale di formule specifiche, una per ciascun esercizio.

Come si svolgono in pratica gli esercizi di Training Autogeno

L’esercizio di TA si svolge così:

Si assumere una buona posizione. Prima di iniziare l’esercizio vero e proprio, occorre verificare che non vi siano tensioni muscolari e che tutti i muscoli siano il più possibile rilasciati. Importante è verificare che non vi siano tensioni al collo e alla nuca. Eventualmente, sistemare meglio il cuscino fino a quando non ci si sente pienamente a proprio agio.

Si chiudono gli occhi. Gli esercizi di Training Autogeno di svolgono con gli occhi chiusi.
Dopo aver trovato la posizione ideale, quando non si avvertono tensioni muscolari, si chiudono gli occhi.
La chiusura degli occhi permette un isolamento dal mondo esterno e facilita l’immersione nel proprio mondo interiore. Favorisce inoltre il rilassamento, tanto è vero che se durante l’EEG il paziente fino a quel momento rilassato, apre gli occhi all’improvviso, le onde alpha, che indicano la distensione psichica, scompaiono.

La raccomandazione di chiudere gli occhi vale per il periodo di apprendimento. Quando si è esperti non è più necessario, tuttavia è sempre più gradevole eseguire il TA a occhi chiusi.

Nota. Alcune persone hanno difficoltà a chiudere gli occhi, avvertono un senso di ansia, o di claustrofobia. In questi casi, è meglio non forzarsi. Si eseguire l’esercizio fissando in punto privo di stimoli visivi, ad esempio una parete vuota. Molto probabilmente gli occhi si chiuderanno spontaneamente, in tal caso se ne asseconda la chiusura.

Si ripetere mentalmente la formula relativa all’esercizio stesso. Importante è che ogni parola della formula venga pensata durante l’espirazione, rimanendo poi in “silenzio mentale” durante l’inspirazione. A ogni parola corrisponde un atto respiratorio. Ad esempio, alla formula della calma vanno dedicati quattro atti respiratori: calmo/a – sereno/a – piacevolmente – rilassato/a.

Nota importante: il respiro non deve essere modificato in alcun modo, con le parole se ne segue il ritmo spontaneo. La ripetizione delle formule è importante e si ispira ai principi generali della psicologia dell’apprendimento. Ripetere mentalmente una frase significativa e “musicalmente” gradevole conduce, dopo svariate ripetizioni, a esperire la sensazione indicata dalla frase (ad esempio, mano pesante) secondo il principio già accennato dell’ideoplasia.

Si esegue la RIPRESA. Nota importante: la Ripresa va eseguita solo quando ci si deve alzare e proseguire con le attvità della giornata. Non va eseguita, invece, quando si intende dormire.

Quanto deve durare un esercizio

All’inizio dell’allenamento, la durata di ciascuna esercitazione deve essere breve: circa tre minuti. La ragione è che è difficile, per il principiante, mantenere lo stato di concentrazione passiva per un tempo più lungo.
Successivamente, la durata si prolunga e alcune persone mantengono la concentrazione passiva anche per mezz’ora e più.
L’importante è non essere rigidi e seguire le proprie inclinazioni personali.

La rappresentazione mentale della formula: tipi uditivi e tipi visivi.

La formula, di norma, viene ripetuta mentalmente, ma alcune persone preferiscono rappresentarsela visivamente.
Infatti, vi sono persone prevalentemente uditive, altre prevalentemente visive.

E’ utile stabilire a che tipo si appartiene per poter scegliere il modo più efficace di rappresentarsi mentalmente la formula di ciascun esercizio.

Ciascuno di noi, infatti, predilige un approccio alla realtà rispetto all’altro, e utilizza in prevalenza tale approccio anche nell’apprendimento.

Il tipo uditivo privilegia l’udito, gli rimangono impressi facilmente i suoni e i toni di voce delle persone e impara più facilmente ascoltando che leggendo.

Il tipo visivo tende ad accostarsi alla realtà percependone innanzi tutto le immagini e il suo apprendimento procede attraverso la cosiddetta “memoria visiva”, tipica ad esempio di chi ricorda visivamente la pagina del libro.

Anche nel linguaggio comune, il tipo uditivo tende ad utilizzare spesso metafore uditive: “questo termine mi suona bene”, mentre il tipo visivo utilizza termini e metafore visivi: “ti è chiaro il concetto?”.

La ripetizione mentale di una formula ha precedenti non solo nelle discipline orientali, ma anche nella mistica cristiana. Mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila raccomandano nei loro scritti di pensare alla parola della preghiera in espirazione e meditare sul suo contenuto durante l’inspirazione. Con questo metodo raggiungevano lo stato di estasi, che dal punto di vista neurofisiologico, può a tutti gli effetti essere considerato uno stato alterato di coscienza.

Bernini L'estasi di Santa Teresa

Bernini L’estasi di Santa Teresa

Alcuni studiosi di TA hanno notato che nel gruppo marmoreo di Bernini, L’estasi di Santa Teresa, l’espressione del volto della Santa e l’abbandono del corpo fanno pensare al rilasciamento muscolare tipico dello stato autogeno.

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Il metodo RAT

Il metodo RAT

Il metodo RAT (Training Autogeno Respiratorio) deriva Training Autogeno classico ed è stato appositamente pensato per le esigenze della gestante.

La nascita di un bambino è un evento fisiologico da vivere con serenità, ed è anche una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Con il Training Autogeno Respiratorio si vivono meglio i mesi della gravidanza e si partorisce serenamente e con meno dolore.

Attraverso una progressione di sette esercizi si può imparare un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e aiuta a stare meglio già in gravidanza.

Verrà poi utilizzato durante il travaglio e al momento del parto per partorire con più serenità.

L’intento principale del RAT è spezzare il circolo vizioso paura -> tensione -> dolore.

La donna non adeguatamente preparata, al momento in cui avverte la contrazione si spaventa, la paura la porta a contrarre tutti i muscoli e la tensione che deriva dalla contrazione aumenta la percezione del dolore.

Attraverso l’allenamento con il metodo RAT, la gestante impara a rilasciare i muscoli e a rimanere rilassata durante il travaglio.

È provato che la mamma ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Gli esercizi RAT sono:

  • Rilassamento attivo e progressivo
  • Immaginazione e immedesimazione unitaria del corpo
  • Immaginazione e immedesimazione frazionata del corpo
  • Commutazione autogena
  • Respiro autogeno
  • Risposte paradossali e abitudini
  • Condizionamento semantico

Ciascuno richiede – per essere appreso – almeno una settimana di allenamento regolare e costante.

Desideri essere seguita online?

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Puoi usufruire di una guida dedicata alle mamme e alle coppie per accompagnarle dall’inizio della gravidanza fino al parto e al puerperio.
L’obiettivo è vivere con serenità una fase della vita ricca di emozioni, a volte contrastanti e arrivare preparati alla grande festa della nascita.

Preparazione alla nascita

Preparazione alla nascita

Perché può essere utile un corso di preparazione al parto?

 

Secondo la mia esperienza, è utile seguire un percorso per affrontare con consapevolezza un momento vitale nella storia di una coppia.

Si partorisce comunque, anche senza aver seguito un corso, e nel passato non si dedicava tanta attenzione alla preparazione a un evento naturale.

Oggi si decide con sempre maggiore consapevolezza di avere un figlio, e il momento per averlo, e anche la accoglienza del nuovo nato può avvenire tramite un percorso di conoscenza.

Un corso di preparazione al parto è utile per affrontare al meglio il travaglio e il parto, e per questo vengono insegnate delle tecniche per ridurre al minimo la sofferenza.

Ma il valore che desidero aggiungere all’insegnamento delle tecniche è una riflessione su che cosa significhi diventare genitori.

Non è dunque soltanto un corso per aiutare la donna a partorire, ma anche per affiancare i futuri genitori nella progettazione del nuovo ruolo che li attende.

L’angolazione di questo corso è psicologica: sono psicoterapeuta e affronterò gli argomenti prevalentemente dalla mia ottica.

Quello che non si conosce fa paura

 

Quello che non si conosce fa paura. La paura fa aumentare l’ansia e l’ansia ingenera tensione, anche muscolare. La tensione muscolare aumenta il dolore. In altre parole, l’ansia è considerato il primo anello di un circolo vizioso che si articola su tre elementi: paura – tensione – dolore.

Partendo da questo presupposto, gli incontri prevedono alcune nozioni sulla fisiologia della gravidanza e del parto e sui meccanismi neurofisiologici del dolore di parto.

Dobbiamo anche sapere come si svolge il travaglio, che cosa accade durante tutto il periodo e che cosa accede durante il parto. In questo modo è possibile smorzare la componente emotiva che può moltiplicare la percezione del dolore.

Non soltanto per partorire

 

Molti corsi di preparazione al parto seguono la gestante in tutte le fasi della gravidanza, fino al travaglio e alla nascita del bambino, dedicando poi poco spazio al ‘dopo’.

La stessa sproporzione si nota anche nei libri sull’argomento: anche i più accreditati e ben fatti si limitano a poche pagine piuttosto generiche sul ritorno a casa. Secondo la mia esperienza, invece, si tratta di un momento assai delicato, sia per la neo mamma, che per il marito e per la tenuta della coppia.

A mio avviso, molte situazioni, sbrigativamente liquidate come ‘depressioni da parto’, potrebbero essere evitate con una buona prevenzione. E, ancora una volta, ribadisco che per prevenire è necessario anzitutto conoscere ciò che sta avvenendo.

Per questa ragione, il corso dedica spazio al ritorno a casa e alle dinamiche psicologiche che si determinano dopo la nascita del bambino.

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia.

Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Il metodo RAT (Training Autogeno Respiratorio)

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio.

Sempre in questa prima parte di ciascuna seduta viene dedicato spazio alla discussione delle dinamiche psicologiche – personali e di coppia -dei futuri genitori.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Contenuto dei sette incontri

 

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.

La la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).

Tutto questo è possibile con il RAT.

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti.

Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT.

Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza.

Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Prima seduta

 

 

Conosciamoci. Storia personale della gestante e della coppia.
Presentazione del metodo
Tecniche di preparazione al parto
Presentazione per grandi linee del TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO (RAT) di Umberto Piscicelli, dei suoi presupposti teorici e degli obiettivi del metodo.
Gli esercizi RAT
L’atteggiamento psicologico
L’ambiente
Le posizioni
Svolgimento pratico del primo esercizio: Esercizio di rilassamento attivo e progressivo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Seconda seduta

 

 

Psicologia della gravidanza e del parto
Il corpo che cambia: problemi psicologici per la donna e per la coppia.
Un fantasma tra noi
La sessualità in gravidanza
Svolgimento pratico del secondo esercizio: Esercizio dell’immaginazione e della immedesimazione unitaria del corpo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Terza seduta

La vita quotidiana in gravidanza, tra paure e false convinzioni

I disturbi più comuni in gravidanza
Svolgimento pratico del terzo esercizio: Esercizio della commutazione autogena. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quarta seduta

Il trauma della nascita

Il dolore di parto: aspetti neurofisiologico e aspetti psicosomatici
La medicalizzazione del parto
Il padre in sala parto
Svolgimento pratico del quarto esercizio: Esercizio del respiro autogeno. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Quinta seduta

 

Da coppia a triade
La figlia diventa madre, la madre diventa nonna: problematiche aperte nel conflitto generazionale
Ritorno a casa: aiuto, e adesso?
Se non ho latte non sono una brava mamma?
Svolgimento pratico del quinto esercizio: Esercizio delle risposte paradossali e dell’abitudine. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Sesta seduta

 

La depressione dopo il parto: un male necessario?
La ripresa della “normalità” dopo il parto
Separarsi dal bambino
Permettere al padre di vivere il proprio ruolo
Il post partum e il puerperio
Lasciarlo andare
Svolgimento pratico del sesto esercizio: Esercizio del condizionamento semantico. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

 

Settima seduta

 

Ripasso delle fasi del travaglio.
Ripetizione – con esercitazione pratica – dei comportamenti da tenere durante le contrazioni e tra una contrazione e l’altra.
Simulazione della fase espulsiva e di come utilizzare il respiro e la spinta. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Letture utili
Nel web

Desideri essere seguita online?

Desideri essere seguita online?

 

Puoi usufruire di una guida dedicata alle mamme e alle coppie per accompagnarle dall’inizio della gravidanza fino al parto e al puerperio.
L’obiettivo è vivere con serenità una fase della vita ricca di emozioni, a volte contrastanti e arrivare preparati alla grande festa della nascita.

Tecniche Autogene Superiori.

Una volta che padroneggiamo il Training Autogeno di base e lo si pratichiamo regolarmente, possiamo approfondire il percorso con le tecniche autogene superiori.

Sono tecniche che consentono un approfondimento dell’autoconoscenza e della realizzazione personale.

Vediamo di che si tratta

La Desensibilizzazione autogena

 

 

Grazie alla  Desensibilizzazione autogena, possiamo intervenire su problemi specifici, ad esempio le fobie.

La base teorica del procedimento è assai simile a quel che avviene durante la trance ipnotica.

Il terapeuta invita il paziente – in stato autogeno – a immaginare la situazione che teme, ad esempio parlare in pubblico o salire sull’aeroplano.

Mentre gli parla, lo stimola a produrre immagini mentali di intensità crescente di ansia.

Nello stesso tempo, pronuncia parole che aiutano ad abbassare il livello di ansia.

In questo modo si può ottenere una modificazione comportamentale duratura ed efficace.

Ogni volta che si verificherà la situazione temuta, il paziente ricorderà quanto vissuto in terapia: una sorta di ordine post ipnotico che gli permette di affrontare l’evento con calma e tranquillità.

Il procedimento richiede alcune sedute e va proposto nell’ambito di una psicoterapia.

Per approfondire leggi anche: La desensibilizzazione autogena.

Il Training Autogeno Superiore (TAS)

 

E’ stato ideato da Schultz per approfondire il mondo interiore ed esplorare le parti più intime della persona.

Consta di sette Esperienze:

Il Colore personale
Il Prisma o lo Spettro
Gli Oggetti
I Concetti Astratti
Il Vissuto Personale
Le Persone
Il Dialogo con l’Inconscio

 

Il Percorso Autogeno Immaginativo

Anche questo percorso può essere proposto solo a chi ha già approfondito  il Training Autogeno di base e solo nell’ambito della psicoterapia, cioè con la supervisione di un terapeuta esperto.

La tecnica è stata ideata da L. Masi e consiste nel chiedere alla persona – in stato autogeno – di lasciar apparire agli occhi della mente una determinata immagine.

Il materiale immaginativo che emerge viene interpretato assieme al terapeuta e ha un alto valore sia diagnostico che terapeutico.

Come si svolge un percorso con le tecniche autogene superiori

Assieme al terapeuta, si personalizza il percorso in base alle esigenze personali e al grado di conoscenza del Training Autogeno di base.

Quanto costa

Il costo di ciascuna seduta è di 70 euro, fatturate come “prestazioni sanitarie”.

Per ulteriori informazioni o per prenotare un incontro:

Scrivere a info@patriziabelleri.it

oppure

Telefonare al 339.1480.554 In caso di mancata risposta, lasciare un messaggio in segreteria, oppure inviare un SMS o un messaggio su Whatsapp.

Domande sul Percorso di apprendimento del TA

Domande sul Percorso di apprendimento del TA

Che cosa posso aspettarmi dal percorso di apprendimento del Training Autogeno?

E’ possibile acquisire una conoscenza generale della teoria del Training Autogeno.
Se si vuole approfondire tale conoscenza teorica, è possibile accedere alla bibliografia del corso.
E’ anche possibile apprendere ad eseguire correttamente i sette esercizi del ciclo Somatico.
Per questo è necessario attenersi al programma e ai suggerimenti dati, nonché inviare regolarmente il protocollo per avere un monitoraggio del proprio apprendimento.
Alla fine del Percorso di apprendimento, si può personalizzare il TA adattandolo alle proprie esigenze personali.
In tutte le fasi del Percorso di può interagire con la Terapeuta attraverso varie modalità.

Ci sono persone che apprendono il Training Autogeno meglio di altre?

Le persone veramente motivate apprendono con più facilità: la motivazione, come per qualsiasi apprendimento, è la condizione indispensabile per ottenere risultati.
E’ necessaria anche la regolarità nell’allenamento: solo praticando costantemente ogni giorni si può apprendere il TA.
Detto questo, va da sé che le persone che hanno una certa disciplina sono candidate ad avere maggiori soddisfazioni con il TA.
Infine, è di aiuto avere una mente fantasiosa, creativa, sensibile ai colori, alla musica, all’arte.

Ci sono persone per le quali il TA non è indicato?

Il TA non ha contro-indicazioni, ma qualche non indicazione. In altre parole, non può essere nocivo, ma in alcuni casi non è di aiuto. Ad esempio nei casi di psicosi, nelle depressioni molto gravi, nelle nevrosi ossessive. In quest’ultimo caso, è meglio non proporlo per evitare che l’esercitazione stessa diventi un rituale nevrotico.
A chi richiede di partecipare al corso viene richiesta la compilazione di un questionario, proprio per valutare se ci sono ostacoli a un buon apprendimento della tecnica.

Ci sono tecniche più semplici da imparare?

Sì, certamente.
E’ possibile contrastare efficacemente lo stress in molti modi, anche con la regolare attività fisica. Il TA richiede una certa motivazione, e agisce più profondamente anche sugli aspetti psicologici della persona.

Durante il percorso di apprendimento, è consigliabile leggere libri sul TA?

No. Sarebbe meglio vivere l’esperienza affidandosi al proprio sentire, senza interferenze di natura razionale.
In seguito, naturalmente, è utile approfondire, leggendo i numerosi testi disponibili sul TA
L’elenco dei libri più diffusi è consultabile in questo sito.
Possono anche essere richiesti ulteriori approfondimenti e percorsi di bibliografia ragionata.

Ho problemi di natura psicologica, posso risolverli seguendo questo corso?

No. Questo corso non può in alcun modo essere considerato un’esperienza di counseling psicologico, né di psicoterapia. In presenza di problemi è necessario rivolgersi a uno psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi e abilitato all’esercizio della Psicoterapia.

Non ho particolari problemi: perché dovrei apprendere il Training Autogeno?

Perché è un metodo assai efficace per la prevenzione degli effetti negativi dello stress.
Tutti, chi più chi meno, conduciamo una vita poco regolare, con ritmi troppo veloci rispetto alle nostre esigenze naturali.
La pratica regolare del TA può normalizzare tutte le funzioni corporee, che spesso sono disturbate dallo stress, dalla tensione, dalla stanchezza eccessiva.

Quando avrò finito il corso, dovrò continuare ad allenarmi regolarmente?

E’ utile, ma non strettamente necessario.
Si può paragonare l’allenamento al TA all’allenamento di una disciplina sportiva. Per imparare a nuotare, ad esempio, è necessario applicarsi con metodo per un certo periodo. In seguito si può nuotare per diletto o per necessità, ma è senz’altro utile nuotare regolarmente.

Quanto dura, complessivamente, l'apprendimento dell'intero ciclo di esercizi di base?

Non è possibile dare una risposta univoca. Dipende dalla disposizione personale e dal tempo che si dedica all’allenamento.
Di norma, si possono riscontrare i primi benefici dalla tecnica in tre o quattro mesi e padroneggiarla perfettamente in sei mesi.

Tutti possono apprendere il TA?

Sì, l’apprendimento del TA è accessibile a tutti.
Ci sono tuttavia alcune caratteristiche personali che rendono l’apprendimento più facile. Tra queste, la fantasia, il senso artistico, la capacità di immaginare.
E’ inoltre indispensabile una certa disciplina, per eseguire con costanza e regolarità le esercitazioni.

Sono uno psicologo. Seguendo questo corso posso applicare il metodo con i miei pazienti?

Come per tutti i metodi, è indispensabile aver sperimentato il TA su di sé prima di proporlo ai pazienti.
Una volta padroneggiato, si può utilizzare nei propri percorsi professionali, tenendo presenti le norme deontologiche e tecniche che regolano il rapporto con il paziente.
Va comunque precisato che questo non è un corso di formazione, né si rilasciano attestati.

Il Training Autogeno a ottant’anni e più

Il Training Autogeno a ottant’anni e più

 

 

Il Training Autogeno è efficace anche per le persone di ottant’anni e più: i Grandi Senior

 

L’utilità del metodo è ampiamente dimostrata nelle diverse stagioni della vita, dall’infanzia all’età matura, ma per quanto riguarda l’utilizzo con le persone anziane, la letteratura a disposizione non è molto ampia.

Gli anziani giungono di rado nello studio dello psicoterapeuta, per mentalità e cultura, ma anche perché il medico di base, loro primo interlocutore, liquida spesso le loro apprensioni con la prescrizione di psicofarmaci.

In realtà, se opportunamente presentato e con una adeguata personalizzazione caso per caso, il Training è efficace anche nell’ultima parte della vita, sia per prevenire che per curare molti problemi legati all’invecchiamento.

Insonnia, ansia, limitazioni funzionali dovute a malattie degenerative, dolore cronico: sono solo alcuni dei disagi che possono essere alleviati con successo grazie al Training Autogeno.

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA ad alcune condizioni

 

Dagli 80 anni in poi si può apprendere efficacemente il TA, ad alcune condizioni.

La prima è l’assenza di deficit cognitivi. E’ necessario comprendere le istruzioni del terapeuta ed essere in grado di eseguire a casa gli esercizi.

Sono necessarie anche apertura mentale e curiosità verso le nuove esperienze, caratteristiche presenti in molti anziani dalla vita attiva.

La motivazione e la costanza nell’allenamento sono condizioni irrinunciabili, indipendentemente dall’età. Leggi anche: Che cosa occorre per apprendere il Training Autogeno.

 

 

Come si procede in pratica

 

Con chi si presenta nel mio studio, programmo un minimo di 9/10 sedute a frequenza da concordare assieme.

Il primo incontro è dedicato alla conoscenza della persona e alla presentazione del metodo, le sette sedute successive agli esercizi – una per ciascun esercizio – e una o due sedute conclusive servono per la personalizzazione del metodo.

Dedico alla persona il tempo necessario per farsi conoscere ed esporre le ragioni per cui chiede aiuto.

È in questa fase che si consolida la motivazione, sottolineando l’importanza di un vantaggio rilevante del Training Autogeno: l’autonomia.

E’ davvero un valore poter utilizzare la tecnica nella propria casa, con i propri tempi e compatibilmente con le proprie abitudini.

Con la pratica giornaliera si ottiene un miglioramento del benessere psicofisico in generale e all’occorrenza si possono affrontare le singole difficoltà.

Dopo aver spiegato in che cosa consiste la tecnica e in che modo può essere di aiuto, presento gli esercizi, iniziando con la Formulazione della Calma.

Ciascun esercizio viene eseguito in studio, con la mia supervisione. Di solito mi limito a controllare che la posizione sia quella giusta e che tutte le condizioni siano soddisfatte, quindi lascio che il paziente esegua l’esercizio per proprio conto.

Qualche volta può essere utile una lieve etero-suggestione: inizio a pronunciare le parole della formula, poi invito il paziente a proseguire da solo, mentre io rimango in silenzio. Procediamo poi alla Ripresa. le prime volte guidata da me, poi gestita in autonomia.

Dopo una settimana o più di esercitazioni a casa con la Formulazione della Calma, suggerisco di passare all’Esercizio della Pesantezza.

In questa fase come nelle successive, la particolare attenzione che gli anziani prestano al proprio corpo e alle sue funzioni può essere sfruttata per promuovere l’abitudine a sentire il corpo e riconoscerne i vissuti.

 

 

I supporti per il lavoro a casa

 

 

Come farò a ricordarmi le parole delle formule? Questa è la domanda che molti anziani mi pongono, timorosi che la loro memoria li tradisca.

Come promemoria di quanto detto in studio, li indirizzo verso una pagina del mio sito, dove sono riportati tutti gli esercizi.

Si tratta del supporto per coloro che partecipano al corso online, ma è un utile supporto anche per i pazienti in studio.

Per coloro che non hanno dimestichezza con il computer, predispongo lo stesso materiale in formato cartaceo.

 

Il Protocollo

 

Propongo anche di compilare ogni giorno il Protocollo.

Si tratta di un diario quotidiano delle esercitazioni a casa, molto utile per monitorare il percorso.

Da parte mia, leggendolo, posso accorgermi per tempo di errori di esecuzione e intervenire per correggerli.

Per le persone anziane serve anche come ulteriore rassicurazione riguardo la memoria: la stesura quotidiana del protocollo è infatti un utile esercizio per rafforzarla.

La frequenza degli incontri e la scelta di introdurre l’esercizio successivo varia caso per caso e dipende da diversi fattori.

In linea di massima, occorrono dai tre ai sei mesi per completare l’apprendimento del ciclo di base.

 

Si può apprendere anche online?

 

Molte persone anziane ormai utilizzano regolarmente il computer per informarsi, comunicare e sbrigare le loro pratiche online.

Coloro che hanno dimestichezza con il mezzo non hanno alcuna difficoltà a seguire un percorso online

Una generazione abituata a leggere, si trova a proprio agio con il mio corso che non propone stimoli audiovisivi, ma un lavoro personale sulla base di quanto è spiegato sul sito e dello scambio di email legato al commento del Protocollo.

 

La personalizzazione del percorso

 

Quando il paziente ha appreso il metodo ed è in grado di eseguire in autonomia tutti gli esercizi, propongo la personalizzazione di quanto appreso.

Insegno a elaborare le formule relative sugli organi che necessitano di cure (formule d’organo). oppure indirizzare il lavoro a specifici comportamenti (formule di comportamento).

Di solito, l’applicazione pratica più richiesta – e quella dove il TA dà ottimi risultati – riguarda il disturbi del sonno.

Le persone più sensibili possono anche utilizzare il TA come aiuto in un percorso di approfondimento esistenziale.

C’è chi durante il TA produce immagini mentali spontanee, che, opportunamente interpretate con l’aiuto del terapeuta, rappresentano dei veri e propri messaggi dal profondo.

Per chi ha vissuto gran parte della vita, lasciar riaffiorare i ricordi, perdonare, perdonarsi aiuta a dare un senso al proprio passato e a vivere più serenamente il presente.

 

In conclusione

 

Sulla base della mia esperienza, posso confermare che i pazienti anziani, aperti a nuove esperienze e opportunamente motivati possono apprendere con soddisfazione il Training Autogeno e migliorare, grazie alla pratica quotidiana, il loro benessere psicofisico.

 

Note

 

B.H. Hoffman, uno dei più autorevoli studiosi del Training Autogeno afferma che “non vi sono limiti verso l’alto” e che anche i pazienti in età avanzata possono apprendere con soddisfazione il metodo.

B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio Ubaldini 1980.

Peirone e E. Girardi, psicologi sensibili ai temi dell’invecchiamento, hanno trattato con la psicoterapia autogena circa 3600 anziani (60/90 anni) in un arco di tempo che va dal dal 1977 al 2016.

Il Training Autogeno ha dimostrato di agire efficacemente quale:

terapia modificante il “non saper invecchiare”;
preparazione al “saper invecchiare”;
potenziamento del “saper invecchiare”;
accompagnamento della Persona durante il suo invecchiamento.
L.Peirone – E. Girardi, Il Training Autogeno. Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute, Edizioni Ferrari Sinibaldi, 2016.

Contatti

Per avere informazioni approfondite sul Training Autogeno, su tutte le consulenze e i corsi disponibili – in studio e online – sulla bibliografia, o semplicemente per uno scambio di esperienze, scrivi, oppure telefona

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Libri sul Trainining Autogeno

Libri sul Trainining Autogeno

I libri sul Training Autogeno

 

 

Ci sono due modi per accostarsi al Training Autogeno: trovare un maestro e iniziare a praticarlo, oppure leggere dei libri sull’argomento.

A mio avviso, il primo è preferibile. Consente di mettere da parte il pensiero logico e di abbandonarsi all’esperienza; si entra in contatto con il proprio corpo, e si inizia da subito l’immersione dentro di sé. Successivamente, una volta che la tecnica è ben appresa, è assai consigliabile conoscerne la storia, le basi teoriche, le applicazioni pratiche: per questo servono i libri.

La seconda possibilità è partire dalla conoscenza e poi, una volta convinti della bontà del metodo, iniziare a praticarlo.

Nell’uno e nell’altro caso, dunque, servono dei buoni libri.

Ecco un elenco dei libri che sono stati negli anni una guida per me e per i miei pazienti.

 

 

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 1

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il primo volume dell’Opera di Schultz, descrive il Training Autogeno di base, i fondamenti teorici, le basi neurofisiologiche, la descrizione dettagliata degli esercizi, la casistica, le indicazioni e le contro indicazioni.

Tecniche Autogene Superiori

Luciano Masi – Antonio Galli

CISU 2017

Le tecniche autogene “superiori” sono la naturale prosecuzione degli esercizi di base. Esse garantiscono un ulteriore approfondimento della “commutazione” e un ulteriore equilibrio psicofisico (dall’equilibrio neurovegetativo a quello tra i due emisferi). Dal punto di vista psicoterapeutico sono di fondamentale importanza perché aprono la vita alla dimensione analitica.

Psicoterapia autogena vol.1 Training autogeno di base

G.L. Gonzales de Rivera y Revuelta

Cortina 2010

Lo stress è sempre esistito, si potrebbe quasi sostenere che nasca con l’uomo e che l uomo nasca con esso. Il volume presenta il metodo di base del training autogeno, come primo passo per affrontare un percorso psicologico e psicoterapeutico. L’autore sottolinea la capacità generativa della risposta di rilassamento che si realizza attraverso una regolare e continua pratica, pone l’accento sui processi omeostatici e di autoregolazione che scaturiscono dall’esperienza. Il testo vuole essere sia uno strumento di conoscenza didattica sia un testo chiaro e completo sulle possibili evoluzioni del training autogeno.

Sani con il training autogeno e la psicoterapia autogena. Verso l'armonia

H. Wallnöfer

Armando 2008

Heinrich Wallnöfer, medico e psicoterapeuta viennese, è uno dei più autorevoli studiosi del TA. In questo libro si può trovare una ottima introduzione al metodo. Vengono illustrate le basi teoriche e i presupposti neurofisiologici e descritti in maniera dettagliata gli esercizi somatici.
L’Autore offre anche una panoramica delle Indicazioni del TA, cioè di tutte quelle situazioni, patologiche e non, in cui il metodo può essere utilizzato con successo.
Si tratta in sostanza di un ottimo manuale, dalla lettura scorrevole pur nel rispetto del rigore scientifico.

Manuale di training autogeno e tecniche di psicoterapia bionomica

C. Widmann

Edizioni del Girasole 2011

Questo volume (accuratamente aggiornato e accresciuto di oltre quaranta pagine e dell’indice dei nomi rispetto alla prima edizione del 1980) ripropone il training autogeno nella forma più fedele agli insegnamenti di Schultz e nella sua impostazione squisitamente analitica, tramandata da Henrich Wallnöfer.
Esso costituisce un riferimento solido per una corretta conoscenza delle tecniche autogene. Si tratta di uno strumento operativo, che prospetta le modalità di applicazione del training autogeno sia inferiore, sia superiore e che traccia le linee guida di una psicoterapia analitica, che Schultz chiamava psicoterapia autogena o bionomica.

Il Training Autogeno: Tecnica e metodo fra psicoterapia e psicologia della salute

L. Peirone – E. Gerardi

Edizioni FS 2016

Il TA viene qui presentato in una veste ampliata e creativa nei “significati”, sfruttando le sue intrinseche potenzialità suggestive e la sua collocazione nell’ambito della psicologia immaginativa: ne deriva una chiave di lettura per cui la tecnica classica medico-psicologica viene valorizzata da un largo contesto filosofico-culturale e da feconde aperture di stampo eclettico-integrato.

Storia di una poltrona

L. Masi

Edizioni Il Calamaio 2009

Polax è la poltrona-relax che il dottor H utilizza da tanti anni nelle sue sedute di Psicoterapia autogena.
Il dottor H. è Luciano Masi, e la sua vecchia poltrona racconta la fatica, il dolore, e la vittoria finale di tanti percorsi di psicoterapia autogena.
Steso sulla poltrona, durante i vissuti autogeni immaginativi il paziente suda, piange, i suoi muscoli si irrigidiscono, e poi si distendono, e Polax registra la fisicità del vissuto terapeutico, che passa per il corpo, che si fa sofferenza, e poi esperienza di rinascita.

Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica: 2

I.H. Schultz

Feltrinelli 2004 (I Edizione tedesca 1932)

Il secondo volume dell’opera di Schultz tratta del Training Autogeno e delle tecniche autogene superiori. E’ un testo molto impegnativo, che richiede la lettura del primo volume.

Manuale di Training Autogeno

 

 

B.H. Hoffmann

Astrolabio Ubaldini 1980

E’ un ottimo manuale sia per i terapeuti che utilizzano il Training Autogeno, sia per coloro che lo praticano e che desiderano conoscere più a fondo il metodo. Una trattazione completa e sistematica degli aspetti teorici e pratici del training autogeno, con numerosi esempi di indicazioni terapeutiche e di casi clinici.

Metodologie Autogene: Il bisogno di quiete e raccoglimento come esperienza creativa

L. Palladino

Edizioni ETImpresa 2016

Palladino narra la storia di una ricerca interiore in continuo divenire e interroga i grandi pensatori che, alla luce di discipline diverse – dalla mistica cristiana al buddismo, dalla medicina alla biologia – hanno percorso le vie della consapevolezza e della autorealizzazione.

 

 

 

 

Il training autogeno in diretta. Si aprono nuovi orizzonti

G. Gastaldo M. Ottobre

Armando Editore (Collana AIRDA) 2008

Esperienze, esempi concreti e metodi terapeutici: questo testo, in modo semplice e chiaro, è volto a insegnare il Training Autogeno, il silenzio dell’ascolto, consentendo di comprendere ciò che si genera in sé, in particolare il proprio dialogo interno.

 

 

 

 

Sui sentieri dell’interiorità: Ritrovarsi con il training autogeno e la spiritualità cristiana (Vivere in pienezza)

A. D’Auria

Effatà Editrice 2013

Incamminarsi lungo i sentieri dell’interiorità significa ritrovare le energie per vivere consapevolmente la nostra quotidianità e per esprimere noi stessi attraverso gesti, parole e atteggiamenti autentici. Queste pagine mostrano come, attraverso il training autogeno, ognuno possa imparare l’arte dell’ascolto del suo corpo e della sua interiorità, cioè di quel mondo spirituale dove ogni persona vive la propria libertà, la propria unicità, le più profonde inclinazioni e l’amore per qualcuno o per qualcosa per cui spendere la propria vita.

 

 

Training autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento

H. Lindemann

Tecniche Nuove 2003

L’autore del libro è un medic. Hha compiuto la traversata dell’oceano Atlantico a bordo di una fragile imbarcazione. Il Training Autogeno  di cui è esperto, lo ha sostenuto e gli ha permesso di portare a termine l’impresa.
Ottima la descrizione del metodo, utile sia per il principiante che per chi già conosce il TA.

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Come si diventa operatori di Training Autogeno

Il Training Autogeno è ampiamente diffuso e praticato in tutto il mondo mondo ed è impiegato in molti settori: medico, psicoterapeutico, psicopedagogico, sportivo, aziendale, artistico.

Tuttavia, perché sia veramente efficace, è indispensabile che chi lo insegna lo abbia appreso da professionisti esperti.

Chi può insegnare il Training Autogeno?

Non esiste una normativa specifica che stabilisca chi può insegnare il Training Autogeno, pertanto chiunque può insegnarlo senza incorrere in sanzioni.

Infatti, si possono trovare corsi di Training Autogeno offerti dalle palestre, o dai centri benessere, o da professionisti che si improvvisano operatori di TA, magari per aver letto qualche libro.

Talvolta, si tratta anche di corsi di discreto livello, che insegnano la tecnica e permettono di ottenere ragionevoli benefici in termini di rilassamento.

In questo modo, però, si perdono moltissime potenzialità del TA.

Inoltre, il Training Autogeno ha alcune contro indicazioni e qualche non indicazione e solo un professionista può decidere se una persona può apprenderlo in sicurezza. 

In alcuni casi – peraltro rari – il metodo può far emergere disturbi psicologici latenti e l’operatore non preparato non saprebbe gestire eventuali situazioni a rischio.

Per approfondire, leggi: Indicazioni del Training Autogeno: a chi serve e a chi no.

Il Training Autogeno non è solo una tecnica di rilassamento, ma anche un metodo per entrare in contatto profondo con noi stessi, affrontare le nostre problematiche e le nostre paure, modificare comportamenti dannosi o disfunzionali che ci impediscono di raggiungere il benessere.

Per ottenere il meglio dal Training Autogeno, dunque, è bene apprenderlo da un professionista che lo conosca bene grazie a una formazione adeguata e che sappia valutare se il metodo è efficace per una determinata persona e per una determinata situazione.

Grazie a un buon maestro, si può trarre il massimo beneficio dal Training Autogeno, nelle sue forme Somatica e Superiore, come un metodo psicoterapeutico valido ed efficace.

Va inoltre sottolineato che per poter insegnare il Training Autogeno è indispensabile averne fatto una approfondita esperienza personale.

Sarebbe un grave errore pensare di poter insegnare ad altri qualcosa che non abbiamo sperimentato noi per primi: il discorso vale non solo per il Training Autogeno, ma per tutte le tecniche di approfondimento personale, come la meditazione o la Mindfulness, solo per fare due esempi.

Come si diventa operatori di Training Autogeno?

In Italia esistono diverse strutture qualificate che formano operatori di Training Autogeno.

Benché alcune di queste abbiano offerte formative aperte a professionisti di diversa formazione (pedagogisti, counselor, ecc.), personalmente, ritengo che lo psicologo, meglio se psicoterapeuta, sia la figura professionale più adatta a utilizzare al meglio il TA.

L’attività di studio e di ricerca più prestigiosa e accreditata in Italia è svolta dall’ICSAT. (Italian Committee for the Study of Autogenic Training)

Si tratta della emanazione italiana dell’ICAT, creata da H.J. Schultz, il creatore del TA, e portata avanti dopo la sua morte dal suo più stretto collaboratore, W. Luthe.

I didatti dell’ICSAT possono insegnare il TA e  tenere corsi presso le strutture riconosciute.

Centri riconosciuti dall’ICSAT

AIRDA

Associazione Interdisciplinare di Ricerca e Didattica Autogenicità

Direttore dr. Giovanni Gastaldo

DIVENIRE

Centro di Formazione in Training Autogeno, Meditazione e Psicoterapia Autogena

Direttore dr. Luciano Palladino

CENTRO PSICOTERAPIA DINAMICA

Direttore: dr. Carmine Grimaldi

CISSPAT

Centro Italiano Studio Sviluppo Psicoterapie e Autogenes Training

Direttore dott.ssa Marilla Malugani

FORMIST

Istituto di Formazione Psicoterapica e Professionale

Scuola Superiore di Psicoterapia Bionomica

Direttore: dr. Walter Orrù

Nota importante

Nell’elencare i Centri autorizzati alla formazione al Training Autogeno e alla Psicoterapia Autogeno, ho fatto riferimento alle Strutture autorizzate dall’ICSAT poiché si tratta di una realtà che conosco personalmente.  

Chi desidera segnalare altre Strutture serie di cui ha conoscenza può farlo scrivendomi: info@patriziabelleri.it. Sarà mia cura inserire nel sito i nominativi e gli indirizzi segnalati.

Che cosa occorre per apprendere il TA

Che cosa occorre per apprendere il TA

 

 

Per apprendere il Training Autogeno non occorrono requisiti speciali.

 

Per apprendere il Training Autogeno non occorrono requisiti speciali: soltanto ciò che serve per accostarsi a qualsiasi metodo.

Il Training Autogeno è un metodo semplice da imparare e accessibile a tutti. Nonostante ciò, alcune persone lo abbandonano prima di averne completato il percorso di apprendimento, pur avendolo intrapreso con entusiasmo.

 

Per evitare delusioni, è bene cavere fin dall’inizio un’idea dei requisiti necessari perché l’apprendimento sia efficace.

Mi è capitato più volte di veder screditare il metodo con un semplicistico “con me non funziona”, quando in realtà non era stato accostato nel modo corretto.

Vediamo quali sono i requisiti necessari per imparare a praticare il Training Autogeno con soddisfazione e soprattutto per godere di tutti i vantaggi che questo metodo offre.

 


Motivazione: voglio davvero imparare a praticare il Training Autogeno?

 

La motivazione è alla base di qualsiasi apprendimento. Non possiamo imparare qualcosa che non ci interessa davvero.

Prima di accostarci al Training Autogeno è dunque indispensabile domandarci: è quello che voglio in questo momento della mia vita? E perché proprio il TA?

Nella mia pratica professionale, scoraggio chi mi chiede di iniziare un percorso solo “per provare”: partirebbe già in svantaggio.

 


Costanza e perseveranza: non cedere alla lusinga del tutto e subito

 


Uno dei errori più comuni di chi inizia a praticare il TA è pensare che basti poco tempo e poco impegno per raggiungere subito l’obiettivo.

Non è così. Per imparare il TA è necessario essere disponibili a dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla pratica, con regolarità e costanza.

E’ evidente che questo vale per qualsiasi metodo si voglia apprendere seriamente: dalla Meditazione, alla Mindfulness, solo per fare qualche esempio.

 


Disciplina: semplice non vuol dire facile

 

Non è possibile imparare a nuotare andando in piscina una volta ogni tanto, quando se ne ha voglia. Occorre programmare allenamenti regolari e non scoraggiarsi se i risultati prefissati non arrivano subito.

Per imparare il Training Autogeno occorre allenarsi ogni giorno con orari il più possibile regolari, senza lasciarsi scoraggiare quando durante l’esercitazione “non accade nulla”: prima o poi qualcosa accadrà di sicuro.

 


Concentrazion
e passiva: un nuovo approccio mentale

 

L’approccio al TA richiede una mentalità nuova che si può riassumere in una frase: “Lascia accadere”. 

Si impara ad abbandonare qualunque attività volontaria, sia fisica che di pensiero, mentre  si contemplano passivamente le formule dell’esercizio e i loro effetti sul corpo.

La coscienza si fa spettatrice di quanto avviene all’interno del proprio sé.

All’inizio tpotrà sembrare complicato, perché la nostra cultura ci insegna a prediligere l’attività piuttosto che la passività, ma, sperimentandolo, si scoprirà quanto questo stato di coscienza sia benefico.

Per realizzare la concentrazione passiva è necessario abbandonare alcuni atteggiamenti tipici del nostro abituale approccio alle nuove attività: cercare la performance. “Mi è venuto bene?” non è la domanda da porsi alla fine di un esercizio, ma “che cosa ho sperimentato?”

 


Lasciar accadere: allentare il controllo
 

Essere troppo razionali non giova all’apprendimento del TA.

E’ utile una certa disciplina nell’allenamento quotidiano, ma, durante l’esercitazione devi evitare l’eccesso di controllo: ad esempio preoccuparsi del numero esatto delle ripetizioni delle formule, o chiederti “Avrò fatto bene?”.

L’esercitazione del TA non richiede di ottenere risultati, ma è semplicemente un’esperienza da vivere.

 


Evitare i supporti sonori:  il 
Training Autogeno  “si realizza da sé”

 

Il web è pieno di guide sonore che con voci suadenti invitano al rilassamento, magari con un sottofondo di suoni della natura o di musica new age: non è Training Autogeno!

Proprio perché si tratta di raggiungere uno stato mentale che si genera da sé, è necessario che non vi siano interferenze di sorta e che l’esercitazione possa avvenire nel silenzio.

Molti terapeuti, in studio, suggeriscono le parole delle formule mentre il paziente si esercita, ma si tratta di una dimostrazione didattica, solo per mostrare come si procede, poi l’allievo a casa proseguirà per proprio conto ad allenarsi in silenzio.

Chi inizia la pratica abituandosi al supporto sonoro, difficilmente riuscirà poi a realizzare il vero stato autogeno.

 


Ambiente appropriato: non ci si può allenare dappertutto

 

E’ necessario scegliere con cura l’ambiente dove allenarsi. Deve essere silenzioso, in penombra e il più possibile privo di elementi disturbanti.

Questa raccomandazione vale solo per il periodo dell’apprendimento: chi è ormai esperto può ricorrere al TA anche nelle circostanze difficili, basta pensare alla sala parto.

 

 

Scegliere il momento adatto

 

E’ consigliabile iniziare l’apprendimento del TA in un momento relativamente tranquillo della propria vita.

E’ molto difficile imparare a rilassarsi – in generale – quando si sta vivendo una situazione di ansia acuta.

 


Trovare un maestro: meglio evitare il fai da te

 

Esistono molti ottimi libri che indicano la strada da seguire per imparare il TA. Tuttavia, la presenza di un maestro che segue passo passo il percorso presenta dei vantaggi da non sottovalutare:

 

• Segnala per tempo errori da cui poi è difficile liberarsi;

 

• Rispetta i tempi dell’allievo e suggerisce la progressione degli esercizi in base a tali tempi;

 

• Personalizza il percorso sulla base delle esigenze individuali.

 


In conclusione

 

Accostiamoci al Training Autogeno con curiosità, ma seriamente.

 

Non ci sono formule magiche per imparare qualcosa di nuovo, e questo vale anche per il TA. 

 

Dedichiamo tempo e impegno all’allenamento e ne trarremo grandi soddisfazioni.

 

 

Desidera una guida personalizzata?

Desidera una guida personalizzata?

 

Può sperimentare i benefici del Training Autogeno da casa con la guida online della psicoterapeuta.

Per visitare la piattaforma e consultare le prime lezioni gratuite utilizzi il pulsante qui sotto

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

Attacco di panico: le soluzioni che non aiutano

’attacco di panico arriva all’improvviso e da quel momento niente è più come prima.

Chi lo ha sperimentato in prima persona – o ha assistito qualcuno  – ha di sicuro notato che l’esperienza del panico mette in moto una serie di tentativi di soluzione, non tutti utili, alcuni decisamente controproducenti.

Vediamo quali tentate soluzioni mette in atto chi cerca di affrontare il panico.

 

Di fronte a un evento che provoca tanta angoscia, il primo passo la ricerca di una causa.

Si tratta di una decisione corretta: è giusto poter disporre di una diagnosi differenziale per escludere che alla base del disturbo vi sia una causa organica.

Di norma, il medico prescrive gli accertamenti per escludere le patologie che potrebbero dar luogo a sintomi assimilabili all’attacco di panico.

Nella maggior parte dei casi, i risultati delle indagini sono negativi e la sentenza del medico è disorientante:

“Si è trattato di un attacco di panico, il male è solo nella sua testa”

 

Invece di rassicurare, questa affermazione può dar luogo ad atteggiamenti e comportamenti non sempre funzionali al ripristino del benessere.

Per molte persone, infatti, è più accettabile avere un malanno “reale” che un disagio psicologico.

Che fare dunque?

 

Il giro dei dottori

 

Dopo una prima rassicurazione, sorge un dubbio: “il medico di base può aver sbagliato, occorre sentire uno specialista!”

Inizia così il giro dei dottori, per escludere una causa “vera”, più spesso nella speranza di trovarla.

Più volte i miei pazienti mi hanno detto: “Questo male misterioso mi disorienta e mi spaventa. Vorrei poter avere una malattia reale, con una terapia ben definita”.

Si chiede dunque il parere del cardiologo, del gastroenterologo, del neurologo e l’elenco può continuare.

Ogni specialista dirà la sua, rassicurerà per un po’, ma il prossimo attacco rimetterà tutto in discussione e il girotondo ricomincerà…

 

La condotta di evitamento

 

La prima volta è successo in metropolitana? Forse la “colpa” è di quel mezzo. Meglio evitare, posso usare l’auto.

E se la volta successiva accade in banca? O all’ufficio postale?

Attribuire al luogo o alla circostanza la responsabilità di aver provocato il panico avrà come conseguenza di rendere il mondo sempre più piccolo, perché tanti, troppi, saranno i luoghi e le circostanze interdetti.

Di solito si evitano i luoghi chiusi (claustrofobia), o affollati (agorafobia).

Sarà sempre più una vita costellata di “vorrei, ma non posso”, ma il problema non si risolverà.

L’atteggiamento evitante peggiora la situazione invece di risolverla.

 

Trovare un accompagnatore

 

Una presenza amica rassicura ed è tanto più vero se sei in preda all’ansia.

C’è sempre qualcuno che, in perfetta buona fede, per affetto, ti può accompagnare nei luoghi che temi e sostenere in quelle circostanze che prima affrontavi in piena autonomia e oggi ti mettono apprensione.

La persona cara assumere il ruolo di accompagnatore, per propria scelta, o perché le viene espressamente richiesto.

E’ un vero aiuto? No, non lo è.

Si crea un legame non sano con l’accompagnatore che diventa vittima “mi devo sacrificare per accompagnarti”, ma anche carnefice dal momento che impedisce a chi gli si affida di evolvere verso la guarigione.

Questo legame disfunzionale ha come conseguenza la perdita dell’autonomia, il calo dell’autostima, un rapporto di dipendenza che genera un circolo vizioso difficile da spezzare.

 

Il controllo

 

L’attacco d’ansia è di per sé una perdita di controllo: più cerchiamo di controllarci e più ci rendiamo conto che è impossibile, sicché la paura e l’ansia aumentano sempre iù.

Il tentativo di controllo è un altro degli atteggiamenti non funzionali.

Basti pensare a una persona che in acqua ha il terrore di annegare: metterà in atto tutti i movimenti scomposti che la faranno annegare davvero.

Calmandosi, galleggerebbe.

La stessa cosa avviene con il panico. Ci sono tante tecniche e strategie per calmarsi durante un attacco e imparare a prevenire il panico.

Il Training Autogeno ti può aiutare in tre modi

15 domande sul Training Autogeno

15 domande sul Training Autogeno

Che cosa posso aspettarmi dal Training Autogeno? Come si svolge il percorso di apprendimento? E, soprattutto, sarà adatto per me?

 

Queste sono solo alcune delle domande che mi pongono le persone che mi scrivono o che incontro nel mio studio.

Ho cercato di dare una risposta alle più frequenti.

Leggi anche le Domande sull’esecuzione degli esercizi

 

Per tutte le domande che non si trovano nell’elenco, rispondo volentieri a chi mi scrive: info@patriziabelleri.it

 

1. Che cosa è il Training Autogeno?

 

Il Training Autogeno è una tecnica di autodistensione, ideata tra il 1908 e il 1912  da Iohannes Heinrich Schultz, neurologo e psichiatra, nato nel 1884 a Gottingen, morto a Berlino nel 1970.

L’elaborazione del Training Autogeno prende le mosse dal desiderio, da parte di Schultz, di trovare un’alternativa terapeutica all’ipnosi.

Infatti, Schultz, profondo conoscitore dell’ipnosi, non ne era completamente soddisfatto.

Egli, come anche altri psichiatri del suo tempo, riscontrava in tale metodica alcuni inconvenienti: la passività del paziente, la dipendenza di questi nei confronti del terapeuta, la difficoltà di applicarla su larga scala (il numero di medici in relazione alla richiesta da parte dei pazienti non era certamente così elevato come oggi) e anche il fatto che alcune persone sono refrattarie all’induzione della trance ipnotica.

D’altro canto, Schultz muoveva critiche analoghe anche ad un altro importante approccio psicoterapeutico che prendeva le mosse in quegli anni e che egli ben conosceva: la psicoanalisi.

Cercava dunque un approccio che desse risposte terapeutiche analoghe sia all’ipnosi che alla psicoanalisi, ma che superasse i limiti di entrambe.

Si dedicò pertanto alla ricerca di una tecnica di autoipnosi che potesse essere di facile apprendimento e fruibile da un grande numero di persone. In particolare, egli voleva che tale tecnica, una volta appresa, potesse essere utilizzata in proprio dal paziente senza che fosse più necessaria l’opera del terapeuta.

Elaborò il Training Autogeno, un metodo che con il costante allenamento (training) permette alla maggior parte delle persone che vi si accostano di immergersi in uno stato psichico molto simile all’ipnosi, ma che si genera da sé (autogeno).

Il presupposto fondamentale che sta alla base del TA nasce da un’osservazione del suo autore.

Schultz aveva notato che tutti i pazienti sottoposti ad ipnosi, una volta usciti dalla trance, riferivano di aver provato una benefica deconnessione dall’ambiente. In questo stato di distacco dal mondo esterno, riferivano inoltre di aver provato due precise percezioni fisiologiche: pesantezza e calore.

Schultz intuì che tali sensazioni – che hanno una spiegazione fisiologica nella decontrazione muscolare (pesantezza) e nella vasodilatazione dei vasi periferici (calore) – possono essere provate al di fuori dello stato ipnotico in seguito ad un allenamento sistematico.

Queste stesse sensazioni, poi, quando ben padroneggiate, portano al distacco dall’ambiente, che è il punto di partenza della trance. Si capovolge, dunque, un processo per perseguire fini terapeutici analoghi.

Con l’ipnosi si parte dall’induzione della trance per arrivare a sensazioni psicofisiche, mentre con il TA ci si allena a vivere tali sensazioni per arrivare ad uno stato mentale simile alla trance, lo stato autogeno, appunto.

 

2. Che cosa comporta un percorso di apprendimento di Training Autogeno?

 

Comporta due cicli: il Training Autogeno di Base (o Somatico) e il Training Autogeno Superiore. Nella maggior parte dei casi ci si ferma al solo apprendimento del ciclo inferiore, già di per sé sufficiente per affrontare moltissime problematiche psicofisiche.

 

3. In che  cosa consiste un percorso il Training Autogeno di base?

 

Il Training Autogeno (TA), nel livello di Base o Somatico, è composto da sei esercizi, preceduti dalla Formulazione della Calma:

Formulazione della Calma

Esercizio della Pesantezza

Esercizio del Calore

Esercizio del Cuore

Esercizio del Respiro

Esercizio del Plesso Solare

Esercizio della Fronte

 

4. Come si svolge il percorso?

 

L’allievo – seguito dal terapeuta – impara un esercizio e poi lo esegue regolarmente a casa, ogni giorno. Quando l’esercizio è ben appreso, si passa a quello successivo.

L’allievo prende nota dei vissuti delle sue esercitazioni trascrivendoli in un Protocollo che serve al terapeuta per monitorare l’apprendimento.

 

5. Come si eseguono gli esercizi?

 

Gli esercizi del Training Autogeno consistono nel ripetere mentalmente formule verbali standard, ideate per ciascun esercizio con lo scopo di realizzare stati mentali e vissuti psicosomatici specifici.

Le formule possono essere immaginate dal paziente, oppure recitate mentalmente, a seconda che si tratti di una persona “visiva” o “uditiva”.

 

6. E’ necessario un ambiente particolare per allenarsi?

 

Sì.

E’ necessario potersi allenare in un ambiente tranquillo, senza disturbi esterni, in posizione comoda.

Successivamente, una volta ben appresa la tecnica, la si potrà praticare, in caso di necessità, anche in ambienti non tranquilli.

 

7. In che cosa consiste il Training Autogeno Superiore (TAS)?

 

Il TAS è un vero e proprio metodo psicoterapeutico, che porta alla presa di coscienza di sé e delle proprie problematiche profonde.

Risente di alcune suggestioni dello yoga e di certe forme di meditazione. Per praticarlo è necessaria la presenza del terapeuta.

Questo secondo ciclo è composto da sette esperienze:

 

L’esperienza del Colore personale

L’esperienza del Prisma o dello Spettro

L’esperienza degli Oggetti

L’esperienza dei Concetti Astratti

L’esperienza del Vissuto Personale

L’esperienza delle Persone

L’esperienza del Dialogo con l’Inconscio

 

8. Quando e come ci si può accostare al TAS?

 

Solo dopo essersi allenati per almeno sei mesi con il TA, e solo con l’assistenza di uno  psicoterapeuta specificatamente formato in questo metodo.

 

9. A che cosa serve il Training Autogeno?

 

Serve per rilassarsi, per distendersi, per ristabilire un equilibrio psicosomatico.

Praticando il TA si impara a raggiungere in pochi secondo uno stato di calma: vi si può ricorrere durante la giornata per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti.

Serve anche per vincere le fobie, contrastare gli attacchi di panico, sconfiggere cattive abitudini come il fumo, migliorare la concentrazione e tanto altro.

In pratica, è utile in tutte le situazioni in cui l’ansia ostacola il normale fluire della vita.

 

A livello fisico si ottiene:

 

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata

Il rapido recupero delle energie psico-fisiche (come dopo un breve sonno)

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia

L’autoregolazione di alcune funzioni organiche che di solito sfuggono al controllo della volontà: circolazione del sangue, ritmo cardiaco, temperatura corporea, ecc.

La normalizzazione delle funzioni di tutti gli organi, dalla digestione alla pressione arteriosa, solo per fare qualche esempio

La diminuzione o soppressione delle sensazioni dolorose: ad esempio il TA è utilizzato con successo nel parto

La possibilità di intervenire su tutte le malattie psicosomatiche

 

A livello psicologico si ottiene:

 

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria

Il miglioramento della capacità di introspezione e di autocoscienza

 

A livello comportamentale si ottiene:

 

La possibilità di fissare, durante il cosiddetto stato autogeno, proponimenti relativi a situazioni personali. In altre parole, ciò che si ripete mentalmente a se stessi durante lo stato autogeno, assume la valenza e l’efficacia di un “ordine post ipnotico” che verrà poi eseguito automaticamente al momento opportuno.

La possibilità di intervenire, con l’assistenza dello psicoterapeuta, su problematiche psiconevrotiche e fobiche.

 

10. In quali situazioni non cliniche può essere utile il TA?

 

In tutte le situazioni in cui è necessario ridurre gli effetti dello stress.

Solo per fare tre esempi (ma potrebbero essere molti di più), è utile nello sport, per aumentare la concentrazione e migliorare le prestazioni.

Viene utilizzato abitualmente nella preparazione al parto per ridurre il dolore delle contrazioni: in questo caso si utilizza una forma di Training specifica, il RAT (Training Autogeno Respiratorio).

Molti artisti lo utilizzano per ampliare la consapevolezza e migliorare le capacità creative.

 

11. Chi può apprendere il Training Autogeno?

 

Praticamente tutti. Solo in rari casi non è consigliabile l’apprendimento del TA.

Ad esempio non è possibile insegnarlo quando la persona non è in grado di comprendere le istruzioni, o in casi di psicosi.

Si tratta comunque di valutazioni  che devono essere fatte di volta in volta dal terapeuta.

Si sconsiglia l’apprendimento del TA anche quando non sussistono le condizioni ambientali per allenarsi: mancanza del tempo o del luogo adatto per allenarsi, ad esempio.

 

12. Ci sono persone che lo apprendono meglio di altre?

 

Sì. Per apprendere bene il TA sono necessarie questi condizioni:

Motivazione

Regolarità e costanza negli allenamenti

Disciplina

Inoltre, è di aiuto avere una mente fantasiosa, creativa, sensibile ai colori, alla musica, all’arte.

 

13. Quanto tempo ci vuole per apprenderlo in modo da trarne beneficio?

 

Dai tre ai sei mesi, allenandosi regolarmente ogni giorno.

 

14. E’ possibile apprendere il TA da soli?

 

Non è consigliabile. Con il “Fai da te” si possono creare abitudini sbagliate, poi difficili da cambiare, che potrebbero rendere il TA inefficace.

Inoltre, poiché il TA altera lo stato di coscienza, è sempre bene che un terapeuta esperto segua la situazione e intervenga se emergono vissuti conflittuali che vanno elaborati.

 

15. A chi ci si può rivolgere per imparare a praticare il TA?

 

E’ bene rivolgersi a un terapeuta – psicologo o medico – che abbia seguito una formazione specifica come Operatore di TA.

L’ICSAT (Italian Committee for the Study of Autogenic Training) è una Associazione di studio sul Training Autogeno e un Albo nazionale al quale si iscrivono, tramite esame di idoneità, gli psicoterapeuti, i medici, gli psicologi, formatisi in varie scuole e da vari didatti da essa riconosciuti.

Nell’Albo Nazionale ICSAT si possono trovare i nominativi degli Operatori di Primo Livello (Training Autogeno di Base) e di Secondo Livello (Training Autogeno di Base e Training Autogeno Superiore).

Come un pugno nello stomaco

Come un pugno nello stomaco

Vito Sgrò è uno come tanti di noi, privilegiato per essere nato dalla parte “giusta” del mondo.

Lui non lo dà per scontato e da trent’anni vive diviso tra due mondi: a Roma è medico di famiglia e pediatra, amato e stimato da tante persone, in Africa è il doctor Vitto che cura i bambini afflitti dalla povertà, la fame e la guerra.

Quando è in Africa Vito scrive. La sera e nelle notti insonni, rivive la sua giornata, racconta le storie dei suoi piccoli pazienti, rivela i suoi stati d’animo.

I suoi scritti, consegnati a Whatsapp, raggiungono gli amici in Italia, così lui si sente meno solo e noi meno indifferenti.

E’ nato così il suo primo libro, Afrika is Afrika, che nel 2016 ha svelato la sua vocazione letteraria.

Come un pugno nello stomaco è la prosecuzione del dialogo a distanza tra Vito e i suoi amici che lo seguono da lontano nelle sue missioni con il CUAMM – Medici con l’Africa.

Questa nuova opera raccoglie la testimonianza di due anni di lavoro in due diversi Paesi africani: nel 2017 in Tanzania “lussureggiante, colorata, morbida, pacifica, accogliente” e nel 2018 in Sud Sudan “poverissimo, torrido, inospitale a tratti ostile, come un pugno nello stomaco, con una popolazione indurita da anni di guerre, carestie, privazioni d’ogni tipo.”

Sparsi nel testo, ci sono scritti che si riferiscono a luoghi e anni precedenti – “ricicli” li chiama Vito – che ben si integrano nel tessuto dell’opera.

Le pagine narrano di dolore, di fatica, di frustrazione, di nostalgia per gli affetti lontani, a volte persino di leggerezza, nonostante tutto.

Parlano di morte e di speranza.

Parlano di morte, con parole nuove, così diverse dal nostro comune sentire:

L’Afrika, per quanto cruda, essenziale, al limite della ferocia possa sembrare, non toglie proprio nulla, sa solo donare meraviglie uniche: colori forti, sapori inimitabili, odori inebrianti, distese immense, nature mozzafiato, atmosfere magiche, cieli stellati, musiche accattivanti, danze sensuali, canti commoventi, sorrisi ammalianti, contrasti incolmabili e…potrei andare avanti così, all’infinito. Ma tra i suoi doni ve ne è anche uno molto particolare, la Morte che, anch’essa, è vita o meglio ne è la naturale conclusione. Siamo noi occidentali che la temiamo e la attendiamo come una arcigna nemica pronta, malvagiamente, a colpirci. Ma l’Afrika lo sa bene che così non è, e bene lo sanno anche i suoi figli che questa verità la posseggono dall’eternità marcata a fuoco sulla propria carne. La rispettano e non la demonizzano come noi moderni padroni del sapere sempre facciamo. Non la amano ma la conoscono bene, eccome se la conoscono, profondamente. Con una saggezza antica che noi ingrati figli di questa terra abbiamo da tempo perduto, la accettano viceversa, come tappa ineluttabile del mistero straordinario che impregna la nostra inquieta esistenza.

Parlano di speranza.

La speranza di un ragazzo di sessant’anni che sente  l’urgenza di lasciare la sua vita comoda e realizzata per andare incontro a malattie e fatica, ancora, anno dopo anno.

La speranza di tanti giovani, che nel libro prendono la parola per raccontare le loro storie. Giovanissimi figli della nostra epoca e della nostra cultura, che lavorano a contatto con il dolore e lo fanno con il sorriso. Loro sono la nostra speranza.

Ancora una volta: grazie Vito.

Quando le immagini del dolore scorrono sugli schermi dei nostri televisori, troppo spesso andiamo oltre, distrattamente, forse per una inconscia difesa che ci rende assuefatti e insensibili.

Ma quando a raccontarci il dolore sei tu, il nostro amico, tu che lo vivi in prima persona, allora no: non possiamo voltarci, ci fermiamo a leggere e a pensare.

Vito Sgrò, Come un pugno nello stomaco. Diario tragicomico del doctor Vitto, medico con l’Africa, Herald Editore, 2018.

 

Nota

 

I diritti che spettano all’Autore saranno devoluti a due associazioni no profit.

Una ragione di più per acquistare questo bel libro.

Consulenza psicologica online

Consulenza psicologica online

Il primo incontro con lo psicologo può essere fonte di apprensione  e spesso lo si rimanda con qualche scusa, magari dopo aver salvato il suo contatto nella rubrica.

E se fosse più facile online?

Per molte persone, il primo approccio in modalità virtuale è più rassicurante, per altre semplicemente più comodo.

 

A chi può servire una consulenza psicologica online?

 

Si può scegliere di incontrare lo psicologo on line per avere un’idea dell’ ambito di intervento e per valutare se sia il caso di intraprendere un percorso.

Può accadere di cambiare residenza nel corso della psicoterapia, o di doversi trasferire altrove per un lungo periodo.

Interrompere la terapia per ricominciare con un’altra persona può essere problematico: in questi casi, continuare con il proprio psicologo, dandosi appuntamento on line può diventare la soluzione più appropriata.

Anche l’impossibilità a muoversi da casa per disabilità, per malattia o per altre ragioni può rendere la scelta della consulenza a distanza una risorsa preziosa.

C’è chi desidera relazionarsi con un professionista ben preciso, perché conosciuto da persone fidate o perché particolarmente esperto nella problematica che gli sta a cuore. Se questi abita lontano, la possibilità di incontrarlo online permette di eliminare la distanza geografica.

Per chi risiede all’estero, può essere assai importante dialogare con un professionista che parli la propria lingua e che appartenga alla propria cultura, e non sempre è possibile trovarlo nel luogo di residenza.

 

Come funziona la consulenza psicologica online?

 

Di solito, il rapporto con uno psicologo on line inizia con uno scambio di e-mail. La parola scritta permette di aprirsi, aiuta a conoscere e a farsi conoscere, gradualmente, ciascuno secondo i propri tempi.

La  relazione che avviene tramite e-mail è detta asinscrona: è caratterizzata da un’alternanza di comunicazioni e permette la riflessione tra uno scambio e l’altro.

Una volta stabilita la relazione, il passo successivo e vedersi e sentirsi  tramite la videoconferenza. Skype è lo strumento più utilizzato e più sicuro.

Se l’utente non possiede gli strumenti tecnologici necessari, o la competenza per utilizzarli, molti professionisti si avvalgono il telefono per incontri audio a distanza.

 

Che cosa può fare lo psicologo online?

 

Non tutte le attività che rientrano nella competenza dello psicologo possono essere effettuate a distanza.

Ad esempio, per alcuni tipi di psicoterapia si discute sull’opportunità o meno di svolgerli online.

Probabilmente, l’enorme diffusione di Internet e la sempre più perfezionata tecnologia per comunicare a distanza spingeranno la comunità scientifica a elaborare studi e ricerche per rispondere ai quesiti ancora aperti.

Allo stato attuale, lo psicologo online può:

Informare su temi di carattere generale, come ansia, gestione dello stress, ecc.

Offrire consulenze su problematiche specifiche.

Consigliare il tipo di percorso psicoterapeutico più idoneo ed eventualmente aiutare l’utente a trovare il professionista adatto.

Avviare un percorso di sostegno psicologico a sé stante, oppure che possa eventualmente proseguire con una psicoterapia di persona.

 

Come trovare uno psicologo che offre consulenze online?

 

A meno che non si conosca già un nome tramite il passaparola, si inizia con una ricerca su Internet, tuttavia non sempre è semplice districarsi nella grande mole di siti dedicati alla psicologia online.

Innanzi tutto, così come per la scelta del professionista in studio, anche per lo psicologo online è necessario accertarsi che sia regolarmente iscritto all’Albo professionale.

Di solito  gli psicologi dedicano una pagina dei loro siti web alle informazioni professionali, con il numero di iscrizione all’Ordine, il curriculum e tutte le notizie utili a mostrare le proprie competenze.

Ad ogni buon conto, sul sito dell’Ordine degli Psicologi Italiani si può accedere alla Sezione Albo online e verificare rapidamente se un nominativo risulta regolarmente iscritto, se si tratta di psicologo o anche psicoterapeuta e l’Ordine regionale di appartenenza.

 

Come deve essere lo psicologo online?

 

Una volta stabilito che il professionista a cui ci si vuole rivolgere abbia le credenziali giuste, bisogna tener presente che non tutti gli psicologi hanno esperienza di consulenze a distanza.

Di solito, coloro che le forniscono possiedono alcune caratteristiche personali e culturali:

Credono nell’utilità della Rete e la usano già da tempo in molti aspetti della professione.

Sono esperti sia nella propria materia che nella comunicazione a distanza.

Comunicare online non è la stessa cosa che comunicare nel proprio studio e non basta saper utilizzare il computer per poterlo fare. È necessaria una sensibilità al linguaggio virtuale che solo l’esperienza e la profonda conoscenza del mezzo può dare.

Sono consapevoli che la deontologia professionale non cambia se la relazione avviene di persona oppure online: le regole di correttezza e rispetto per il paziente sono le stesse. In particolare, l’attività virtuale, in quanto relativamente nuova e ancora poco sperimentata, deve ispirarsi alle raccomandazioni dell’Ordine professionale per le prestazioni psicologiche online. Chi è interessato, può leggerle qui.

 

La consulenza psicologica online presenta dei rischi?

 

Dal punto di vista del professionista – competenze  e rispetto della deontologia – la relazione on line comporta gli stessi rischi che si corrono incontrando un professionista di persona, per questa ragione valgono le raccomandazioni già fatte: controllare che sia iscritto all’Ordine e se possibile cercare di sapere dove e come si è formato.

Da punto di vista informatico, gli eventuali rischi possono essere legati alla privacy. Il computer del professionista e quello dell’utente devono essere protetti da un antivirus valido e il professionista deve impegnarsi a rispettare le normative sulla privacy e sulla sicurezza dei dati.

Il pagamento dell’onorario avviene online con metodi sicuri, e la ricevuta fiscale viene inviata tramite e-mail in formato pdf, oppure spedita in cartaceo con la posta tradizionale.

In conclusione, la consulenza psicologica online rappresenta una opportunità efficace, ed è destinata a essere sempre più utilizzata, da sola o in sinergia con la consulenza tradizionale in studio.

 

Richiedi una consulenza online

Corso online di Training Autogeno di base

Corso online di Training Autogeno di base

Da molti anni conduco un Percorso on line di Training Autogeno di Base.

L’idea di insegnare il Training Autogeno a distanza nasce dalla mia esperienza più che trentennale con questo metodo di rilassamento e dalla convinzione che grazie a Internet sia possibile offrire un valido aiuto anche a distanza

A chi può essere utile un percorso on line

° a chi abita in centri isolati e ha difficoltà a raggiungere lo Psicoterapeuta;

° a chi è affetto da difficoltà o patologie che rendono difficili gli spostamenti;

° a chi ha orari di lavoro tali da impedire la regolare frequentazione dello studio di un professionista;

° a chi vive all’estero e preferisce affrontare un percorso di apprendimento e di auto-conoscenza nella propria lingua madre;

° a chi non può assentarsi da casa per motivi familiari: bambini piccoli o anziani da accudire, ad esempio;

° a chi per ritrosia o timidezza, preferisce incontrare il Professionista virtualmente;

° a chi semplicemente si trova più a proprio agio online.

 

Dove trovarlo

 

Il Percorso si trova sul sito Corsi online di Training Autogeno

Il Training Autogeno può essere appreso a distanza, ma è bene che l’apprendimento avvenga con una guida esperta.

La guida del terapeuta serve a evitare errori nella esecuzione degli esercizi, errori che comprometterebbero l’utilità stessa del Training. Serve inoltre a monitorare l’apprendimento e guidare la personalizzazione del percorso.

Con l’aiuto del terapeuta si possono elaborare formule specifiche per affrontare problematiche legate all’ansia e allo stress, oppure a modificare comportamenti indesiderati, ad esempio smettere di fumare.

Il punto di forza del percorso è l’interattività: l’allievo viene guidato nell’esecuzione degli esercizi e può ottenere un feedback per tutta la durata dell’apprendimento.

In che cosa consiste

Supervisione del protocollo tramite scambio di e-mail

La supervisione online inizia con la compilazione di un questionario di presentazione e un successivo scambio di e-mail per valutare come impostare il percorso.

Poi si procede un esercizio per volta. Ogni giorno, oppure ogni settimana, l’allievo invia il protocollo di tutte le esercitazioni e riceve un feedback sul proprio lavoro.

Dopo ogni esercitazione, l’allievo annota sul Protocollo le sensazioni fisiche avvertite e i vissuti emotivi e psicologici che sono emersi. Il Protocollo con le auto-valutazioni di tutte le esercitazioni settimanali va consegnato al terapeuta per discuterne assieme.

Attraverso il Protocollo si instaura un dialogo a volte anche molto intenso con questo è un ottimo presupposto per apprendere al meglio del TA e imparare ad utilizzarlo efficacemente nelle situazioni reali della vita di tutti i giorni.

Incontri in audio-video su Skype

Per chi preferisce essere assistito personalmente, è possibile programmare una serie di incontri online.

Si programma un incontro per ciascun esercizio. La prima parte dell’incontro serve per conoscere la situazione personale dell’allievo e le eventuali problematiche da affrontare. La seconda parte è incentrata sul commento del protocollo dell’esercizio e sulla presentazione dell’esercizio successivo.

La durata dell’incontro è di un’ora.

Indice degli argomenti

 

  • Introduzione
  • Condizioni preliminari
  • Protocollo
  • Formulazione della Calma
  • Esercizio della Pesantezza
  • Esercizio del Calore
  • Esercizio del Cuore
  • Esercizio del Respiro
  • Esercizio del Plesso Solare
  • Esercizio della Fronte
  • Personalizzazione del Training Autogeno. Le formule specifiche

    Quanto costa

L’assistenza tramite scambio di e-mail costa 140,00 euro, indipendentemente dalla durata del percorso (che di norma va da tre a sei mesi) e dal numero di e-mail scambiate.

L’onorario per gli incontri su Skype è di 70 euro a seduta.

Entrambi i percorsi sono fatturato come “prestazioni sanitarie”, pertanto deducibili fiscalmente.

L’ipnosi

L’ipnosi

Che cosa è la trance?

 

La trance è un fenomeno naturale, che tutti sperimentiamo inconsapevolmente più volte al giorno.

Quando ci “perdiamo” durante una conversazione o con una tazza di caffè tra le mani, quando l’ascolto di una canzone ci riporta all’improvviso a un evento lontano nel tempo, quando ci troviamo nei pressi di casa e abbiamo la sensazione che l’automobile sia arrivata fin lì da sola, quando, coinvolti da un film avvincente, solo alla fine dello spettacolo, un dolore alla schiena ci fa rendere conto che la poltrona era scomoda: in queste occasioni abbiamo sperimentato un lieve, inconsapevole, stato di trance.

Si tratta di situazioni in cui la nostra mente si è fissata su un particolare aspetto, lasciando sullo sfondo gli altri: un po’ come quando guardiamo intensamente una persona e non “vediamo” gli oggetti che le sono attorno.

Un grande ipnotista americano, Milton Erickson, ha chiamato questi fenomeni “la comune trance quotidiana” Secondo le sue suggestive e assai plausibili spiegazioni, ciascuno di noi andrebbe spontaneamente in trance durante il giorno diverse volte per alcuni minuti, con il medesimo ritmo con cui durante la notte si alterna il sonno REM con quello NON-REM. Si tratterebbe di momenti in cui l’organismo si “riposa”, recupera le energie secondo un immutato codice ontologico che ancora ci accomuna ai nostri progenitori. Questo momento può essere sfruttato dall’ipnotista abile che lo riconosce e approfondisce la trance per utilizzarla in senso terapeutico.

 

Anche questa è trance:

 

Esistono anche forme di trance eccezionali, come le danze tribali primitive o i balli sfrenati nelle discoteche, capaci di indurre stati ipnoidi collettivi. Secondo alcuni studiosi, persino l’innamoramento sarebbe assimilabile in qualche modo alla trance, trattandosi di una condizione (Freud la paragonava addirittura alla psicosi) per cui all’improvviso una persona diventa il centro di tutti i pensieri, di tutte le emozioni, sicché il resto della vita, anche ciò che era parso importantissimo, scolorisce.

Che cos’è, dunque, l’ipnosi?

 

Franco Granone, il più autorevole esperto italiano (1911-2000) la definisce “la possibilità di indurre in un soggetto un particolare stato psicofisico che permette di influire sulle condizioni psichiche, somatiche e viscerali del soggetto stesso, per mezzo del rapporto creatosi tra questi e l’ipnotizzatore.” La possibilità, quindi, di indurre volontariamente la trance a un’altra persona.

Che cosa non è, allora:

 

Non è un fenomeno paranormale, né un modo per fare del male a un’altra persona, né per indurla a commettere azioni che non commetterebbe abitualmente. Con la guida di un terapeuta competente e rispettoso, è un metodo terapeutico in grado di alleviare sintomi penosi e di aprire una porta in direzione del mondo interno del paziente.

 

Come si induce la trance.

 

La trance, può realizzarsi spontaneamente, come abbiamo visto, ma può anche essere indotta e le modalità per farlo sono infinite. Tutte hanno in comune il fatto che l’ipnotista crea con l’ipnotizzando una relazione particolarmente intensa e lo porta a concentrare la propria attenzione su una parte della realtà trascurandone il resto. Vi sono metodi diretti e indiretti per l’induzione. Tra i metodi diretti, i più utilizzati consistono nel parlare a lungo al paziente, con voce bassa e monotona, suggerendogli sensazioni fisiche di pesantezza e di rilassamento.

Può essere utile il conteggio all’indietro (ad esempio da venti a uno), suggerendogli che a ogni numero sentirà il suo rilassamento diventare sempre più profondo. Esistono anche metodi indiretti, che possono essere utilizzati quando è necessario aggirare le resistenze del paziente. Si tratta di metodi atti a “distrarre” l’emisfero cerebrale deputato alla logica, il sinistro, per favorire la predominanza dell’emisfero destro, che presiede, tra l’altro, alle emozioni.

Qualunque sia la tecnica induttiva, resta comunque irrinunciabile la regola etica secondo la quale non si dovrebbe procedere all’ipnosi senza il consenso informato da parte del paziente.

 

Come si approfondisce la trance.

 

Lo stato di trance, una volta indotto, può essere approfondito. Esistono vari metodi atti allo scopo e livelli diversi di profondità. Alcuni autori riconoscono una decina di livelli di approfondimento, altri ne descrivono fino a trenta. Abitualmente vengono presi in considerazione i seguenti livelli o stadi di profondità: – Pesantezza e rilassamento profondo – Levitazione di un braccio – Catalessi, cioè rigidità del braccio stesso – Inibizione dei movimenti volontari – Contrattura – Movimenti automatici ritmici, di solito rotatori di un braccio o di entrambe le braccia – Iperalgesia o analgesia – Sogni – Illusioni sensoriali.

Alcune persone possono sperimentare soltanto i primi livelli, altre, nel corso di successive induzioni, realizzano anche gli stadi più profondi. Nella possibilità di “scendere” a livelli profondi vanno tenute in conto molte variabili.

Tra queste:

  • Le differenze individuali: alcuni sono più ipnotizzabili di altri;
  • Il  terapeuta: dove non riesce uno può riuscire un altro;
  • Il rapporto tra paziente e terapeuta, fatto di fiducia, complicità, collaborazione;
  • Le ripetizioni dei tentativi di induzione: una trance diventa di norma sempre più profonda a ogni successiva induzione;
  • La motivazione del paziente al trattamento;
  • L’ambiente, e tante altre ancora.

 

 

Siamo tutti ipnotizzabili?

 

 

Una leggera trance può essere indotta nella maggior parte della popolazione. Gli individui assolutamente refrattari (se si escludono le patologie psichiatriche in cui è impossibile stabilire una relazione tra il terapeuta e il paziente) sono assai rari. La differenza consiste nel grado di approfondimento. Molte persone non vanno al di là dei primi stadi, altre arrivano a esperire distorsioni percettive (allucinazioni) e anche anestesia.

E’ noto che in molti casi è possibile effettuare interventi chirurgici in ipnosi.

In psicoterapia è sufficiente un livello leggero di trance, mentre un approfondimento eccessivo, magari con conseguente amnesia, renderebbe impossibile la relazione con il terapeuta.

Chi può ipnotizzare

Nell’immaginario comune si pensa all’ipnotista come a una persona dalla personalità “magnetica”, forte e magari dallo sguardo penetrante.

In realtà chiunque può ipnotizzare qualcun altro nel senso comune che abbiamo visto.

Per utilizzare l’ipnosi in chiave terapeutica è necessario essere medici o psicologi, ed essere inoltre in possesso dell’abilitazione alla psicoterapia.

E’ fondamentale aver appreso l’ipnosi da un Maestro esperto ed averla innanzi tutto sperimentata su di sé.

Questo è un campo dove i libri sono indispensabili, ma non sufficienti. Non è necessaria una personalità particolare, men che mai autoritaria, per esercitare l’ipnosi.

E’ importante piuttosto credere nella validità della tecnica e conoscerla bene.

Altrettanto importante è stabilire una buona relazione con il paziente: per poterlo fare, a mio avviso, è indispensabile aver prima ottenuto la sua fiducia e aver avuto in qualche modo il “diritto”, accordato dal paziente stesso, di lavorare con lui. Il terapeuta esperto può utilizzare questa tecnica, di per sé neutra, per aiutare le persone nel loro percorso psicoterapeutico.

In linea di massima l’ipnosi dovrebbe essere considerata un ausilio, uno strumento in più.

Si dovrebbe tener presente che un buon risultato terapeutico che si ottiene con l’aiuto dell’ipnosi, dovrebbe potere essere ottenuto anche senza.

 

L’ipnosi nella storia.

 

L’ipnotismo è fenomeno sempre presente nella vita dell’uomo, in tutti i tempi e in tutte le culture, denominato in modi diversi e inserito in contesti differenti.

Ha conosciuto periodi in cui è stato intensamente praticato, con intenti magici o religiosi, ma anche periodi in cui è stato deriso o addirittura aspramente condannato.

Negli ultimi decenni si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti dell’ipnosi da parte della comunità scientifica.

Nella storia dell’ipnosi, si usa parlare di tre periodi, quello mistico, quello di mezzo, detto anche mesmerismo, e quello attuale, scientifico.

 

Il periodo mistico.

 

Testi cinesi di 18 secoli prima di Cristo parlano di un metodo per mettersi in contatto con i morti, ma anche per curare i vivi.

L’imposizione delle mani per curare è nota in tante civiltà, e se ne fa menzione anche nel Vecchio Testamento.

Gli indovini persiani e i fachiri indiani utilizzavano tecniche che oggi chiameremmo di autoipnosi per curare le malattie.

Si trovano testimonianze dell’uso dell’ipnotismo da parte degli Assiri, dei Babilonesi e dei Caldei nelle iscrizioni sulle mura dell’antica Babilonia.

Conoscevano tecniche ipnotiche gli antichi Esquimesi e anche gli Indiani d’America.

Metodiche assimilabili all’ipnosi sono descritte in documenti relativi ai sacerdoti del Celti, i Druidi, che le utilizzavano sia per fare predizioni che per curare.

L’uso dell’ipnosi presso gli Egiziani è documentata e si sa che era appannaggio dei sacerdoti. Anche gli antichi Greci la conobbero, probabilmente proprio grazie agli Egizi.

Nell’antica Roma Esculapio induceva il sonno negli ammalati e tramite l’imposizione delle mani interveniva sulla parte malata per risanarla.

Paracelso, nel XVI secolo, subì una condanna per aver affermato che suggestione e fede potevano causare, ma anche guarire, le malattie: incompreso e illustre precursore di discipline oggi all’avanguardia, come la psico-neuro-immunologia e la psico-neuro-endocrinologia.

Il periodo in cui l’ipnosi si confonde con la magia, la medicina e la religione, si protrasse per molti secoli e ancora nel 1774 il medico-religioso Gassner induceva l’ipnosi con un rituale mistico in cui invocava contemporaneamente Dio e i dèmoni.

 

Il periodo mesmeriano.

 

A un medico viennese del settecento, Franz Anton Mesmer (1734-1815) si deve il passaggio dal periodo mistico ad un tentativo di sistematizzazione scientifica del fenomeno ipnosi. Egli, basandosi su un’interpretazione fisico naturalistica, riteneva che i fenomeni ipnotici fossero attribuibili al fluido magnetico animale.

Secondo la teoria mesmeriana, un fluido vitale presente in tutto l’universo, determinerebbe le proprietà di tutti i corpi con il variare delle sue concentrazioni. Secondo Mesmer, un organismo umano può influenzarne magneticamente un altro e curarlo riequilibrandone l’armonia. Ciò può avvenire indirizzandogli il flusso magnetico proveniente da una calamita (magnetismo minerale) o dall’imposizione e lo sfregamento delle mani (magnetismo animale). L’effetto è tanto più efficace tanto più potente è il “magnetizzatore” .

Mesmer ebbe numerosi sostenitori e altrettanti detrattori, i primi affascinati dalle suggestioni delle sue teorie, in un periodo, la fine del secolo, che coincide con l’inizio della sensibilità romantica.

La medicina ufficiale viennese gli fu ostile e per questa ragione egli lasciò Vienna per Parigi, nel 1778. Anche a Parigi non tardò ad affascinare un grande pubblico, tanto che le sue sedute divennero collettive, per poter accontentare le tante persone che ricorrevano a lui. Si trattava di incontri che oggi ci farebbero pensare alle terapie di gruppo, che il Maestro presenziava in abiti di seta lilla.

Non mancava la musica: Mesmer era amico di Mozart, e oggi sappiamo, grazie agli studi nel settore della musicoterapia, quanto questo elemento sia importante nella pratica psicologica.

Un personaggio complesso e affascinante, insomma, per certi versi precursore di tante acquisizioni della moderna psicologia.

Anche a Parigi la medicina ufficiale prese posizioni molto severe nei confronti Mesmer. L’Accademia delle Scienze nel 1784 emise un verdetto secondo il quale il magnetismo animale era inutile e inefficace, ma soprattutto contrario alla morale pubblica.

Accusato dunque di ciarlataneria, Mesmer nel 1792 lasciò anche Parigi, dove la sua fama ben presto si offuscò, per tornare in patria. Qui morì nel 1815 dimenticato da tutti.

Non ebbe in sorte la soddisfazione di sapere che l’Accademia delle Scienze, richiesta di un nuovo parere sulle sue teorie, dieci anni dopo la sua morte, emise un giudizio favorevole.

Le teorie di Mesmer oggi fanno sorridere, ma non bisogna dimenticare che si deve a lui il primo passo verso un’interpretazione scientifica dell’ipnosi, in un periodo in cui superstizione e magia ancora la facevano da padrone in campo medico, basti pensare che, se da un lato il ‘700 è il secolo degli Enciclopedisti, dall’altro si bruciavano ancora le streghe, l’ultima nel 1782.

 

Il periodo scientifico.

 

Le teorie di Mesmer furono riprese ed elaborate dopo la sua morte, in una successione di tentativi di darne una interpretazione che oggi chiameremmo scientifica. Il fenomeno del magnetismo mutò nome, si incominciò a parlare di sonnambulismo (Chastenet de Puységur) e a pensare che qualche parte nell’insorgenza del fenomeno dovesse essere attribuita anche all’immaginazione del paziente: il primo a formulare questa ipotesi fu l’abate Faria.

L’ottocento è il secolo in cui l’ipnosi entrò a pieno titolo nel mondo medico. La si studiava in campo odontoiatrico per la possibilità di indurre anestesia nel paziente: il dentista francese Jean Etienne Oudt presentò dei lavori all’Accademia di Medicina di Parigi nel 1837, in cui riferiva appunto di aver proceduto all’estrazione di denti in anestesia ottenuta per mezzo del magnetismo. In Inghilterra Ellioston e in India Esdaile sperimentano la tecnica in chirurgia.

Al medico inglese Braid si deve il termine ipnotismo che egli conia ispirandosi al greco ypnos (sonno) e soprattutto il primo importante ribaltamento delle concezioni del mesmerismo. Non con i fluidi magnetici si deve spiegare il fenomeno dell’ipnotismo, ma studiando la concentrazione della mente del paziente su un’unica idea o su un unico oggetto. Siamo alle premesse dello studio della suggestione, l’interpretazione moderna dell’ipnosi.

Un’ulteriore importante svolta si deve a un poco conosciuto medico di Nancy, A.A. Lièbault. Egli spiega i meccanismi dell’ipnosi attraverso il concetto di suggestione e per primo riconosce la presenza di fattori psicologici nel determinarsi dello stato ipnotico. Lièbault, che soleva dire ai suoi pazienti di non possedere alcun potere misterioso, sottolineava l’importanza sulla fissazione su un’unica idea o oggetto, sull’importanza dell’isolamento dell’ambiente, pur non rinnegando del tutto ancora i concetti mesmeriani del magnetismo animale. I seguaci di Lièbeault dettero vita alla cosiddetta scuola di Nancy, culla degli studi moderni sull’ipnosi.

Ancora un passo avanti nella concezione dell’ipnotismo viene dal francese Jean Martin Charcot (1825-1893) della Scuola parigina di Salpetrière. Egli rimane ancorato alle concezioni del mesmerismo, e ritiene addirittura che l’ipnotismo sia un fenomeno patologico associabile all’isteria. La sua impostazione è ancora lontana dal vero, tuttavia anche i suoi studi costituiscono un ulteriore passo avanti nell’introduzione dell’ipnosi nel mondo della medicina ufficiale e la definitiva distanza dalle interpretazioni mistiche e magiche.

La Scuola di Nancy e quella della Salpetrière dettero vita ad aspre polemiche sull’interpretazione dell’ipnosi e si contrapposero a lungo l’una all’altra.

L’avvento della psicoanalisi segnò una battuta d’arresto nello sviluppo degli studi sull’ipnosi. Sigmund Freud (1856-1939), che la conosceva e l’applicava, la rifiutò a favore delle libere associazioni. La psicoanalisi sembrò il nuovo metodo vincente per curare le nevrosi, d’altra parte l’avvento dell’etere in anestesia fece cadere anche l’interesse degli studi in questo senso.

Con la fine degli anni Cinquanta si assistette ad un nuovo interesse per l’ipnosi.

In Italia si riprese a studiarla in odontoiatria, come mezzo per realizzare l’anestesia: nel 1957 venne tenuto un corso di Ipnosi presso la Clinica Odontoiatrica Universitaria di Pavia e nel 1960 si costituisce l’AMISI Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi, fondata da Franco Granone, il più importante studioso moderno dell’ipnosi, scomparso nel 2000.

Nel medesimo periodo a Phoenix, in Arizona, studia e lavora con l’ipnosi Milton Erickson (1901-1980) geniale e originalissimo interprete dell’ipnosi moderna, i cui metodi sono oggi studiati ed apprezzati in tutto il mondo.

Letture consigliate

 

Chertock L., L’ipnosi. Teoria – Pratica – Tecnica, Roma, Edizioni Mediterranee, 1995.
Copelan R., Ipnosi e autoipnosi, Milano, Armenia, 1994.
Erickson M.H., A scuola di ipnosi, Torino, Boringhieri, 1983.
Gamberoni G., Ipnosi, dilatare la mente per conoscere e tarsformare la realtà, Firenze, Giunti (su licenza Demetra), 2002.
Gibson H.B., Ipnosi medica, Como, Edizioni RED,1977.
Granone F., Trattato di ipnosi, Torino, Utet, 1989.
Nardone G. – C. Loriedo – J. Zeig – P. Watzlawick, Ipnosi e terapie ipnotiche. Misteri svelati e miti sfatati, Milano, Ponte alle Grazie, 2006.
Pacciolla A., Ipnosi. Benessere psicofisico e risorse mentali, Torino, San Paolo, 1994.
Piscicelli U, Trance e psicoterapie brevi, Roma, Società Editrice Universo, 1995.

Giovani a sessant’anni: rivoluzione o illusione?

Giovani a sessant’anni: rivoluzione o illusione?

 Sono i figli del boom demografico, una schiera compatta e smarrita.
Non sono più giovani.
Non sono ancora vecchi. Non riescono a immaginare la loro morte, come tutti gli essere umani.
Non riescono a immaginare neanche la loro maturità.
E questo accade solo a loro.

 

Così scriveva nel 2000 Lidia Ravera, nel suo bel libro Né giovani né vecchi, quando i baby boomer attraversavano gli anni della maturità.

Oggi, a distanza di un ventennio e più, la parola maturità non fa più paura: ci stiamo abituando. La parola che non riusciamo ancora a pronunciare è vecchiaia.

Ma chi sono i baby boomer? Sono i nati tra il 1945 e il 1964, un gruppo demografico imponente, 78 milioni solo negli Stati Uniti, 15 milioni in Italia.

Nella cultura occidentale si sono trovati di fronte a situazioni nuove rispetto a chi li ha preceduti. Nati in tempo di pace, non hanno conosciuto guerre, a differenza dei loro genitori e dei loro nonni.

Hanno superato i genitori in termini di benessere economico, salute, aspettativa di vita.

Sono stati protagonisti di una formidabile stagione di cambiamenti nei costumi, nella libertà di espressione.

Hanno vissuto liberamente la sessualità, superando antichi tabù e svincolandosi dall’obbligo – o dal timore – della procreazione.

Oggi, arrivati alle soglie della vecchiaia, sono ancora una volta in prima linea per scardinare i vecchi stereotipi.

La rappresentazione del sessantenne di oggi è lontanissima da quella dei genitori alla medesima età, e la nuova immagine, anche fisica, è decisamente più accattivante: c’è chi sostiene che i sessant’anni attuali corrispondano ai quaranta dei nati all’inizio del secolo scorso, grazie soprattutto alla maggiore attenzione al benessere fisico e alla cura di sé.

 

Il cervello maturo

 

Sembra che i miglioramenti non siano solo in termini di estetica e di benessere fisico. Abbiamo sempre sentito dire che l’invecchiamento del cervello inizia molto presto e la perdita delle sue cellule non è rimpiazzata da altre nuove. Il prolungamento dell’aspettativa di vita ha dato impulso a più accurate ricerche sull’invecchiamento cerebrale e fatto nuova luce sulla questione.

Tecniche di scansione e neuroimaging, analisi genetica e sofisticati studi longitudinali hanno confermato quanto già si sapeva sull’invecchiamento del cervello, ma hanno mostrato anche nuovi dati.

Dai cinquant’anni in poi il cervello acquisisce abilità alternative a quelle che va perdendo e, in termini comportamentali, aumentano molte attitudini, tutte utili alla personalità matura: maggiore adattamento alle situazioni negativecapacità di valutare gli aspetti positivi del quotidianotendenza a un umore più ottimista.

Inoltre, di pari passo con il calo di memoria fisiologico e la diminuzione di alcune abilità, aumentano le strategie per arginarne gli effetti negativi.

Dunque, le migliorate condizioni promettono un’aspettativa di vita più lunga, con vent’anni almeno da vivere ancora attivamente, e migliora anche la qualità stessa della vita che rimane: come utilizzare questo tempo?

 

Il lavoro

Attualmente, alla schiera di neopensionati e di coloro che si apprestano a diventarlo entro breve tempo, si aggiunge un nutrito numero di persone che hanno perso il lavoro a causa della crisi economica, ancora giovani per la pensione, anziani per trovare un nuovo lavoro.

C’è poi chi ha sempre lavorato in proprio e non ritiene ancora giunto il momento di tirare i remi in barca, perché ama la propria professione, o perché la situazione economica non glielo consente.

Tante di queste persone, per piacere, per necessità, per disperazione, ma anche per voglia di affrontare nuove sfide, “inventano” lavori, oppure trovano modalità alternative di interpretare il lavoro di sempre, proprio come solo pochi anni prima avevano consigliato ai giovani.

Quali che siano le scelte – più o meno forzate, più o meno originali – alla base c’è la convinzione che sia troppo presto per l’inattività, per la perdita di un ruolo nella società produttiva.

Enrico Oggioni, classe 1955, ha lavorato trent’anni come consulente e formatore manageriale e ha dato vita a una sua società, che si è affermata nel settore del management consulting. A 53 anni ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Rinunciando a onori e oneri della libera professione, ha iniziato a dedicarsi a nuovi interessi, e a esplorare modi diversi di coltivare le attività che ha sempre svolto.

Tra le molte iniziative, ha scritto un libro, I ragazzi di sessant’anni, e nel 2012 ha creato un blog, che raccoglie storie ed esperienze, proprio nell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni.

Leggiamo di Giulia: scrive sul blog con le mani sporche di terra, e racconta che finalmente si può dedicare a una antica passione: ha ridato vita a un uliveto di famiglia abbandonato da anni, e adesso produce olio e gode del contatto con la natura; i figli sono ormai grandi e alle spalle ha lasciato un lavoro che non l’ha mai veramente soddisfatta. Per lei è davvero una nuova vita.

C’è Gabriella, una vita trascorsa a lavorare in banca, con la passione della buona cucina. Dopo la pensione, ha aperto assieme al marito un piccolo ristorante, dove uno dei figli, che fin da piccolo sognava di fare il cuoco, ha potuto realizzarsi.

E c’è chi non ritiene di doversi “reinventare”, come Renzo, 61 anni, che svolge una libera professione e afferma “

Non sono diventato ricco, però il lavoro mi ha arricchito tanto le giornate.

Ho avuto altre cose dalla vita, qualcuna bella e qualcuna brutta, ma il mio lavoro è sicuramente quella che mi ha dato e mi dà più soddisfazioni. Perché dovrei immaginare di smettere fra pochi anni ? Io vorrei continuare a lavorare nel mio studio per tutta la giornata fino a 90 anni, se il Signore me lo permette.”

Nel 2014 Enrico Oggioni ha costituito Osservatorio Senior, una Associazione senza fini di lucro che ha l’obiettivo di seguire il mondo dei Senior in tutte le sue dimensioni e manifestazioni.

In questi anni l’associazione è cresciuta e il portale è un autorevole punto di riferimento per chi è interessato all’argomento.

 

L’affettività

Nella sperimentazione di nuovi modelli, nulla è scontato nemmeno in campo affettivo.

C’è più coraggio di un tempo per chiudere relazioni ormai vuote di significato, c’è più coraggio di un tempo per innamorarsi in età avanzata.

Quando le condizioni economiche lo consentono, c’è chi trova le ragioni per separarsi dopo molti anni di matrimonio e ha  ancora voglia di guardare avanti. Sono dei privilegiati, certamente, e non dimentichiamo che tanti non si separano, giovani o vecchi, solo perché non sono in grado di sostenere l’onere economico di due famiglie.

 

E c’è anche chi si innamora di nuovo del partner di una vita, bella la testimonianza di Roberto Vecchioni:

 

“Io di mia moglie mi sono innamorato tre-quattro volte, tutte differenti: a 50, 55, 60, 65 anni, tenendo conto sia della parte spirituale che corporale.”

 

Tra coloro che rimangono vedovi, poi, ci sono anche uomini e donne che non si sentono di proseguire le loro esistenze nella solitudine, e si mettono in gioco, pronti a vivere una nuova stagione di affetti.

 

Il blog di Oggioni raccoglie tante storie.

 

Leggiamo di Teresa, medico ospedaliero, che dopo una vita di turni pesanti in una professione gratificante quanto faticosa, con la pensione scopre tempi e interessi diversi, e trova anche l’amore: l’anima gemella, sì, ma ciascuno nella propria casa, per non incrinare libertà e autonomia conquistate lungo tutta una vita.

 

Anche la storia di Angela è emblematica dei tempi che cambiano. Insegnante per passione, ha affrontato con timore la pensione, ma si è presto entusiasmata a un nuovo progetto. Assieme al nuovo compagno, ha acquistato una casa in campagna “contenitore di futuro” e testimonianza del passato di due vite precedenti che si reinventano assieme. Un agriturismo e un Ateneo del vino e della gastronomia sono il sogno realizzabile e realizzato di questa nuova coppia.

 

Molti sono anche coloro che cambiano vita assieme al partner di una vita, magari per tornare al paese natio, spesso per ritrovare un contatto con la natura, qualche volta osando un’avventura dall’altra parte del mondo: sempre accomunati da una progettualità, dalla voglia di guardare avanti.

La letteratura e il cinema, specchio dei tempi, registrano il fenomeno dell’affettività e della sessualità con libri e film che narrano di amori e di passioni maturi, di scelte coraggiose, di riflessioni e consigli per vivere meglio questa età della vita.

Nella Rubrica Letti e visti di Osservatorio Senior sono recensiti libri e film sul mondo Senior.

 

La sessualità

Vivere una vita affettiva soddisfacente anche in età avanzata significa tener conto dell’aspetto sessuale e, anche in questo caso, l’approccio è diverso da quello dei genitori.

Una generazione che fin da giovane ha voluto parlare di sesso, discutere, capire, innovare, affronta questa stagione della vita con una mentalità decisamente più aperta.

Il  sesso si pratica e se ne parla, e – se ci sono problemi – ci si rivolge agli esperti (le donne più degli uomini).

Forse il problema è ancora trovare un equilibrio tra un modello giovanilista – che pone come riferimento le proprie passate esperienze e la cultura imperante proposta dai media – e un adattamento personale, che tenga conto del corpo che cambia, e delle implicazioni emotive e affettive di ciascuno.

Le nuove tecnologie

L’avvento delle nuove tecnologie, e la presenza ormai sempre più diffusa di Internet nel quotidiano delle persone, ha cambiato la vita di una generazione che ha vissuto in rapida successione cambiamenti velocissimi, difficili da immaginare da parte dei cosiddetti “nativi digitali”.

Sono stati necessari adattamenti cognitivi e comportamentali rapidi e continui, e non tutti hanno tenuto il passo.

Inizialmente si sono verificati due atteggiamenti opposti: rifiuto da parte di alcuni, accettazione, talvolta anche entusiasmo, da parte di altri.

Coloro che si adattano sono ormai sempre più numerosi, e questo comporta ricadute positive nel quotidiano, nel lavoro, nella vita affettiva.

Tanti utilizzano Internet per sbrigare le pratiche della vita quotidiana, per informarsi, per mantenere i contatti con i propri cari lontani.

Molti scrivono sui forum, aprono un blog personale, con la voglia di raccontarsi e di conoscere persone nuove.

Recentemente, i Senior si sono affacciati alla comunicazione on line per vincere la solitudine e sono aumentati i siti di incontri dedicati a questa fascia di età.

 

L’altra faccia della medaglia

 

Miglioramento della qualità e dell’aspettativa di vita, lavoro attivo, affettività e sessualità gratificanti: sembrerebbe un quadro idilliaco, ma è sempre così?

 

Purtroppo non sempre e non per tutti.

 

Vediamo, ad esempio, quali sono le situazioni di disagio e le motivazioni che conducono i Senior nello studio dello psicoterapeuta.

 

La situazione finanziaria attuale, con la sua precarietà e indeterminatezza, minaccia tutti noi, non solo sul piano economico, ma anche su quello psicologico. Tanto parlare di crisi non fa bene e spesso mina le sicurezze profonde di ciascuno, anche di coloro che magari non hanno reali problemi economici.

Alla insicurezza personale si aggiunge la preoccupazione per i figli, quando stentano a trovare una propria autonomia e spesso gravano sui genitori, con grave disagio per gli uni e per gli altri.

Anche la preoccupazione per la perdita della salute può diventare un problema, sia in quanto evento reale, sia in quanto evento temuto e fantasticato nelle tinte più fosche, fino a sfociare nella ipocondria.

Il timore di perdere la salute porta con sé un altro fantasma: la perdita dell’autonomia, in senso fisico, ma soprattutto mentale.

Molti sessantenni seguono con sgomento l’involuzione dei loro genitori che hanno imboccato il tragico cammino della demenza.

Sono combattuti tra il senso di perdita del proprio genitore, che non è più il valido interlocutore di una volta, la perdita del ruolo di figlio, bruscamente sostituito da quello di genitore del proprio genitore, e non ultima la paura di perdere essi stessi, in un domani non più tanto lontano, la propria integrità psichica.

Al timore di perdere la salute, fisica e psichica, si aggiunge anche la sensazione di perdita della propria immagine corporea: l’avvenenza di un tempo lascia il posto a una immagine nuova che spesso non viene riconosciuta come propria e anche questo è un evento che può provocare dolore e incapacità di adattamento.

Se un tempo era un fenomeno soprattutto femminile, oggi non ne sono esenti gli uomini, intrappolati anche loro nell’illusione mediatica del bello e giovane per sempre.

Tutte queste situazioni hanno in comune una parola: perdita.

La psicologia ci insegna che l’adattamento è la risposta sana alla perdita.

Abbiamo visto che il cervello si adatta alla perdita di alcune capacità, vicariandole con altre elaborate appositamente.

Sul piano psicologico, quali possono essere gli atteggiamenti e i comportamenti virtuosi che promuovono un sano adattamento all’avanzare dell’età?

 

Propongo un decalogo provvisorio, una bozza che ciascuno può arricchire con la propria personale visione della vita e del tempo che passa.

 

Decalogo per invecchiare bene

 

1. Avere una fede. 

Chi ha una fede religiosa non ha certo difficoltà a dare un senso alla propria vita, poiché credere già di per sé appaga e riempie di valore. Ma anche una fede laica può arricchire: che sia un credo politico, o sociale, lavorare e lottare per i valori in cui crediamo fa sentire vivi a qualsiasi età.

 

2. Dare significato alla vita

 

C’è chi sostiene che la depressione altro non sia che la perdita del senso della vita. Quando non troviamo un significato nella nostra esistenza, è difficile anche incominciare la giornata, e tutte le azioni che compiamo appaiono vuote. Con l’avanzare dell’età, può accadere che ciò che per anni ha dato un senso alla vita, all’improvviso non lo dia più, ed è necessario avere la flessibilità per rimettersi in gioco alla ricerca di valori nuovi e più attuali.

 

3. Vivere il presente, mantenendo un rapporto realistico con il passato e con il futuro.

 

Spesso tendiamo a enfatizzare il ricordo del passato “era meglio quando…”, o a rimandare le soddisfazioni a un ipotetico futuro: “aspetto di…”.
La persona saggia sa che il passato è importante perché costituisce – nel bene e nel male – le basi su si cui fonda il suo presente. Ma sa anche che va valorizzato in quanto luogo di memoria e di esperienza, mai di sterile rimpianto. Non sapremo mai “che cosa sarebbe successo se…”. Sappiamo che viviamo qui e ora, ed è l’unica certezza. Il futuro, a sua volta, è importante quando è legato a sogni e progetti ancora possibili. Diventa un nemico, invece, quando ci fa rimandare a un domani non certo la realizzazione di noi stessi che possiamo perseguire oggi.

 

4. Fare progetti, coltivare sogni.

 

 

Progettare e sognare e è tipico dei giovani che hanno davanti una lunga aspettativa di vita, ma è auspicabile a tutte le età. Finché è vivo un nostro progetto, ci sentiamo vivi anche noi, l’importante è che sia realistico. Progettare qualcosa di irrealizzabile provoca inevitabili frustrazioni, e, al contrario, il progetto troppo facile non dà stimoli. Il progetto “giusto” è abbastanza ambizioso da sfiorare il sogno, abbastanza alla nostra portata da essere realizzabile.

 

5. Non temere di emozionarsi.

 

 

Non c’è nulla di sconveniente a emozionarsi e a esprimere con naturalezza le nostre emozioni. Viverle intensamente ci arricchisce, e rende la nostra comunicazione con gli altri più vera e profonda.

 

6. Curare il corpo.

 

 

La psicosomatica ci ha insegnato a dar valore al profondo legame tra mente e corpo. Quando non stiamo bene, sperimentiamo un calo di umore e, al contrario, l’umore depresso apre la porta alla malattia: gli studi della psico-neuro-immunologia ce lo dimostrano.
Un corpo curato aiuta a contrastare i segni del tempo e a compensare le perdite dovute all’invecchiamento. Non è il “giovane e sano per sempre” il valore da inseguire: darebbe luogo solo a patetiche caricature di quello che siamo stati. Pensiamo invece all’immagine di una persona gradevole, autonoma, attiva, grazie anche a una buona prestanza fisica, in relazione all’età.

 

7. Allenare la mente.

 

 

Le ricerche sull’invecchiamento cerebrale, cui si è già fatto cenno, dimostrano una stretta relazione tra le capacità cognitive e la stimolazione intellettiva.
Chi è abituato a usare il cervello, lo mantiene attivo e sano più a lungo, come qualsiasi altro organo. L’apprendimento di nuove abilità è possibile a qualsiasi età e l’esperienza ormai collaudata delle Università per anziani lo dimostra. Qualsiasi stimolazione va bene – lettura, scrittura autobiografica, lingue straniere e tanto altro –   compatibilmente e in armonia con la cultura e lo stile di vita di ciascuno.

 

8. Coltivare l’autonomia

 

 

Dando per scontato l’indiscusso valore dell’autonomia fisica, per la quale è necessario mantenere sano il corpo, è importante anche l’indipendenza nelle relazioni umane, siano esse di amicizia o sentimentali. Erich Fromm ci ha insegnato a chiederci, di fronte a un legame affettivo, se possiamo dire: “ti amo perché ho bisogno di te”, oppure: “ho bisogno di te perché ti amo”: riflettiamoci.

 

9. Esprimere se stessi, rifiutando ruoli imposti dall’esterno.

 

 

Evitiamo di descriverci attraverso il ruolo che abbiamo ricoperto: “ex qualche cosa”, oppure uno stereotipo precostituito: “nonno”, o “anziano”. L’importante è sentirci “persone”, con le nostre peculiarità, uniche e originali.

 

10. Donare, donarsi, rendersi utili, fare vita sociale.

 

 

Nella relazione con gli altri esprimiamo noi stessi, ci confrontiamo e troviamo stimoli, diamo e riceviamo, attribuiamo valore alla vita.
Le relazioni sociali andrebbero vissute come arricchimento reciproco, mai come antidoto alla solitudine: il risultato è che ci sentiremo più ricchi e meno soli.

 

 

Per approfondire

 

Chiaia Emma, Amore e sessualità dopo i 50 anni, Milano, RED dizioni, 2011.

 

Fromm Erich, L’arte d’amare, Milano, Mondadori, 1986 (Ed. Originale 1957).

 

Mammarella Nicola, Alberto Di Domenico, La memoria autobiografica, Roma, Carocci, 2011.

 

Oggioni Enrico, I ragazzi di sessant’anni, Milano, Mondadori, 2012.

 

Peirone Luciano, Elena Gerardi, Il sole della sera. La ricerca del benessere nella terza età e non solo…, Torino, Antigone Edizioni, 2009.

 

Ravera Lidia, Né giovani né vecchi, Milano, Mondadori, 2000.

 

Strauch Barbara, I tuoi anni migliori devono ancora venireLe sorprendenti risorse del cervello di mezz’età, Milano, Mondadori, 2011.

 

Vannuccini Vanna, L’amore a settant’anni, Milano, Feltrinelli, 2012.

 

Zambianchi Manuela, Pio Enrico Rici Bitti, Invecchiamento positivo, Carocci Editore, 2012.

 

 

 

 

 

L’amore a settant’anni

L’amore a settant’anni

C’è un limite di età per innamorarsi e per vivere una sessualità libera e appagante?

C’è sempre tempo per amare, ma soprattutto per vivere con significato tutte le stagioni della nostra vita, anche quando si è “vecchi abbastanza da scambiarci gli occhiali al ristorante per leggere il menu”.

Vanna Vannuccini, giornalista attenta alla questione femminile – ha fondato negli anni 70 della rivista Effe, la prima testata femminista in Italia – affronta l’argomento con un tocco lieve, sempre attenta a non scivolare in prese di posizione definitive.

Questo libro nasce da un incontro tra vecchie amiche, entrambe giornaliste, in una spiaggia toscana, a chiacchierare del tempo che passa e delle amiche comuni, fino a scoprire che molte di loro stanno vivendo amori appassionati e appaganti esperienze sessuali. 

Nasce così l’idea di dar voce a donne diverse per età, cultura e ceto sociale, raccogliendone le testimonianze.

Fanno tutte parte della generazione di donne che per prime hanno studiato e hanno conquistato un posto nel mondo produttivo.

Sono state protagoniste di tante rivoluzioni culturali e sociali, hanno scelto il partner con cui condividere la vita e molte hanno avuto anche il coraggio di por fine a relazioni ormai prove di significato.

Oggi si sono affrancate da una antica abitudine: valutare se stesse attraverso lo sguardo di un uomo.

L’Autrice racconta vicende a lieto fine, o sfociate in cocenti delusioni, e anche contrastate: sì, perché il pregiudizio è duro a morire e spesso i figli, o l’ambiente circostante, giudicano sconveniente l’amore maturo e lo ostacolano.

C’è chi ritrova l’amore dell’adolescenza e scopre una magia: una sorta di “doppia visione”, come la chiama la sessuologa Judith Wallerstein, grazie alla quale si sovrappongono la visione idealizzata dei ragazzi di allora con quella della donna e dell’uomo maturi di oggi.

Accade a Phil e Sally, che si sono amati cinquant’anni fa e oggi si ritrovano, forti dell’amore di allora, temprati dalle vicende della vita: “Ricominciamo da qui, tutti e due abbiamo il nostro passato, questo è un nuovo inizio per entrambi”. E che importa se i figli li prendono benevolmente in giro.

Non mancano le delusioni, come accade a Caterina.

Poco avvezza a padroneggiare il forte impatto emotivo della comunicazione on line, vive una storia d’amore virtuale, fatta di palpitazioni, tormentate attese di e-mail che non arrivano, fino al crollo finale delle illusioni.

E c’è anche chi non riesce a sottrarsi alla potenza del pregiudizio che si fa crudeltà, anche da parte dei figli.

È così per Domenica, contadina della campagna ciociara, che vede sfumare da ragazza il sogno del matrimonio per amore e che, quando questo sogno di profila di nuovo a ottant’anni, viene bruscamente riportata alla realtà dai figli ottusi e insensibili.

Le storie parlano dell’amore tra uomini e donne che hanno saputo guardare oltre il pregiudizio secondo cui le rughe e il corpo che cambia non sono compatibili con la voglia e il diritto di amare ed essere amati.

Si può riscoprire una nuova stagione dell’amore, soprattutto se questa è sostenuta anche da valori forti, quali la stima, la complicità, la curiosità intellettuale. E’ una stagione tanto più bella e struggente poiché si ha la consapevolezza che il tempo che rimane è poco, e va vissuto significativamente.

L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna. (pag.16).

Vanna Vannuccini,  L’amore a settant’anni,   Feltrinelli, 2012

102 chili sull’anima

102 chili sull’anima

È possibile perdere 40 chili in un anno e rinascere a  nuova vita?

Francesca Sanzo lo ha fatto a quarant’anni.

Con 102 chili sull’anima, La storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità, Francesca condivide la sua esperienza e testimonia che cambiare è possibile se  lo si vuole davvero.

In un silenzioso crescendo, mese dopo mese, mentre gli anni passano, Francesca aumenta di peso e la consapevolezza arriva quando la bilancia mostra tre cifre: 102 chili. Inizia così il processo che Francesca chiama “muta”, una trasformazione assai più profonda del semplice intraprendere una dieta.

Oggi Francesca è una donna realizzata, bella, sportiva, e pesa 60 chili.

Quali sono gli elementi che hanno reso possibile un cambiamento così radicale? Proviamo a individuali attraverso la storia di Francesca.

Anzitutto, la consapevolezza. Solo se prendiamo coscienza del nostro disagio possiamo risolverlo, e non serve che gli altri ce lo rimarchino. Non si cambia per obbedire a ingiunzioni esterne (ti stai facendo del male, fallo per me…). La consapevolezza che è giunto il momento di dare una svolta viene quando abbiamo toccato un fondo che solo noi sappiamo riconoscere.

Per trovare la forza di cambiare, è necessario comprendere le ragioni del nostro malessere, attraverso una profonda autoanalisi. Possiamo smettere di agire contro noi stessi se comprendiamo perché lo facciamo. Francesca ha dialogato con se stessa e fatto pace con la sua “anima nera”, quella parte di sé che remava contro il suo benessere.

Si è posta la domanda “Perché mangio?” e ha scoperto che le risposte sono molteplici e non tutte sane, così ha cercato e trovato nuove risposte a vecchie domande. Oggi, di sicuro, mangia per un reale e sano bisogno, e ciò comporta che la quantità e la qualità del nutrimento siano adeguate a esigenze corrette.

L’essere umano ha bisogno di significato. Francesca ha saputo trovare significati profondi in tutte le scelte legate alla sua muta: il significato ultimo è certamente la conquista di una donna equilibrata, non più soffocata dai condizionamenti del passato, ma Francesca ha dato un senso anche a tanti singoli passaggi del percorso. Un esempio per tutti: nel suo programma di recupero del benessere psicofisico c’è la corsa, a cui si dedica tre volte a settimana. Lei ha trovato il modo di dare alla corsa un ulteriore significato, correndo anche per raccogliere fondi a favore di un ente benefico.

La disposizione mentale positiva. La psicologia ci insegna che le profezie si auto avverano: se crediamo che i nostri sforzi saranno premiati, inseriamo quella marcia in più che ci permette di ottenere il risultato. Al contrario, se consideriamo il nostro percorso come lastricato di lacrime e sangue, difficilmente riusciremo a farcela.

Francesca ha ben compreso che tante diete falliscono, sebbene siano state intraprese con serietà e portate avanti con costanza, perché vengono intese come una punizione della quale di agogna la fine. La muta, invece, non è una punizione, ma una trasformazione, preziosa come il significato stesso della vita.

La molla: sappiamo bene di dover far qualcosa per migliorare la nostra vita, ma cambiare ci sembra troppo difficile e troviamo mille scuse per rimandare. Poi accade qualcosa di apparentemente poco rilevante e scatta la molla.  Per Francesca non sono stati i commenti poco gradevoli delle persone insensibili, né la consapevolezza di danneggiare la sua salute, ma … il camper. Al momento in cui, assieme al suo compagno e alla loro bambina, ha deciso di acquistare un camper, ha aperto gli occhi su una realtà molto dolorosa: i suoi 102 chili erano assai poco compatibili con lo stile di vita libero e avventuroso che le vacanze in camper comportano.

Porsi obiettivi intermedi. Quando l’obiettivo è molto arduo, piuttosto che guardare alla fine del traguardo, è più utile puntare a una serie di obiettivi intermedi. Francesca si è posta come obiettivo arrivare a pesare 80 chili, fare qualche passeggiata a piedi, e poi qualche breve tratto di corsa, migliorare l’asma che l’affliggeva: oggi pesa 60 chili e corre la mezza maratona, con buona pace del medico sportivo!

La condivisione: Francesca scrive per professione, è una blogger e consulente  di comunicazione on line, per lei è stato quasi naturale condividere il suo percorso in rete sul suo blog Panzallaria. L’impatto è stato stimolante: ha riscosso simpatia e ammirazione, ha ricevuto incoraggiamenti, e il rinforzo positivo che ne è derivato l’ha aiutata a non mollare, non solo per se stessa, ma anche per i molti che dimostravano di credere in lei e di prenderla a esempio.

Last but not least, l’amore. I cambiamenti più significativi sono mossi dall’amore, di noi stessi, anzitutto, ma anche di chi abbiamo a fianco nel percorso di vita. Il compagno di Francesca ha condiviso tutti i passaggi della muta, con amore, nel giusto equilibrio tra presenza e discrezione, e credo che la sua presenza sia stata determinante.  

Francesca Sanzo non elargisce consigli, né pretende di sostituirsi a un professionista. Con umiltà e lucidità ci racconta qual è stato il suo personale percorso verso il cambiamento e chi leggerà il libro comprenderà che il messaggio dell’Autrice è applicabile a qualsiasi muta.

Rimarrà deluso, invece, chi cercherà ricette e suggerimenti per dimagrire in fretta e senza sforzo: 102 chili sull’anima non parla di diete, ma di cambiamento: è la storia di dodici mesi di un percorso destinato a non terminare mai, perché la ricerca dell’equilibrio e della realizzazione personale è lunga quanto la nostra stessa vita.

Francesca Sanzo, 102 chili sull’anima, Giraldi Editore, 2015.

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

G. Vi racconto Gaber

Chi ha amato Gaber non può non commuoversi leggendo questa bella testimonianza di Sandro Luporini, che con Gaber ha condiviso più di trent’anni di sodalizio artistico e personale.

E’ schivo Luporini, e il suo nome lo leggevamo solo nelle locandine degli spettacoli. Oppure lo scandiva Gaber, alla fine dei concerti, prima degli storici bis: “SANDRO LUPORINI!”

Oggi l’amico esce dal suo silenzio e parla, finalmente, non solo regalandoci quel Gaber che solo lui avrebbe potuto raccontare, ma soprattutto facendoci capire quanto profondo e intenso sia stato il loro legame. Senza Luporini non ci sarebbero stati il signor G. e tutte le esperienze musicali e teatrali, fino a “Non insegnate ai bambini”, ultimo struggente atto del percorso artistico di Gaber, ma anche del sodalizio Gaber Luporini.

Per tutto il libro ho avuto la sensazione di sentir parlare Gaber: ogni frase sembra scritta per essere letta da lui. Leggendo il libro si capisce bene perché. Gaber e Luporini non sono stati rispettivamente il musicista e il paroliere dei loro lavori, ma ciascun lavoro è nato da un dialogo intenso tra i due, fino a diventare il frutto di una voce sola.

Una voce sempre presente a commentare gli anni difficili della nostra storia, una voce libera dai condizionamenti e dalle appartenenze, anche a costo di pesanti critiche. 
Così, noi che siamo cresciuti assieme al signor G., mentre ripercorriamo la storia del Teatro Canzone, riviviamo anche la storia della nostra vita, e il malessere esistenziale di fronte a un mondo che ci piace sempre meno è stato anche il nostro malessere. 

Chi cerca in questo libro il Gaber privato, rimarrà deluso. La riservatezza che ha caratterizzato la vita di Gaber è la stessa del suo amico Luporini. Ci concede solo qualche tenera incursione: Gaber con le Clark in spiaggia, e con il cappotto al ristorante in riva al mare in giugno, “per via degli spifferi”. E poi si ferma, con delicato pudore, di fronte alla malattia.

A me, e a tanti come me che c’eravamo, rimane un rimpianto: non aver fatto in tempo a condividere con i nostri figli gli spettacoli di Gaber, e sono tanti i ragazzi che avrebbero voluto esserci. Forse è anche per questo che nel libro Luporini immagina di raccontare il suo Gaber a un giovane, Lorenzo. 

Degli spettacoli sono rimaste pochissime tracce, come lo stesso Luporini lamenta, chiedendosi lui per primo come mai non abbiano mai pensato di filmarli. Ma forse è meglio così. La magia rimane nei nostri ricordi e in parte la ritroviamo leggendo questo libro. 

Io ricorderò i bis. Era un momento speciale: terminato lo spettacolo, Gaber tornava sul palcoscenico, le luci rimanevano accese, lui prendeva la chitarra e, stanco e sudato, cantava le canzoni più amate, trasformando il teatro nel luogo di una festa tra amici. Ogni volta ci faceva credere che era lì solo per quella sera, solo per noi. Grazie Gaber. Grazie Luporini.

Sandro Luporini, G. Vi racconto Gaber,  Mondadori, 2013

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall’alto i problemi sembrano più piccoli

Dall'alto i problemi sembrano più piccoliAvere un sogno, realizzarlo e non smettere di sognare: questo spinge l’astronauta italiano Paolo Nespoli a tornare nello spazio a sessant’anni.

L’Agenzia Spaziale Italiana ASI e l’Agenzia Spaziale Europea ESA hanno annunciato che il 29 maggio del 2017 Paolo Nespoli partirà per una missione di sei mesi sulla Stazione Internazionale ISS. Nespoli, alla sua terza esperienza, a quella data avrà sessant’anni e sarà il più anziano astronauta a rimanere così a lungo nello spazio.

Mi sono chiesta che cosa spinga un uomo della sua età, che dalla vita ha avuto molto e ha centrato gli obiettivi che si era posto, ad accettare un incarico così gravoso sul piano fisico e psicologico.  Incuriosita ho cercato la risposta nel suo libro.

Paolo Nespoli da ragazzo aveva un sogno: diventare astronauta. Poi la vita lo ha portato altrove e il sogno è rimasto a lungo nel cassetto.

A 27 anni ha una carriera militare ben definita: fa parte delle Forze Speciali come incursore paracadutista presso il 9° Reggimento Col Moschin e si trova in Libano nella Forza Multinazionale di Pace.

Un giorno riceve l’incarico di accompagnare Oriana Fallaci ovunque lei voglia andare nelle zone di guerra, e di vigilare affinché non le accada nulla.

Terminata per entrambi l’avventura libanese, sulla via del ritorno, la Fallaci gli chiede: “Ma tu, cosa vuoi fare da grande?”. A lui viene in mente il regalo di Caterina, la sua fidanzatina dell’adolescenza: il libro della Fallaci Se il sole muore, che aveva contribuito a far nascere il sogno di volare nello spazio. Dopo averci pensato un po’, risponde “l’astronauta”, aggiungendo subito di essere ormai troppo anziano, senza laurea e privo della conoscenza dell’inglese. Implacabile la risposta della scrittrice: “E perché no? Sei giovane e capace e se questo è il tuo sogno devi crederci e darti da fare”.

23 anni più tardi Nespoli parte per la missione con lo Shuttle, in seguito trascorre  sei mesi sull’ISS, nel 2010. Nel mezzo, anni di fatica e di duro lavoro, sempre con la convinzione che i sogni si possano realizzare.

Nel libro di Nespoli ho trovato la risposta che cercavo – e che speravo di trovare: è per la realizzazione dei nostri sogni che vale la pena di lottare, faticare, senza arrendersi mai.

Che caratteristiche deve avere un sogno per essere realizzabile? Secondo Nespoli, deve essere un sogno realistico: “impossibile ma non troppo”, “lontano ma non irraggiungibile”, “da incosciente ma non da dissennato”.

E poi, il sogno deve essere coerente con i nostri valori profondi, deve dare significato agli sforzi profusi per realizzarlo e alla nostra vita stessa.

Nespoli si sorprende quando va nelle scuole a parlare della propria esperienza e ragazzi di 12-13 anni gli domandano quanto guadagna, per decidere se da grandi vorranno o meno fare gli astronauti. Il messaggio che cerca di trasmettere ai giovani è che l’impegno che metteranno per portare avanti le loro scelte darà buoni frutti se sostenuto da significati più alti e profondi del semplice desiderio di diventare “ricchi e famosi”.

L’obiettivo di Nespoli è

“spronare a sognare, a sognare cose impossibili, e poi svegliarsi e impegnarsi a realizzarle, perché se riesci ad andare in un posto con la mente, probabilmente ci potrai arrivare anche con il corpo. Tutti, se ci credono, possono accedere al proprio sogno, ma occorrono perseveranza, sacrificio, impegno e soprattutto passione. Alla fine è meglio essere preparati per qualcosa che non succederà mai piuttosto che lasciarsi sfuggire un’opportunità perché non si era pronti.” 

Paolo Nespoli, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli. Lezioni di vita imparate dallo spazio, Mondadori 2012

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Ansia, depressione, panico: non dire mai…

Una mia paziente, nel  raccontarmi le tensioni nella sua famiglia, mi ha detto: “Scriva sul suo sito quali sono le parole che una persona ansiosa e depressa non vorrebbe mai sentirsi dire, soprattutto dai propri familiari.

Forse qualcuno, leggendo, rifletterà su quanto certe parole ci possano ferire.”

Pensando a lei, e ai tanti pazienti che hanno condiviso con me le proprie sofferenze, e pensando anche alla sensazione di impotenza che spesso si prova nei confronti delle persone care sofferenti, provo a elencare quello che secondo me sarebbe meglio non dire a chi soffre di un disagio psicologico.

È tutta questione di volontà, devi sforzarti.

È sorprendente notare come anche le persone dotate di una forte volontà, quando cadono in uno stato di sofferenza psicologica, faticano persino a decidere che abito indossare.

La volontà si paralizza, soprattutto negli stati depressivi. Il paziente non vuole, non può volere: se solo potesse, sarebbe il primo a voler uscire dal suo stato.

È doloroso e umiliante sentirsi dire: “sforzati, metticela tutta”, quando la volontà è paralizzata.

L’atteggiamento più efficace consiste nel comunicare che comprendiamo bene che è non è per cattiva volontà, ma per reale difficoltà che certe azioni diventano difficili.

È utile dare messaggi di fiducia nel futuro, magari raccontando storie di persone che sono uscite da periodi neri e adesso stanno bene.

Lascia stare, ci penso io.

Vedendo un familiare che fatica a portare a termine le proprie incombenze abituali, può venire naturale cercare di sollevarlo.

Pensiamo ad esempio al marito che si occupa delle faccende di casa quando la moglie non ci riesce più.

Così facendo, però, aumentano le sensazioni di inadeguatezza e di fallimento e rinforza nella moglie la convinzione di “non essere più capace di fare nulla”.

La persona cara va aiutata, senza però sottrarle i ruoli che abitualmente ricopriva.

Va piuttosto incoraggiata ad andare avanti comunque, enfatizzando i suoi successi, grandi o piccoli che siano, nella battaglia quotidiana contro il malessere psicologico.

Guarda chi sta peggio di te. 

Il senso di colpa e di inadeguatezza sono tra le caratteristiche principali del disagio psicologico, primo tra tutti la depressione.

Il depresso, o chi è preda dell’ansia, o è prigioniero degli attacchi di panico, sa benissimo che c’è chi sta molto peggio, ed è anche per questo che si sente ancora più in colpa.

Non serve ricordarglielo.

E’ necessario invece fargli sentire che comprendiamo molto bene che il suo malessere è davvero difficile da gestire, ma siamo fiduciosi nel fatto che è possibile sconfiggerlo.


Pensa a quanto fai soffrire chi ti vuole bene

Una variante è: sto male per causa tua.

Anche affermazioni di questo genere aumentano i sensi di colpa.

Chi sta male, soffre anche per la consapevolezza del disagio che provoca ai suoi cari: è inutile e dannoso ricordarglielo.

Le persone care dovrebbero fare un passo indietro rispetto al loro personale (e comprensibile) dolore e rassicurare rimarcando la loro affettuosa presenza.

Frasi come: “assieme ce la faremo” sono efficaci e fanno un gran bene.

Non sono questi i veri mali.

Simile alla affermazione precedente è l’insinuazione che, in definitiva, chi soffre di problemi psicologici non sta male “davvero”. I veri malanni sono quelli che si vedono, che si “toccano con mano”.

Così si sminuisce la sofferenza dell’altro provocandogli dolore, impotenza, frustrazione.

E’ più efficace dire: “mi è difficile comprenderti, perché non ho mai provato quello che provi tu”.

Con te non c’è nulla da fare: tutti gli sforzi per aiutarti sono inutili.

Parole del genere non faranno che rinforzare i sentimenti negativi e i sensi di colpa che già accompagnano il disagio psicologico. Fanno sentire inadeguati e incapaci di ricambiare tutto l’affetto che viene profuso.

L’aiuto vero è quello di chi sa dare senza aspettarsi nulla in cambio.

La terapia che hai scelto non va bene, prova a cambiare.

È assai probabile che il paziente sia giunto a chiedere aiuto dopo un periodo di incertezze e timori.

Mettere in discussione la sua decisione e l’autorevolezza della figura terapeutica prescelta lo riporterà indietro, facendolo precipitare in un vortice di dubbi e di ricerche spasmodiche della terapia “giusta”.

Così, sortirà l’effetto della farfalla impazzita che, accecata dalla luce, sbatte qua e là, senza riuscire a uscire dalla stanza.

È meglio rinforzare la scelta fatta – che sia un percorso di psicoterapia o una cura farmacologica o la sinergia tra le due – parlando in termini positivi del professionista che ha preso in carico il proprio caro.

È evidente che dopo un periodo ragionevole di terapia, in assenza di miglioramenti significativi, sarà il paziente stesso a porsi il problema di cercare altre soluzioni.

Butta via le medicine, ti fanno solo male.

Spesso il paziente arriva ad assumere i farmaci dopo aver vinto molte paure: degli effetti collaterali, di diventare dipendente, di cambiare personalità.

Se con la guida dello specialista è arrivato a decidere di assumerli, sarebbe un grave errore indurlo a interrompere la terapia, soprattutto bruscamente e senza la supervisione del medico.

In conclusione.

Ricordiamoci che i consigli spesso irritano, soprattutto quando non sono richiesti.

Ancor più possono risultare sgradevoli per coloro che con ogni probabilità hanno già tentato, senza successo, di mettere in pratica quanto stiamo suggerendo loro.

Teniamo anche in considerazione il fatto che, quando elargiamo consigli, ci sovrapponiamo all’altra persona, suggerendole di comportarsi come noi ci comporteremmo nella sua situazione.

Ma ciascuno di noi è diverso, ha la sua storia e, soprattutto, chi non sperimenta sulla propria pelle la sofferenza psicologica non può dire che cosa farebbe se la vivesse davvero.

Le persone che soffrono di disagi psicologici hanno bisogno di sentirsi comprese, sostenute e incoraggiate a guardare avanti: come scrive lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel titolo di un suo libro: “Non c’è notte che non veda il giorno”.

 

Amori supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché 

Amori supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché 

             Non sei tu, sono io. Sei una persona meravigliosa, ma… non ti amo più.

Inizia spesso con queste parole il tormento di chi, abbandonato senza un perché, subisce un tracollo emotivo devastante.

Dopo I narcisisti perversi e le unioni impossibili, Enrico Maria Secci va ancora una volta dritto al cuore dei suoi lettori, trattando dell’abbandono repentino e immotivato del partner in una relazione che appariva priva di problemi. 

Secci li chiama amori supernova: come le esplosioni stellari, sono improvvisi e devastanti.

Amori supernova conferisce dignità scientifica a un argomento spesso sbrigativamente reputato appannaggio della posta del cuore nelle riviste femminili.

Sfatando il luogo comune per cui, nella rottura di una coppia, la “colpa” è sempre di entrambi, Secci evidenzia una vera e propria psicopatologia in chi abbandona il partner dal giorno alla notte e senza conoscere le motivazioni del proprio cambiamento.

La vittima dell’abbandono incorre in un vero e proprio “disastro emozionale”, un trauma che, se non adeguatamente elaborato, può evolvere in una sindrome psicopatologica paragonabile al disturbo post traumatico da stress.

Disperazione, incredulità, autocolpevolizzazione, rabbia, amarezza, attesa, rassegnazione: così è lastricato il percorso di dolore di chi è stato abbandonato.

E’ un percorso che porta inevitabilmente alla perdita del senso della propria vita, e la perdita del senso – come ci ha insegnato il grande psicologo Viktor Frankl – conduce alla depressione.

Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché, recita il sottotitolo. 

Si può intervenire – e si deve – perchè la persona abbandonata elabori il lutto e non riproduca in una relazione futura le medesime dinamiche disfunzionali che hanno favorito la rottura.

Secci delinea i percorsi possibili. Parte dalla diagnosi, enucleando i tratti di personalità ricorrenti in chi abbandona e proponendo degli strumenti per individuarli.

Attraverso la narrazione di storie reali, tratte dalla sua esperienza professionale, l’Autore illustra i contesti psicologici che favoriscono il fenomeno, le dinamiche psicologiche di chi abbandona e di chi è abbandonato e le soluzioni possibili per ritrovare nuovi e più funzionali equilibri.

Suggerisce dunque i percorsi terapeutici più adatti, e lascia intendere che il sostegno dello psicoterapeuta è di vitale importanza per poter affrontare in maniera equilibrata le relazioni future.

Secci ha mantenuto i contatti con le coppie di cui ha narrato la storia, potendone così valutare la situazione a distanza di tempo dalla fine della terapia.

Sorprende constatare che spesso l’abbandono del partner non ha portato alle persone supernova la realizzazione sperata. Al contrario, le ritroviamo deluse e smarrite, a idealizzare l’amore ormai perduto che, al contrario, ha recuperato un sano equilibrio emotivo e affettivo.

Non sempre è così. Può anche accadere che  i partner riescano a ricostruire la coppia su basi rinnovate, ma per fare questo occorre la volontà e la capacità da parte di entrambi di mettersi seriamente in discussione.

Amori supernova è una lettura molto utile per chi subisce il trauma dell’abbandono, ma non è un manuale di auto aiuto: se mai, suggerisce spunti di riflessione su cui impostare il proprio percorso di superamento del trauma, possibilmente con il sostegno di un professionista.

È utile alla supernova, perché rifletta sul fatto che probabilmente non è l’abbandono del partner la soluzione al suo disagio, ma forse c’è dell’altro e vale la pena di approfondire.

È utile allo psicoterapeuta, che coglierà le coordinate cliniche efficaci nell’approccio alle dinamiche di chi è abbandonato e di chi abbandona.

Il linguaggio è quello consueto di Enrico Maria Secci, come lo conosciamo grazie al suo blog e ai suoi numerosi libri: chiaro e comprensibile a tutti, pur nel rispetto del rigore scientifico.

Infine, una considerazione. L’opera è il risultato degli studi e della esperienza clinica dell’Autore, ma riflette tutta la sua umanità. 

Secci, infatti, confida di sapere che cosa si provi, avendo sperimentato egli stesso il dolore di cui scrive. Lo psicoterapeuta non è esente dalla sofferenza e, quando arriva, ha il dovere morale di gestirla correttamente, per aiutare al meglio i pazienti.

Anche lui dunque ha sofferto e lavorato intensamente per riprendere in mano la sua vita.

E alla sua supernova il dottor Secci dedica questo libro.

Enrico Maria Secci

Amori Supernova. Psicosoccorso per cuori spezzati senza un perché

Youcanprint, 2017

SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

Conversazione con Samanta

 

Samanta ha perso il suo bambino a causa della Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante, e accetta di condividere la sua esperienza.

Samanta era una donna appagata. Aveva uno splendido bambino, Niccolò, di quattro anni, un matrimonio sereno, una professione che amava. Insieme al marito decise di avere un secondo figlio, e questo suo desiderio diventò ben presto realtà.

Iniziò una nuova gravidanza, molto serena, che venne portata a termine senza alcun problema. Alla fine del nono mese nacque il piccolo Lorenzo, con un parto cesareo. Il bimbo era sano, Samanta era felice e contava le ore che la separavano dal momento in cui sarebbe tornata a casa e Niccolò avrebbe finalmente conosciuto il nuovo nato.

La sera del suo secondo giorno di vita, Lorenzo venne portato nella stanza della mamma per la poppata e poi riportato nella nursery, Samanta si addormentò serena. Alle tre di notte venne svegliata dai medici, la sua stanza all’improvviso si riempì di persone, la voce del pediatra le riecheggia ancora nelle orecchie: “C’è stato un problema, il bambino, purtroppo è deceduto”.

Si chiama SIDSSindrome della Morte Improvvisa del Lattante, dietro questa sigla, dietro le gelide, forse imbarazzate parole del pediatra, inizia l’elaborazione di un dolore terribile.

Samanta e il marito chiedono aiuto, vogliono fortemente che la loro famiglia continui a vivere. Per Samanta continuare a vivere significa anche far sì che la sua sofferenza non sia inutile e decide di parlarne, nella speranza di aiutare altri genitori che si trovano in situazioni analoghe. È anche per questa ragione che Samanta accetta di rispondere alle mie domande e mi autorizza a pubblicarle sul sito. Di questo la ringrazio di cuore.

Appena tornata a casa, non so con quale coraggio, mi sono messa al computer, non sapevo neanche cosa fosse la SIDS, l’ho cercata col motore di ricerca ed ho trovato l’indirizzo di un’Associazione di genitori che come noi aveva perso un bambino per la SIDS. Ho preso contatto e lasciato il mio numero di telefono e sono stata contattata immediatamente. Ho anche cercato, sempre su Internet, una terapeuta che si occupasse dell’elaborazione del lutto nella mia città, l’ho chiamata e ho preso subito un appuntamento.

In una sua recente intervista su Repubblica lei accenna alla depressione di cui soffrì nel passato. Dopo la morte di Lorenzo ne ha sofferto di nuovo, o ha avuto timore di soffrirne?

Sì, nel passato ebbi un episodio depressivo in seguito alla separazione dei miei genitori. L’eventualità di una ricaduta era la mia paura più grande, e non solo mia, ma di tutta la mia famiglia che già in passato si è trovata con me a dover affrontare questo problema, ma questa volta non è successo. Io credo sia dipeso da diversi fattori; anzitutto in questa occasione non ho bloccato le mie emozioni, come avevo fatto allora, ma con l’aiuto e l’appoggio di tante persone ho avuto modo di tirar fuori tutta la mia sofferenza. Dopo la morte di Lorenzo, non avevo motivo di nascondere il dolore, come invece era stato per la separazione dei miei genitori, e sentirmi libera di esprimere ciò che sentivo dentro ha fatto sì che il dolore non si incanalasse nella depressione.
E poi questa volta non ero sola col mio dolore, avevo mio marito e soprattutto il mio piccolo Niccolò che con la sua gioia di vivere mi ha dato tutti i motivi del mondo per andare avanti.

Al di là delle comprensibili e dolorosissime ricadute negative sulla coppia, vi sono, e se sì, quali, delle ricadute positive nella relazione tra lei e suo marito, dopo questo lutto?

Quando abbiamo iniziato ad andare dalla terapeuta lei subito ci parlò del rischio di una eventuale separazione in tragedie simili alla nostra, ma si accorse ben presto che non era il nostro caso. In questi mesi ho capito più che mai che mio marito è l’uomo che vorrei accanto per tutta la vita, perché se siamo riusciti a rimanere insieme in una situazione difficile come questa, credo che lo rimarremo per sempre. Ora cerchiamo di goderci le piccole cose, di parlare di più e soprattutto di concentrare tutto sulla nostra famiglia perché adesso è solo quella che conta, i problemi della vita quotidiana ora cerchiamo di sdrammatizzarli molto.

Come avete affrontato il problema con il vostro primogenito?

In un primo momento, per istinto di protezione abbiamo evitato di parlare con Niccolò di quello che era accaduto a Lorenzo. Abbiamo fatto sparire da casa tutte le sue cose, i pannolini, i vestitini, la culla, la carrozzina e non ne abbiamo più parlato. Ma Niccolò continuava a chiedermi dov’era Lorenzo, se era uscito o no dalla mia pancia e perché non era arrivato a casa e io gli rispondevo che Lorenzo era volato in cielo ma lui non capiva, mi chiedeva se c’era andato con l’aereo per andare in vacanza e quando sarebbe tornato. Parlando con i genitori dell’Associazione e con la terapeuta, ho capito che Niccolò aveva diritto ad una spiegazione, doveva capire dov’era Lorenzo perché il rischio era che nella sua piccola testa i pensieri potessero trasformarsi in incubi, in fantasmi, e che era meglio affrontare la situazione da subito. Così mi sono fatta coraggio, ho mostrato a Niccolò una foto di Lorenzo, abbiamo parlato, gli ho detto che il suo fratellino era nato, ma che stava male, un male che però a Niccolò non poteva succedere perché lui ormai era grande, che era morto,che era stato portato in un grande giardino pieno di alberi e fiori e che una volta ci saremmo andati in questo posto a portargli dei fiori. Gli ho fatto toccare le mie lacrime, gli ho detto che ero tanto triste ma che lui non doveva spaventarsi per questo che poi pian piano sarei stata meglio, che gli volevo tanto bene e che ero contenta che ci fosse lui con me. Poi abbiamo messo insieme la foto di Lorenzo all’ingresso e ogni tanto andiamo a riguardarcela insieme. Da quel giorno Niccolò parla con tranquillità del suo fratellino e mostra la sua foto a chi viene a trovarci a casa.

La coppia che si trova di fronte a un evento così drammatico è spesso circondata da persone, parenti o amici, che voglio “aiutare”. E’ successo anche a voi?

Per quanto riguarda il mio vissuto, ho sperimentato la sensazione di una barriera con le persone, il fatto che tutti cerchino sempre per forza di consolarti, di dirti che devi farti coraggio, che non devi piangere, che tutto passerà presto perché il tempo cancella tutto. Secondo me sono le frasi più sbagliate del mondo da dire a chi soffre in quel momento e avrebbe invece solo voglia di piangere e di sfogarsi. Penso che potrebbe essere utile far riflettere chi sta accanto ad una persona che sta male per un lutto. Io credo che anche i familiari e gli amici abbiano bisogno di aiuto su come star vicino a chi ne ha bisogno, a non aver paura di confrontarsi col suo dolore ma di aiutarlo nel suo percorso di elaborazione, non di negazione.

Un momento difficile dopo ogni parto è il recupero di un’immagine corporea soddisfacente. Spesso la neo mamma non ritrova la propria avvenenza, ma è in qualche modo “ricompensata” dalle emozioni che il bambino le dà. Lei Samanta è una bella donna e il corpo è in un certo senso il suo “strumento di lavoro”, poiché lavora in palestra. Come ha affrontato il problema del recupero del suo sé corporeo?

All’inizio è stata davvero dura. Tutto del mio corpo mi ricordava continuamente che avevo appena partorito, ma mio figlio non era con me. Il mese successivo al parto poi ho dovuto subire un intervento alle vene che mi ha costretto a rimanere ferma per altro tempo. Rientrare in una sala operatoria dopo il parto cesareo è stata una prova durissima, mi sono sentita davvero male, è stato come riaffrontare il parto. Mentre mi operavano piangevo disperata, mentre mio marito mi stringeva la mano e si sentiva male anche lui, tanto che è dovuto uscire dalla stanza. Qualche mese dopo poi ho deciso di sottopormi ad un intervento di addomino plastica a causa di un cedimento della parete addominale che era già avvenuto col parto di Niccolò. È stata un’altra prova durissima, un intervento molto invasivo con un lungo periodo di degenza, non so dove ho trovato la forza, ma adesso il mio corpo è tornato a posto, ho ripreso ad allenarmi e a lavorare. Quando mi guardo allo specchio ora vedo il corpo di una donna che può avere ancora figli e non di una neo mamma senza il suo bimbo.

Secondo alcuni studiosi la depressione trarrebbe origine da un lutto non elaborato correttamente. Sente questa affermazione vera per la sua precedente depressione, e in che modo ha lavorato e sta lavorando perché ciò non si determini oggi?

Quando i miei genitori si separarono all’improvviso avevo 18 anni e mi dissero che dovevo capire, che ormai ero grande, che dovevo farmi forza, per loro era giusto così e basta. Io quindi non versai quasi neanche una lacrima, mi tenevo tutto dentro, pensavo davvero di aver capito e che non c’era nessun problema, anche se mio padre aveva un’altra donna e mia madre piangeva. Poi a distanza di due tre anni, all’improvviso ho iniziato a star male, a piangere, a non mangiare, non dormire, a non aver più voglia di fare nulla, ma nessuno capiva cosa avessi. La mia vita per tutti era perfetta, non avevo motivi per lamentarmi. Evidentemente invece qualcosa di grave che non andava c’era, era qualcosa che da tempo mi portavo dentro, che ogni giorno cresceva ma di cui io non parlavo a nessuno, neanche a me stessa. C’è voluto diverso tempo per capire quale fosse il problema, anni di terapie, di farmaci antidepressivi, ma questa volta no, non ci sono cascata, non ho ripetuto l’errore di tenermi tutto dentro, ho affrontato da subito il problema, già a poche ore dall’accaduto. Ero terrorizzata all’idea di crollare, perché questa volta non ero sola ma avevo un bambino meraviglioso da crescere e non volevo essere una mamma depressa.

A questo proposito, voglio ribadire ancora una volta l’importanza di aver avuto accanto a noi persone esperte, in grado di farci comprendere che il lutto passa attraverso varie fasi e che la cosiddetta “elaborazione del lutto” è un processo necessario, seppur doloroso.

All’inizio la disperazione è totale, sembra di sprofondare, c’è stato un crollo iniziale, quando non pensavo che alla disperazione. Poi queste sensazioni sono evolute, perchè nel sito dell’associazione parliamo spesso di questi argomenti, delle varie fasi che accompagnano l’elaborazione del lutto, e anche se poi ognuno di noi ha reagito in maniera differente, un pò tutti abbiamo riconosciuto di essere passati attraverso delle fasi comuni, e addirittura un genitore ultimamente le ha anche raccolte in una mail che ha poi spedito a tutti.

Spero tanto che rendere pubblica la mia esperienza possa servire a qualcuno per capire che non si starà sempre male allo stesso modo.

Una teoria psicologica molto interessante, la Logoterapia, ritiene che alla base di tante forme depressive ci sia una mancanza di significato, di “senso” della propria vita e della propria sofferenza. Dare un senso alla sua sofferenza è un suo obiettivo, allo stato attuale? E attraverso quali percorsi lo sta realizzando?

Quando ho conosciuto le famiglie che come noi avevano perso un bambino, ho notato in loro una grande forza che li sosteneva, pur continuando a convivere col dolore. All’inizio non capivo come avessero fatto, parlavo continuamente con loro proprio per capire dove fosse la loro “forza”. Poi ho capito che nessuno di loro si era fermato, avevano pianto si erano disperati, ma non si erano fermati. Ciascuno col proprio percorso così diverso, ma tutti uniti da un vissuto comune, e con la voglia di andare avanti.

Così anche io sto cercando di trovare il mio “senso” a quello che è successo, non un senso metafisico al quale non saprei dare una risposta, ma un senso umano.

Non voglio che il dolore per la perdita di Lorenzo porti negatività, non voglio ricordarlo come l’evento peggiore della mia vita, perché lui era mio figlio, un bambino bellissimo, e un figlio deve significare gioia nella vita di una madre e non essere una maledizione. Ma io non posso esprimere a lui direttamente questa gioia, non ce l’ho più tra le mie braccia, non lo posso baciare e riempire di attenzioni, allora come posso fare per non pensare solo al male che ho dentro e che mi lacera ogni volta che penso a lui? Io posso solo parlare di lui, di come sto cercando di affrontare la vita senza di lui, e di come la vita possa lo stesso valer la pena di essere vissuta per tutte le persone che ho accanto e che hanno un enorme valore perché le amo e voglio passare ancora tanti bei momenti con loro. Non dico queste parole come un’eroina, ma con gli occhi pieni di lacrime e lo stomaco contratto dal dolore, ma sto cercando di mettercela davvero tutta per andare avanti. Non sto affrontando tutto questo da sola, molte persone mi stanno aiutando e se io nel mio piccolo potrò aiutare qualcuno altro con le mie parole, ecco questo sarà il mio “senso “ per Lorenzo che non c’è più.

La culla vuota. Quando il bambino muore prima di nascere

La culla vuota. Quando il bambino muore prima di nascere

Il test di gravidanza risulta positivo: è la prima grande emozione del percorso che si concluderà con nascita di un figlio.

Compaiono i primi segni fisici, si programma il calendario dei controlli medici. E poi si manifestano le ansie, le emozioni, e anche i conflitti interiori: lo voglio davvero, sarò in grado di essere madre, la mia vita non sarà più come prima…

 

Poi, per la prima volta, si entra davvero in contatto con lui, quando il ginecologo fa sentire il battito del suo cuore, e l’ecografia mostra il minuscolo essere umano.

Tra alti e bassi, conflitti e paure, emozioni e gioie intense, ci si aspetta che la gravidanza si concluda con la nascita del bambino. Purtroppo non sempre è così. A volte, qualcosa inceppa il meccanismo perfetto della vita che cresce, e il bambino muore.

 

Il lutto perinatale

 

In termini medici, la morte del bambino dalla ventisettesima settimana di gestazione fino alla prima settimana dopo il parto viene definita lutto perinatale. Tuttavia, anche la morte in epoca antecedente, fin dalle prime settimane di gestazione, comporta un senso di perdita e di dolore, un vero lutto.

Che cosa si prova

La morte del bambino in utero, o immediatamente dopo la nascita, è una tragedia, e l’intensità dei sentimenti provati, la durata del lutto e i vissuti ad esso correlati sono del tutto paragonabili a ciò che si prova quando muore una persona adulta. Tuttavia, questo dolore non sempre viene riconosciuto, al contrario, il mondo esterno tende a minimizzarlo, o comunque a non comprenderne la reale portata. Sicché la mamma in lutto, la coppia in lutto, provano innanzi tutto un senso di solitudine. Frasi dette con l’intento di consolare possono far male, e non aiutano affatto: ne avrete presto un altro, è più doloroso perdere un figlio in età più avanzata, una nuova gravidanza è l’unica medicina…

Purtroppo, anche chi dovrebbe aiutare per professione non sempre è preparato a farlo. Medici o psicologici, che non abbiano avuto una preparazione specifica su come trattare gli aspetti psicologici del lutto perinatale, talora non danno il giusto supporto, magari perché loro stessi non hanno affrontato personalmente il problema della morte. 

Quale che sia la causa della morte, quasi tutte le madri, nella prima fase del lutto provano un senso di colpa, del tutto ingiustificato a livello razionale, ma molto doloroso e difficile da estirpare, proprio perché non appartiene alla sfera razionale: avrei dovuto riposarmi di più, non avrei dovuto lavorare, ho scelto il ginecologo, o l’ospedale sbagliato, se avessi fatto quell’analisi in più …

A questi sentimenti, si aggiunge la difficoltà a relazionarsi con le persone. Si fatica a rispondere a coloro che non sanno e fanno domande inopportune: allora, è nato?, a chi alimenta il dolore con commenti inadeguati, a chi i figli li ha e non smette di parlarne, rinnovando il senso di vuoto e di inadeguatezza della mamma mancata.

Che fare


Disperazione, solitudine, senso di colpa, difficoltà a relazionarsi con le persone
 sono tra i sentimenti che più spesso vengono riferiti dalle coppie che hanno appena perso il loro bambino. Che cosa si può fare per uscirne?

Ciascuna persona è unica e vive il suo dolore a proprio modo, tuttavia, vi sono alcune indicazioni che si rivelano utili per la maggior parte delle mamme e delle coppie in lutto e vale la pena di elencarle:

Accettare il fatto di essere in lutto

Quale che sia l’epoca gestazionale in cui il bimbo muore, che sia appena un embrione, o un bambino morto poco dopo la nascita, la sua perdita è una tragedia. Non serve ignorare questa realtà, né cercare di “essere forte”. Il lutto va vissuto, elaborato e, solo alla fine del processo di elaborazione, lo si può accettare, mettendo in atto un adattamento sano, che consenta di andare avanti nel percorso di vita. Questo processo varia da persona a persona, può essere più o meno lungo, in genere dura dai sei mesi ai due anni.

 

Coltivare il lutto per “quel bambino”

 

Anche il bambino mai nato, mai realmente conosciuto, è già perfettamente inserito nel contesto genitoriale e familiare. I genitori non piangono un bambino, ma “quel” bambino, che, a livello di fantasia, ha già un posto importante nel loro cuore e nella loro vita.
Non serve cercare di cancellarlo, né di sostituirlo con la fantasia di un altro bambino. Quel bambino ha già il suo posto e vi rimarrà per sempre: l’elaborazione del lutto permette di smorzare l’intensità del dolore, non a cancellarne il ricordo.

 

Dare parole al dolore

 

Il dolore va espresso, soffocarlo non aiuta, al contrario, peggiora la situazione. È necessario esprimere ciò che si prova, senza il timore di apparire deboli, o fragili, o inadeguati. Nella nostra cultura siamo così poco abituati a esprimere il dolore per un figlio non nato, che non esistono nemmeno le parole per descriverlo, e il tabu che spesso avvolge la morte nel silenzio diventa ancora più resistente quando la morte riguarda un bambino non nato. Sicché il silenzio si tramuta spesso in una barriera che separa dal mondo esterno, e, nello stesso tempo, in un guscio illusoriamente protettivo. Rompere questo silenzio fa bene, a patto che siano i protagonisti a farlo, nei modi e nei tempi che sentono più consoni.

 

Riconoscere le proprie necessità e assecondarle

 

C’è chi, dopo la morte del bambino, vuole riprendere al più presto la vita di prima, chi si chiude nel proprio dolore. C’è chi ha bisogno di “sapere” e indaga su tutti gli eventi che hanno preceduto la tragedia, con l’intento di trovarne le cause, chi, invece, preferisce non chiedersi troppi perché. 
L’elenco potrebbe continuare: ciascuno soffre a proprio modo. Ciascuno dovrebbe fare ciò che ritiene più vicino al proprio sentire, con una importante raccomandazione: è necessario individuare quello che vogliamo davvero e non quello che crediamo che gli altri si aspettino da noi. Non importa se siamo sempre stati considerati forti. Concediamoci il permesso di essere deboli, fragili, inadeguati.

 

Comunicare, condividere, confrontarsi

 

Nei momenti più dolorosi sembra che solo chi ha vissuto la nostra stessa esperienza possa comprenderci, e in parte è così. Molte persone traggono giovamento dai gruppi di auto aiuto, dove afferiscono persone che condividono la stessa esperienza, ed è provato che tali gruppi sono molto efficaci. L’avvento di Internet ha facilitato questo processo, e molti gruppi virtuali raccolgono persone geograficamente lontane tra loro, ma vicine nell’esperienza della perdita.
Che si scelga un gruppo strutturato, o semplicemente che ci si avvicini ad amici o conoscenti che hanno vissuto la medesima esperienza, la condivisione e il confronto sono senz’altro molto utili.

Può essere molto conosolante ed efficace conoscere l’associazione Ciao Lapo, fondata da due genitori, medici, che si sono trovati psicologicamente soli nell’esperienza della perdita del loro secondo bambino. Ciao Lapo è anche un sito, www.ciaolapo.it, sede di una comunità virtuale, un “non luogo” dove tutti hanno diritto di parola. Vale la pena di visitarlo: di sicuro aiuta a sentirsi meno soli.

 

Evitare le persone e le situazioni che creano disagio

 

Come abbiamo visto, non tutte le persone che fanno parte dell’ambiente sociale della coppia sono veramente adatte a sostenerla nel momento del dolore. Alcune persone si possono rivelare addirittura dannose. Siano estranei, o familiari, è il caso di individuarli e prendere consapevolezza che – al momento – possono peggiorare la situazione. Se ci si sente a disagio con loro, è opportunoproteggersi, anche dicendo chiaramente che non desideriamo parlare dell’argomento.
Anche alcune situazioni possono aumentare il disagio: ad esempio andare a trovare coppie che hanno appena avuto un figlio. Meglio declinare l’invito con fermezza e gentilezza, che sottoporsi a sofferenze che peggiorino una situazione già pesante.

 

Documentarsi… ma non troppo

 

Dopo aver vissuto un dramma, è naturale chiedersi come sia potuto accadere e raccogliere tutte le informazioni utili affinché non si ripeta in futuro. Ci si rivolge sempre più spesso alla Rete: una vera e propria miniera di dati, spesso provenienti da fonti autorevoli. Tuttavia, va evitato l’eccesso di informazioni, soprattutto se non sono filtrate da una adeguata conoscenza medica: nei momenti difragilità non fanno che aumentare l’ansia e la confusione. È meglio affidarsi alla struttura medica che prenderà in carico la prossima gravidanza: ad essa va demandato il compito di elaborare una rigorosa strategia di informazione e di prevenzione.

 

Ridare un senso alla coppia

 

Per quanto la coppia possa essere stata unita nel progetto di mettere al mondo un figlio e anche nel lutto che ha posto fine a tale progetto, la modalità di vivere il dolore può essere differente. È innegabile che è la donna a vivere nel suo corpo i segni della gravidanza e anche la lacerazione della morte, e il compagno deve cercare di comprendere anche atteggiamenti apparentemente incomprensibili, o, comunque, diversi da quanto si sarebbe aspettato dalla propria partner. 
In questa fase così delicata della vita di coppia, può essere davvero importante investire tutte le energie proprio nella coppia stessa. Prima di pensare a una nuova gravidanza, è necessario ridare un senso allo stare assieme, alla condivisione delle esperienze, e alla sessualità vissuta come ricerca di intimità fine a se stessa, slegata dal progetto procreativo.

 

Progettare la prossima gravidanza non come una terapia, ma come un percorso nuovo

 

Sebbene tutte le persone intorno alla coppia non facciano che ripetere che un altro figlio “rimetterà le cose a posto”, bisogna evitare di considerare la prossima gravidanza come una terapia, né pensare che cancelli miracolosamente il dolore. 
È consigliabile progettare la nuova gravidanza quando il corpo è pronto ad accoglierla – e questo lo valuterà il medico – ma quando anche la psiche lo è. Solo dopo aver realmente superato il lutto, si può affrontare serenamente il nuovo progetto. Un aiuto professionale può rivelarsi molto efficace per affrontare al meglio una scelta così importante.

 

Chiedere aiuto

 

Ci sono momenti della vita in cui è difficile farcela da soli e l’isolamento che si rischia può far soffrire anche di più. Bisogna chiedere aiuto e chiederlo alle persone giuste. Che si decida di ricorrere a un sostegno professionale o meno, le persone che ci possono aiutare devono avere una sufficiente conoscenza del problema, possedere doti di accoglienza e di partecipazione, saper ascoltare senza elargire consigli non richiesti.

 

La nuova gravidanza

 

È innegabile che il vissuto della precedente esperienza luttuosa avrà un peso sulla nuova gravidanza, ma bisogna fare il possibile per ridurlo al minimo.
Innanzi tutto, occorre cercare di chiarire, per quanto possibile, le cause della morte del precedente bambino, e solo una struttura ospedaliera accreditata può accertarle.
La stessa struttura saprà indicare tutto ciò che va messo in pratica per prevenire un evento analogo.
Una volta fatto tutto il possibile a favore di una corretta prevenzione, bisogna saper voltare pagina e vivere al presente. Il prossimo bambino non sarà una copia di colui che non è nato. Così la nuova gravidanza non sarà una copia della precedente.

Io ci sono

Io ci sono

Lucia Annibali Io ci sonoIl 16 aprile 2013 Lucia Annibali, giovane avvocatessa di Pesaro, rientrando la sera nel suo appartamento, trova ad attenderla un uomo che le lancia dell’acido sul viso e su una mano, sfigurandola. Lucida e determinata, pur nel dolore tremendo e nella confusione del momento, Lucia fa subito il nome del mandante: Luca Varani, anch’egli avvocato, con cui ha avuto una relazione tormentata. 

Varani viene arrestato la notte stessa.

Inizia per Lucia un calvario difficile da descrivere, fatto di interventi dolorosi e alternarsi di speranze e delusioni.

A distanza di un anno, proprio nei giorni in cui Varani viene condannato a vent’anni di carcere, Lucia Annibali pubblica la sua storia, in collaborazione con la giornalista Giusi Fasano, che con delicatezza e competenza la aiuta a dare parole al suo dolore.

E’ la storia di un anno di vita: dalla sera dell’acido – le Twin Towers della vita di Lucia – fino all’inizio della nuova vita.

Entriamo, anzi, veniamo catapultati, nella vita di Lucia la sera dell’agguato e la seguiamo con il fiato sospeso al Pronto Soccorso di Pesaro e poi al Centro Grandi Ustioni di Parma, mentre di ora in ora si svelano terribili verità: gli occhi non vedono più e non si sa se vedranno ancora, la pelle cola via e con essa i connotati del bellissimo volto di Lucia.

Lei non molla: decide subito di farcela, lo deve a se stessa, alla sua splendida famiglia che soffre accanto a lei, e, soprattutto, vuole, deve, voltare pagina, chiudere con la vita di prima, con il rapporto di non amore, il mostro che l’ha portata fin qui. E non c’è posto per l’odio e il rancore: chi ha voluto tutto questo diventa semplicemente “lui”, non merita nemmeno un nome, il suo nome Lucia non lo pronuncerà più.

Se c’è un mostro che ha voluto uccidere Lucia offendendone la bellezza, c’è anche un mondo di persone bellissime, Lucia le scopre giorno per giorno, mentre la prendono per mano per uscire dalla disperazione: dalla famiglia agli amici, dal personale medico agli investigatori, fino alla gente comune che vuole farle giungere una parola di solidarietà. Tutti hanno un posto in questa vicenda corale di solidarietà e di risposta all’odio e alla follia distruttiva.

Nel suo letto di ospedale, al buio in cui è sprofondata, Lucia rivive la sua storia di non amore, per raccontarla agli inquirenti, ma anche per liberarsene per sempre.

E noi la seguiamo con lei, stupiti quanto lei del fatto che non si sia accorta di tanti segnali, campanelli di allarme che – visti da fuori – farebbero dire a chiunque: “Ma come, non ti accorgi che in questa relazione troppe cose non vanno?”

Non deve essere stato facile scrivere queste pagine, ma leggendole si avverte l’urgenza che le ha dettate; è una sorta di percorso terapeutico che, come tale, ha in sé tanto dolore, ma promette alla fine la consapevolezza e la libertà.

Mi piacerebbe che tante persone leggessero questo libro per ricordarsi che il coraggio e la determinazione permettono di vincere anche le battaglie più dure e Lucia ce lo dimostra: è grazie al suo coraggio che giorno dopo giorno ha ricostruito il suo volto, ha ridato luce ai suoi occhi che sembravano spenti per sempre e ha iniziato una nuova vita, più intensa e significativa che mai.

Vorrei che lo leggessero in tanti – uomini e donne – perché il monito di Lucia è che la violenza, la mancanza di rispetto e di lealtà non sono mai segni di amore, ma atti da respingere sempre, fin dal primo momento: accettarne o sottovalutarne uno può significare l’inizio di una catena senza fine che può portare conseguenze tragiche.

Il Presiedente della Repubblica ha conferito a Lucia l’Onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana, e ha scelto l’8 marzo 2014, la giornata mondiale della donna, per onorare assieme a lei tutte le donne che hanno subito violenza.

Si tratta di un gesto significativo, ma non va dimenticato che la violenza non ha genere.

Lucia Annibali – Giusi Fasano, Io ci sono. La mia storia di non amore, Rizzoli, 2014.

I narcisisti perversi e le unioni impossibili

I narcisisti perversi e le unioni impossibili

I narcisisti perversi sono uomini e donne incapaci di intessere relazioni d’amore sane e rispettose dell’altro. Sono innamorati di se stessi – come il mitico Narciso – e  sanno provocare tanta sofferenza in chi ha la sventura di innamorarsi di loro. Le vittime del loro fascino non riescono a farsi amare in maniera matura e cadono quasi sempre nella trappola della dipendenza affettiva. 

Ce ne parla lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci in questo bel libro I narcisisti perversi e le unioni impossibili, il cui sottotitolo è una speranza e una promessa: Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi.   

Secci ha individuato i Narcisisti perversi attraverso le narrazioni dei suoi pazienti e le testimonianze dei numerosissimi frequentatori del suo Blog.

Egli osserva che molti pazienti approdati al suo studio  perché sofferenti di  attacchi di panico, depressione, fobie, disturbi alimentari, in realtà celano un disagio più profondo. Infatti, una volta sconfitto il sintomo per il quale è stato chiesto aiuto, permane un malessere, la sensazione che  ci sia ancora qualcosa da affrontare. Approfondendo la relazione terapeutica, emerge che questo “qualcosa” ha a che fare con una relazione sentimentale dolorosa, impossibile da migliorare ma anche da sciogliere: la dipendenza affettiva da un narcisista.

Il narcisismo è una struttura psicologica complessa e Secci ce ne illustra le caratteristiche con un excursus storico degli autori che l’hanno descritta. Va precisato che il narcisismo di per sé non è una patologia: esistono personalità narcisiste sane, di solito gradevoli e affascinanti. Diventa un elemento insano quando inserito in una struttura di personalità mal adattata e patologica.

Passando dalla teoria alla pratica, il libro presenta chiari modelli interpretativi, test di autovalutazione, e numerosi esempi pratici, ponendosi in tal modo anche come manuale di auto-aiuto. Certamente, non intende sostituire il terapeuta, ma fornisce gli strumenti per valutare se ci si trova davanti a un narcisista perverso e se si è caduti nella trappola della dipendenza affettiva.

Come sempre, il linguaggio di Enrico Maria Secci – dai post sul suo Blog ai testi professionali o divulgativi – è chiaro e accessibile a tutti, pur mantenendo la correttezza del rigore scientifico.

Per finire, vale la pena di sottolineare che I narcisisti perversi rappresenta un caso editoriale su cui riflettere.

È stato pubblicato presso una piattaforma di self publishing, sia nella sua veste cartacea che in e-book. Secci è Autore affermato e avrebbe trovato accoglienza presso qualsiasi Casa editrice a cui avesse proposto il suo testo, ma, volendo evitare i tempi lunghi del percorso editoriale classico, ha scelto la strada più veloce dell’auto-pubblicazione.

Senza il sostegno di un importante Editore, il libro ha scalato le vette delle classifiche di vendita con la sola forza del passaparola e soprattutto della validità del suo contenuto.

C’è una lezione da imparare: un libro si promuove da solo quando è ben scritto e il suo messaggio è utile alle persone.

Enrico Maria Secci,  Il narcisisti perversi e le unioni impossibili.  Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi,  Youcaprint Editore, 2015

Emicrania

Emicrania

EmicraniaOliver Sacks, il grande neurologo scomparso di recente, viene ricordato per i suoi libri più famosi, come “Risvegli” e “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mi piace ricordarlo anche con un libro meno conosciuto, “Emicrania”, che a mio avviso è ancora oggi – a distanza di tanti anni dalla sua pubblicazione  – un punto di riferimento sull’argomento.

L’emicrania è descritta da almeno 2000 anni: sconcertava Ippocrate, ha accompagnato la vita di personaggi come Giulio Cesare, Kant e Freud, e ancora oggi tormenta tante persone in tutto il mondo e in tutte le culture.

Sacks ne dà una descrizione esauriente e minuziosa, esaminandola da tutte le prospettive. Il libro è composto da cinque parti:

1. L’ esperienza dell’emicrania

Nella prima parte del trattato, Sacks ci guida alla sua scoperta dell’emicrania descrivendo le manifestazioni che incidono profondamente nel vissuto emotivo di chi ne soffre, tanto da da parlare di esperienza dell’emicrania.

I suoi sintomi sono così drammatici da terrorizzare chi li sperimenta per la prima volta, così complessi da sconcertare a volte persino il medico.

Non è semplicemente “mal di testa”, ma una costellazione di sindromi che esitano in diverse forme di emicrania, ciascuna caratterizzata da manifestazioni differenti, alcune bizzarre come l’aura emicranica, che provoca disturbi visivi, o inconsueti come lo strano benessere che precede alcuni attacchi.

Sacks elabora una classificazione in base ai sintomi, descrivendone minuziosamente le manifestazioni, con molti esempi concreti, tratti dai numerosi casi clinici che ha trattato:

° Emicrania comune

° Equivalenti emicranici

° L’aura emicranica e l’emicrania classica

° Nevralgia emicranica (“mal di testa a grappolo”), emicrania emiplegica, oftalmoplegica, psueudoemicrania.

2. L’insorgenza dell’emicrania

La seconda parte è dedicata all’eziologia dell’emicrania, alle ragioni per cui insorge, e all’analisi delle circostanze e degli agenti esterni che scatenano gli attacchi

3. Le basi dell’emicrania

La terza parte del libro è la più difficile per il lettore profano, poiché analizza i meccanismi fisiologici dell’emicrania.

4. Criteri terapeutici

La quarta parte del trattato parla di come si cura l’emicrania, sia nella fase acuta sia nell’ottica della prevenzione. Si parla di farmaci, ma non solo: anche di igiene di vita e di buone pratiche per evitare lo scatenarsi degli attacchi.

5. L’emicrania come universale

L’ultima parte del libro ci guida alla scoperta dell’aura emicranica, un fenomeno così complesso che è riduttivo ascrivere alla categoria dei disturbi visivi. Qui, il medico Sacks è anche artista, e con sguardo affascinato descrive l’aura nella storia e nell’arte, come l’hanno vissuta e tanti personaggi famosi e gente comune.

Non dobbiamo cercare di guarire se prima non abbiamo ascoltato

E’ sorprendente come la lettura di un trattato di medicina risulti così affascinante per il profano e questa è la grandezza di Sacks: aver scritto di argomenti difficili, trasformandoli in avvincenti viaggi nel cervello umano.

Anche quando affronta i risvolti più tecnici dell’emicrania, Sacks non perde mai di vista che, al di là delle classificazioni, delle ipotesi eziologiche e terapeutiche, è sempre alla persona emicranica e al suo vissuto emotivo che dobbiamo guardare.

Scrive Sacks:

Oggi noi ci diamo un gran da fare, attorno al paziente emicranico, con iniezioni e interventi che avrebbero fatto inorridire Liveing o i medici vittoriani, ed è proprio questa sorta di agitazione che può avere l’esito paradossale di aggravare anziché alleviare la malattia che cerca di guarire. Nella migliore clinica per emicranici da me visitata, il malato veniva condotto senza un movimento o una parola di troppo, in una stanza da letto buia; lì poteva stendersi, riposare, e volendo, ricevere un po’ di tè e un paio di aspirine.
I risultati di questo regime semplice e naturale erano di gran lunga più significativi di quelli da me osservati in altre cliniche, anche nei casi di attacchi di emicrania classica molto gravi. Ne ricavai la piena convinzione che, per la grande maggioranza dei pazienti e degli attacchi, la risposta non sta in farmaci sempre più potenti, e nemmeno nell’aggressione terapeutica, bensì nella sensibile comprensione della sofferenza; in un profondo senso della capacità guaritrice della natura stessa (vis medictrix naturae) e nell’umiltà con cui si cerca di armonizzarsi con la natura, mai di tiranneggiarla. (p. 390).

In quest’ottica, può anche accadere che l’emicrania abbia un senso nella vita del paziente, gli può persino “servire”, e non è prudente liberarlo dal suo giogo senza aver a lungo dialogato con lui. Paradossale – ma non troppo per chi conosce la psicosomatica – il caso del paziente matematico:

Un altro paziente tra i primi che visitai, il matematico sofferente di emicrania, impose alla mia attenzione considerazioni di tipo “economico”. Con lui, fu facile trovare farmaci antiemicranici efficaci. L’ergotamina funzionava, e anche molto bene; ma, quando lo guarii dall’emicrania, lo guarii anche dalla matematica: per quanto paradossale, sembrava che egli avesse bisogno della prima per conservare la seconda. Ed egli concluse: “Mi terrò l’emicrania: penso che sia meglio lasciare le cose come stanno”. Questa esperienza servì anche a contenere il mio smanioso bisogno di “curare”, mi portò ad ascoltare con più attenzione i pazienti e quello schema di “caratteristiche e fattori sempre mutevoli che il paziente emicranico subisce e al tempo stesso alimenta” (pag. 410).

Consiglio la lettura di questo libro innanzi tutto agli emicranici: si sentiranno meno soli e meno incompresi e impareranno a guardare con speranza al proprio problema, per  dare un senso alla propria sofferenza, primo passo per poterla curare nel senso più completo del termine.

Credo che lo debbano leggere anche i medici: soprattutto quei medici troppo sicuri che la pillola giusta risolverà il problema, quei medici che davanti a un paziente che soffre di emicrania pensano subito alla soluzione più rapida per la patologia e non all’approccio migliore – e unico – per “quella” persona:

Perché se qualcosa affligge i pazienti emicranici, oltre all’emicrania, è il fatto di non essere ascoltati dai medici; osservati, analizzati, imbottiti di farmaci, spremuti, ma non ascoltati. (pag. 361).

Ma non è forse così per tutte le sofferenze?

 

 

Oliver Sacks Emicrania, Adelphi, 1992