Giovani a sessant’anni: rivoluzione o illusione?

Giovani a sessant’anni: rivoluzione o illusione?

 

 

 

Sono i figli del boom demografico, una schiera compatta e smarrita.
Non sono più giovani.
Non sono ancora vecchi. Non riescono a immaginare la loro morte, come tutti gli essere umani.
Non riescono a immaginare neanche la loro maturità.
E questo accade solo a loro.

 

 

 

Così scriveva nel 2000 Lidia Ravera, nel suo bel libro Né giovani né vecchi, quando i baby boomer attraversavano gli anni della maturità.

 

Oggi, a distanza di un decennio e più, la parola maturità non fa più paura: ci stiamo abituando. La parola che non riusciamo ancora a pronunciare è vecchiaia.

 

Ma chi sono i baby boomer? Sono i nati tra il 1945 e il 1964, un gruppo demografico imponente, 78 milioni solo negli Stati Uniti, 15 milioni in Italia.

 

Nella cultura occidentale si sono trovati di fronte a situazioni nuove rispetto a chi li ha preceduti. Nati in tempo di pace, non hanno conosciuto guerre, a differenza dei loro genitori e dei loro nonni. Hanno superato i genitori in termini di benessere economico, salute, aspettativa di vita.  Sono stati protagonisti di una formidabile stagione di cambiamenti nei costumi, nella libertà di espressione. Hanno vissuto liberamente la sessualità, superando antichi tabù e svincolandosi dall’obbligo – o dal timore – della procreazione.

 

Oggi, arrivati alle soglie della vecchiaia, sono ancora una volta in prima linea per scardinare i vecchi stereotipi.

 

La rappresentazione del sessantenne di oggi è lontanissima da quella dei genitori alla medesima età, e la nuova immagine, anche fisica, è decisamente più accattivante: c’è chi sostiene che i sessant’anni attuali corrispondano ai quaranta dei nati all’inizio del secolo scorso, grazie soprattutto alla maggiore attenzione al benessere fisico e alla cura di sé.

 

 

Il cervello maturo

 

 

Sembra che i miglioramenti non siano solo in termini di estetica e di benessere fisico. Abbiamo sempre sentito dire che l’invecchiamento del cervello inizia molto presto e la perdita delle cellule non è rimpiazzata da altre nuove. Il prolungamento dell’aspettativa di vita ha dato impulso a più accurate ricerche sull’invecchiamento cerebrale e fatto nuova luce sulla questione.

 

Tecniche di scansione e neuroimaging, analisi genetica e sofisticati studi longitudinali hanno confermato quanto già si sapeva sull’invecchiamento del cervello, ma hanno mostrato anche nuovi dati. Dai cinquant’anni in poi il cervello acquisisce abilità alternative a quelle che va perdendo e, in termini comportamentali, aumentano molte attitudini, tutte utili alla personalità matura: maggioreadattamento alle situazioni negativecapacità di valutare gli aspetti positivi del quotidianotendenza a un umore più ottimista. Inoltre, di pari passo con il calo di memoria fisiologico e la diminuzione di alcune abilità, aumentano le strategie per arginarne gli effetti negativi.

 

Dunque, le migliorate condizioni promettono un’aspettativa di vita più lunga, con vent’anni almeno da vivere ancora attivamente, e migliora anche la qualità stessa della vita che rimane: come utilizzare questo tempo?

 

Il lavoro

 

Attualmente, alla schiera di neopensionati e di coloro che si apprestano a diventarlo entro breve tempo, si aggiunge un nutrito numero di persone che hanno perso il lavoro a causa della crisi economica, ancora giovani per la pensione, anziani per trovare un nuovo lavoro. C’è poi chi ha sempre lavorato in proprio e non ritiene ancora giunto il momento di tirare i remi in barca, perché ama la propria professione, o perché la situazione economica non glielo consente.

 

Tante di queste persone, per piacere, per necessità, per disperazione, ma anche per voglia di affrontare nuove sfide, “inventano” lavori, oppure trovano modalità alternative di interpretare il lavoro di sempre, proprio come solo pochi anni prima avevano consigliato ai giovani. Quali che siano le scelte – più o meno forzate, più o meno originali – alla base c’è la convinzione che sia troppo presto per l’inattività, per la perdita di un ruolo nella società produttiva.

 

Enrico Oggioni, classe 1955, ha lavorato trent’anni come consulente e formatore manageriale e ha dato vita a una sua società, che si è affermata nel settore del management consulting. A 53 anni ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Rinunciando a onori e oneri della libera professione, ha iniziato a dedicarsi a nuovi interessi, e a esplorare modi diversi di coltivare le attività che ha sempre svolto.

 

Tra le molte iniziative, ha scritto un libro, I ragazzi di sessant’anni, e ha creato un blog, che raccoglie storie ed esperienze, proprio nell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni.

 

Leggiamo di Giulia: scrive sul blog con le mani sporche di terra, e racconta che finalmente si può dedicare a una antica passione: ha ridato vita a un uliveto di famiglia abbandonato da anni, e adesso produce olio e gode del contatto con la natura; i figli sono ormai grandi e alle spalle ha lasciato un lavoro che non l’ha mai veramente soddisfatta. Per lei è davvero una nuova vita.

 

C’è Gabriella, una vita trascorsa a lavorare in banca, con la passione della buona cucina. Dopo la pensione, ha aperto assieme al marito un piccolo ristorante, dove uno dei figli, che fin da piccolo sognava di fare il cuoco, ha potuto realizzarsi.

 

E c’è chi non ritiene di doversi “reinventare”, come Renzo, 61 anni, che svolge una libera professione e afferma ” Non sono diventato ricco, però il lavoro mi ha arricchito tanto le giornate. Ho avuto altre cose dalla vita, qualcuna bella e qualcuna brutta, ma il mio lavoro è sicuramente quella che mi ha dato e mi dà più soddisfazioni. Perché dovrei immaginare di smettere fra pochi anni ? Io vorrei continuare a lavorare nel mio studio per tutta la giornata fino a 90 anni, se il Signore me lo permette.”

 

 

L’affettività

Tutto può succedere

Tutto può succedere

 

 

Nella sperimentazione di nuovi modelli, nulla è scontato nemmeno in campo affettivo.

 

C’è più coraggio di un tempo per chiudere relazioni ormai vuote di significato, c’è più coraggio di un tempo per innamorarsi in età avanzata.

 

Quando le condizioni economiche lo consentono, c’è chi trova le ragioni per separarsi dopo molti anni di matrimonio e ha  ancora voglia di guardare avanti. Sono dei privilegiati, certamente, e non dimentichiamo che tanti non si separano, giovani o vecchi, solo perché non sono in grado di sostenere l’onere economico di due famiglie.

 

E c’è anche chi si innamora di nuovo del partner di una vita, bella la testimonianza di Roberto Vecchioni:

 

“Io di mia moglie mi sono innamorato tre-quattro volte, tutte differenti: a 50, 55, 60, 65 anni, tenendo conto sia della parte spirituale che corporale.”

 

Tra coloro che rimangono vedovi, poi, ci sono anche uomini e donne che non si sentono di proseguire le loro esistenze nella solitudine, e si mettono in gioco, pronti a vivere una nuova stagione di affetti.

 

Il blog di Oggioni raccoglie tante storie.

 

Leggiamo di Teresa, medico ospedaliero, che dopo una vita di turni pesanti in una professione gratificante quanto faticosa, con la pensione scopre tempi e interessi diversi, e trova anche l’amore: l’anima gemella, sì, ma ciascuno nella propria casa, per non incrinare libertà e autonomia conquistate lungo tutta una vita.

 

Anche la storia di Angela è emblematica dei tempi che cambiano. Insegnante per passione, ha affrontato con timore la pensione, ma si è presto entusiasmata a un nuovo progetto. Assieme al nuovo compagno, ha acquistato una casa in campagna “contenitore di futuro” e testimonianza del passato di due vite precedenti che si reinventano assieme. Un agriturismo e un Ateneo del vino e della gastronomia sono il sogno realizzabile e realizzato di questa nuova coppia.

 

Molti sono anche coloro che cambiano vita assieme al partner di una vita, magari per tornare al paese natio, spesso per ritrovare un contatto con la natura, qualche volta osando un’avventura dall’altra parte del mondo: sempre accomunati da una progettualità, dalla voglia di guardare avanti.

 

La sessualità

Il matrimonio che vorrei

Il matrimonio che vorrei

 

Vivere una vita affettiva soddisfacente anche in età avanzata significa tener conto dell’aspetto sessuale e, anche in questo caso, l’approccio è diverso da quello dei genitori. Una generazione che fin da giovane ha voluto parlare di sesso, discutere, capire, innovare, affronta questa stagione della vita con una mentalità decisamente più aperta. Il  sesso si pratica e se ne parla, e – se ci sono problemi – ci si rivolge agli esperti (le donne più degli uomini).

 

Forse il problema è ancora trovare un equilibrio tra un modello giovanilista – che pone come riferimento le proprie passate esperienze e la cultura imperante proposta dai media – e un adattamento personale, che tenga conto del corpo che cambia, e delle implicazioni emotive e affettive di ciascuno.

 

Il cinema, specchio dei tempi, registra il fenomeno dell’affettività e della sessualità con film che narrano di amori e di passioni maturi.

 

Settimo cielo

Settimo cielo

Da storie leggere e ironiche come “Qualcosa è cambiato” o “Il matrimonio che vorrei”, a storie drammatiche come “Settimo cielo”, la morale è che non c’è un limite di età per amare.

 

 

 

 

 

 

 

Le nuove tecnologie

 

L’avvento delle nuove tecnologie, e la presenza ormai sempre più diffusa di Internet nel quotidiano delle persone, ha cambiato la vita di una generazione che ha vissuto in rapida successione cambiamenti velocissimi, difficili da immaginare da parte dei cosiddetti “nativi digitali”. Sono stati necessari adattamenti cognitivi e comportamentali rapidi e continui, e non tutti hanno tenuto il passo. Inizialmente si sono verificati due atteggiamenti opposti: rifiuto da parte di alcuni, accettazione, talvolta anche entusiasmo, da parte di altri. Coloro che si adattano sono ormai sempre più numerosi, e questo comporta ricadute positive nel quotidiano, nel lavoro, nella vita affettiva.

 

Tanti utilizzano Internet per sbrigare le pratiche della vita quotidiana, per informarsi, per mantenere i contatti con i propri cari lontani.

 

Molti scrivono sui forum, aprono un blog personale, con la voglia di raccontarsi e di conoscere persone nuove.

 

Recentemente, i Senior si sono affacciati alla comunicazione on line per vincere la solitudine e sono aumentati i siti di incontri dedicati a questa fascia di età.

 

 

L’altra faccia della medaglia

 

Miglioramento della qualità e dell’aspettativa di vita, lavoro attivo, affettività e sessualità gratificanti: sembrerebbe un quadro idilliaco, ma è sempre così?

 

Purtroppo non sempre e non per tutti.

 

Vediamo, ad esempio, quali sono le situazioni di disagio e le motivazioni che conducono i Senior nello studio dello psicoterapeuta.

 

La situazione finanziaria attuale, con la sua precarietà e indeterminatezza, minaccia tutti noi, non solo sul piano economico, ma anche su quello psicologico. Tanto parlare di crisi non fa bene e spesso mina le sicurezze profonde di ciascuno, anche di coloro che magari non hanno reali problemi economici.

 

Alla insicurezza personale si aggiunge la preoccupazione per i figli, quando stentano a trovare una propria autonomia e spesso gravano sui genitori, con grave disagio per gli uni e per gli altri.

 

Anche la preoccupazione per la perdita della salute può diventare un problema, sia in quanto evento reale, sia in quanto evento temuto e fantasticato nelle tinte più fosche, fino a sfociare nella ipocondria.

 

Il timore di perdere la salute porta con sé un altro fantasma: la perdita dell’autonomia, in senso fisico, ma soprattutto mentale.

 

Molti sessantenni seguono con sgomento l’involuzione dei loro genitori che hanno imboccato il tragico cammino della demenza. Sono combattuti tra il senso di perdita del proprio genitore, che non è più il valido interlocutore di una volta, la perdita del ruolo di figlio, bruscamente sostituito da quello di genitore del proprio genitore, e non ultima la paura di perdere essi stessi, in un domani non più tanto lontano, la propria integrità psichica.

 

Al timore di perdere la salute, fisica e psichica, si aggiunge anche la sensazione di perdita della propria immagine corporea: l’avvenenza di un tempo lascia il posto a una immagine nuova che spesso non viene riconosciuta come propria e anche questo è un evento che può provocare dolore e incapacità di adattamento. Se un tempo era un fenomeno soprattutto femminile, oggi non ne sono esenti gli uomini, intrappolati anche loro nell’illusione mediatica del bello e giovane per sempre.

 

Tutte queste situazioni hanno in comune una parola: perdita.

 

La psicologia ci insegna che l’adattamento è la risposta sana alla perdita.

 

Abbiamo visto che il cervello si adatta alla perdita di alcune capacità, vicariandole con altre elaborate appositamente.

 

Sul piano psicologico, quali possono essere gli atteggiamenti e i comportamenti virtuosi che promuovono un sano adattamento all’avanzare dell’età?

 

Propongo un decalogo provvisorio, una bozza che ciascuno può arricchire con la propria personale visione della vita e del tempo che passa.

 

1. Avere una fede. 

Chi ha una fede religiosa non ha certo difficoltà a dare un senso alla propria vita, poiché credere già di per sé appaga e riempie di valore. Ma anche una fede laica può arricchire: che sia un credo politico, o sociale, lavorare e lottare per i valori in cui crediamo fa sentire vivi a qualsiasi età.

 

2. Dare significato alla vita

 

C’è chi sostiene che la depressione altro non sia che la perdita del senso della vita. Quando non troviamo un significato nella nostra esistenza, è difficile anche incominciare la giornata, e tutte le azioni che compiamo appaiono vuote. Con l’avanzare dell’età, può accadere che ciò che per anni ha dato un senso alla vita, all’improvviso non lo dia più, ed è necessario avere la flessibilità per rimettersi in gioco alla ricerca di valori nuovi e più attuali.

 

3. Vivere il presente, mantenendo un rapporto realistico con il passato e con il futuro.

 

Spesso tendiamo a enfatizzare il ricordo del passato “era meglio quando…”, o a rimandare le soddisfazioni a un ipotetico futuro: “aspetto di…”.
La persona saggia sa che il passato è importante perché costituisce – nel bene e nel male – le basi su si cui fonda il suo presente. Ma sa anche che va valorizzato in quanto luogo di memoria e di esperienza, mai di sterile rimpianto. Non sapremo mai “che cosa sarebbe successo se…”. Sappiamo che viviamo qui e ora, ed è l’unica certezza. Il futuro, a sua volta, è importante quando è legato a sogni e progetti ancora possibili. Diventa un nemico, invece, quando ci fa rimandare a un domani non certo la realizzazione di noi stessi che possiamo perseguire oggi.

 

4. Fare progetti, coltivare sogni.

Progettare e sognare e è tipico dei giovani che hanno davanti una lunga aspettativa di vita, ma è auspicabile a tutte le età. Finché è vivo un nostro progetto, ci sentiamo vivi anche noi, l’importante è che sia realistico. Progettare qualcosa di irrealizzabile provoca inevitabili frustrazioni, e, al contrario, il progetto troppo facile non dà stimoli. Il progetto “giusto” è abbastanza ambizioso da sfiorare il sogno, abbastanza alla nostra portata da essere realizzabile.

 

5. Non temere di emozionarsi.

Non c’è nulla di sconveniente a emozionarsi e a esprimere con naturalezza le nostre emozioni. Viverle intensamente ci arricchisce, e rende la nostra comunicazione con gli altri più vera e profonda.

 

6. Curare il corpo.

La psicosomatica ci ha insegnato a dar valore al profondo legame tra mente e corpo. Quando non stiamo bene, sperimentiamo un calo di umore e, al contrario, l’umore depresso apre la porta alla malattia: gli studi della psico-neuro-immunologia ce lo dimostrano.
Un corpo curato aiuta a contrastare i segni del tempo e a compensare le perdite dovute all’invecchiamento. Non è il “giovane e sano per sempre” il valore da inseguire: darebbe luogo solo a patetiche caricature di quello che siamo stati. Pensiamo invece all’immagine di una persona gradevole, autonoma, attiva, grazie anche a una buona prestanza fisica, in relazione all’età.

 

7. Allenare la mente.

Le ricerche sull’invecchiamento cerebrale, cui si è già fatto cenno, dimostrano una stretta relazione tra le capacità cognitive e la stimolazione intellettiva.
Chi è abituato a usare il cervello, lo mantiene attivo e sano più a lungo, come qualsiasi altro organo. L’apprendimento di nuove abilità è possibile a qualsiasi età e l’esperienza ormai collaudata delle Università per anziani lo dimostra. Qualsiasi stimolazione va bene – lettura, scrittura autobiografica, lingue straniere e tanto altro –   compatibilmente e in armonia con la cultura e lo stile di vita di ciascuno.

 

8. Coltivare l’autonomia

Dando per scontato l’indiscusso valore dell’autonomia fisica, per la quale è necessario mantenere sano il corpo, è importante anche l’indipendenza nelle relazioni umane, siano esse di amicizia o sentimentali. Erich Fromm ci ha insegnato a chiederci, di fronte a un legame affettivo, se possiamo dire: “ti amo perché ho bisogno di te”, oppure: “ho bisogno di te perché ti amo”: riflettiamoci.

 

9. Esprimere se stessi, rifiutando ruoli imposti dall’esterno.

Evitiamo di descriverci attraverso il ruolo che abbiamo ricoperto: “ex qualche cosa”, oppure uno stereotipo precostituito: “nonno”, o “anziano”. L’importante è sentirci “persone”, con le nostre peculiarità, uniche e originali.

 

10. Donare, donarsi, rendersi utili, fare vita sociale.

Nella relazione con gli altri esprimiamo noi stessi, ci confrontiamo e troviamo stimoli, diamo e riceviamo, attribuiamo valore alla vita.
Le relazioni sociali andrebbero vissute come arricchimento reciproco, mai come antidoto alla solitudine: il risultato è che ci sentiremo più ricchi e meno soli.

 

 

Per approfondire

 

Chiaia Emma, Amore e sessualità dopo i 50 anni, Milano, RED dizioni, 2011.

 

Fromm Erich, L’arte d’amare, Milano, Mondadori, 1986 (Ed. Originale 1957).

 

Mammarella Nicola, Alberto Di Domenico, La memoria autobiografica, Roma, Carocci, 2011.

 

Oggioni Enrico, I ragazzi di sessant’anni, Milano, Mondadori, 2012.

 

Peirone Luciano, Elena Gerardi, Il sole della sera. La ricerca del benessere nella terza età e non solo…, Torino, Antigone Edizioni, 2009.

 

Ravera Lidia, Né giovani né vecchi, Milano, Mondadori, 2000.

 

Strauch Barbara, I tuoi anni migliori devono ancora venireLe sorprendenti risorse del cervello di mezz’età, Milano, Mondadori, 2011.

 

Vannuccini Vanna, L’amore a settant’anni, Milano, Feltrinelli, 2012.

 

Zambianchi Manuela, Pio Enrico Rici Bitti, Invecchiamento positivo, Carocci Editore, 2012.

 

 

 

 

 

La menopausa: progettare un nuovo inizio

La menopausa: progettare un nuovo inizio

La menopausa può rappresentare un nuovo inizio se la si vive con la mente aperta e con un atteggiamento positivo nei confronti della vita.

E’ davvero una fine?

Le definizioni più comuni della menopausa parlano della cessazione di qualcosa: dell’ovulazione, del ciclo mestruale, della fertilità. Questo senso di fine evoca sentimenti negativi, di lutto. Ma non è proprio così: se qualcosa finisce, qualcosa d’altro può incominciare. E’ più corretto dunque parlare non di fine ma di passaggio.

Il modo migliore per celebrare questo passaggio è progettare una nuova fase della vita e non è affatto detto che sia meno intensa delle precedenti, soprattutto se si ha ben presente che la fine della fertilità non coincide affatto con la fine della femminilità.

Una donna che entra oggi in menopausa ha un’aspettativa di vita attiva e in buona salute assai maggiore di quella della propria madre: come vivere gli anni che le si prospettano?

Prendersi cura di sé

Prendendosi cura di sé, raccomandano i medici, con suggerimenti ben precisi sul piano del benessere fisico: prestare maggiore attenzione all’alimentazione, al movimento, alla prevenzione delle malattie. Spesso le buone pratiche sono di per sé sufficienti per evitare che i disturbi tipici della menopausa diventino un problema, tuttavia il calo degli estrogeni e il mutamento degli equilibri ormonali provocano effetti diversi da donna a donna.

Va comunque considerato che spesso gli squilibri ormonali si manifestano in un una fase della vita in cui altri avvenimenti possono turbare l’equilibrio psicologico della donna: i figli che si allontanano emotivamente e fisicamente, il partner che vive a sua volta un periodo di crisi e di turbamento nel passaggio di età, o le difficoltà sul lavoro dovute al confronto con colleghi più giovani.

E’ dunque difficile stabilire quanto incidano gli ormoni nel determinarsi dei disturbi fisici e dell’umore e quanto il dover far fronte a nuove situazioni non sempre facili da affrontare.

La terapia ormonale sostitutiva e le tecniche dolci

Ad ogni modo, quando i malesseri risultano difficili da tollerare è opportuno rivolgersi al ginecologo di fiducia e valutare l’opportunità del ricorso alla terapia ormonale sostitutiva (TOS).

Non è detto che sia sempre necessario farvi ricorso: ciascuna donna deve essere attiva nel valutare i pro e i contro di tale scelta, senza sopravvalutarla né demonizzarla, tenendo anche conto delle enorme risorse offerte dalle terapie naturali e da tecniche di rilassamento come il Training Autogeno.

L’importante è mantenere un atteggiamento costruttivo e mai rassegnato: non è affatto detto che i disturbi della menopausa vadano sopportati passivamente!

Il benessere fisico, si sa, non può prescindere da quello mentale e nel curare il nostro corpo dobbiamo tener conto delle nostre istanze psichiche più intime e profonde: stiamo bene con il nostro corpo se abbiamo raggiunto un buon equilibrio psicologico

Ciascuna donna affronta il periodo della menopausa con il proprio bagaglio di vissuti personali e di aspettative. Chi si aspetta un periodo difficile e doloroso, probabilmente metterà in atto una serie di atteggiamenti mentali che determineranno l’avverarsi della profezia. Al contrario, le donne che non attribuiscono connotazioni negative alla menopausa e non si aspettano di soffrire per i malesseri ad essa legati, hanno maggiori probabilità di viverla senza disturbi o con effetti trascurabili.

A questo proposito, è significativo il fatto che presso le culture in cui la donna, con l’avvento della menopausa, acquista uno status sociale di prestigio, i disturbi fisici sono quasi del tutto sconosciuti.

Di norma, le donne che tendono a vivere più serenamente la fine dell’età fertile sono coloro che si sono realizzate, hanno una vita ricca di significati e intendono continuare a trarre il meglio da essa. Al contrario, le donne con la tendenza ad auto svalutarsi, tendenti al pessimismo, o che hanno incentrato la propria auto-affermazione sull’avvenenza fisica, tendono a considerare la menopausa come un lutto.

Per tutte, comunque, la menopausa porta dei cambiamenti e la psicologia ci insegna che l’adattamento è la risposta sana al cambiamento.

Che cosa significa adattamento per la donna che entra in menopausa?

 

Di sicuro l’accettazione del corpo che cambia e la tendenza a valorizzarne gli aspetti positivi piuttosto che enfatizzare gli inevitabili aspetti negativi.

Ma non solo. Con il passare degli anni, cambiano i valori, le aspettative, il modo di vivere i rapporti interpersonali, tutte variabili che contribuiscono a conferire significato alla vita.

Talvolta può accadere di continuare a incentrare la propria vita su un sistema di valori non più attuale, e di avvertire, di conseguenza, un senso di disadattamento, di estraneità nei confronti di se stessa e del mondo esterno.

 

Che fare? Ridefinire il senso della vita

Le situazioni cambiano e quello che è andato bene finora potrebbe non essere più attuale. Non sempre questo passaggio così delicato può essere fatto da sole e l’avvento della menopausa potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare al senso della propria vita con il sostegno di una psicoterapia, per ridefinire le aspettative e gli obiettivi della propria vita e per affrontare eventuali problemi rimasti a lungo irrisolti.

Nuovi obiettivi portano con sé voglia di nuovo, e un entusiasmo che aiuta a compensare gli aspetti negativi del cambiamento.

Ci si può focalizzare su:

La propria persona

Possiamo adattarci al cambiamento del corpo sottolineandone i lati positivi.

Si può curare la propria persona con maggiore attenzione a un sano stile di vita, come si è detto, ma anche valorizzando l’aspetto estetico: nuove scelte nell’abbigliamento, nel trucco, nel taglio e nel colore dei capelli possono diventare un modo per adattarsi in maniera armoniosa al cambiamento piuttosto che contrastarlo.

Chi lo contrasta a ogni costo corre il rischio di diventare patetica: anche chi a cinquant’anni ha ancora un bel corpo, non passa inosservata se si veste come un’adolescente!

Il rapporto con il partner

 

Chi vive con il partner di sempre può avvertire la necessità di ripensare il rapporto, trovare nuove forme di comunicazione, modalità differenti di condivisione.

O, ancora, se la relazione non funziona, potrebbe essere questo il momento di chiedere aiuto a un professionista, per valutare come migliorarla, o, se ciò non è più possibile, come chiuderla per guardare oltre. 

Chi invece è single può domandarsi che cosa si aspetta oggi da un uomo e aprirsi a nuove relazioni, magari diverse da quelle tradizionali. Ad esempio, molti senior preferiscono non rinunciare alla propria casa e alle proprie abitudini, pur condividendo spazi fisici ed affettivi con il nuovo partner.

In entrambi i casi, anche la sessualità può essere vissuta con modalità diverse, finalmente libere dal pensiero della contraccezione. Una cosa è ormai accertata: la menopausa non porta inevitabilmente la fine del desiderio, né della possibilità di vivere una sessualità appagante!

La vita sociale

In tutte le età il rapporto con gli altri aiuta a vivere traendo stimoli positivi dal confronto. Tanto più in un momento delicato della vita, è utile non isolarsi, ma al contrario arricchirsi grazie agli stimoli che vengono dall’esterno.
E’ importante anche parlare tra donne, per confrontarsi su come ciascuna vive questa fase. Ci si sente meno sole e si comprende che ciò che si prova è normale, visto che tante altre vivono sensazioni analoghe. 

Il rapporto con i figli

Chi ha incentrato la propria vita sulla cura dei figli, deve ricalibrare il proprio ruolo di madre su una relazione tra adulti, con persone che non hanno più la necessità di essere protette e accudite, ma accettate per ciò che sono diventate.
Chi madre non lo è diventata, per scelta o per destino, deve fare i conti con la maternità non vissuta e investire le proprie energie affettive su oggetti d’amore alternativi.

Il lavoro

Le donne che hanno dedicato molte energie alla professione possono cercare nuovi stimoli, modalità nuove di re-interpretare il lavoro di sempre, o iniziare a pensare a quali sogni nel cassetto hanno rinunciato e immaginare come realizzarli, man mano che il lavoro diventerà meno centrale nella loro vita. 

Anche chi non ha mai lavorato può pensare a una seconda vita: magari coltivando hobby che possono trasformarsi in lavori.

In conclusione

In conclusione, se è vero che la menopausa rappresenta una crisi nella vita di una donna, è altrettanto vero che può essere trasformata in una opportunità di crescita e di maturazione personale, verso nuovi obiettivi di vita.

L’amore a settant’anni

L’amore a settant’anni

Vanna Vannuccini, L'amore a settant'anniC’è un limite di età per innamorarsi e per vivere una sessualità libera e appagante?

C’è sempre tempo per amare, ma soprattutto per vivere con significato tutte le stagioni della nostra vita, anche quando si è “vecchi abbastanza da scambiarci gli occhiali al ristorante per leggere il menu”.

Vanna Vannuccini, giornalista attenta alla questione femminile – ha fondato negli anni 70 della rivista Effe, la prima testata femminista in Italia – affronta l’argomento con un tocco lieve, sempre attenta a non scivolare in prese di posizione definitive.

Questo libro nasce da un incontro tra vecchie amiche, entrambe giornaliste, in una spiaggia toscana, a chiacchierare del tempo che passa e delle amiche comuni, fino a scoprire che molte di loro stanno vivendo amori appassionati e appaganti esperienze sessuali. 

Nasce così l’idea di dar voce a donne diverse per età, cultura e ceto sociale, raccogliendone le testimonianze.

Fanno tutte parte della generazione di donne che per prime hanno studiato e hanno conquistato un posto nel mondo produttivo.

Sono state protagoniste di tante rivoluzioni culturali e sociali, hanno scelto il partner con cui condividere la vita e molte hanno avuto anche il coraggio di por fine a relazioni ormai prove di significato.

Oggi si sono affrancate da una antica abitudine: valutare se stesse attraverso lo sguardo di un uomo.

L’Autrice racconta vicende a lieto fine, o sfociate in cocenti delusioni, e anche contrastate: sì, perché il pregiudizio è duro a morire e spesso i figli, o l’ambiente circostante, giudicano sconveniente l’amore maturo e lo ostacolano.

C’è chi ritrova l’amore dell’adolescenza e scopre una magia: una sorta di “doppia visione”, come la chiama la sessuologa Judith Wallerstein, grazie alla quale si sovrappongono la visione idealizzata dei ragazzi di allora con quella della donna e dell’uomo maturi di oggi: accade a Phil e Sally, che si sono amati cinquant’anni fa e oggi si ritrovano, forti dell’amore di allora, temprati dalle vicende della vita: “Ricominciamo da qui, tutti e due abbiamo il nostro passato, questo è un nuovo inizio per entrambi”. E che importa se i figli li prendono benevolmente in giro.

Non mancano le delusioni, come accade a Caterina. Poco avvezza a padroneggiare il forte impatto emotivo della comunicazione on line, vive una storia d’amore virtuale, fatta di palpitazioni, tormentate attese di e-mail che non arrivano, fino al crollo finale delle illusioni.

E c’è anche chi non riesce a sottrarsi alla potenza del pregiudizio che si fa crudeltà, anche da parte dei figli. Accade a Domenica, contadina della campagna ciociara, che vede sfumare da ragazza il sogno del matrimonio per amore e che, quando questo sogno di profila di nuovo a ottant’anni, viene bruscamente riportata alla realtà dai figli ottusi e insensibili.

Le storie parlano dell’amore tra uomini e donne che hanno saputo guardare oltre il pregiudizio secondo cui le rughe e il corpo che cambia non sono compatibili con la voglia e il diritto di amare ed essere amati.

Si può riscoprire una nuova stagione dell’amore, soprattutto se questa è sostenuta anche da valori forti, quali la stima, la complicità, la curiosità intellettuale. E’ una stagione tanto più bella e struggente poiché si ha la consapevolezza che il tempo che rimane è poco, e va vissuto significativamente.

L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna. (pag.16).

Vanna Vannuccini,  L’amore a settant’anni,   Feltrinelli, 2012

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi – Still Alice. Un libro e un film sull’Alzheimer

Perdersi Still AliceCome si può sentire una persona cui viene diagnosticata la malattia di Alzheimer? Come si sentirebbe ciascuno di noi? Come si convive giorno dopo giorno con il progressivo sgretolarsi della memoria e con essa la propria stessa vita?

Prova a immaginarlo Lina Genova, neuropsichiatra del Massachusetts, studiosa del cervello e delle sue degenerazioni, in particolare dell’Alzheimer.

Dalla sua fantasia e dalla sua esperienza clinica nasce il romanzo Perdersi, che narra la storia di Alice Howland, brillante docente universitaria di linguistica a Harvard.

Un matrimonio riuscito, tre figli ormai indipendenti, Alice vive una vita piena e realizzata tra affetti e impegno professionale.

Da un po’ di tempo soffre di qualche vuoto di memoria: durante una lezione le sfugge una parola, a casa cerca inutilmente un oggetto per poi ritrovarlo proprio dove deve essere, dimentica un appuntamento, promette di inviare una e-mail e non lo fa.

Sarà lo stress, pensa, o l’effetto del naturale avanzare dell’età.

Ma le dimenticanze e le lacune si fanno sempre più frequenti, finché un giorno Alice si smarrisce mentre fa jogging a due passi da casa e per un po’ non sa più dove si trova.

Decide di sottoporsi agli accertamenti medici e la diagnosi è terribile: Alzheimer precoce, a cinquant’anni appena compiuti.

De-menza vuol dire senza mente ed è la perdita più drammatica che possa capitare a un essere umano. Alice, con la lucida consapevolezza di una addetta ai lavori, sa che cosa l’aspetta: assistere al deteriorarsi della memoria, fino a perdere la sua stessa esistenza, perché i ricordi sono l’essenza della vita stessa.

Donna colta e avvezza alla tecnologia, Alice la utilizza per non perdersi nella nebbia della sua memoria sempre più labile, e vale la pena riflettere sul ruolo che gli strumenti tecnologici possono rivestire come sostegno ai malati di demenza.

Alice delega al suo Blackberry il compito di supportare la sua memoria e di compensarne le falle sempre più grandi. Non solo, lo ha programmato per porle ogni mattina alcune domande, sempre le stesse, per verificare che le informazioni più preziose non siano perdute.

Significativo l’episodio in cui il marito di Alice trova il Blackbarry nel freezer, ormai distrutto, ed è l’inizio della fine.
La solidarietà di amici e colleghi e soprattutto l’amore dei familiari hanno un ruolo fondamentale nel sostegno del malato di Alzheimer, ma loro, i sani, non possono comprendere fino in fondo come ci si sente quando si perdono giorno dopo giorno tasselli di vita.

Consapevole di ciò, Alice cerca un gruppo di sostegno per affrontare la sua malattia assieme ad altri con le medesime problematiche e scopre che tali gruppi non esistono: tutte le iniziative sono rivolte ai parenti, per condividere lo stress dell’assistenza. Crea lei stessa un gruppo di auto-aiuto, cercando altri malati di Alzheimer che vogliano parteciparvi e scopre che il bisogno di condividere e di farsi coraggio l’un l’altro c’è e va accolto.

Ma con l’evolvere della malattia, anche i membri del gruppo si perdono e l’amore della famiglia non basta più: man mano che si perde la possibilità di comunicare, emerge lo sconcerto di non riconoscere la persona amata e di allontanarsi sempre di più. Alice lo sa molto prima che accada:

“Desiderò di avere piuttosto un cancro. Avrebbe barattato l’Alzheimer con il cancro in un batter d’occhio. Si vergognò per averlo desiderato e di sicuro era un patto inutile, ma si concesse comunque la fantasticheria. Un cancro era qualcosa contro cui potersi battere. C’erano la chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia. La sua famiglia e la comunità di Harvard l’avrebbero sostenuta nella sua lotta e l’avrebbero considerata nobile. E se anche ne fosse stata sconfitta, alla fine, avrebbe potuto guardarli consapevolmente negli occhi e salutarli tutti prima di andarsene.
L’Alzheimer invece era una brutta bestia. (…)
E se una testa calva e un nastrino anticancro erano considerati emblemi di coraggio e speranza, il suo vocabolario difficoltoso e i ricordi annebbiati parlavano invece di instabilità mentale e demenza incombente. Chi era malato di cancro poteva contare sul sostegno della comunità. Alice si aspettava di essere emarginata. Persino le persone più istruite e meglio intenzionate tendevano a tenersi a timorosa distanza dai malati mentali. Non voleva diventare qualcuno che la gente temeva e allontanava.”

Da alcuni anni di Alzheimer si occupa la divulgazione scientifica, la letteratura e il cinema, ma l’attenzione è quasi sempre rivolta a chi deve assistere un ammalato, perché è devastante perdere una persona amata ancora viva, ma ormai lontana. L’originalità di Lina Genova è l’aver raccontato l’Alzheimer dalla parte di chi ne è affetto.

Il romanzo ha avuto un enorme successo, tanto da diventare un film, Still Alice, con la splendida Julianne Moore, Premio Oscar per la miglior attrice protagonista, registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland.

Julianne Moore in Still Alice

Julianne Moore in Still Alice

Particolare commovente, nel 2011, poco prima dell’inizio dei lavori di Still Alice, fu diagnosticata a Richard Glatzer la sclerosi laterale amiotrofica e la malattia ha avuto un decorso molto rapido. Ciò non gli ha impedito  di continuare a lavorare accanto a Westmoreland.

Glatzer è morto il 10 marzo 2015, poco dopo la conclusione delle riprese del film.

Lisa Genova, Perdersi, Edizioni Piemme, 2012

Guarda il trailer del film