Preparazione alla nascita

Perché può essere utile un corso di preparazione al parto?

Secondo la mia esperienza, è utile seguire un percorso per affrontare con consapevolezza un momento vitale nella storia di una coppia.

Si partorisce comunque, anche senza aver seguito un corso, e nel passato non si dedicava tanta attenzione alla preparazione a un evento naturale.

Oggi si decide con sempre maggiore consapevolezza di avere un figlio, e il momento per averlo, e anche la accoglienza del nuovo nato può avvenire tramite un percorso di conoscenza.

Un corso di preparazione al parto è utile per affrontare al meglio il travaglio e il parto, e per questo vengono insegnate delle tecniche per ridurre al minimo la sofferenza.

Ma il valore che desidero aggiungere all’insegnamento delle tecniche è una riflessione su che cosa significhi diventare genitori.

Non è dunque soltanto un corso per aiutare la donna a partorire, ma anche per affiancare i futuri genitori nella progettazione del nuovo ruolo che li attende.
L’angolazione di questo corso è psicologica: sono psicoterapeuta e affronterò gli argomenti prevalentemente dalla mia ottica.

Quello che non si conosce fa paura

Quello che non si conosce fa paura. La paura fa aumentare l’ansia e l’ansia ingenera tensione, anche muscolare. La tensione muscolare aumenta il dolore. In altre parole, l’ansia è considerato il primo anello di un circolo vizioso che si articola su tre elementi: paura – tensione – dolore.
Partendo da questo presupposto, gli incontri prevedono alcune nozioni sulla fisiologia della gravidanza e del parto e sui meccanismi neurofisiologici del dolore di parto. Dobbiamo anche sapere come si svolge il travaglio, che cosa accade durante tutto il periodo e che cosa accede durante il parto. In questo modo è possibile smorzare la componente emotiva che può moltiplicare la percezione del dolore.

Non soltanto per partorire

Molti corsi di preparazione al parto seguono la gestante in tutte le fasi della gravidanza, fino al travaglio e alla nascita del bambino, dedicando poi poco spazio al ‘dopo’.
La stessa sproporzione si nota anche nei libri sull’argomento: anche i più accreditati e ben fatti si limitano a poche pagine piuttosto generiche sul ritorno a casa. Secondo la mia esperienza, invece, si tratta di un momento assai delicato, sia per la neo mamma, che per il marito e per la tenuta della coppia. A mio avviso, molte situazioni, sbrigativamente liquidate come ‘depressioni da parto’, potrebbero essere evitate con una buona prevenzione. E, ancora una volta, ribadisco che per prevenire è necessario anzitutto conoscere ciò che sta avvenendo.
Per questa ragione, il corso dedica spazio al ritorno a casa e alle dinamiche psicologiche che si determinano dopo la nascita del bambino.
Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.
Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni).
Il metodo che utilizzo è il RAT (Training Autogeno Respiratorio).
Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Sempre in questa prima parte di ciascuna seduta viene dedicato spazio alla discussione delle dinamiche psicologiche – personali e di coppia -dei futuri genitori.
Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza. Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso. E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata. Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Contenuto dei sette incontri

Il corso di preparazione alla nascita si pone l’obiettivo di preparare non soltanto all’evento fisiologico del parto, ma alla nascita, intesa come una festa, un momento forte nella vita della coppia. Ed è alla coppia che mi rivolgo, chiedendo espressamente che il futuro padre sia presente agli incontri e, se possibile, anche al parto.
Ritengo che non solo il parto, ma la gravidanza prima e l’inserimento del bambino nel nuovo sistema, dopo, sono momenti di grande importanza e, se vengono ben affrontati, è possibile prevenire tanti problemi che spesso affiorano dopo la maternità (depressione, cattiva percezione dello schema corporeo da parte della donna, difficoltà di coppia, solo per citarne alcuni). Il metodo che utilizzo è il RAT (Training Autogeno Respiratorio).

Il corso si articola in sette sedute, ciascuna ripartita in due momenti distinti. Nella prima parte dell’incontro vengono fornite informazioni circa i meccanismi fisiologici e psicologici del dolore, la gravidanza, il parto, il puerperio. Si parte infatti dal presupposto che ciò che non si conosce ingenera ansia e paura e che la paura è il primo anello della catena paura – tensione – dolore.

Nella seconda parte dell’incontro si insegna la tecnica del RAT Attraverso una progressione di esercizi la gestante impara un tipo di rilassamento che investe sia la sfera fisica che quella psichica e di cui può giovarsi già in gravidanza. Tale rilassamento verrà utilizzato durante il travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso. E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata. Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, dà alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Prima seduta

Conosciamoci. Storia personale della gestante e della coppia.
Presentazione del metodo
Tecniche di preparazione al parto
Presentazione per grandi linee del TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO (RAT) di Umberto Piscicelli, dei suoi presupposti teorici e degli obiettivi del metodo.
Gli esercizi RAT
L’atteggiamento psicologico
L’ambiente
Le posizioni
Svolgimento pratico del primo esercizio: Esercizio di rilassamento attivo e progressivo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Seconda seduta

Psicologia della gravidanza e del parto
Il corpo che cambia: problemi psicologici per la donna e per la coppia.
Un fantasma tra noi
La sessualità in gravidanza
Svolgimento pratico del secondo esercizio: Esercizio dell’immaginazione e della immedesimazione unitaria del corpo. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Terza seduta

La vita quotidiana in gravidanza, tra paure e false convinzioni
I disturbi più comuni in gravidanza
Svolgimento pratico del terzo esercizio: Esercizio della commutazione autogena. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Quarta seduta

Il trauma della nascita
Il dolore di parto: aspetti neurofisiologico e aspetti psicosomatici
La medicalizzazione del parto
Il padre in sala parto
Svolgimento pratico del quarto esercizio: Esercizio del respiro autogeno. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Quinta seduta

Da coppia a triade
La figlia diventa madre, la madre diventa nonna: problematiche aperte nel conflitto generazionale
Ritorno a casa: aiuto, e adesso?
Se non ho latte non sono una brava mamma?
Svolgimento pratico del quinto esercizio: Esercizio delle risposte paradossali e dell’abitudine. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Sesta seduta

La depressione dopo il parto: un male necessario?
La ripresa della “normalità” dopo il parto
Separarsi dal bambino
Permettere al padre di vivere il proprio ruolo
Il post partum e il puerperio
Lasciarlo andare
Svolgimento pratico del sesto esercizio: Esercizio del condizionamento semantico. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.

Settima seduta

Ripasso delle fasi del travaglio.
Ripetizione – con esercitazione pratica – dei comportamenti da tenere durante le contrazioni e tra una contrazione e l’altra.
Simulazione della fase espulsiva e di come utilizzare il respiro e la spinta. Il futuro padre assiste, se lo desidera, allo svolgimento dell’esercizio perché possa essere parte attiva nell’esercitazione a casa.
Discussione e commenti sul vissuto dell’esercizio.
Letture utili
Nel web

Il metodo RAT per la preparazione al parto

Per secoli l’assistenza al parto è stata appannaggio delle donne, che si aiutavano tra di loro attingendo al sapere della tradizione e alla propria esperienza personale: esperte per il solo fatto di aver partorito esse stesse.

La medicina si è occupata del parto fin dall’antichità, ma la preoccupazione di trovare dei metodi per lenire il dolore di parto e soprattutto per smorzarne la componente ansiogena è relativamente recente.
La “capostipite” è stata Madame Le Boursier Du Coudray, che nel 1777 tenne nella provincia francese dei corsi gratuiti dedicati alle donne che si preparavano a diventare madri. Ebbe un notevole successo, ma restò un caso pressoché isolato.

Solo molti anni più tardi, nel 1933, il medico inglese Grantly Dick Read, pubblica un libro divenuto poi famoso: Il parto naturale. Il lavoro di Read costituisce il primo approccio moderno alla psicoprofilassi e alla assistenza al parto.

Read riconosce alla medicina moderna il merito di salvare molte vite, delle madri e dei nascituri, avendo sgomberato il campo da approcci empirici e superstiziosi, a volte inutili, molte altre addirittura pericolosi. Egli riflette tuttavia sull’importanza di non medicalizzare eccessivamente il parto stesso e di ridare la giusta importanza agli aspetti psicologici, emotivi e affettivi della nascita.

Secondo Read, la sofferenza durante il parto aumenta in presenza della triade: paura – tensione – dolore. Questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca dolore; il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. Read dunque enuncia lo slogan “parto senza dolore”, che può realizzarsi spezzando il circolo vizioso paura – tensione – dolore.
La paura può essere vinta grazie all’informazione di ciò che avviene durante la gravidanza e il parto, partendo dall’assunto che ciò che non si conosce fa più paura.

La tensione può essere smorzata con l’esercizio fisico e con il rilassamento e l’approccio umano empatico, infine, aiuta a rassicurare e a disporre positivamente.

Ecco dunque le direttive del metodo di Read:

L’assunto di Read è che nella triade paura tensione dolore va ricercata la causa prima della sofferenza nel parto: questi tre fattori rappresentano secondo lui un circolo vizioso: la paura genera la tensione neuromuscolare e questa provoca due il dolore il quale a sua volta aumenta la paura. È necessario dunque spezzare il circolo vizioso paura, tensione, dolore.

Con lo slogan: parto senza paura, Read enuncia tre direttive per preparare adeguatamente la donna al parto:

• Informare la donna circa l’anatomia e la fisiologia dell’apparato sessuale, sulla gravidanza e sul parto.

• Insegnare esercizi fisici di ginnastica medica, da eseguire nel corso della gravidanza, e in particolare esercizi di respirazione.

• Insegnare il rilassamento neuromuscolare, secondo la tecnica del rilassamento attivo progressivo di Jacobson .

• Instaurare un rapporto personale – empatico e rassicurante – fra l’ostetrico e la gestante, rapporto che deve iniziare, già durante la gravidanza, ma che deve intensificarsi durante il travaglio del parto.

Questi ultimi due elementi del metodo, il rilassamento neuromuscolare e la continua presenza personale dell’ostetrico con la sua influenza psichica, agiscono sinergicamente secondo Read nel determinare l’attenuazione e anche la reale abolizione del dolore.

Read enfatizza anche il fattore suggestione nel rapporto medico paziente e ritiene che l’abilità di ogni medico consista anche nelle suggestionare i pazienti per fini di curarli meglio e questo atteggiamento deve essere presente anche nella assistenza al parto.

Il metodo di Read inizia ad avere successo in Europa e diventa molto popolare tra il 1950 il 1954.Anche in Unione Sovietica si elaborano negli stessi anni dei metodi per l’assistenza al parto e per la psicoprofilassi dei dolori di parto.

Si tratta prevalentemente di metodi cosiddetti ipno suggestivi, tendenti a condizionare la paziente e ad insegnarle un corretto modo di reagire e di comportarsi durante il parto. La scuola sovietica ebbe successo e il suo metodo si diffuse in tutte le maternità e i consultori per le gestanti nell’Unione Sovietica, mentre parallelamente il metodo veniva largamente adottato su scala sociale nella Repubblica Popolare Cinese.In Europa il metodo psicoprofilattico fu introdotto nel 1952 dall’ostetrico francese Fernand Lamaze che lo diffuse a Parigi e ben presto il metodo venne conosciuto in tutta Europa.

 

IL RAT – TRAINING AUTOGENO RESPIRATORIO 


A metà degli anni 70, Umberto Piscicelli, Medico esperto di Psicosomatica del Policlinico Gemelli di Roma, ha messo a punto un metodo che prende le mosse dal Training Autogeno di Schultz, adattandolo alle specifiche esigenze della gestante. 

Il metodo ebbe subito molto successo in Italia e ben presto sostituì gli altri, diventando il metodo di elezione in tutti i consultori e nei reparti di ostetricia degli ospedali.

Il RAT consiste in una rielaborazione del Training Autogeno, ma non solo.

Tenendo anche conto dei principi già espressi da Read rispetto alla triade paura tensione dolore, Piscicelli raccomanda di inserire anche una parte teorica nei corsi di psicoprofilassi ostetrica, durante la quale le gestanti vengono istruite sugli elementi principali della gravidanza e del parto, al fine di affrontare l’evento con consapevolezza e senza paura.

Oggi il RAT di Piscicelli è scelto dalla maggior parte dei consultori per la sua facilità di apprendimento, per l’efficacia confermata da anni di utilizzo e per i buoni risultati che sempre ottiene.

Rispetto al TA di Schultz, può essere appreso in tempi più brevi, e questo è un vantaggio, considerato che molte gestanti iniziano il corso di preparazione al parto nell’ultimo trimestre di gravidanza.

E’ indispensabile tuttavia sottolineare che, così come per il Training Autogeno, il RAT può essere appreso solo grazie alla pratica costante e regolare degli esercizi proposti.

In che cosa consistono gli esercizi RAT

Attraverso il graduale apprendimento di una serie di esercizi, le gestanti impareranno a rilassarsi, sia dal punto di vista fisico che psichico e tale rilassamento le aiuterà anche durante la gravidanza.

I disturbi tipici della gravidanza possono essere attenuati grazie al rilassamento autogeno: la nausea, il vomito, l’insonnia, l’irritabilità, ad esempio, tendono a diminuire significativamente con la pratica costante e quotidiana degli esercizi RAT.

Le gestante utilizzeranno poi i loro esercizi durante l travaglio e il parto per renderne l’espletamento più rapido e meno doloroso.

E’ provato che la madre ben rilassata aiuta il suo bambino a nascere con minor trauma rispetto a quella tesa e spaventata.

Non ultimo, il fatto di apprendere una tecnica che può essere utilizzata in proprio, anche in assenza dell’operatore, permette alla futura madre un’autonomia e un senso di padronanza di sé nel momento in cui pone le basi del rapporto che la legherà al proprio figlio.

Come si esegue l’esercizio

In pratica – ad esclusione del primo esercizio che prevede dei movimenti volontari – tutti gli altri esercizi richiedono la rappresentazione mentale dei vissuti delle varie parti del corpo (ad esempio la mano destra è pesante), secondo uno schema strutturato, suggerito dalla terapeuta. La gestante deve ripetere mentalmente una serie di frasi che le verranno insegnate durante il corso.

Le frasi da ripetere per ciascun esercizio sono riportate negli articoli successivi. Si tratta ovviamente di indicazioni di massima che possono essere modificarle all’occorrenza, tenendo conto delle esigenze di ciascuna.

Durante gli incontri, la terapeuta ripeterà la verbalizzazione degli esercizi, e in tal caso realizzerà una eterosuggestione, utile ai fini didattici per far comprendere come agisce il rilassamento. Le gestanti potranno rileggere a casa il contenuto delle verbalizzazioni, ma devono essere incoraggiate a ripetersele mentalmente, senza supporti esterni (file audio, o persone che leggono per loro il testo).

Non importa se non riprodurranno fedelmente le parole del testo, quello che è importante è che realizzino in autonomia i vissuti proposti da ogni esercizio.

L’unico aiuto esterno previsto – da parte del partner o di una persona che si presta – riguarda il sesto e il settimo esercizio, dove è necessario che qualcuno batta le mani simulando una sensazione di disturbo, come avverrà durante le contrazioni (vedi la verbalizzazione del sesto e del settimo esercizio).

Le posizioni


Nel primo esercizio si eseguiranno delle figure da sedute e che tutti gli esercizi successivi verranno eseguiti in posizione distesa. 

E’ consigliabile anche la posizione su un fianco, da utilizzare quando l’addome sarà troppo grande per poter stare supine.

Per il primo esercizio è necessaria dunque una sedia, oppure uno sgabello.Per i successivi, che si eseguono da supine, oppure su un fianco, occorrerà un materassino.

In conclusione, per eseguire correttamente gli esercizi RAT occorre:

L’atteggiamento psicologico di “lasciar accadere”.

L’atteggiamento psicologico da tenere durante gli esercizi RAT è un atteggiamento di passività, di contemplazione del proprio corpo che si rilassa, di abbandono del corpo e dei pensieri. La frase che meglio descrive l’atteggiamento del Training Autogeno è “lasciar accadere”.

La motivazione

Come per ciascun apprendimento, impariamo più facilmente quello che ci interessa e che ha un significato per noi.

L’ambiente adatto

E’  necessario che l’ambiente sia silenzioso, la temperatura deve essere adeguata, non si deve soffrire il caldo né il freddo, e l’illuminazione deve essere buona durante la parte teorica del corso e attenuata durante l’esecuzione degli esercizi RAT.

E’ da sottolineare che l’ambiente “protetto” è necessario solo per favorire l’apprendimento. Quando si diventa esperte, è possibile realizzare lo stato autogeno in qualsiasi ambiente. Le gestanti ben preparate saranno in grado di rilassarsi anche in ospedale, nonostante la luce e i rumori dell’ambiente circostante.

Il lavoro a casa

Come già detto, il RAT può essere appreso solo con l’allenamento costante e regolare, eseguendo ogni giorno l’esercizio a casa per tre volte al giorno.

Chi pensa di imparare il RAT solo frequentando le sedute senza poi allenarsi a casa incorre in una delusione, con il rischio che in seguito screditi anche il metodo e chi glielo ha insegnato.

E’ meglio rivolgersi ad altri metodi meno impegnativi se non si ha la disposizione o la possibilità di impegnarsi negli allenamenti quotidiani, piuttosto che incorrere in frustrazioni.

SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

SIDS Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante

Conversazione con Samanta

Insieme, di Flavia Vizzari

Insieme, di Flavia Vizzari

Samanta ha perso il suo bambino a causa della Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante, e accetta di condividere la sua esperienza.

Samanta era una donna appagata. Aveva uno splendido bambino, Niccolò, di quattro anni, un matrimonio sereno, una professione che amava. Insieme al marito decise di avere un secondo figlio, e questo suo desiderio diventò ben presto realtà.

Iniziò una nuova gravidanza, molto serena, che venne portata a termine senza alcun problema. Alla fine del nono mese nacque il piccolo Lorenzo, con un parto cesareo. Il bimbo era sano, Samanta era felice e contava le ore che la separavano dal momento in cui sarebbe tornata a casa e Niccolò avrebbe finalmente conosciuto il nuovo nato.

La sera del suo secondo giorno di vita, Lorenzo venne portato nella stanza della mamma per la poppata e poi riportato nella nursery, Samanta si addormentò serena. Alle tre di notte venne svegliata dai medici, la sua stanza all’improvviso si riempì di persone, la voce del pediatra le riecheggia ancora nelle orecchie: “C’è stato un problema, il bambino, purtroppo è deceduto”.

Si chiama SIDSSindrome della Morte Improvvisa del Lattante, dietro questa sigla, dietro le gelide, forse imbarazzate parole del pediatra, inizia l’elaborazione di un dolore terribile.

Samanta e il marito chiedono aiuto, vogliono fortemente che la loro famiglia continui a vivere. Per Samanta continuare a vivere significa anche far sì che la sua sofferenza non sia inutile e decide di parlarne, nella speranza di aiutare altri genitori che si trovano in situazioni analoghe. E’ anche per questa ragione che Samanta accetta di rispondere alle mie domande e mi autorizza a pubblicarle sul sito. Di questo la ringrazio di cuore.

Appena tornata a casa, non so con quale coraggio, mi sono messa al computer, non sapevo neanche cosa fosse la SIDS, l’ho cercata col motore di ricerca ed ho trovato l’indirizzo di un’Associazione di genitori che come noi aveva perso un bambino per la SIDS. Ho preso contatto e lasciato il mio numero di telefono e sono stata contattata immediatamente. Ho anche cercato, sempre su Internet, una terapeuta che si occupasse dell’elaborazione del lutto nella mia città, l’ho chiamata e ho preso subito un appuntamento.

In una sua recente intervista su Repubblica lei accenna alla depressione di cui soffrì nel passato. Dopo la morte di Lorenzo ne ha sofferto di nuovo, o ha avuto timore di soffrirne?

Sì, nel passato ebbi un episodio depressivo in seguito alla separazione dei miei genitori. L’eventualità di una ricaduta era la mia paura più grande, e non solo mia, ma di tutta la mia famiglia che già in passato si è trovata con me a dover affrontare questo problema, ma questa volta non è successo. Io credo sia dipeso da diversi fattori; anzitutto in questa occasione non ho bloccato le mie emozioni, come avevo fatto allora, ma con l’aiuto e l’appoggio di tante persone ho avuto modo di tirar fuori tutta la mia sofferenza. Dopo la morte di Lorenzo, non avevo motivo di nascondere il dolore, come invece era stato per la separazione dei miei genitori, e sentirmi libera di esprimere ciò che sentivo dentro ha fatto sì che il dolore non si incanalasse nella depressione.
E poi questa volta non ero sola col mio dolore, avevo mio marito e soprattutto il mio piccolo Niccolò che con la sua gioia di vivere mi ha dato tutti i motivi del mondo per andare avanti.

Al di là delle comprensibili e dolorosissime ricadute negative sulla coppia, vi sono, e se sì, quali, delle ricadute positive nella relazione tra lei e suo marito, dopo questo lutto?

Quando abbiamo iniziato ad andare dalla terapeuta lei subito ci parlò del rischio di una eventuale separazione in tragedie simili alla nostra, ma si accorse ben presto che non era il nostro caso. In questi mesi ho capito più che mai che mio marito è l’uomo che vorrei accanto per tutta la vita, perché se siamo riusciti a rimanere insieme in una situazione difficile come questa, credo che lo rimarremo per sempre. Ora cerchiamo di goderci le piccole cose, di parlare di più e soprattutto di concentrare tutto sulla nostra famiglia perché adesso è solo quella che conta, i problemi della vita quotidiana ora cerchiamo di sdrammatizzarli molto.

Come avete affrontato il problema con il vostro primogenito?

In un primo momento, per istinto di protezione abbiamo evitato di parlare con Niccolò di quello che era accaduto a Lorenzo. Abbiamo fatto sparire da casa tutte le sue cose, i pannolini, i vestitini, la culla, la carrozzina e non ne abbiamo più parlato. Ma Niccolò continuava a chiedermi dov’era Lorenzo, se era uscito o no dalla mia pancia e perché non era arrivato a casa e io gli rispondevo che Lorenzo era volato in cielo ma lui non capiva, mi chiedeva se c’era andato con l’aereo per andare in vacanza e quando sarebbe tornato. Parlando con i genitori dell’Associazione e con la terapeuta, ho capito che Niccolò aveva diritto ad una spiegazione, doveva capire dov’era Lorenzo perché il rischio era che nella sua piccola testa i pensieri potessero trasformarsi in incubi, in fantasmi, e che era meglio affrontare la situazione da subito. Così mi sono fatta coraggio, ho mostrato a Niccolò una foto di Lorenzo, abbiamo parlato, gli ho detto che il suo fratellino era nato, ma che stava male, un male che però a Niccolò non poteva succedere perché lui ormai era grande, che era morto,che era stato portato in un grande giardino pieno di alberi e fiori e che una volta ci saremmo andati in questo posto a portargli dei fiori. Gli ho fatto toccare le mie lacrime, gli ho detto che ero tanto triste ma che lui non doveva spaventarsi per questo che poi pian piano sarei stata meglio, che gli volevo tanto bene e che ero contenta che ci fosse lui con me. Poi abbiamo messo insieme la foto di Lorenzo all’ingresso e ogni tanto andiamo a riguardarcela insieme. Da quel giorno Niccolò parla con tranquillità del suo fratellino e mostra la sua foto a chi viene a trovarci a casa.

La coppia che si trova di fronte a un evento così drammatico è spesso circondata da persone, parenti o amici, che voglio “aiutare”. E’ successo anche a voi?

Per quanto riguarda il mio vissuto, ho sperimentato la sensazione di una barriera con le persone, il fatto che tutti cerchino sempre per forza di consolarti, di dirti che devi farti coraggio, che non devi piangere, che tutto passerà presto perché il tempo cancella tutto. Secondo me sono le frasi più sbagliate del mondo da dire a chi soffre in quel momento e avrebbe invece solo voglia di piangere e di sfogarsi. Penso che potrebbe essere utile far riflettere chi sta accanto ad una persona che sta male per un lutto. Io credo che anche i familiari e gli amici abbiano bisogno di aiuto su come star vicino a chi ne ha bisogno, a non aver paura di confrontarsi col suo dolore ma di aiutarlo nel suo percorso di elaborazione, non di negazione.

Un momento difficile dopo ogni parto è il recupero di un’immagine corporea soddisfacente. Spesso la neo mamma non ritrova la propria avvenenza, ma è in qualche modo “ricompensata” dalle emozioni che il bambino le dà. Lei Samanta è una bella donna e il corpo è in un certo senso il suo “strumento di lavoro”, poiché lavora in palestra. Come ha affrontato il problema del recupero del suo sé corporeo?

All’inizio è stata davvero dura. Tutto del mio corpo mi ricordava continuamente che avevo appena partorito, ma mio figlio non era con me. Il mese successivo al parto poi ho dovuto subire un intervento alle vene che mi ha costretto a rimanere ferma per altro tempo. Rientrare in una sala operatoria dopo il parto cesareo è stata una prova durissima, mi sono sentita davvero male, è stato come riaffrontare il parto. Mentre mi operavano piangevo disperata, mentre mio marito mi stringeva la mano e si sentiva male anche lui, tanto che è dovuto uscire dalla stanza. Qualche mese dopo poi ho deciso di sottopormi ad un intervento di addomino plastica a causa di un cedimento della parete addominale che era già avvenuto col parto di Niccolò. È stata un’altra prova durissima, un intervento molto invasivo con un lungo periodo di degenza, non so dove ho trovato la forza, ma adesso il mio corpo è tornato a posto, ho ripreso ad allenarmi e a lavorare. Quando mi guardo allo specchio ora vedo il corpo di una donna che può avere ancora figli e non di una neo mamma senza il suo bimbo.

Secondo alcuni studiosi la depressione trarrebbe origine da un lutto non elaborato correttamente. Sente questa affermazione vera per la sua precedente depressione, e in che modo ha lavorato e sta lavorando perché ciò non si determini oggi?

Quando i miei genitori si separarono all’improvviso avevo 18 anni e mi dissero che dovevo capire, che ormai ero grande, che dovevo farmi forza, per loro era giusto così e basta. Io quindi non versai quasi neanche una lacrima, mi tenevo tutto dentro, pensavo davvero di aver capito e che non c’era nessun problema, anche se mio padre aveva un’altra donna e mia madre piangeva. Poi a distanza di due tre anni, all’improvviso ho iniziato a star male, a piangere, a non mangiare, non dormire, a non aver più voglia di fare nulla, ma nessuno capiva cosa avessi. La mia vita per tutti era perfetta, non avevo motivi per lamentarmi. Evidentemente invece qualcosa di grave che non andava c’era, era qualcosa che da tempo mi portavo dentro, che ogni giorno cresceva ma di cui io non parlavo a nessuno, neanche a me stessa. C’è voluto diverso tempo per capire quale fosse il problema, anni di terapie, di farmaci antidepressivi, ma questa volta no, non ci sono cascata, non ho ripetuto l’errore di tenermi tutto dentro, ho affrontato da subito il problema, già a poche ore dall’accaduto. Ero terrorizzata all’idea di crollare, perché questa volta non ero sola ma avevo un bambino meraviglioso da crescere e non volevo essere una mamma depressa.

A questo proposito, voglio ribadire ancora una volta l’importanza di aver avuto accanto a noi persone esperte, in grado di farci comprendere che il lutto passa attraverso varie fasi e che la cosiddetta “elaborazione del lutto” è un processo necessario, seppur doloroso.

All’inizio la disperazione è totale, sembra di sprofondare, c’è stato un crollo iniziale, quando non pensavo che alla disperazione. Poi queste sensazioni sono evolute, perchè nel sito dell’associazione parliamo spesso di questi argomenti, delle varie fasi che accompagnano l’elaborazione del lutto, e anche se poi ognuno di noi ha reagito in maniera differente, un pò tutti abbiamo riconosciuto di essere passati attraverso delle fasi comuni, e addirittura un genitore ultimamente le ha anche raccolte in una mail che ha poi spedito a tutti.

Spero tanto che rendere pubblica la mia esperienza possa servire a qualcuno per capire che non si starà sempre male allo stesso modo.

Una teoria psicologica molto interessante, la Logoterapia, ritiene che alla base di tante forme depressive ci sia una mancanza di significato, di “senso” della propria vita e della propria sofferenza. Dare un senso alla sua sofferenza è un suo obiettivo, allo stato attuale? E attraverso quali percorsi lo sta realizzando?

Quando ho conosciuto le famiglie che come noi avevano perso un bambino, ho notato in loro una grande forza che li sosteneva, pur continuando a convivere col dolore. All’inizio non capivo come avessero fatto, parlavo continuamente con loro proprio per capire dove fosse la loro “forza”. Poi ho capito che nessuno di loro si era fermato, avevano pianto si erano disperati, ma non si erano fermati. Ciascuno col proprio percorso così diverso, ma tutti uniti da un vissuto comune, e con la voglia di andare avanti.

Così anche io sto cercando di trovare il mio “senso” a quello che è successo, non un senso metafisico al quale non saprei dare una risposta, ma un senso umano.

Non voglio che il dolore per la perdita di Lorenzo porti negatività, non voglio ricordarlo come l’evento peggiore della mia vita, perché lui era mio figlio, un bambino bellissimo, e un figlio deve significare gioia nella vita di una madre e non essere una maledizione. Ma io non posso esprimere a lui direttamente questa gioia, non ce l’ho più tra le mie braccia, non lo posso baciare e riempire di attenzioni, allora come posso fare per non pensare solo al male che ho dentro e che mi lacera ogni volta che penso a lui? Io posso solo parlare di lui, di come sto cercando di affrontare la vita senza di lui, e di come la vita possa lo stesso valer la pena di essere vissuta per tutte le persone che ho accanto e che hanno un enorme valore perché le amo e voglio passare ancora tanti bei momenti con loro. Non dico queste parole come un’eroina, ma con gli occhi pieni di lacrime e lo stomaco contratto dal dolore, ma sto cercando di mettercela davvero tutta per andare avanti. Non sto affrontando tutto questo da sola, molte persone mi stanno aiutando e se io nel mio piccolo potrò aiutare qualcuno altro con le mie parole, ecco questo sarà il mio “senso “ per Lorenzo che non c’è più.

La culla vuota. Quando il bambino muore prima di nascere

La culla vuota. Quando il bambino muore prima di nascere

Ciao Lapo

Ciao Lapo

Il test di gravidanza risulta positivo: è la prima grande emozione del percorso che si concluderà con nascita di un figlio.

Compaiono i primi segni fisici, si programma il calendario dei controlli medici. E poi si manifestano le ansie, le emozioni, e anche i conflitti interiori: lo voglio davvero, sarò in grado di essere madre, la mia vita non sarà più come prima…

 

Poi, per la prima volta, si entra davvero in contatto con lui, quando il ginecologo fa sentire il battito del suo cuore, e l’ecografia mostra il minuscolo essere umano.

Tra alti e bassi, conflitti e paure, emozioni e gioie intense, ci si aspetta che la gravidanza si concluda con la nascita del bambino. Purtroppo non sempre è così. A volte, qualcosa inceppa il meccanismo perfetto della vita che cresce, e il bambino muore.

 

Il lutto perinatale

 

In termini medici, la morte del bambino dalla ventisettesima settimana di gestazione fino alla prima settimana dopo il parto viene definita lutto perinatale. Tuttavia, anche la morte in epoca antecedente, fin dalle prime settimane di gestazione, comporta un senso di perdita e di dolore, un vero lutto.

 

Che cosa si prova

 

La morte del bambino in utero, o immediatamente dopo la nascita, è una tragedia, e l’intensità dei sentimenti provati, la durata del lutto e i vissuti ad esso correlati sono del tutto paragonabili a ciò che si prova quando muore una persona adulta. Tuttavia, questo dolore non sempre viene riconosciuto, al contrario, il mondo esterno tende a minimizzarlo, o comunque a non comprenderne la reale portata. Sicché la mamma in lutto, la coppia in lutto, provano innanzi tutto un senso di solitudine. Frasi dette con l’intento di consolare possono far male, e non aiutano affatto: ne avrete presto un altro, è più doloroso perdere un figlio in età più avanzata, una nuova gravidanza è l’unica medicina…

Purtroppo, anche chi dovrebbe aiutare per professione non sempre è preparato a farlo. Medici o psicologici, che non abbiano avuto una preparazione specifica su come trattare gli aspetti psicologici del lutto perinatale, talora non danno il giusto supporto, magari perché loro stessi non hanno affrontato personalmente il problema della morte. 

Quale che sia la causa della morte, quasi tutte le madri, nella prima fase del lutto provano un senso di colpa, del tutto ingiustificato a livello razionale, ma molto doloroso e difficile da estirpare, proprio perché non appartiene alla sfera razionale: avrei dovuto riposarmi di più, non avrei dovuto lavorare, ho scelto il ginecologo, o l’ospedale sbagliato, se avessi fatto quell’analisi in più …

A questi sentimenti, si aggiunge la difficoltà a relazionarsi con le persone. Si fatica a rispondere a coloro che non sanno e fanno domande inopportune: allora, è nato?, a chi alimenta il dolore con commenti inadeguati, a chi i figli li ha e non smette di parlarne, rinnovando il senso di vuoto e di inadeguatezza della mamma mancata.

 

Che fare


Disperazione, solitudine, senso di colpa, difficoltà a relazionarsi con le persone
 sono tra i sentimenti che più spesso vengono riferiti dalle coppie che hanno appena perso il loro bambino. Che cosa si può fare per uscirne?

Ciascuna persona è unica e vive il suo dolore a proprio modo, tuttavia, vi sono alcune indicazioni che si rivelano utili per la maggior parte delle mamme e delle coppie in lutto e vale la pena di elencarle:

 

Accettare il fatto di essere in lutto

 

Quale che sia l’epoca gestazionale in cui il bimbo muore, che sia appena un embrione, o un bambino morto poco dopo la nascita, la sua perdita è una tragedia. Non serve ignorare questa realtà, né cercare di “essere forte”. Il lutto va vissuto, elaborato e, solo alla fine del processo di elaborazione, lo si può accettare, mettendo in atto un adattamento sano, che consenta di andare avanti nel percorso di vita. Questo processo varia da persona a persona, può essere più o meno lungo, in genere dura dai sei mesi ai due anni.

 

Coltivare il lutto per “quel bambino”

 

Anche il bambino mai nato, mai realmente conosciuto, è già perfettamente inserito nel contesto genitoriale e familiare. I genitori non piangono un bambino, ma “quel” bambino, che, a livello di fantasia, ha già un posto importante nel loro cuore e nella loro vita.
Non serve cercare di cancellarlo, né di sostituirlo con la fantasia di un altro bambino. Quel bambino ha già il suo posto e vi rimarrà per sempre: l’elaborazione del lutto permette di smorzare l’intensità del dolore, non a cancellarne il ricordo.

 

Dare parole al dolore

 

Il dolore va espresso, soffocarlo non aiuta, al contrario, peggiora la situazione. E’ necessario esprimere ciò che si prova, senza il timore di apparire deboli, o fragili, o inadeguati. Nella nostra cultura siamo così poco abituati a esprimere il dolore per un figlio non nato, che non esistono nemmeno le parole per descriverlo, e il tabu che spesso avvolge la morte nel silenzio diventa ancora più resistente quando la morte riguarda un bambino non nato. Sicché il silenzio si tramuta spesso in una barriera che separa dal mondo esterno, e, nello stesso tempo, in un guscio illusoriamente protettivo. Rompere questo silenzio fa bene, a patto che siano i protagonisti a farlo, nei modi e nei tempi che sentono più consoni.

 

Riconoscere le proprie necessità e assecondarle

 

C’è chi, dopo la morte del bambino, vuole riprendere al più presto la vita di prima, chi si chiude nel proprio dolore. C’è chi ha bisogno di “sapere” e indaga su tutti gli eventi che hanno preceduto la tragedia, con l’intento di trovarne le cause, chi, invece, preferisce non chiedersi troppi perché. 
L’elenco potrebbe continuare: ciascuno soffre a proprio modo. Ciascuno dovrebbe fare ciò che ritiene più vicino al proprio sentire, con una importante raccomandazione: è necessario individuare quello che vogliamo davvero e non quello che crediamo che gli altri si aspettino da noi. Non importa se siamo sempre stati considerati forti. Concediamoci il permesso di essere deboli, fragili, inadeguati.

 

Comunicare, condividere, confrontarsi

 

Nei momenti più dolorosi sembra che solo chi ha vissuto la nostra stessa esperienza possa comprenderci, e in parte è così. Molte persone traggono giovamento dai gruppi di auto aiuto, dove afferiscono persone che condividono la stessa esperienza, ed è provato che tali gruppi sono molto efficaci. L’avvento di Internet ha facilitato questo processo, e molti gruppi virtuali raccolgono personegeograficamente lontane tra loro, ma vicine nell’esperienza della perdita.
Che si scelga un gruppo strutturato, o semplicemente che ci si avvicini ad amici o conoscenti che hanno vissuto la medesima esperienza, la condivisione e il confronto sono senz’altro molto utili.

Può essere molto conosolante ed efficace conoscere l’associazione Ciao Lapo, fondata da due genitori, medici, che si sono trovati psicologicamente soli nell’esperienza della perdita del loro secondo bambino. Ciao Lapo è anche un sito, www.ciaolapo.it, sede di una comunità virtuale, un “non luogo” dove tutti hanno diritto di parola. Vale la pena di visitarlo: di sicuro aiuta a sentirsi meno soli.

 

Parole d'amore sulla sabbia by Ciao Lapo

Parole d’amore sulla sabbia per gentile concessione di Ciao Lapo

 

Evitare le persone e le situazioni che creano disagio

 

Come abbiamo visto, non tutte le persone che fanno parte dell’ambiente sociale della coppia sono veramente adatte a sostenerla nel momento del dolore. Alcune persone si possono rivelare addirittura dannose. Siano estranei, o familiari, è il caso di individuarli e prendere consapevolezza che – al momento – possono peggiorare la situazione. Se ci si sente a disagio con loro, è opportunoproteggersi, anche dicendo chiaramente che non desideriamo parlare dell’argomento.
Anche alcune situazioni possono aumentare il disagio: ad esempio andare a trovare coppie che hanno appena avuto un figlio. Meglio declinare l’invito con fermezza e gentilezza, che sottoporsi a sofferenze che peggiorino una situazione già pesante.

 

Documentarsi… ma non troppo

 

Dopo aver vissuto un dramma, è naturale chiedersi come sia potuto accadere e raccogliere tutte le informazioni utili affinché non si ripeta in futuro. Ci si rivolge sempre più spesso alla Rete: una vera e propria miniera di dati, spesso provenienti da fonti autorevoli. Tuttavia, va evitato l’eccesso di informazioni, soprattutto se non sono filtrate da una adeguata conoscenza medica: nei momenti difragilità non fanno che aumentare l’ansia e la confusione. E’ meglio affidarsi alla struttura medica che prenderà in carico la prossima gravidanza: ad essa va demandato il compito di elaborare una rigorosa strategia di informazione e di prevenzione.

 

Ridare un senso alla coppia

 

Per quanto la coppia possa essere stata unita nel progetto di mettere al mondo un figlio e anche nel lutto che ha posto fine a tale progetto, la modalità di vivere il dolore può essere differente. E’ innegabile che è la donna a vivere nel suo corpo i segni della gravidanza e anche la lacerazione della morte, e il compagno deve cercare di comprendere anche atteggiamenti apparentemente incomprensibili, o, comunque, diversi da quanto si sarebbe aspettato dalla propria partner. 
In questa fase così delicata della vita di coppia, può essere davvero importante investire tutte le energie proprio nella coppia stessa. Prima di pensare a una nuova gravidanza, è necessario ridare un senso allo stare assieme, alla condivisione delle esperienze, e alla sessualità vissuta come ricerca di intimità fine a se stessa, slegata dal progetto procreativo.

 

Progettare la prossima gravidanza non come una terapia, ma come un percorso nuovo

 

Sebbene tutte le persone intorno alla coppia non facciano che ripetere che un altro figlio “rimetterà le cose a posto”, bisogna evitare di considerare la prossima gravidanza come una terapia, né pensare che cancelli miracolosamente il dolore. 
E’ consigliabile progettare la nuova gravidanza quando il corpo è pronto ad accoglierla – e questo lo valuterà il medico – ma quando anche la psiche lo è. Solo dopo aver realmente superato il lutto, si può affrontare serenamente il nuovo progetto. Un aiuto professionale può rivelarsi molto efficace per affrontare al meglio una scelta così importante.

 

Chiedere aiuto

 

Ci sono momenti della vita in cui è difficile farcela da soli e l’isolamento che si rischia può far soffrire anche di più. Bisogna chiedere aiuto e chiederlo alle persone giuste. Che si decida di ricorrere a un sostegno professionale o meno, le persone che ci possono aiutare devono avere una sufficiente conoscenza del problema, possedere doti di accoglienza e di partecipazione, saper ascoltare senza elargire consigli non richiesti.

 

La nuova gravidanza

 

E’ innegabile che il vissuto della precedente esperienza luttuosa avrà un peso sulla nuova gravidanza, ma bisogna fare il possibile per ridurlo al minimo.
Innanzi tutto, è importante cercare di chiarire, per quanto possibile, le cause della morte del precedente bambino, e solo una struttura ospedaliera accreditata può accertarle.
La stessa struttura saprà indicare tutto ciò che va messo in pratica per prevenire un evento analogo.
Una volta fatto tutto il possibile a favore di una corretta prevenzione, bisogna saper voltare pagina e vivere al presente. Il prossimo bambino non sarà una copia di colui che non è nato. Così la nuova gravidanza non sarà una copia della precedente.