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Un libro per comprendere i mali oscuri
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Un libro per comprendere i mali oscuri |
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Giovanni Gastaldo
Miranda Ottobre
Dottore,
POSSO GUARIRE?
Come curare i mali oscuri
ARMANDO EDITORE
Questo libro è dedicato ai dieci milioni di italiani che soffrono di disturbi psichici e psicosomatici, ai loro familiari, amici e conoscenti ed anche ai loro medici curanti, per contribuire ad una conoscenza che faciliti il recupero della salute.
Gli Autori integrano vari settori della scienza, quali la neurobiologia, la psicologia e la psicoterapia, rendendo così più comprensibili e meno oscuri questi mali. Nel volume si possono trovare diversi esempi che descrivono gli eventi attraverso i quali si sono formati i "mali oscuri" e gli interventi psicoterapeutici che consentono di raggiungere maggiore armonia e benessere.
Nel ventaglio delle pubblicazioni divulgative mirate a far conoscere come curare i mali oscuri rientra a pieno titolo l’ultima fatica di questi studiosi veneti che hanno sapientemente fuso teorie neurobiologiche consolidate con le risorse della ricerca chimica psicologica e psicoterapica tanto interessante in quanto fatta direttamente sul campo. Mettendosi al riparo da facili e scontate critiche verso una visione prevalente psicologica. Della sofferenza psichica nell’ambito dei disturbi d’ansia e affettivi descritti come il risultato di "pacchetti di esperienze" negative formatisi nel corso della crescita, che saranno sostituiti da "pacchetti di esperienze" positive tramite un lungo e costante training psicoterapeutico, gli autori dedicano alcuni capitoli della loro opera agli studi nella neurofisiologia del Sistema Nervoso Centrale, riconosciuta scrittura attraverso la quale si esplica la mente, anche se sul come, tutto o quasi rimane ancora da scoprire. Da questa importante premessa viene riconosciuta anche una base biologica ai disturbi psichici che potranno essere trattati pure con psicofarmaci quando lo richiedera’ la loro gravità non in alternativa, ma in associazione con la psicoterapia. Questa impostazione teorica permette di superare utilmente defatiganti diatribe sull’esclusività della cura psicofarmacologicapiuttosto che psicologico-psicoterapeutica dell’ammalato psichico.
Pertanto se nella crescita del paziente i circuiti cerebrali formati dalla connessione di più neuroni tra loro sono stati distorti da "pacchetti di esperienze" sbagliate, bisognera’ rettificarli tramite un lavoro in cui si confrontino esperienze di segno opposto, fermo restando che i pazienti traggono un gran beneficio dalla psicoterapia purché condotta da professionisti della salute mentale con trattamenti a lungo termine in quanto consentono di ottenere risultati migliori rispetto a quelli a breve termine. Comunque per ottenere risultati stabili è sempre opportuno pianificare una condotta terapeutica che incorra ad ogni potenzialità curativa disponibile. Una di queste è riconducibile agli psicofarmaci, che andrebbero impiegati ogni qualvolta i pazienti in crisi così profonde, che danno la stura a spirali dolorose di sintomi.
Siccome la psicoterapia agisce a volte troppo lentamente rischiando anche di approfondire circuiti distorti, ingrossando i "pacchetti di esperienza" negativi apportandovi con la rinnovata sofferenza altre esperienze negative, appare utile in questi casi il ricorso agli psicofarmaci che interferendo con i neurotrasmettitori nelle sinapsi (come risulta da conoscenze consolidate di neurobiologia) riarmonizzano i circuiti distorti rivelandosi pertanto di notevole utilità nel concorrere a riprendere il piano terapeutico programmato. Tuttavia secondo gli Autori il farmaco, di grande validità nelle emergenze tutte descritte, non può correggere i circuiti in modo permanente in quanto, come premonizzava Freud, solo in futuro questo traguardo sarà forse raggiungibile, mentre attualmente l’unico mezzo disponibile è la psicoterapia che permette all’individuo di realizzare in sé stesso tale cambiamento. Altro importante risultato di questo approccio terapeutico è che lo psicofarmaco non crea dipendenza, perché il paziente si sente dipendente dall’ansiolitico finché il suo disagio lo tormenta, ma appena questo, anche dopo anni, viene sconfitto, l’abbandono del farmaco può avvenire facilmente e talora del tutto spontaneamente.
Armando Editore, Roma 2002.
recensione a cura di Franco Zarattini
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© Patrizia Belleri
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